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QUARTO GIORNO.
Laudi.
Dove Guglielmo e Severino esaminano il cadavere di Berengario, scoprono che ha la
lingua nera, cosa singolare per un annegato. Poi discutono di veleni dolorosissimi
e di un furto remoto.
Non mi attarder• a dire di come informammo l'Abate, di come tutta l'abbazia si
risvegli• prima dell'ora canonica, delle grida di orrore, dello spavento e del
dolore che si vedevano sul viso di ciascuno, di come la notizia si propag• a tutto
il popolo del pianoro, coi servi che si segnavano e pronunciavano scongiuri. Non so
se quella mattina si svolse il primo ufficio secondo le regole, e chi vi prese
parte. Io seguii Guglielmo e Severino che fecero avvolgere il corpo di Berengario e
ordinarono di distenderlo su un tavolo nell'ospedale.
Allontanatisi l'Abate e gli altri monaci, l'erborista e il mio maestro osservarono
a lungo il cadavere, con la freddezza degli uomini di medicina.
"E' morto annegato," disse Severino. "non vi Š dubbio. Il viso Š gonfio, il ventre
Š teso..."
"Ma non Š stato annegato da altri," osserv• Guglielmo, "altrimenti si sarebbe
ribellato alla violenza dell'omicida, e avremmo trovato tracce d'acqua sparsa
intorno alla vasca. E invece tutto era ordinato e pulito, come se Berengario avesse
scaldato l'acqua, riempito il bagno e vi si fosse adagiato di propria volont…."
"Questo non mi stupisce," disse Severino. "Berengario soffriva di convulsioni, e io
stesso gli avevo detto pi— volte che i bagni tiepidi servono a calmare
l'eccitazione del corpo e dello spirito. Varie volte mi aveva chiesto licenza di
accedere ai balnea. Cos potrebbe avere fatto questa notte..."
"L'altra notte," osserv• Guglielmo, "perch‚ questo corpo lo
vedi Š
restato
nell'acqua almeno un giorno...
"E' possibile che sia stato l'altra notte," convenne Severino. Guglielmo lo mise
parzialmente al corrente degli avvenimenti della notte prima. Non gli disse che
eravamo stati furtivamente nello scriptorium ma, celandogli varie circostanze, gli
disse che avevamo inseguito una figura misteriosa che ci aveva sottratto un libro.
Severino cap che Guglielmo gli diceva solo una parte della verit…, ma non fece
altre domande. Osserv• che l'agitazione di Berengario, se era lui il ladro
misterioso, poteva averlo indotto a cercare la tranquillit… in un bagno
ristoratore. Berengario, osserv•, era di natura molto sensibile, talora una
contrariet… o un'emozione gli provocavano tremori, sudori freddi, sbarrava gli
occhi e cadeva per terra sputando una bava biancastra.
"In ogni caso," disse Guglielmo, "prima di venire qui Š stato da qualche altra
parte, perch‚ non ho visto nei balnea il libro che ha rubato."
"S ," confermai con una certa fierezza, "ho sollevato la sua veste che giaceva
accanto alla vasca, e non ho trovato tracce di alcun oggetto voluminoso."
"Bravo," mi sorrise Guglielmo. "Dunque Š stato da qualche altra parte, poi
ammettiamo pure che per calmare la propria agitazione, e forse per sottrarsi alle
nostre ricerche, si sia infilato nei balnea e si sia immerso nell'acqua. Severino,
ritieni che il male di cui soffriva fosse sufficiente a fargli perdere i sensi e a
farlo annegare?"
"Potrebbe essere," osserv• dubbioso Severino. "D'altra parte se tutto Š accaduto
due notti fa, avrebbe potuto esserci dell'acqua intorno alla vasca, che poi Š
asciugata. Cos non possiamo escludere che sia stato annegato a viva forza."
"No," disse Guglielmo. "Hai mai visto un assassinato che, prima di farsi annegare,
si toglie gli abiti?" Severino scosse la testa, come se quell'argomento non avesse
pi— gran valore. Da qualche istante stava esaminando le mani del cadavere: "Ecco
una cosa curiosa..." disse.
"Quale?"
"L'altro giorno ho osservato le mani di Venanzio, quando il corpo Š stato ripulito
dal sangue, e ho notato un particolare a cui non avevo dato molta importanza. I
polpastrelli di due dita della mano destra di Venanzio erano scuri, come anneriti
da una sostanza bruna. Esattamente, vedi?, come ora i polpastrelli di due dita di
Berengario. Anzi, qui abbiamo anche qualche traccia sul terzo dito. Allora avevo
pensato che Venanzio avesse toccato degli inchiostri nello scriptorium...
"Molto interessante," osserv• Guglielmo pensieroso, avvicinando gli occhi alle dita
di Berengario. L'alba stava sorgendo, la luce all'interno era ancora fioca, il mio
maestro soffriva evidentemente della mancanza delle sue lenti. "Molto
interessante," ripet‚. "L'indice e il pollice sono scuri sui polpastrelli, il medio
solo sulla parte interna, e debolmente. Ma ci sono tracce pi— deboli anche sulla
mano sinistra, almeno sull'indice e sul pollice."
"Se fosse solo la mano destra, sarebbero le dita di chi afferra qualcosa di
piccolo, o di lungo e sottile..."
"Come uno stilo. O un cibo. O un insetto. O un serpente. O un ostensorio. O un
bastone. Troppe cose. Ma se ci sono segni anche sull'altra mano potrebbe essere
anche una coppa, la destra la tiene salda e la sinistra collabora con minor
forza..."
Severino ora sfregava leggermente le dita del morto, ma il colore bruno non
scompariva. Notai che si era messo un paio di guanti. che probabilmente usava
quando maneggiava sostanze velenose. Annusava, ma senza trarne alcuna sensazione.
"Potrei citarti molte sostanze vegetali (e anche minerali) che provocano tracce di
questo tipo. Alcune letali, altre no. I miniatori hanno talora le dita sporche di
polvere d'oro..."
"Adelmo faceva il miniatore," disse Guglielmo. "Immagino che di fronte al suo corpo
sfracellato tu non abbia pensato a esaminargli le dita. Ma costoro potrebbero aver
toccato qualcosa che era appartenuto ad Adelmo."
"Proprio non so," disse Severino. "Due morti, entrambi con le dita nere. Cosa ne
deduci?"
"Non ne deduco nulla: nihil sequitur geminis ex particularibus unquam. Bisognerebbe
ricondurre entrambi i casi a una regola. Per esempio: esiste una sostanza che
annerisce le dita di chi la tocca..."
Terminai trionfante il sillogismo: "... Venanzio e Berengario hanno le dita
annerite, ergo hanno toccato questa sostanza!"
"Bravo Adso," disse Guglielmo, "peccato che il tuo sillogismo non sia valido,
perch‚ aut semel aut iterum medium generaliter esto, e in questo sillogismo il
termine medio non appare mai come generale. Segno che abbiamo scelto male la
premessa maggiore. Non dovevo dire: tutti coloro che toccano una certa sostanza
hanno le dita nere, perch‚ potrebbero esserci anche persone con le dita nere e che
non han toccato la sostanza. Dovevo dire: tutti coloro e solo tutti coloro che han
le dita nere hanno certamente toccato una data sostanza. Venanzio e Berengario,
eccetera. Col che avremmo un Darii, un ottimo terzo sillogismo di prima figura."
"Allora abbiamo la risposta!" dissi tutto contento.
"AhimŠ Adso, come ti fidi dei sillogismi! Abbiamo solo e di nuovo la domanda. CioŠ
abbiamo fatto l'ipotesi che Venanzio e Berengario abbiano toccato la stessa cosa,
ipotesi senz'altro ragionevole. Ma una volta che abbiamo immaginato una sostanza
che, sola tra tutte, provoca questo risultato (il che Š ancora da appurare) non
sappiamo quale sia e dove coloro l'abbian trovata, e perch‚ l'abbian toccata. E
bada bene, non sappiamo neppure se Š poi la sostanza che han toccato, quella che li
ha condotti a morte. Immagina che un folle volesse uccidere tutti coloro che
toccano della polvere d'oro. Diremmo che Š la polvere d'oro che uccide?"
Rimasi turbato. Avevo sempre creduto che la logica fosse un'arma universale, e mi
accorgevo ora di come la sua validit… dipendesse dal modo in cui la si usava.
D'altra parte, frequentando il mio maestro mi ero reso conto, e sempre pi— me ne
resi conto nei giorni che seguirono, che la logica poteva servire a molto a
condizione di entrarci dentro e poi di uscirne.
Severino, che certo non era un buon logico, frattanto rifletteva secondo la propria
esperienza: "L'universo dei veleni Š vario come vari sono i misteri della natura,"
disse. Indic• una serie di vasi e ampolle che gi… una volta avevamo ammirato,
disposti in bell'ordine negli scaffali lungo i muri, insieme a molti volumi. "Come
ti ho gi… detto, molte di queste erbe, dovutamente composte e dosate, potrebbero
dar luogo a bevande e a unguenti mortali. Ecco laggi—, datura stramonium,
belladonna, cicuta: possono dare la sonnolenza, l'eccitazione, o entrambe;
somministrate con cautela sono ottimi medicamenti, in dosi eccessive portano alla
morte."
"Ma nessuna di queste sostanze lascerebbe segni sulle dita?"
"Nessuna, credo. Poi ci sono sostanze che diventano pericolose solo se ingerite e
altre che agiscono invece sulla pelle. L'elleboro bianco pu• provocare vomiti in
chi l'afferra per strapparlo dalla terra. Il dittamo e la frassinella, quando sono
in fiore provocano ebbrezza nei giardinieri che le toccano, come se avessero bevuto
del vino. L'elleboro nero, al solo toccarlo, provoca la diarrea. Altre piante danno
palpitazioni di cuore, altre alla testa, altre ancora tolgono la voce. Invece il
veleno della vipera, applicato alla pelle senza penetrare nel sangue, produce solo
una leggera irritazione... Ma una volta mi fu mostrato un composto che, applicato
alla parte interna delle cosce di un cane, vicino ai genitali, porta l'animale a
morire in breve tempo tra convulsioni atroci, con le membra che piano piano si
irrigidiscono..."
"Sai molte cose sui veleni," osserv• Guglielmo con un tono di voce che pareva
ammirato. Severino lo fiss• e ne sostenne lo sguardo per qualche istante: "So
quello che un medico, un erborista, un cultore di scienze dell'umana salute deve
sapere."
Guglielmo rest• a lungo sovrappensiero. Poi preg• Severino di aprire la bocca del
cadavere, e di osservarne la lingua. Severino, incuriosito, us• una spatola
sottile, uno degli strumenti della sua arte medica, ed esegu . Ebbe un grido di
stupore: "La lingua Š nera!"
"E' cos allora," mormor• Guglielmo. "Ha afferrato qualcosa con le dita e lo ha
ingerito... Questo elimina i veleni che hai citato prima, che uccidono penetrando
attraverso la pelle. Ma non rende pi— facili le nostre induzioni. Perch‚ ora
dobbiamo pensare, per lui e per Venanzio, a un gesto volontario, non casuale, non
dovuto a distrazione o a imprudenza, n‚ indotto con la violenza. Hanno afferrato
qualcosa e lo hanno introdotto in bocca, sapendo cosa facevano...
"Un cibo? Una bevanda?"
"Forse. O forse... che so? uno strumento musicale come un flauto..."
"Assurdo," disse Severino.
"Certo che Š assurdo. Ma non dobbiamo trascurare nessuna ipotesi, per straordinaria
che sia. Ma ora cerchiamo di risalire alla materia venefica. Se qualcuno che
conosca i veleni quanto te si fosse introdotto qui e avesse usato alcune di queste
tue erbe, avrebbe potuto comporre un unguento mortale capace di produrre quei segni
sulle dita e sulla lingua? Capace di essere posto in un cibo, in una bevanda, su un
cucchiaio, su qualcosa che si mette in bocca?"
"S ," ammise Severino, "ma chi? E poi, anche ammessa questa ipotesi, come sarebbe
stato propinato il veleno ai nostri due poveri confratelli?"
Francamente anch'io non riuscivo a immaginarmi Venanzio o Berengario che si
lasciavano avvicinare da qualcuno che porgeva loro una sostanza misteriosa
convincendoli a mangiarla o a berla. Ma Guglielmo non parve turbato da questa
stranezza. "A questo penseremo dopo," disse, "perch‚ ora vorrei che tu cercassi di
ricordare qualche fatto che forse non ti Š ancora ritornato alla mente, non so,
qualcuno che ti abbia fatto domande sulle tue erbe, qualcuno che entri con facilit…
nell'ospedale..."
"Un momento," disse Severino, "molto tempo fa, parlo di anni, conservavo in uno di
quegli scaffali una sostanza molto potente, che mi era stata data da un confratello
che aveva viaggiato in paesi lontani. Non sapeva dirmi di cosa fosse fatta, certo
di erbe, e non tutte note. Era, all'apparenza, vischiosa e giallastra, ma mi fu
consigliato di non toccarla, perch‚ se fosse venuta anche solo in contatto con le
mie labbra mi avrebbe ucciso in breve tempo. Il confratello mi disse che, ingerita
anche in dosi minime, provocava nel volgere di mezz'ora un senso di grande
spossatezza, poi una lenta paralisi di tutte le membra, e infine la morte. Non
voleva portarla con s‚ e me ne fece dono. La tenni a lungo, perch‚ mi proponevo di
esaminarla in qualche modo. Poi un giorno venne sul pianoro una grande bufera. Uno
dei miei aiutanti, un novizio, aveva lasciata aperta la porta dell'ospedale, e
l'uragano aveva sconvolto tutta la stanza in cui ora siamo. Ampolle rotte, liquidi
sparsi sul pavimento, erbe e polveri disperse. Lavorai un giorno a rimettere in
ordine le mie cose, e mi feci aiutare solo per spazzare via i cocci e le erbe ormai
irrecuperabili. Alla fine mi accorsi che mancava proprio l'ampolla di cui ti
parlavo. Dapprima mi preoccupai, poi mi convinsi che si era infranta e confusa con
altri detriti. Feci lavare bene il pavimento dell'ospedale, e gli scaffali..."
"E avevi visto l'ampolla poche ore prima dell'uragano?"
"S ... O meglio, no, ora che ci penso. Stava dietro una fila di vasi, ben nascosta,
e non la controllavo ogni giorno.. "
"Quindi, per quanto ne sai, avrebbe potuto esserti sottratta anche molto tempo
prima dell'uragano, senza che tu lo sapessi?"
"Ora che mi ci fai riflettere, s , indubbiamente."
"E quel tuo novizio potrebbe averla sottratta e. poi potrebbe aver colto il destro
dell'uragano per lasciare di proposito la porta aperta e mettere confusione tra le
tue cose."
Severino apparve molto eccitato: "Certo, s . Non solo, ma ricordando quanto
avvenne, mi stupii molto che l'uragano, per quanto violento, avesse rovesciato
tante cose. Potrei benissimo dire che qualcuno ha approfittato dell'uragano per
sconvolgere la stanza e produrre pi— danni di quanto il vento non avesse potuto
fare!"
"Chi era il novizio?"
"Si chiamava Agostino. Ma Š morto l'anno scorso, cadendo da una impalcatura mentre
con altri monaci e famigli ripuliva le sculture della facciata della chiesa. E poi,
a ben pensarci, lui aveva giurato e spergiurato di non aver lasciata aperta la
porta prima dell'uragano. Fui io, infuriato, che lo ritenni responsabile
dell'incidente. Forse era davvero innocente.
"E cos abbiamo una terza persona, magari ben pi— esperta di un novizio, che era a
conoscenza del tuo veleno. A chi ne avevi parlato?"
"Questo proprio non lo ricordo. All'Abate, certo, chiedendogli il permesso di
trattenere una sostanza cos pericolosa. E a qualcun altro forse proprio in
biblioteca, perch‚ cercavo degli erbari che mi potessero rivelare qualcosa."
"Ma non mi hai detto che trattieni presso di te i libri pi— utili alla tua arte?"
"S , e molti," disse indicando in un angolo della stanza alcuni scaffali carichi di
decine di volumi. "Ma allora cercavo certi libri che non potrei trattenere e che
anzi Malachia era restio a farmi vedere tanto che dovetti chiederne
l'autorizzazione all'Abate." La sua voce si abbass• e quasi ebbe ritegno a farsi
udire da me. "Sai, in un luogo ignoto della biblioteca si conservano anche opere di
negromanzia, di mag a nera, ricette di filtri diabolici. Potei consultare alcune di
queste opere, per dovere di conoscenza, e speravo di trovare una descrizione di
quel veleno e delle sue funzioni. Invano."
"Quindi ne hai parlato a Malachia."
"Certo, senz'altro a lui, e forse anche allo stesso Berengario che lo assisteva. Ma
non trarre conclusioni affrettate: non ricordo, forse mentre parlavo erano presenti
altri monaci, sai, talora lo scriptorium Š abbastanza affollato...
"Non sto sospettando di nessuno. Cerco solo di capire cosa pu• essere accaduto. In
ogni caso mi dici che il fatto avvenne qualche anno fa, ed Š curioso che qualcuno
abbia sottratto con tanto anticipo un veleno che avrebbe poi usato tanto tempo
dopo. Sarebbe indizio di una volont… maligna che ha covato a lungo nell'ombra un
proposito omicida."
Severino si segn• con una espressione di orrore sul volto. "Dio ci perdoni tutti!"
disse.
Non c'erano altri commenti da fare. Ricoprimmo il corpo di Berengario, che avrebbe
dovuto essere preparato per le esequie.
Prima.
Dove Guglielmo induce prima Salvatore e poi il cellario a confessare il loro
passato, Severino ritrova le lenti rubate, Nicola porta quelle nuove e Guglielmo
con sei occhi va a decifrare il manoscritto di Venanzio.
Stavamo uscendo quando entr• Malachia. Parve contrariato dalla nostra presenza, e
accenn• a ritirarsi. Dall'interno Severino lo vide e disse: "Mi cercavi? E' per..."
S'interruppe, guardandoci. Malachia gli fece un cenno, impercettibile, come per
dire: "Parliamone dopo..." Noi stavamo uscendo, lui stava entrando, ci trovammo
tutti e tre nel vano della porta. Malachia disse, in modo piuttosto ridondante:
"Cercavo il fratello erborista... Ho... ho male al capo."
"Deve essere l'aria chiusa della biblioteca," gli disse Guglielmo con tono di
premurosa comprensione. "Dovreste fare dei suffumigi."
Malachia mosse le labbra come se volesse ancora parlare, poi rinunzi•, abbass• il
capo ed entr•, mentre noi ci allontanavamo.
"Cosa va a fare da Severino?" domandai.
"Adso," mi disse con impazienza il maestro, "impara a ragionare con la tua testa."
Poi cambi• discorso: "Dobbiamo interrogare alcune persone, ora. Almeno," aggiunse
mentre con lo sguardo esplorava il pianoro, "sino a che sono ancora vive. A
proposito: d'ora in poi facciamo attenzione a ci• che mangiamo e beviamo. Prendi
sempre i tuoi cibi dal piatto comune, e le tue bevande dalla brocca a cui abbiano
gi… attinto gli altri. Dopo Berengario siamo coloro che sanno pi— cose. Oltre,
naturalmente, all'assassino."
"Ma chi volete interrogare ora?"
"Adso," disse Guglielmo, "avrai osservato che qui le cose pi— interessanti
avvengono di notte. Di notte si muore, di notte si gira per lo scriptorium, di
notte si introducono donne nella cinta... Abbiamo un'abbazia diurna e un'abbazia
notturna, e quella notturna pare sciaguratamente pi— interessante di quella diurna.
Pertanto, ogni persona che si aggiri di notte ci interessa, compreso per esempio
l'uomo che hai visto ieri sera con la fanciulla. Magari la storia della fanciulla
non ha nulla a che vedere con quella dei veleni, e magari s . In ogni caso ho delle
idee sull'uomo di ieri sera, che deve essere persona che sa anche altre cose sulla
vita notturna di questo santo luogo. E, lupo nella favola, eccolo per l'appunto che
sta passando laggi—."
Mi addit• Salvatore, il quale ci aveva visto a sua volta. Notai una lieve
esitazione nel suo passo come se, desiderando evitarci, si fosse arrestato per
invertire il cammino. Fu un attimo. Evidentemente si era reso conto che non poteva
sottrarsi all'incontro, e riprese la sua marcia. Si rivolse a noi con un vasto
sorriso e un "benedicite" alquanto untuoso. Il mio maestro quasi non lo lasci•
finire e gli parl• in tono brusco.
"Sai che domani arriva qui l'inquisizione?" gli domand•.
Salvatore non ne parve contento. Con un filo di voce chiese: "E mi?"
"E tu farai bene a dire la verit… a me, che sono amico tuo, e sono frate minore
come tu sei stato, piuttosto che dirla domani a quelli, che conosci benissimo."
Assalito cos bruscamente, Salvatore parve abbandonare ogni resistenza. Guard• con
aria sottomessa Guglielmo come per fargli capire che era pronto a dirgli quel che
gli avesse chiesto.
"Questa notte c'era in cucina una donna. Chi era con lei?"
"Oh, femena che vendese como mercandia, no po' unca bon essere, n aver cortesia,
recit• Salvatore.
"Non voglio sapere se era una brava ragazza. Voglio sapere chi c'era con lei!"
"Deu, quanto son le femene de malveci scaltride! Pensano d e note como l'omo
schernisca..."
Guglielmo lo afferr• bruscamente per il petto: "Chi c'era con lei, tu o il
cellario?"
Salvatore cap che non poteva mentire pi— a lungo. Cominci• a raccontare una strana
storia, dalla quale faticosamente apprendemmo che lui, per compiacere il cellario,
gli procacciava ragazze al villaggio, facendole entrare nottetempo nella cinta per
vie che non ci volle dire. Ma spergiur• che agiva per puro buon cuore, lasciando
trasparire un comico rammarico per il fatto che non trovava modo di trarne anche il
suo piacere, in modo che la ragazza, dopo aver accontentato il cellario, desse
qualcosa anche a lui. Disse tutto questo con viscidi e lubrichi sorrisi, e
ammicchii, come a lasciar intendere che parlava a uomini fatti di carne, adusi alle
stesse pratiche. E mi guardava di sottecchi, n‚ io potevo rintuzzarlo come avrei
voluto, perch‚ mi sentivo legato a lui da un segreto comune, suo complice e
compagno di peccato.
Guglielmo decise a quel punto di tentare il tutto per tutto. Gli chiese di colpo:
"Hai conosciuto Remigio prima o dopo essere stato con Dolcino?" Salvatore gli si
inginocchi• ai piedi pregandolo tra le lacrime di non volerlo perdere e di salvarlo
dall'inquisizione, Guglielmo gli giur• solennemente di non dire a nessuno quanto
avrebbe saputo, e Salvatore non esit• a consegnare il cellario alla nostra merc‚.
Si erano conosciuti alla Parete Calva, entrambi della banda di Dolcino, col
cellario era fuggito ed entrato nel convento di Casale, con lui si era trasferito
tra i cluniacensi. Biascicava implorazioni di perdono, ed era chiaro che da lui non
si sarebbe potuto sapere di pi—. Guglielmo decise che valeva la pena di prendere di
sorpresa Remigio, e lasci• Salvatore, che corse a rifugiarsi in chiesa.
Il cellario era dalla parte opposta dell'abbazia, davanti ai granai, e stava
contrattando con alcuni villici della valle. Ci guard• con apprensione, e cerc• di
mostrarsi molto indaffarato, ma Guglielmo insistette per parlare con lui. Sino ad
allora avevamo avuto con quell'uomo pochi contatti; lui era stato cortese con noi,
noi con lui. Quella mattina Guglielmo gli si rivolse come avrebbe fatto con un
confratello del suo ordine. Il cellario parve imbarazzato di quella confidenza e
rispose da principio con molta prudenza.
"Per le ragioni del tuo ufficio tu sei evidentemente costretto ad aggirarti per
l'abbazia anche quando gli altri dormono, immagino," disse Guglielmo.
"Dipende," rispose Remigio, "talora vi sono piccole faccende da sbrigare e vi debbo
dedicare qualche ora di sonno."
"Non ti Š accaduto nulla, in questi casi, che possa indicarci chi si aggirasse,
senza avere le tue giustificazioni, tra la cucina e la biblioteca?"
"Se avessi visto qualcosa l'avrei detto all'Abate."
"Giusto," convenne Guglielmo, e cambi• bruscamente discorso: "Il villaggio a valle
non Š molto ricco, vero?"
"S e no," rispose Remigio, "vi abitano dei prebendari che dipendono dall'abbazia e
costoro condividono la nostra ricchezza, nelle annate grasse. Per esempio il giorno
di San Giovanni hanno ricevuto dodici moggi di malto, un cavallo, sette buoi, un
toro, quattro giovenche, cinque vitelli, venti pecore, quindici maiali, cinquanta
polli e diciassette alveari. E poi venti maiali affumicati, ventisette forme di
strutto, mezza misura di miele, tre misure di sapone, una rete da pesca..."
"Ho capito, ho capito," interruppe Guglielmo, "ma ammetterai che questo non mi dice
ancora quale sia la situazione del villaggio, quali tra gli abitanti siano
prebendari dell'abbazia, e quanta terra abbia da coltivare in proprio chi non Š
prebendario..."
"Oh, per questo," disse Remigio, "una famiglia normale laggi— possiede anche
cinquanta tavole di terreno."
"Quanto Š una tavola?"
"Naturalmente, quattro trabucchi quadri."
"Trabucchi quadri? Quanto sono?"
"Trentasei piedi quadri a trabucco. O se vuoi, ottocento trabucchi lineari fanno un
miglio piemontese. E calcola che una famiglia nelle
terre verso mezzanotte pu•
coltivare olivi per almeno mezzo sacco di olio."
"Mezzo sacco?"
"S , un sacco fa cinque emine, e una emina fa otto coppe."
"Ho capito," disse scoraggiato il mio maestro. "Ogni paese ha le sue misure. Voi
per esempio il vino lo misurate a boccali?"
"O a rubbie. Sei rubbie, una brenta e otto brente un boccale. Se vuoi, un rubbo Š
di sei pinte da due boccali."
"Credo di aver le idee chiare," disse Guglielmo rassegnato.
"Desideri sapere altro?" chiese Remigio, con un tono che mi parve di sfida.
"S ! Ti domandavo su come vivano a valle, perch‚ meditavo oggi in biblioteca sulle
prediche alle donne di Umberto da Romans, e in particolare su quel capitolo "Ad
mulieres pauperes in villulis". Dove dice che esse pi— di altre sono tentate ai
peccati della carne, a causa della loro miseria, e saggiamente dice che esse
peccant enim mortaliter, cum peccant cum quocumque laico, mortalius vero quando cum
Clerico in sacris ordinibus constituto, maxime vero quando cum Religioso mundo
mortuo. Tu sai meglio di me che anche in luoghi santi come le abbazie le tentazioni
del demone meridiano non mancano mai. Mi chiedevo se nei tuoi contatti con la gente
del villaggio fossi venuto ad apprendere che alcuni monaci, Dio non volesse,
abbiano indotto alcune fanciulle in fornicazione.
Bench‚ il mio maestro dicesse queste cose con tono quasi distratto, il mio lettore
avr… capito come quelle parole turbassero il povero cellario. Non so dire se
impallid , ma dir• che tanto mi attendevo che impallidisse che lo vidi impallidire.
"Mi chiedi cose che, se le sapessi, avrei gi… detto all'Abate," rispose umilmente.
"In ogni caso se, come immagino, queste notizie servono alla tua indagine, non ti
tacer• nulla di quanto possa apprendere. Anzi, ora che mi fai pensare, a proposito
della tua prima domanda... La notte in cui mor il povero Adelmo, io circolavo per
la corte... sai, una storia di galline... voci che avevo raccolto su un qualche
maniscalco che nottetempo andava a rubacchiare nel pollaio... Ecco, quella notte mi
accadde di vedere da
lontano, non potrei giurare Berengario
che rientrava al
dormitorio costeggiando il coro, come se provenisse dall'Edificio... Non me ne
stupii, perch‚ tra i monaci si mormorava da tempo su Berengario, forse l'hai
saputo.. "
"No, dimmi."
"Bene, come dire? Berengario era sospettato di nutrire passioni che... non si
convengono a un monaco..."
"Vuoi forse suggerirmi che aveva rapporti con ragazze del villaggio, come ti stavo
domandando?"
Il cellario toss imbarazzato, ed ebbe un sorriso piuttosto laido: "Oh no...
passioni ancora pi— sconvenienti..."
"Perch‚ un monaco che si diletti carnalmente con fanciulle del villaggio esercita
invece passioni in qualche modo convenienti?"
"Non ho detto questo, ma tu mi insegni che c'Š una gerarchia nella depravazione
come c'Š nella virt—. La carne pu• essere tentata secondo natura e... contro
natura.
"Tu mi stai dicendo che Berengario era mosso da desideri carnali per uomini del suo
sesso?"
"Io dico che cos si mormorava di lui... Ti comunicavo queste cose come, prova
della mia sincerit… e della mia buona volont…..."
"E io ti ringrazio. E convengo con te che il peccato di sodomia Š ben peggiore di
altre forme di lussuria, sulle quali francamente non sono portato a investigare...
"Miserie, miserie, quand'anche si verificassero," disse con filosofia il cellario.
"Miserie, Remigio. Siamo tutti peccatori. Non cercherei mai la pagliuzza
nell'occhio del fratello, tanto temo di avere una gran trave nel mio. Ma ti sar•
grato per tutte le travi di cui mi vorrai parlare in futuro. Cos ci intratterremo
su grandi e robusti tronchi di legno e lasceremo che le pagliuzze volteggino
nell'aria. Quanto dicevi che Š un trabucco?"
"Trentasei piedi quadri. Ma non affannarti. Quando vorrai sapere qualcosa di
preciso verrai da me. Fai conto di avere in me un amico fedele."
"Tale io ti considero," disse Guglielmo con calore. "Ubertino mi ha detto che un
tempo appartenevi al mio stesso ordine. Non tradirei mai un antico confratello,
specie in questi giorni in cui si sta attendendo l'arrivo di una legazione
pontificia condotta da un grande inquisitore, famoso per aver bruciato tanti
dolciniani. Dicevi che un trabucco fa trentasei piedi quadri?"
Il cellario non era uno sciocco. Decise che non valeva pi— la pena di giocare al
gatto e al topo, tanto pi— che si accorgeva di essere il topo.
"Frate Guglielmo," disse, "vedo che tu sai molte pi— cose di quanto io non
immaginassi. Non tradirmi, e io non ti tradir•. E' vero, sono un povero uomo
carnale, e cedo alle lusinghe della carne. Salvatore mi ha detto che tu o il tuo
novizio ieri sera li avete sorpresi in cucina. Tu hai viaggiato molto, Guglielmo,
sai che neppure i cardinali di Avignone sono modelli di virt—. So che non Š per
questi piccoli e miserabili peccati che stai interrogandomi. Ma capisco anche che
hai appreso qualcosa sulla mia storia di un tempo. Ho avuto una vita bizzarra, come
accadde a molti di noi minoriti. Anni fa ho creduto nell'ideale di povert…, ho
abbandonato la comunit… per darmi a vita randagia. Ho creduto alla predicazione di
Dolcino, come molti altri come me. Non sono un uomo colto, ho ricevuto gli ordini
ma so appena dir messa. So poco di teologia. E forse non riesco neppure ad
affezionarmi alle idee. Vedi, un tempo ho tentato di ribellarmi ai signori, ora li
servo e per il signore di queste terre comando a quelli come me. O ribellarsi o
tradire, Š data poca scelta a noi semplici."
"Talora i semplici capiscono le cose meglio dei dotti," disse Guglielmo.
"Forse," rispose il cellario con una alzata di spalle. "Ma non so neppure perch‚ ho
fatto quello che ho fatto, allora. Vedi, per Salvatore era comprensibile, veniva
dai servi della gleba, da una infanzia di carestie e di malattie... Dolcino
rappresentava la ribellione, e la distruzione dei signori. Per me Š stato diverso,
ero di famiglia cittadina, non sfuggivo alla fame. E' stata... non so come dire,
una festa dei folli, un bel carnevale... Sui monti con Dolcino, prima che fossimo
ridotti a mangiare la carne dei nostri compagni morti in battaglia, prima che ne
morissero tanti di stenti che non si poteva mangiarli tutti, e si gettavano in
pasto agli uccelli e alle fiere sulle pendici del Rebello... o forse anche in
questi momenti... respiravamo un'aria... posso dire di libert…? Non sapevo prima
cosa fosse la libert…, i predicatori ci dicevano: 'La verit… vi far… liberi.' Ci
sentivamo liberi, pensavamo che fosse la verit…. Pensavamo che tutto quello che
facevamo fosse giusto..."
"E laggi— avete preso... a unirvi liberamente con una donna?" chiesi, e non so
neppure perch‚, ma mi ossessionavano dalla notte innanzi le parole di Ubertino, e
quello che avevo letto nello scriptorium, e gli stessi casi che mi erano accaduti.
Guglielmo mi guard• incuriosito. probabilmente non si attendeva che fossi cos
ardimentoso, e impudente. Il cellario mi fiss• come se fossi uno strano animale.
"Sul Rebello," disse, "c'era gente che per tutta l'infanzia avevan dormito, in
dieci e pi—, in pochi cubiti di stanza, fratelli e sorelle, padri e figlie. Cosa
vuoi che fosse per loro accettare questa nuova situazione? Facevano per elezione
quello che prima avevano fatto per necessit…. E poi di notte, quando temi l'arrivo
delle squadre nemiche e ti stringi vicino al tuo compagno, sulla terra, per non
sentire freddo... Gli eretici: voi monacelli che venite da un castello e finite in
una abbazia, credete che sia un modo di pensare, ispirato dal demonio. Invece Š un
modo di vivere, ed Š... ed Š stata... una esperienza nuova... Non c'erano pi—
padroni e Dio, ci dicevano, era con noi. Non dico che avessimo ragione, Guglielmo,
e infatti mi vedi qui, perch‚ li abbandonai ben presto. Ma Š che non ho mai capito
le vostre dispute dotte sulla povert… di Cristo e l'uso e il fatto e il diritto...
Te l'ho detto, Š stato un gran carnevale, e a carnevale si fanno le cose alla
rovescia. Poi diventi vecchio, non diventi saggio, ma diventi ghiottone. E qui
faccio il ghiottone... Puoi condannare un eretico, ma vuoi condannare un
ghiottone?"
"Basta cos , Remigio," disse Guglielmo. "Non ti interrogo per quello che Š successo
allora, ma per quello che Š accaduto di recente. Aiutami, e io non cercher• certo
la tua rovina. Non posso e non voglio giudicarti. Ma mi devi dire cosa sai sui
fatti dell'abbazia. Giri troppo, di notte e di giorno, per non sapere qualcosa. Chi
ha ucciso Venanzio?"
"Non lo so, te lo giuro. So quando Š morto, e dove."
"Quando? Dove?"
"Lasciami raccontare. Quella notte, un'ora dopo compieta, sono entrato in
cucina..."
"Da dove, e per quali ragioni?"
"Dalla porta verso l'orto. Ho una chiave che da tempo mi son fatto fare dai fabbri.
La porta della cucina Š l'unica che non sia sbarrata dall'interno. E le ragioni...
non contano, hai detto tu stesso che non vuoi accusarmi per le debolezze della mia
carne..." Sorrise imbarazzato. "Ma non vorrei nemmeno che credessi che passo i miei
giorni nella fornicazione... Quella sera cercavo cibo da regalare alla ragazza che
Salvatore doveva far entrare nella cinta..."
"Da dove?"
"Oh, la cinta delle mura ha altre entrate, oltre al portale. Le conosce l'Abate, le
conosco io... Ma quella sera la ragazza non venne, la rimandai indietro proprio a
causa di quello che scoprii, e che sto per raccontarti. Ecco perch‚ tentai di farla
tornare ieri notte. Se voi foste giunti un poco dopo avreste trovato me invece di
Salvatore, fu lui ad avvertirmi che c'era gente nell'Edificio, e io tornai nella
mia cella..."
"Torniamo alla notte tra domenica e luned ."
"Ecco: io entrai in cucina e vidi per terra Venanzio, morto."
"In cucina?"
"S , vicino all'acquaio. Forse era appena disceso dallo scriptorium."
"Nessuna traccia di lotta?"
"Nessuna. O meglio, vicino al corpo c'era una tazza infranta, e segni di acqua per
terra."
"Perch‚ sai che era acqua?"
"Non lo so. Ho pensato che fosse acqua. Cosa poteva essere?"
Come Guglielmo mi fece osservare dopo, quella tazza poteva significare due cose
diverse. O proprio l in cucina qualcuno aveva dato da bere a Venanzio una pozione
velenosa, o il poveretto aveva gi… ingerito il veleno (ma dove? e quando?) ed era
sceso a bere per calmare un'improvvisa arsura, uno spasimo, un dolore che gli
bruciava le viscere, o la lingua (ch‚ certamente la sua doveva essere nera come
quella di Berengario).
In ogni caso per il momento non si poteva sapere di pi—. Scorto il cadavere, e
terrorizzato, Remigio si era chiesto cosa fare, e aveva risolto di non fare nulla.
A chiedere soccorso, avrebbe dovuto ammettere di aver vagato durante la notte per
l'Edificio, n‚ avrebbe giovato al confratello ormai perduto. Pertanto aveva risolto
di lasciare le cose cos come erano, attendendo che qualcuno scoprisse il corpo il
mattino dopo, all'apertura delle porte. Era corso a trattenere Salvatore, che gi…
stava facendo penetrare la ragazza nell'abbazia, poi lui
e il suo complice se
ne erano tornati a dormire, se mai sonno si poteva chiamare la veglia agitata che
ebbero sino a mattutino. E a mattutino, quando i porcai vennero ad avvertire
l'Abate, Remigio credeva che il cadavere fosse stato scoperto dove lui l'aveva
lasciato, ed era rimasto allibito scoprendolo nella giara. Chi aveva fatto sparire
il cadavere dalla cucina? Su questo Remigio non aveva nessuna idea.
"L'unico che pu• muoversi liberamente per l'Edificio Š Malachia," disse Guglielmo.
Il cellario reag con energia: "No, Malachia no. CioŠ, non credo... In ogni caso
non sono io che ti ho detto qualcosa contro Malachia..."
"Stai tranquillo, qualsiasi sia il debito che ti lega a Malachia. Sa qualcosa di
te?"
"S ," arross il cellario, "e si Š comportato da uomo discreto. Fossi in te io
sorveglierei Bencio. Aveva strani legami con Berengario e Venanzio. Ma ti giuro,
non ho visto altro. Se sapr• qualcosa te lo dir•."
"Per ora pu• bastare. Torner• da te se ne avr• bisogno."
Il cellario, evidentemente sollevato, torn• ai suoi traffici, redarguendo
aspramente i villici che frattanto avevano spostato non so quali sacchi di sementi.
In quel mentre ci raggiunse Severino. Portava in mano le lenti di Guglielmo, quelle
che gli erano state sottratte due notti prima. "Li ho trovati nel saio di
Berengario," disse. "Li ho visti sul tuo naso, l'altro giorno nello scriptorium.
Sono i tuoi, vero?"
"Dio sia lodato," esclam• gioiosamente Guglielmo. "Abbiamo risolto due problemi! Ho
le mie lenti e so finalmente di sicuro che era Berengario l'uomo che ci derub•
l'altra notte nello scriptorium!"
Avevamo appena finito di parlare che arriv• di corsa Nicola da Morimondo, pi—
trionfante ancora di Guglielmo. Teneva nelle mani un paio di lenti finite, montate
sulla loro forcella: "Guglielmo," gridava, "ce l'ho fatta da solo, li ho finiti,
credo che funzionino!" Poi vide che Guglielmo aveva altre lenti sul volto e rimase
di sasso. Guglielmo non volle umiliarlo, si tolse le sue vecchie lenti e misur• le
nuove: "Sono migliori delle altre," disse. "Vuol dire che terr• le vecchie di
riserva, e porter• sempre le tue." Poi si volse a me: "Adso, ora mi ritiro in cella
a leggere quelle carte che sai. Finalmente! Aspettami da qualche parte. E grazie,
grazie a voi tutti fratelli carissimi."
Suonava l'ora terza e mi portai in coro, a recitar con gli altri l'inno, i salmi, i
versetti e il "Kyrie". Gli altri pregavano per l'anima del morto Berengario. Io
ringraziavo Iddio di averci fatto ritrovare non uno ma due paia di lenti.
Per la grande serenit…, dimenticate tutte le brutture che avevo viste e udite, mi
assopii, risvegliandomi quando l'ufficio ebbe termine. Mi resi conto che quella
notte non avevo dormito e mi turbai pensando che avevo anche usato molto delle mie
forze. E a quel punto, uscito all'aperto, il mio pensiero cominci• a essere
ossessionato dal ricordo della fanciulla.
Cercai di distrarmi, e mi misi a muovere in fretta per il pianoro. Provavo un senso
di lieve vertigine. Battevo le mani intirizzite l'una contro l'altra. Pestavo i
piedi per terra. Avevo ancora sonno, eppure mi sentivo sveglio e pieno di vita. Non
capivo cosa mi stesse accadendo.
Terza.
Dove Adso si dibatte nei patimenti d'amore, poi arriva Guglielmo col testo di
Venanzio, che continua a rimanere indecifrabile anche dopo esser stato decifrato.
In verit…, dopo il mio incontro peccaminoso con la fanciulla, gli altri terribili
avvenimenti mi avevano fatto quasi dimenticare quella vicenda, e d'altra parte,
subito dopo essermi confessato a frate Guglielmo, il mio animo si era sgravato del
rimorso che avevo avvertito al risveglio dopo il mio colpevole cedimento, tanto che
mi era parso di aver consegnato al frate, con le parole, lo stesso fardello di cui
esse erano la voce significativa. A che altro serve infatti il benefico lavacro
della confessione, se non a scaricare il peso del peccato, e del rimorso che
comporta, nel seno stesso di Nostro Signore, ottenendo con il perdono una nuova
aerea leggerezza dell'anima, cos da dimenticare il corpo martoriato dalla
nequizia? Ma non di tutto mi ero liberato. Ora che passeggiavo al sole pallido e
freddo di quella mattinata invernale, circondato dal fervore degli uomini e degli
animali, cominciavo a ricordare gli avvenimenti passati in modo diverso. Come se di
tutto quanto era accaduto non rimanessero pi— il pentimento e le parole
consolatrici del lavacro penitenziale, ma solo immagini di corpi e di umane membra.
Mi balzava alla mente sovreccitata il fantasma di Berengario gonfio di acqua, e
rabbrividivo di ribrezzo e piet…. Poi, come per fugare quel lemure, la mia mente si
rivolgeva ad altre immagini di cui la memoria fosse fresco ricettacolo, e non
potevo evitare di vedere, evidente ai miei occhi (agli occhi dell'anima, ma quasi
come se apparisse innanzi agli occhi carnali), l'immagine della fanciulla, bella e
terribile come esercito schierato in battaglia.
Mi sono ripromesso (vecchio amanuense di un testo mai scritto prima d'ora ma che
per lunghi decenni ha parlato nella mia mente) di essere cronista fedele, e non
solo per amore della verit…, n‚ per il desiderio (peraltro degnissimo) di
ammaestrare i miei lettori futuri; ma anche per liberare la mia memoria appassita e
stanca di visioni che per tutta la vita l'hanno affannata. E quindi devo dire
tutto, con decenza ma senza vergogna. E devo dire, ora, e a chiare lettere, quello
che allora pensai e quasi tentai di nascondere a me stesso, passeggiando per il
pianoro, mettendomi talvolta a correre per potere attribuire al moto del corpo i
battiti improvvisi del mio cuore, soffermandomi ad ammirare le opere dei villani e
illudendomi di distrarmi nella loro contemplazione, aspirando l'aria fredda a pieni
polmoni, come fa chi beve del vino per dimenticare timore o dolore.
Invano. Io pensavo alla fanciulla. La mia carne aveva dimenticato il piacere,
intenso, peccaminoso e passeggero (cosa vile) che mi aveva dato il congiungermi con
lei; ma la mia anima non aveva dimenticato il suo volto, e non riusciva a sentire
perverso questo ricordo, anzi palpitava come se in quel volto risplendessero tutte
le dolcezze del creato.
Avvertivo, in modo confuso e quasi negando a me stesso la verit… di quanto sentivo,
che quella povera, lercia, impudente creatura che si vendeva (chiss… con quanta
proterva costanza) ad altri peccatori, quella figlia di Eva che, debolissima come
tutte le sue sorelle, aveva tante volte fatto commercio della propria carne, era
tuttavia un qualcosa di splendido e mirifico. Il mio intelletto la sapeva fomite di
peccato, il mio appetito sensitivo l'avvertiva come ricettacolo di ogni grazia. E'
difficile dire cosa provassi. Potrei tentare di scrivere che, ancora preso dalle
trame del peccato, desideravo, colpevolmente, di vederla apparire a ogni istante, e
quasi spiavo il lavoro degli operai per scrutare se dall'angolo di una capanna, dal
buio di una stalla, apparisse quella figura che mi aveva sedotto. Ma non scriverei
il vero, oppure tenterei di porre un velo alla verit… per attenuarne la forza e
l'evidenza. Perch‚ la verit… Š che io "vedevo" la fanciulla, la vedevo nei rami
dell'albero spoglio che palpitavano leggermente quando un passero intirizzito
volava a cercarvi rifugio; la vedevo negli occhi delle giovenche che uscivano dalla
stalla, e la udivo nel belato degli agnelli che incrociavano il mio errare. Era
come se tutto il creato mi parlasse di lei, e desideravo, s , di rivederla, ma ero
pur pronto ad accettare l'idea di non rivederla mai pi—, e di non congiungermi mai
pi— con lei, purch‚ potessi godere del gaudio che mi pervadeva quel mattino, e
averla sempre vicina anche se fosse stata, e per l'eternit…, lontana. Era, ora
cerco di capire, come se tutto l'universo mondo, che chiaramente Š quasi un libro
scritto dal dito di Dio, in cui ogni cosa ci parla dell'immensa bont… del suo
creatore, in cui ogni creatura Š quasi scrittura e specchio della vita e della
morte, in cui la pi— umile rosa si fa glossa del nostro cammino terreno, tutto
insomma, di altro non mi parlasse se non del volto che avevo a mala pena intravisto
nelle ombre odorose della cucina. Indulgevo a queste fantasie perch‚ mi dicevo (o
meglio non mi dicevo, perch‚ in quel momento non formulavo pensieri traducibili in
parole) che se il mondo intero Š destinato a parlarmi della potenza, bont…, e
saggezza del creatore, e se quel mattino il mondo intero mi parlava della fanciulla
che (per peccatrice che fosse) era pur sempre un capitolo del gran libro del
creato, un versetto del grande salmo cantato dal cosmo mi
dicevo (ora dico), che
se questo avveniva non poteva non far parte del grande disegno teofanico che regge
l'universo, disposto a modo di cetra, miracolo di consonanza e di armonia. Quasi
inebriato, godevo allora della presenza di lei nelle cose che vedevo, e in esse
desiderandola, nella vista di esse mi appagavo. E pure sentivo come un dolore,
perch‚ al tempo stesso soffrivo di un'assenza, pur essendo felice di tanti fantasmi
di una presenza. Mi riesce difficile spiegare questo mistero di contraddizione,
segno che l'animo umano Š assai fragile e non procede mai dirittamente lungo i
sentieri della ragione divina, che ha costruito il mondo come un perfetto
sillogismo, ma di questo sillogismo coglie solo proposizioni isolate e sovente
disconnesse, donde la nostra facilit… a cadere vittima delle illusioni del maligno.
Era illusione del maligno quella che quella mattina mi rendeva cos commosso? Penso
oggi che lo fosse, perch‚ ero novizio, ma penso che l'umano sentimento che mi
agitava non fosse cattivo in s‚, ma solo in riferimento al mio stato. Perch‚ di per
s‚ era il sentimento che muove l'uomo verso la donna affinch‚ l'uno si congiunga
con l'altra, come vuole l'apostolo delle genti, ed entrambi siano carne di una sola
carne, e insieme procreino nuovi esseri umani e si assistano mutuamente dalla
giovent— alla vecchiaia. Solo che l'apostolo cos parl• per coloro che cercano il
rimedio alla concupiscenza e a chi non voglia bruciare, ricordando per• che ben pi—
preferibile Š lo stato di castit…, a cui io monaco mi ero consacrato. E quindi io
pativo quella mattina ci• che era male per me, ma per altri forse era bene, e bene
dolcissimo, per cui ora capisco che il mio turbamento non era dovuto alla pravit…
dei miei pensieri, in s‚ degni e soavi, ma alla pravit… del rapporto tra i miei
pensieri e i voti che avevo pronunciato. E quindi facevo male a godere di una cosa
buona sotto una certa ragione, cattiva sotto un'altra, e il mio difetto stava nel
tentare di conciliare con l'appetito naturale i dettami dell'anima razionale. Ora
so che soffrivo del contrasto tra l'appetito elicito intellettivo, dove avrebbe
dovuto manifestarsi l'imperio della volont…, e l'appetito elicito sensitivo,
soggetto delle umane passioni. Infatti actus appetitus sensitivi in quantum habent
transmutationem corporalem annexam, passiones dicuntur, non autem actus voluntatis.
E il mio atto appetitivo era per l'appunto accompagnato da un tremore di tutto il
corpo, da un impulso fisico a gridare e ad agitarmi. L'angelico dottore dice che le
passioni in s‚ non sono cattive, salvo che van moderate dalla volont… guidata
dall'anima razionale. Ma la mia anima razionale era in quel mattino sopita dalla
stanchezza la quale teneva a freno l'appetito irascibile, che si rivolge al bene e
al male in quanto termini di conquista, ma non l'appetito concupiscibile, che si
rivolge al bene e al male in quanto conosciuti. A giustificare la mia
irresponsabile leggerezza di allora dir• oggi, e con le parole del dottore
angelico, che ero indubbiamente preso di amore, che Š passione ed Š legge cosmica,
perch‚ anche la gravit… dei corpi Š amore naturale. E da questa passione ero
naturalmente sedotto, perch‚ in questa passione appetitus tendit in appetibile
realiter consequendum ut sit ibi finis motus. Per cui naturalmente amor facit quod
ipsae res quae amantur, amanti aliquo modo uniantur et amor est magis cognitivus
quam cognitio. Infatti io ora vedevo la fanciulla meglio di quanto l'avessi vista
la sera prima, e la capivo intus et in cute perch‚ in essa capivo me e in me essa
stessa. Mi chiedo ora se quello che provavo fosse l'amore di amicizia, in cui il
simile ama il simile e vuole solo il bene altrui, o amore di concupiscenza, in cui
si vuole il proprio bene e il mancante vuole solo ci• che lo completa. E credo che
amore di concupiscenza fosse stato quello della notte, in cui volevo dalla
fanciulla qualcosa che non avevo mai avuto, mentre in quella mattina dalla
fanciulla non volevo nulla, e volevo solo il suo bene, e desideravo che essa fosse
sottratta alla crudele necessit… che la piegava a darsi per poco cibo, e fosse
felice, n‚ volevo chiederle pi— nulla ma solo continuare a pensarla e vederla nelle
pecore, nei buoi, negli alberi, nella luce serena che avvolgeva di gaudio la cinta
dell'abbazia.
Ora so che causa dell'amore Š il bene e ci• che Š bene si definisce per conoscenza,
e non si pu• amare se non ci• che si Š appreso come bene, mentre la fanciulla
l'avevo appresa, s , come bene dell'appetito irascibile, ma come male della
volont…. Ma allora ero in preda a tanti e tanto contrastanti moti dell'animo perch‚
ci• che provavo era simile all'amore pi— santo proprio come lo descrivono i
dottori: esso mi produceva l'estasi, in cui amante e amato vogliono la stessa cosa
(e per misteriosa illuminazione io in quel momento sapevo che la fanciulla,
dovunque essa fosse, voleva le stesse cose che io stesso volevo), e per essa io
provavo gelosia, ma non quella cattiva, condannata da Paolo nella prima ai corinzi,
che Š principium contentionis, e non ammette consortium in amato, ma quella di cui
parla Dionigi nei "Nomi Divini", per cui anche Dio Š detto geloso propter multum
amorem quem habet ad existentia (e io amavo la fanciulla proprio perch‚ essa
esisteva, ed ero lieto, non invidioso, che essa esistesse). Ero geloso nel modo in
cui per l'angelico dottore la gelosia Š motus in amatum, gelosia di amicizia che
induce a muoversi contro tutto ci• che nuoce all'amato (e io altro non
fantasticavo, in quell'istante, che di liberare la fanciulla dal potere di chi ne
stava comprando le carni insozzandola con le proprie passioni nefaste).
Ora so, come dice il dottore, che l'amore pu• ledere l'amante quando sia eccessivo.
E il mio era eccessivo. Ho tentato di spiegare cosa allora provassi, non tento per
nulla di giustificare quanto provavo. Parlo di quelli che furono i miei colpevoli
ardori di giovent—. Erano male, ma la verit… mi impone di dire che allora li
avvertii come estremamente buoni. E questo valga ad ammaestrare chi, come me,
incapper… nelle reti della tentazione. Oggi, vegliardo, conoscerei mille modi di
sfuggire a tali seduzioni (e mi chiedo quanto debba esserne fiero, dappoich‚ sono
libero dalle tentazioni del demone meridiano; ma non libero da altre, tal che mi
chiedo se quanto sto ora facendo non sia colpevole acquiescenza alla passione
terrestre della rimemorazione, stolido tentativo di sfuggire al flusso del tempo, e
alla morte).
Allora, mi salvai quasi per istinto miracoloso. La fanciulla mi appariva nella
natura e nelle umane opere che mi circondavano. Cercai quindi, per felice intuito
dell'anima, di immergermi nella distesa contemplazione di quelle opere. Osservai il
lavoro dei vaccari che stavano portando i buoi fuori della stalla, dei porcai che
recavano cibo ai maiali, dei pastori che aizzavano i cani a riunire le pecore, dei
contadini che portavano farro e miglio ai mulini e ne uscivano con sacchi di buon
cibo. Mi immersi nella contemplazione della natura, cercando di dimenticare i miei
pensieri e cercando di guardare solo gli esseri come essi ci appaiono, e di
obliarmi nella loro visione, giocondamente.
Come era bello lo spettacolo della natura non ancora toccato dalla sapienza, spesso
perversa, dell'uomo!
Vidi l'agnello, a cui Š stato dato questo nome quasi in riconoscimento della sua
purezza e bont…. Infatti il nome "agnus" deriva dal fatto che questo animale
"agnoscit", riconosce la propria madre, e ne riconosce la voce in mezzo al gregge
mentre la madre tra tanti agnelli d'identica forma e di identico belato riconosce
sempre e soltanto il figlio suo, e lo nutre. Vidi la pecora, che "ovis" Š detta "ab
oblatione" perch‚ serviva sin dai primi tempi ai riti sacrificali; la pecora che,
come Š suo costume, sul far dell'inverno, cerca l'erba con avidit… e si riempie di
foraggio prima che i pascoli siano bruciati dal gelo. E le greggi erano sorvegliate
dai cani, cos chiamati da "canor" a causa del loro latrato. Animale perfetto tra
gli altri, con doti superiori di acutezza, il cane riconosce il proprio padrone, ed
Š addestrato alla caccia alle fiere nei boschi, alla guardia delle greggi contro i
lupi, protegge la casa e i piccoli del padrone suo, e talora in tale funzione di
difesa viene ucciso. Il re Garamante, che era stato tradotto in prigionia dai suoi
nemici, era stato riportato in patria da una muta di duecento cani che si fecero
strada in mezzo alle schiere avversarie; il cane di Giasone Licio, dopo la morte
del padrone, continu• a rifiutare cibo sino a morire d'inedia; quello del re
Lisimaco si gett• sul rogo del proprio padrone per morire con lui. Il cane ha il
potere di risanare le ferite lambendole con la lingua e la lingua dei suoi cuccioli
pu• guarire le lesioni intestinali. Per natura Š solito utilizzare due volte lo
stesso cibo, dopo averlo vomitato. Sobriet… che Š simbolo di perfezione di spirito,
cos come il potere taumaturgico della sua lingua Š simbolo della purificazione dei
peccati ottenuta attraverso la confessione e la penitenza. Ma che il cane ritorni a
ci• che ha vomitato Š anche segno che, dopo la confessione, si ritorna agli stessi
peccati di prima, e questa moralit… mi fu assai utile quel mattino per ammonire il
mio cuore, mentre ammiravo le meraviglie della natura.
Frattanto il mio passo mi portava alle stalle dei buoi, che stavano uscendo in
quantit… guidati dai loro bovari. Mi parvero subito quali erano e sono, simboli di
amicizia e bont…, perch‚ ogni bue sul lavoro si volge a cercare il proprio compagno
di aratro, se per caso esso in quel momento sia assente, e a esso si rivolge con
affettuosi muggiti. I buoi imparano ubbidienti a ritornare da soli alla stalla
quando piove, e quando si riparano alla greppia allungano continuamente il capo per
guardare fuori se il maltempo sia cessato, perch‚ ambiscono di ritornare al lavoro.
E coi buoi uscivano in quel momento dalle stalle i vitellini che, femmine e maschi,
traggono il loro nome dalla parola "viriditas" o anche da "virgo", perch‚ a quella
et… essi sono ancora freschi, giovani e casti, e male avevo fatto e facevo, mi
dissi, a vedere nelle loro movenze graziose una immagine della fanciulla non casta.
A queste cose pensai, riappacificato col mondo e con me stesso, osservando il gaio
lavoro dell'ora mattutina. E non pensai pi— alla fanciulla, ovvero mi sforzai di
trasformare l'ardore che provavo per essa in un senso di interiore gaiezza e di
pace devota.
Mi dissi che il mondo era buono, e ammirevole. Che la bont… di Dio Š manifestata
anche dalle bestie pi— orride, come spiega Onorio Augustoduniense. E' vero, ci sono
serpenti cos grandi che divorano i cervi e nuotano attraverso l'oceano, vi Š la
bestia cenocroca dal corpo d'asino, le corna di stambecco, il petto e le fauci di
leone, il piede di cavallo ma bisolco come quello del bue, un taglio della bocca
che arriva sino alle orecchie, la voce quasi umana e al posto dei denti un solo
solido osso. E vi Š la bestia manticora, dal volto d'uomo, un triplice ordine di
denti, il corpo di leone, la coda di scorpione, gli occhi glauchi, il colore di
sangue e la voce simile al sibilo dei serpenti, ghiotta di carne umana. E vi son
mostri con otto dita per piede e musi di lupo, unghie adunche, pelle di pecora e
latrato di cane, che diventano neri anzich‚ bianchi con la vecchiaia, e di molto
eccedono la nostra et…. E vi sono creature con occhi sugli omeri e due fori sul
petto in luogo di narici, perch‚ mancano del capo, e altre ancora che abitano lungo
il fiume Gange, che vivono solo dell'odore di un certo pomo, e quando se ne
allontanano, muoiono. Ma anche tutte queste bestie immonde cantano nella loro
variet… le lodi del Creatore e la sua saggezza, come il cane, il bue, la pecora,
l'agnello e la lince. Come Š grande, mi dissi allora, ripetendo le parole di
Vincenzo Belovacense, la pi— umile bellezza di questo mondo, e come piacevole Š per
l'occhio della ragione il considerare attentamente non solo i modi e i numeri e gli
ordini delle cose, cos decorosamente stabiliti per tutto l'universo, ma anche il
volgere dei tempi che incessantemente si dipanano attraverso successioni e cadute,
segnati dalla morte di ci• che Š nato. Confesso, da quel peccatore che sono, con
l'anima da poco ancora prigioniera della carne, che fui mosso allora da spirituale
dolcezza verso il creatore e la regola di questo mondo, e ammirai con gioiosa
venerazione la grandezza e la stabilit… del creato.
In questa buona disposizione di spirito mi trov• il mio maestro quando, trascinato
dai miei piedi e senza rendermene conto, compiuto quasi il periplo dell'abbazia, mi
ritrovai dove ci eravamo lasciati due ore innanzi. L stava Guglielmo, e quanto mi
disse mi distrasse dei miei pensieri e mi volse di nuovo la mente ai tenebrosi
misteri dell'abbazia.
Guglielmo pareva molto contento. Aveva in mano il foglio di Venanzio, che
finalmente aveva decifrato. Andammo nella sua cella, lontano da orecchie
indiscrete, ed egli mi tradusse quello che aveva letto. Dopo la frase in alfabeto
zodiacale (secretum finis Africae manus supra idolum age primum et septimum de
quatuor), ecco cosa diceva il testo greco:
Il veleno tremendo che d… la purificazione...
L'arma migliore per distruggere il nemico...
Usa le persone umili vili e brutte, trai piacere dal loro difetto... Non debbono
morire... Non nelle case dei nobili e dei potenti ma dai villaggi dei contadini,
dopo abbondante pasto e libagioni... Corpi tozzi, visi deformi.
Stuprano vergini e giacciono con meretrici, non malvagi, senza timore.
Una verit… diversa, una diversa immagine della verit…...
I venerandi fichi.
La pietra svergognata rotola per la pianura... Sotto gli occhi.
Bisogna ingannare e sorprendere ingannando, dire le cose all'opposto di quanto si
credeva, dire una cosa e intenderne un'altra.
A essi le cicale canteranno da terra.
Niente altro. A mio giudizio, troppo poco, quasi nulla. Sembravano le
farneticazioni di un demente, e lo dissi a Guglielmo.
"Potrebbe darsi. E appare senz'altro pi— demente di quanto non fosse a causa della
mia traduzione. Conosco il greco abbastanza approssimativamente. E tuttavia, posto
che Venanzio fosse pazzo, o fosse pazzo l'autore del libro, questo non ci direbbe
perch‚ tante persone, e non tutte pazze, si sono date da fare, prima per nascondere
il libro e poi per recuperarlo..."
"Ma le cose che sono scritte qui, provengono dal libro misterioso?"
"Si tratta senz'altro di cose scritte da Venanzio. Lo vedi anche tu, non si tratta
di una pergamena antica. E devono essere appunti presi leggendo il libro,
altrimenti Venanzio non avrebbe scritto in greco. Egli ha certamente ricopiato,
abbreviandole, delle frasi che ha trovato sul volume sottratto al finis Africae. Lo
ha portato nello scriptorium e ha iniziato a leggerlo, annotando ci• che gli pareva
degno di nota. Poi Š accaduto qualcosa. O si Š sentito male, o ha udito qualcuno
salire. Allora ha riposto il libro, con gli appunti, sotto al suo tavolo,
probabilmente ripromettendosi di riprenderlo la sera dopo. In ogni caso Š solo
partendo da questo foglio che potremo ricostruire la natura del libro misterioso,
ed Š solo dalla natura di quel libro che sar… possibile inferire la natura
dell'omicida. Perch‚ in ogni delitto commesso per possedere un oggetto, la natura
dell'oggetto dovrebbe fornirci una idea sia pur pallida della natura
dell'assassino. Se si uccide per un pugno d'oro, l'assassino sar… persona avida, se
per un libro, l'assassino sar… ansioso di custodire per s‚ i segreti di quel libro.
Occorre dunque sapere cosa dice il libro che noi non abbiamo."
"E voi sarete in grado, da queste poche righe, di capire di quale libro si tratta?"
"Caro Adso, queste sembrano le parole di un testo sacro, il cui significato va al
di l… della lettera. Leggendole stamattina, dopo che avevamo parlato con il
cellario, mi ha colpito il fatto che anche qui si fa cenno ai semplici e ai
contadini, come portatori di una verit… diversa da quella dei saggi. Il cellario ha
lasciato capire che qualche strana complicit… lo legava a Malachia. Che Malachia
avesse nascosto qualche pericoloso testo ereticale che Remigio gli aveva
consegnato? Allora Venanzio avrebbe letto e annotato qualche misteriosa istruzione
concernente una comunit… di uomini rozzi e vili in rivolta contro tutto e tutti.
Ma..."
"Ma?"
"Ma due fatti stanno contro questa mia ipotesi. L'uno Š che Venanzio non pareva
interessato a tali questioni: era un traduttore di testi greci, non un predicatore
di eresie... L'altro Š che frasi come quelle dei fichi, della pietra o delle cicale
non verrebbero spiegate da questa prima ipotesi..."
"Forse sono enigmi con un altro significato," suggerii. "Oppure avete un'altra
ipotesi?"
"Ce l'ho, ma Š ancora confusa. Mi pare, leggendo questa pagina, di avere gi… letto
alcune di queste parole, e mi tornano alla mente frasi quasi simili che ho visto
altrove. Mi pare anzi che questo foglio parli di qualcosa di cui si Š gi… parlato
nei giorni scorsi... Ma non ricordo cosa. Devo pensarci su. Forse dovr• leggere
altri libri."
"Come mai? Per sapere cosa dice un libro ne dovete leggere altri?
"Talora si pu• fare cos . Spesso i libri parlano di altri libri. Spesso un libro
innocuo Š come un seme, che fiorir… in un libro pericoloso, o all'inverso, Š il
frutto dolce di una radice amara. Non potresti, leggendo Alberto, sapere cosa
avrebbe potuto dire Tommaso? o leggendo Tommaso sapere cosa avesse detto AverroŠ?"
"E' vero," dissi ammirato. Sino ad allora avevo pensato che ogni libro parlasse
delle cose, umane o divine, che stanno fuori dai libri. Ora mi avvedevo che non di
rado i libri parlano di libri, ovvero Š come si parlassero fra loro. Alla luce di
questa riflessione, la biblioteca mi parve ancora pi— inquietante. Era dunque il
luogo di un lungo e secolare sussurro, di un dialogo impercettibile tra pergamena e
pergamena, una cosa viva, un ricettacolo di potenze non dominabili da una mente
umana, tesoro di segreti emanati da tante menti, e sopravvissuti alla morte di
coloro che li avevano prodotti, o se ne erano fatti tramite.
"Ma allora," dissi "a che serve nascondere i libri, se dai libri palesi si pu•
risalire a quelli occulti?"
"Sull'arco dei secoli non serve a nulla. Sull'arco degli anni e dei giorni serve a
qualcosa. Vedi infatti come noi ci troviamo smarriti."
"E quindi una biblioteca non Š uno strumento per distribuire la verit…, ma per
ritardarne l'apparizione?" chiesi stupito.
"Non sempre e non necessariamente. In questo caso lo Š."
Sesta.
Dove Adso va a cercar tartufi e trova i minoriti in arrivo, questi colloquiano a
lungo con Guglielmo e Ubertino e si apprendono cose molto tristi su Giovanni
Ventiduesimo.
Dopo queste considerazioni il mio maestro decise di non fare pi— nulla. Ho gi…
detto che aveva talvolta di questi momenti di totale mancanza di attivit…, come se
il ciclo incessante degli astri si fosse arrestato, ed egli con esso e con essi.
Cos fece quel mattino. Si distese sul pagliericcio con gli occhi aperti nel vuoto
e le mani incrociate sul petto, muovendo appena le labbra come se recitasse una
preghiera, ma in modo irregolare e senza devozione.
Pensai che pensasse, e risolsi di rispettare la sua meditazione. Tornai nella corte
e vidi che il sole si era affievolito. Da bella e limpida che era, la mattinata
(mentre il giorno stava avviandosi a consumare la sua prima met…) stava diventando
umida e brumosa. Grosse nuvole muovevano da mezzanotte e stavano invadendo la
sommit… del pianoro coprendola di una caligine leggera. Pareva nebbia, e forse
nebbia saliva anche da terra, ma a quella altezza era difficile distinguere le
brume che venivano dal basso da quelle che scendevano dall'alto. Si incominciava a
distinguere a fatica la mole degli edifici pi— lontani.
Vidi Severino che radunava i porcai e alcuni dei loro animali, con allegria. Mi
disse che andavano lungo le falde del monte, e a valle, a cercare i tartufi. Io non
conoscevo ancora quel frutto prelibato del sottobosco che cresceva in quella
penisola, e sembrava tipico delle terre benedettine, vuoi a Norcia nero
vuoi
in
quelle terre pi—
bianco e profumato. Severino mi spieg• cosa fosse, e quanto
fosse gustoso, preparato nei modi pi— vari. E mi disse che era difficilissimo da
trovare, perch‚ si nascondeva sotto la terra, pi— segreto di un fungo, e gli unici
animali capaci di scovarlo seguendo il loro olfatto erano i porci. Salvo che, come
lo trovavano, volevano divorarselo, e bisognava subito allontanarli e intervenire a
dissotterrarlo. Seppi pi— avanti che molti gentiluomini non sdegnavano darsi a
quella caccia, seguendo i porci come fossero segugi nobilissimi, e seguiti a loro
volta dai servi con le zappe. Ricordo anzi che pi— avanti negli anni un signore dei
miei paesi sapendo che conoscevo l'Italia, mi chiese come mai aveva visto laggi—
dei signori andare a pascolare i maiali, e io risi comprendendo che invece andavano
in cerca di tartufi. Ma come io dissi a colui che questi signori ambivano a
ritrovare il "tartufo"
sotto la terra per poi mangiarselo, quello cap che io
dicessi che cercavano "der Teufel", ovvero il diavolo, e si segn• devotamente
guardandomi sbalordito. Poi l'equivoco si sciolse e ne ridemmo entrambi. Tale Š la
mag a delle umane favelle, che per umano accordo significano spesso, con suoni
eguali, cose diverse.
Incuriosito dai preparativi di Severino risolsi di seguirlo, anche perch‚ compresi
che egli si dava a quella cerca per dimenticare le tristi vicende che opprimevano
tutti; e io pensai che aiutando lui a dimenticare i suoi pensieri avrei forse, se
non scordato, almeno tenuto a freno i miei. N‚ nascondo, poich‚ ho deciso di
scrivere sempre e solo la verit…, che segretamente mi seduceva l'idea che, disceso
a valle, avrei forse potuto intravvedere qualcuno di cui non dico. Ma a me stesso e
quasi ad alta voce asserii invece che, siccome per quel giorno si attendeva
l'arrivo delle due legazioni, avrei forse potuto avvistarne una.
Man mano che si scendevano i tornanti del monte, l'aria si schiariva; non che
tornasse il sole, ch‚ la parte superiore del cielo era gravata dalle nuvole, ma le
cose si distinguevano nettamente, perch‚ la nebbia rimaneva sopra le nostre teste.
Anzi, scesi che fummo di molto, mi voltai a guardare la cima del monte, e non vidi
pi— nulla: da met… della salita in avanti, la sommit… del colle, il pianoro,
l'Edificio, tutto, scomparivano tra le nubi.
Il mattino del nostro arrivo, quando gi… eravamo tra i monti, a certi tornanti, era
ancora possibile scorgere, a non pi— di dieci miglia e forse meno, il mare. Il
nostro viaggio era stato ricco di sorprese, perch‚ d'un tratto ci si trovava come
su di una terrazza montana che dava a picco su golfi bellissimi, e dopo non molto
si penetrava in gole profonde, dove montagne si elevavano tra le montagne, e l'una
ottundeva all'altra la vista della costa lontana, mentre il sole penetrava a fatica
in fondo alle valli. Mai come in quel luogo d'Italia avevo visto cos strette e
repentine interpenetrazioni di mare e monti, di litorali e paesaggi alpini, e nel
vento che sibilava tra le gole si poteva intendere l'alterna lotta dei balsami
marini e dei gelidi soffi rupestri.
Quel mattino invece tutto era grigio, e quasi bianco latte, e non v'erano orizzonti
anche quando le gole si aprivano verso le coste lontane. Ma mi attardo in ricordi
di poco interesse ai fini della vicenda che ci affanna, mio paziente lettore. Cos
non dir• delle alterne vicende della nostra ricerca dei "derteufel". E dir•
piuttosto della legazione dei frati minori, che avvistai per primo, correndo subito
verso il monastero per avvertire Guglielmo.
Il mio maestro lasci• che i nuovi arrivati entrassero e fossero salutati dall'Abate
secondo il rito. Poi and• incontro al gruppo e fu una sequenza di abbracci e di
saluti fraterni.
Era gi… trascorsa l'ora della mensa, ma una tavola era stata imbandita per gli
ospiti e l'Abate ebbe la finezza di lasciarli tra loro, e soli con Guglielmo,
sottratti ai doveri della regola, liberi di nutrirsi e di scambiare al tempo stesso
le loro impressioni: dato che infine si trattava, Dio mi perdoni la sgradita
similitudine, come di un consiglio di guerra, da tenersi al pi— presto prima che
arrivasse l'oste nemica, e cioŠ la legazione avignonese.
Inutile dire che i nuovi venuti si incontrarono subito anche con Ubertino, che
tutti salutarono con la sorpresa, la gioia e la venerazione che erano dovute e alla
sua lunga assenza, e ai timori che avevano circondato la sua scomparsa, e alle
qualit… di quel coraggioso guerriero che da decenni aveva gi… combattuto la loro
stessa battaglia.
Dei frati che componevano il gruppo dir• poi parlando della riunione del giorno
dopo. Anche perch‚ io parlai pochissimo con loro, preso come ero dal consiglio a
tre che si stabil immantinenti tra Guglielmo, Ubertino e Michele da Cesena.
Michele doveva essere un ben strano uomo: ardentissimo nella sua passione
francescana (aveva talora i gesti, gli accenti di Ubertino nei suoi momenti di
rapimento mistico); molto umano e gioviale nella sua terrestre natura di uomo delle
Romagne, capace di apprezzare la buona tavola e felice di ritrovarsi con gli amici;
sottile ed evasivo, di colpo diventando accorto e abile come una volpe, sornione
come una talpa, quando si sfioravano problemi di rapporti tra i potenti; capace di
grandi risate, di fervide tensioni, di eloquenti silenzi, abile nel distogliere lo
sguardo dall'interlocutore quando la domanda di quello richiedeva di mascherare,
con la distrazione, il rifiuto della risposta.
Di lui ho gi… detto qualcosa nelle pagine precedenti. ed erano cose che avevo
sentito dire, forse da persone a cui erano state dette. Ora invece capivo meglio
molti dei suoi atteggiamenti contraddittori e dei repentini mutamenti di disegno
politico con cui negli ultimi anni aveva stupito i suoi stessi amici e seguaci.
Ministro generale dell'ordine dei frati minori, era in principio l'erede di san
Francesco, di fatto l'erede dei suoi interpreti: doveva competere con la santit… e
la saggezza di un predecessore come Bonaventura da Bagnoregio, doveva garantire il
rispetto della regola ma al tempo stesso le fortune dell'ordine, cos potente e
vasto, doveva prestare orecchio alle corti e alle magistrature cittadine da cui
l'ordine traeva, sia pure sotto forma di elemosine, doni e lasciti, motivo di
prosperit… e ricchezza; e doveva nel contempo badare che il bisogno di penitenza
non trascinasse fuori dall'ordine gli spirituali pi— accesi, disciogliendo quella
splendida comunit…, di cui era a capo, in una costellazione di bande d'eretici.
Doveva piacere al papa, all'impero, ai frati di povera vita, a san Francesco che
certo lo sorvegliava dal cielo, al popolo cristiano che lo sorvegliava da terra.
Quando Giovanni aveva condannato tutti gli spirituali come eretici, Michele non
aveva esitato a consegnargli cinque tra i pi— riottosi frati di Provenza, lasciando
che il pontefice li mandasse al rogo. Ma avvertendo (e non doveva essere stata
estranea l'azione di Ubertino) che molti nell'ordine simpatizzavano per i seguaci
della semplicit… evangelica, aveva appunto agito in modo che il capitolo di
Perugia, quattro anni dopo, facesse proprie le istanze dei bruciati. Naturalmente
cercando di riassorbire un bisogno, che poteva essere ereticale, nei modi e nelle
istituzioni dell'ordine, e volendo che ci• che l'ordine ora voleva fosse voluto
anche dal papa. Ma, mentre attendeva di convincere il papa, senza il cui consenso
non avrebbe voluto procedere, non aveva disdegnato di accettare i favori
dell'imperatore e dei teologi imperiali. Ancora due anni prima del giorno in cui lo
vidi aveva ingiunto ai suoi frati, nel capitolo generale di Lione, di parlare della
persona del papa solo con moderazione e rispetto (e questo pochi mesi dopo che il
papa aveva parlato dei minoriti protestando contro "i loro latrati, i loro errori e
le loro insanie"). Ma ora era a tavola, amicissimo, con persone che del papa
parlavano con rispetto meno che nullo.
Del resto ho gi… detto. Giovanni lo voleva ad Avignone, egli voleva e non voleva
andare, e l'incontro del giorno dopo avrebbe dovuto decidere sui modi e sulle
garanzie di un viaggio che non avrebbe dovuto apparire come un atto di
sottomissione ma neppure come un atto di sfida. Non credo che Michele avesse mai
incontrato di persona Giovanni, almeno da che era papa. In ogni caso non lo vedeva
da tempo, e i suoi amici si affrettavano a dipingergli a tinte molto scure la
figura di quel simoniaco.
"Una cosa dovrai imparare," gli diceva Guglielmo, "a non fidarti dei suoi
giuramenti, che egli mantiene sempre alla lettera, violandoli nella sostanza."
"Tutti sanno," diceva Ubertino, "cosa accadde ai tempi della sua elezione..."
"Non la chiamerei elezione, bens imposizione!" intervenne un commensale, che
sentii poi chiamare come Ugo da Novocastro, dall'accento affine a quello del mio
maestro. "Intanto gi… la morte di Clemente Quinto non Š mai stata molto chiara. Il
re non gli aveva pi— perdonato di aver promesso di processare la memoria di
Bonifacio Ottavo, e poi di aver fatto di tutto per non sconfessare il suo
predecessore. Come sia morto a Carpentras, nessuno sa bene. Fatto sta che quando i
cardinali convengono a Carpentras per il conclave, il nuovo papa non viene fuori,
perch‚ (e giustamente) la disputa si sposta sulla scelta tra Avignone e Roma. Non
so bene cosa sia successo in quei giorni, un massacro mi dicono, coi cardinali
minacciati dal nipote del papa morto, i loro servi trucidati, il palazzo dato alle
fiamme, i cardinali che si appellano al re, questi che dice che non ha mai voluto
che il papa disertasse Roma, che pazientino, e facciano una buona scelta... Poi
Filippo il Bello muore, anche lui Dio sa come..."
"O lo sa il diavolo," disse segnandosi, imitato da tutti, Ubertino.
"O lo sa il diavolo," ammise Ugo con un sogghigno. "Insomma, succede un altro re,
sopravvive diciotto mesi, muore, muore in pochi giorni anche il suo erede appena
nato, suo fratello il reggente prende il trono..."
"Ed Š proprio questo Filippo Quinto che, quando era ancora conte di Poitiers, aveva
rimesso insieme i cardinali che fuggivano da Carpentras," disse Michele.
"Infatti," continu• Ugo, "li rimette in conclave a Lione nel convento dei
domenicani, giurando di difendere la loro incolumit… e di non tenerli prigionieri.
Per• appena quelli si mettono alla sua merc‚, non solo li fa rinchiudere a chiave
(che sarebbe poi la giusta usanza) ma gli diminuisce i cibi di giorno in giorno
sino a che non abbiano preso una decisione. E a ciascuno promette di sostenerlo
nelle sue pretese al soglio. Quando poi prende il trono, i cardinali, stanchi di
essere prigionieri da due anni, per timore di rimanere l anche tutta la vita,
mangiando malissimo, accettano tutto, i ghiottoni, mettendo sulla cattedra di
Pietro quello gnomo ultrasettantenne..."
"Gnomo certo s ," rise Ubertino, "e di aspetto tisicuzzo, ma pi— robusto e pi—
astuto di quanto si credesse!"
"Figlio di calzolaio," bofonchi• uno dei legati.
"Cristo era figlio di falegname!" lo rampogn• Ubertino. "Non Š questo il fatto. E'
un uomo colto, ha studiato legge a Montpellier e medicina a Parigi, ha saputo
coltivare le sue amicizie nei modi pi— acconci per avere e i seggi episcopali e il
cappello cardinalizio quando gli pareva opportuno, e quando Š stato consigliere di
Roberto il Savio a Napoli ha sbalordito molti per il suo acume. E come vescovo di
Avignone ha dato tutti i consigli giusti (giusti, dico, ai fini di quella squallida
impresa) a Filippo il Bello per rovinare i Templari. E dopo l'elezione Š riuscito a
sfuggire a un complotto di cardinali che volevano ucciderlo... Ma non Š di questo
che volevo dire, parlavo della sua abilit… nel tradire i giuramenti senza poter
essere incolpato di spergiuro. Quando fu eletto, e per essere eletto, ha promesso
al cardinale Orsini che avrebbe riportato il seggio pontificio a Roma, e ha giurato
sull'ostia consacrata che se non avesse mantenuto la sua promessa non sarebbe mai
pi— salito su di un cavallo o su di un mulo. Ebbene sapete cosa ha fatto quella
volpe? Quando si Š fatto incoronare a Lione (contro la volont… del re, che voleva
che la cerimonia avvenisse ad Avignone) ha viaggiato poi da Lione ad Avignone in
battello!"
I frati risero tutti. Il papa era uno spergiuro, ma non gli si poteva negare un
certo ingegno.
"E' uno spudorato," comment• Guglielmo. "Ugo non ha detto che non tent• neppure di
nascondere la sua mala fede? Non mi hai raccontato tu Ubertino di ci• che ha detto
all'Orsini il giorno del suo arrivo ad Avignone?"
"Certo," disse Ubertino, "gli disse che il cielo di Francia era cos bello che non
vedeva perch‚ dovesse mettere piede in una citt… piena di rovine come Roma. E che
siccome il papa, come Pietro, aveva il potere di legare e di sciogliere, lui questo
potere ora esercitava, e decideva di rimanere l dove era e dove stava cos bene. E
come l'Orsini cerc• di ricordargli che il suo dovere era di vivere sul colle
vaticano, lo richiam• seccamente all'obbedienza, e tronc• la discussione. Ma non Š
finita la storia del giuramento. Quando scese dal battello avrebbe dovuto montare
una cavalla bianca, seguito dai cardinali su cavalli neri, come vuole la
tradizione. E invece Š andato a piedi al palazzo episcopale. N‚ mi risulta che
davvero sia mai pi— montato a cavallo. E da quest'uomo, Michele, tu ti attendi che
tenga fede alle garanzie che ti dar…?"
Michele stette a lungo in silenzio. Poi disse: "Posso capire il desiderio del papa
di rimanere ad Avignone, e non lo discuto. Ma lui non potr… discutere il nostro
desiderio di povert… e la nostra interpretazione dell'esempio di Cristo."
"Non essere ingenuo, Michele," intervenne Guglielmo, "il vostro, il nostro
desiderio, fa apparire in una luce sinistra il suo. Devi renderti conto che da
secoli non era mai asceso sul trono pontificio un uomo pi— avido. Le meretrici di
Babilonia contro cui tuonava un tempo il nostro Ubertino, i papi corrotti di cui
parlavano i poeti del tuo paese come quell'Alighieri, erano agnelli mansueti e
sobrii in confronto di Giovanni. E' una gazza ladra, un usuraio ebreo, ad Avignone
si fanno pi— traffici che a Firenze! Ho saputo della ignobile transazione col
nipote di Clemente, Bertrand de Goth, quello del massacro di Carpentras (in cui tra
l'altro i cardinali furono alleggeriti di tutti i loro gioielli): costui aveva
messo le mani sul tesoro dello zio, che non era da poco, e a Giovanni non era
sfuggito nulla di ci• che aveva rubato (nella "Cum venerabiles" elenca con
precisione le monete, i vasi d'oro e d'argento, i libri, i tappeti, le pietre
preziose, gli ornamenti...). Giovanni per• finse di ignorare che Bertrand aveva
messo le mani su pi— di un milione e mezzo di fiorini d'oro durante il sacco di
Carpentras, e discusse di altri trentamila fiorini, che Bertrand confessava di aver
avuto dallo zio per 'un proposito pio', e cioŠ per una crociata. Si stabil che
Bertrand avrebbe trattenuto met… della somma per la crociata e l'altra met… sarebbe
andata al soglio pontificio. Poi Bertrand non fece mai la crociata, o almeno non
l'ha ancora fatta, e il papa non ha visto un fiorino..."
"Non Š poi cos abile, allora," osserv• Michele.
"E' l'unica volta che si Š fatto giocare in materia di danaro," disse Ubertino.
"Devi sapere bene con che razza di mercante tu abbia a che fare. In tutti gli altri
casi ha mostrato una abilit… diabolica nel raccogliere danaro. E' un re Mida,
quello che tocca diventa oro che affluisce nelle casse di Avignone. Ogni volta che
sono entrato nei suoi appartamenti ho trovato banchieri, cambiatori di moneta, e
tavole cariche d'oro, e chierici che contavano e impilavano fiorini gli uni sugli
altri... E vedrai che palazzo si Š fatto costruire, con ricchezze che un tempo si
attribuivano solo all'imperatore di Bisanzio o al Gran Cane dei tartari. E adesso
capisci perch‚ ha emanato tutte quelle bolle contro l'idea della povert…. Ma lo sai
che ha spinto i domenicani, in odio al nostro ordine, a scolpire statue di Cristo
con la corona reale, la tunica di porpora e d'oro e calzari sontuosi? Ad Avignone
sono stati esposti crocifissi con Ges— inchiodato per una sola mano, mentre con
l'altra tocca una borsa appesa alla sua cintura, per indicare che Egli autorizza
l'uso del danaro per fini di religione..."
"Oh lo spudorato!" esclam• Michele. "Ma questa Š pura bestemmia!"
"Ha aggiunto," continu• Guglielmo, "una terza corona alla tiara papale, non Š vero
Ubertino?"
"Certo. All'inizio del millennio papa Ildebrando ne aveva assunta una, con la
scritta "Corona regni de manu Dei", l'infame Bonifacio ne aveva aggiunta di recente
una seconda, scrivendovi "Diadema imperii de manu Petri", e Giovanni non ha fatto
altro che perfezionare il simbolo: tre corone, il potere spirituale, quello
temporale e quello ecclesiastico. Un simbolo dei re persiani, un simbolo pagano..."
C'era un frate che sino ad allora era rimasto in silenzio, occupato con molta
devozione a ingoiare i buoni cibi che l'Abate aveva fatto portare in tavola.
Porgeva un orecchio distratto ai vari discorsi, emettendo ogni tanto un riso
sarcastico all'indirizzo del pontefice, o un grugnito di approvazione alle
interiezioni di sdegno dei commensali. Ma per il resto badava a pulirsi il mento
dei sughi e dei pezzi di carne che lasciava cadere dalla bocca sdentata ma vorace,
e le uniche volte che aveva rivolto la parola a uno dei suoi vicini era stato per
lodare la bont… di una qualche leccornia. Seppi poi che era messer Girolamo, quel
vescovo di Caffa che Ubertino giorni prima credeva ormai defunto (e debbo dire che
quell'idea che fosse morto da due anni circol• come notizia vera per tutta la
cristianit… per molto tempo, perch‚ l'udii anche dopo; e in effetti mor pochi mesi
dopo quel nostro incontro, e continuo a pensare che fosse deceduto per la gran
rabbia che la riunione del giorno dopo gli avrebbe messo in corpo, che quasi avrei
creduto schiattasse subito e immediatamente, tanto era fragile di corpo e bilioso
di umore).
S'intromise a quel punto nel discorso, parlando con la bocca piena: "E poi sapete
che l'infame ha elaborato una costituzione sulle "taxae sacrae poenitentiariae"
dove specula sui peccati dei religiosi per trarne altro danaro. Se un ecclesiastico
commette peccato carnale, con una monaca, con una parente, o anche con una donna
qualsiasi (perch‚ succede anche questo!) potr… essere assolto solo pagando
sessantasette lire d'oro e dodici soldi. E se commette bestialit…, saranno pi— di
duecento lire, ma se l'ha commessa solo con fanciulli o animali, e non con femmine,
la ammenda sar… ridotta di cento lire. E una monaca che si sia data a molti uomini,
sia insieme che in momenti diversi, fuori o dentro il convento, e poi vuole
diventare abbadessa, dovr… pagare centotrentun lire d'oro e quindici soldi..."
"Andiamo messer Girolamo," protest• Ubertino, "sapete quanto poco ami il papa, ma
su questo devo difenderlo! E' una calunnia messa in giro ad Avignone, non ho mai
visto questa costituzione!"
"C'Š," afferm• vigorosamente Girolamo. "Neppure io l'ho vista, ma c'Š."
Ubertino scosse la testa e gli altri tacquero. Mi avvidi che erano abituati a non
prendere troppo sul serio messer Girolamo, che l'altro giorno Guglielmo aveva
definito uno sciocco. Guglielmo in ogni caso cerc• di riprendere la conversazione:
"In ogni caso, vero o falso che sia, questa voce ci dice di quale sia il clima
morale di Avignone, dove chiunque, sfruttati e sfruttatori, sanno di vivere pi— in
un mercato che nella corte di un rappresentante di Cristo. Quando Giovanni Š salito
in trono si parlava di un tesoro di settantamila fiorini d'oro, e ora c'Š chi dice
che ne abbia ammassati pi— di dieci milioni."
"E' vero," disse Ubertino. "Michele, Michele, non sai che vergogne ho dovuto vedere
ad Avignone!"
"Cerchiamo di essere onesti," disse Michele. "Sappiamo che anche i nostri hanno
commesso degli eccessi. Ho avuto notizie di francescani che attaccavano in armi i
conventi domenicani e denudavano i frati nemici per imporre loro la povert…... E'
per questo che non osai oppormi a Giovanni ai tempi dei casi di Provenza... Voglio
addivenire con lui a un accordo, non umilier• il suo orgoglio, gli chieder• solo
che non umilii la nostra umilt…. Non gli parler• di danaro, gli chieder• solo di
consentire con una sana interpretazione delle scritture. E questo dovremo fare coi
legati suoi, domani. Alla fin fine sono uomini di teologia, e non tutti saranno
rapaci come Giovanni. Quando degli uomini saggi avranno deliberato su
un'interpretazione scritturale, egli non potr…..."
"Egli?" interruppe Ubertino. "Ma tu non conosci ancora le sue follie in campo
teologico. Egli vuole legare davvero tutto di sua mano, in cielo e in terra. In
terra abbiamo visto cosa fa. Quanto al cielo... Ebbene, egli non ha ancora espresso
le idee che ti dico, non pubblicamente almeno, ma io so di certo che ne ha
mormorato coi suoi fidi. Egli sta elaborando alcune proposizioni folli, se non
perverse, che cambierebbero la sostanza stessa della dottrina, e toglierebbero ogni
forza alla nostra predicazione!"
"Quali?" domandarono molti.
"Chiedete a Berengario, egli lo sa, me ne aveva parlato lui." Ubertino si era
rivolto a Berengario Talloni, che era stato negli anni scorsi uno dei pi— decisi
avversari del pontefice nella sua stessa corte. Venuto da Avignone, si era da due
giorni ricongiunto col gruppo degli altri francescani e con loro era arrivato
all'abbazia.
"E' una storia oscura e quasi incredibile," disse Berengario. "Pare dunque che
Giovanni abbia in mente di sostenere che i giusti non godranno della visione
beatifica sino a dopo il Giudizio. E' da tempo che sta riflettendo sul versetto
nove del capitolo sesto dell'Apocalisse, l… dove si parla dell'apertura del quinto
sigillo: dove appaiono sotto l'altare quelli che sono stati uccisi per testimoniare
la parola di Dio e chiedono giustizia. A ciascuno viene data una veste bianca
dicendo loro di pazientare ancora un poco... Segno, ne argomenta Giovanni, che essi
non potranno vedere Dio nella sua essenza se non al compimento del giudizio
finale."
"Ma a chi ha detto queste cose?" domand• Michele esterrefatto.
"Sinora a pochi intimi, ma la voce si Š diffusa, dicono che stia preparando un
intervento aperto, non subito, forse tra qualche anno, sta consultandosi coi suoi
teologi..."
"Ah ah!" ghign• Girolamo masticando.
"Non solo, sembra che voglia andare oltre e sostenere che neppure l'inferno sar…
aperto prima di quel giorno... Nemmeno per i demoni."
"Ges— Signore aiutaci!" esclam• Girolamo. "E cosa racconteremo allora ai peccatori
se non possiamo minacciarli di un inferno immediato, subito appena morti!?"
"Siamo nelle mani di un pazzo," disse Ubertino. "Ma non capisco perch‚ voglia
sostenere queste cose..."
"Va in fumo tutta la dottrina delle indulgenze," lament• Girolamo, "e neppure lui
potr… pi— venderne. Perch‚ un prete che ha peccato di bestialit… deve pagare tante
lire d'oro per evitare un castigo tanto remoto?"
"Non tanto remoto," disse con forza Ubertino, "i tempi sono vicini!"
"Lo sai tu caro fratello, ma i semplici non lo sanno. Ecco come stanno le cose!"
grid• Girolamo che non aveva pi— l'aria di godere del proprio cibo. "Che idea
nefasta, gliela devono aver messa in capo questi frati predicatori... Ah!" e scosse
il capo.
"Ma perch‚?" ripet‚ Michele da Cesena.
"Non credo ci sia una ragione," disse Guglielmo. "E' una prova che egli si concede,
un atto d'orgoglio. Vuole essere veramente colui che decide per il cielo e per la
terra. Sapevo di queste mormorazioni, me lo aveva scritto Guglielmo di Occam.
Vedremo alla fine se la spunter… il papa o la spunteranno i teologi, la voce tutta
della chiesa, i desideri stessi del popolo di Dio, i vescovi..."
"Oh, su materie dottrinali egli potr… piegare anche i teologi," disse triste
Michele.
"Non Š detto," rispose Guglielmo. "Viviamo in tempi in cui i sapienti di cose
divine non hanno timore a proclamare che il papa sia un eretico. I sapienti di cose
divine sono a loro modo la voce del popolo cristiano. Contro cui neppure il papa
potr… ormai andare."
"Peggio, peggio ancora," mormor• Michele spaventato. "Da un lato un papa folle,
dall'altro il popolo di Dio che, sia pure per bocca dei suoi teologi, pretender…
tra poco di interpretare liberamente le scritture..."
"Perch‚, cosa avete fatto voi di diverso a Perugia?" domand• Guglielmo.
Michele si scosse come punto sul vivo: "Per questo voglio incontrare il papa. Nulla
noi possiamo su cui anch'egli non concordi."
"Vedremo, vedremo," disse Guglielmo in modo enigmatico.
Il mio maestro era davvero molto acuto. Come faceva a prevedere che Michele stesso
avrebbe poi deciso di appoggiarsi ai teologi dell'impero e al popolo per condannare
il papa? Come faceva a prevedere che, quando quattro anni dopo Giovanni avrebbe
enunciato per la prima volta la sua incredibile dottrina, ci sarebbe stata una
sollevazione da parte di tutta la cristianit…? Se la visione beatifica era tanto
ritardata, come avrebbero potuto i defunti intercedere per i viventi? E dove
sarebbe finito il culto dei santi? Proprio i minoriti avrebbero iniziato le
ostilit… condannando il papa, e Guglielmo di Occam sarebbe stato in prima fila,
severo e implacabile nelle sue argomentazioni. La lotta sarebbe durata per tre
anni, sinch‚ Giovanni, giunto vicino alla morte, avrebbe fatto parziale ammenda. Lo
udii descrivere anni dopo, come apparve nel concistoro del dicembre 1334, pi—
piccolo di quanto fosse mai apparso sino ad allora, rinsecchito dall'et…,
novantenne e moribondo, pallido in viso, e avrebbe detto (la volpe, cos abile nel
giocare sulle parole non solo per violare i propri giuramenti ma anche per
rinnegare le proprie ostinazioni): "Noi confessiamo e crediamo che le anime
separate dal corpo e completamente purificate siano in cielo, in paradiso con gli
angeli, e con Ges— Cristo, e che esse vedano Dio nella sua divina essenza,
chiaramente e faccia a faccia..." e poi con una pausa, nessuno seppe mai se dovuta
alla difficolt… del respiro o alla volont… perversa di sottolineare l'ultima
clausola come avversativa, "nella misura in cui lo stato e la condizione dell'anima
separata lo permetta." La mattina dopo, era di domenica, si fece mettere su una
sedia allungata e dal dorso reclinato, accolse il bacio della mano dai suoi
cardinali, e mor .
Ma nuovamente divago, e racconto altre cose da quelle che dovrei raccontare. Anche
perch‚ in fondo, il resto di quella conversazione a tavola non aggiunge molto alla
comprensione delle vicende di cui narro. I minoriti si accordarono sul contegno da
tenere per il giorno dopo. Valutarono uno per uno i loro avversari. Commentarono
con preoccupazione la notizia, data da Guglielmo, dell'arrivo di Bernardo Gui. E
ancora pi— il fatto che a presiedere la legazione avignonese sarebbe stato il
cardinal Bertrando del Poggetto. Due inquisitori erano troppi: segno che si voleva
usare contro i minoriti l'argomento dell'eresia.
"Tanto peggio," disse Guglielmo, "noi tratteremo da eretici loro."
"No, no," disse Michele, "procediamo con cautela, non dobbiamo compromettere alcun
accordo possibile."
"Per quanto riesco a pensare," disse Guglielmo, "pur avendo lavorato per la
realizzazione di questo incontro, e tu lo sai Michele, io non credo che gli
avignonesi vengano qui per trarne alcun risultato positivo. Giovanni ti vuole ad
Avignone solo e non garantito. Ma l'incontro avr… almeno una funzione, di farti
capire questo. Sarebbe stato peggio se tu fossi andato prima di avere questa
esperienza."
"Cos tu ti sei dato da fare, e per molti mesi, per realizzare una cosa che credi
inutile," disse amaramente Michele.
"Mi era stato richiesto, e da te e dall'imperatore," disse Guglielmo. "E infine,
non Š mai inutile conoscere meglio i propri nemici."
A quel punto vennero ad avvertirci che stava entrando entro le mura la seconda
delegazione. I minoriti si alzarono e andarono incontro agli uomini del papa.
Nona.
Dove arrivano il cardinale del Poggetto, Bernardo Gui e gli altri uomini di
Avignone, e poi ciascuno fa cose diverse.
Uomini che gi… si conoscevano da tempo, uomini che senza conoscersi avevano udito
parlare l'uno dell'altro, si salutavano nella corte con apparente mansuetudine. Al
fianco dell'Abate il cardinal Bertrando del Poggetto si muoveva come chi abbia
familiarit… col potere, quasi che fosse un secondo pontefice egli stesso, e
distribuiva a tutti, specie ai minoriti, cordiali sorrisi, auspicando mirabili
intese dall'incontro del giorno dopo, e recando esplicitamente i voti di pace e
bene (us• intenzionalmente questa espressione cara ai francescani) da parte di
Giovanni Ventiduesimo.
"Bravo, bravo," disse a me, quando Guglielmo ebbe la bont… di presentarmi come suo
scrivano e discepolo. Poi mi chiese se conoscessi Bologna e me ne lod• la bellezza,
il buon cibo e la splendida universit…, invitandomi a visitarla, invece di tornare
un giorno, mi disse, tra quelle mie genti tedesche che stavano facendo tanto
soffrire il nostro signor papa. Poi mi porse l'anello da baciare mentre gi… volgeva
il suo sorriso verso qualcun altro.
D'altra parte la mia attenzione si rivolse subito al personaggio di cui pi— avevo
udito parlare in quei giorni: Bernardo Gui, come lo chiamavano i francesi, o
Bernardo Guidoni o Bernardo Guido come lo chiamavano altrove.
Era un domenicano di circa settant'anni, esile ma diritto nella figura. Mi
colpirono i suoi occhi grigi, freddi, capaci di fissare senza espressione, e che
molte volte avrei visto invece balenare di lampi equivoci, abile sia nel celare
pensieri e passioni che nell'esprimerli a bella posta.
Nello scambio generale dei saluti, non fu come gli altri affettuoso o cordiale, ma
sempre e appena appena cortese. Quando vide Ubertino, che gi… conosceva, fu con lui
molto deferente, ma lo fiss• in modo tale da indurre in me un brivido di
inquietudine. Quando salut• Michele da Cesena ebbe un sorriso difficile da
decifrare, e mormor• senza calore: "Lass— vi si attende da molto tempo", frase in
cui non riuscii a cogliere n‚ un cenno d'ansia, n‚ un'ombra di ironia, n‚
un'ingiunzione, n‚ peraltro una sfumatura di interesse. Si incontr• con Guglielmo,
e come apprese chi era lo guard• con educata ostilit…: ma non perch‚ il volto
tradisse i suoi sentimenti segreti, ne ero certo (anche se ero incerto se egli mai
nutrisse sentimento alcuno), ma perch‚ certamente voleva che Guglielmo lo sentisse
ostile. Guglielmo ricambi• la sua ostilit… sorridendogli in modo esageratamente
cordiale e dicendogli: "Da tempo desideravo conoscere un uomo la cui fama mi Š
stata di lezione e di monito per tante importanti decisioni che hanno ispirato la
mia vita." Sentenza senz'altro elogiativa e quasi adulatoria per chi non sapesse,
come invece Bernardo sapeva bene, che una delle decisioni pi— importanti della vita
di Guglielmo era stata quella di abbandonare il mestiere dell'inquisitore. Ne
trassi l'impressione che, se Guglielmo avrebbe visto volentieri Bernardo in qualche
segreta imperiale, Bernardo certamente avrebbe visto con favore Guglielmo colto da
morte accidentale e subitanea; e siccome Bernardo aveva al proprio comando in quei
giorni uomini d'arme, temetti per la vita del mio buon maestro.
Bernardo doveva gi… essere stato informato dall'Abate circa i delitti commessi
all'abbazia. Infatti, fingendo di non raccogliere il veleno contenuto nella frase
di Guglielmo, gli disse: "Pare che in questi giorni, per richiesta dell'Abate, e
per assolvere il compito affidatomi ai termini dell'accordo che ci vede qui
riuniti, dovr• occuparmi di vicende tristissime in cui si avverte il pestifero
odore del demonio. Ve ne parlo perch‚ so che in tempi lontani, in cui mi sareste
stato pi— vicino, anche voi accanto a me e
a quelli come me vi
siete battuto su
quel campo che vedeva confrontate a battaglia le schiere del bene contro le schiere
del male."
"Infatti," disse quietamente Guglielmo, "ma poi io sono passato dall'altra parte."
Bernardo sostenne bravamente il colpo: "Potete dirmi qualcosa di utile su queste
cose delittuose?"
"Sfortunatamente no," rispose civilmente Guglielmo. "Non ho la vostra esperienza in
cose delittuose."
Da quel momento in poi persi le tracce di ciascuno. Guglielmo, dopo un'altra
conversazione con Michele e Ubertino, si ritir• nello scriptorium. Chiese a
Malachia di poter esaminare certi libri e non giunsi a sentirne il titolo. Malachia
lo guard• in modo strano, ma non pot‚ negarglieli. Caso curioso, non dovette
cercarli in biblioteca. Erano gi… tutti sul tavolo di Venanzio. Il mio maestro si
immerse nella lettura e decisi di non disturbarlo.
Scesi in cucina. L vidi Bernardo Gui. Forse voleva rendersi conto della
disposizione dell'abbazia e girava dappertutto. Lo udii che interrogava i cucinieri
e altri servi, parlando bene o male il volgare del luogo (mi ricordai che era stato
inquisitore in Italia settentrionale). Mi parve domandasse informazioni sui
raccolti, sull'organizzazione del lavoro nel monastero. Ma anche ponendo le
questioni pi— innocenti, guardava il suo interlocutore con occhi penetranti, poi
poneva di colpo una nuova domanda, e a questo punto la sua vittima impallidiva e
balbettava. Ne conclusi che, in qualche modo singolare, egli stava inquisendo, e si
avvaleva di un'arma formidabile che ogni inquisitore nell'esercizio della sua
funzione possiede e manovra: la paura dell'altro. Perch‚ ogni inquisito di solito
dice all'inquisitore, per il timore di essere sospettato di qualcosa, ci• che pu•
servire a rendere sospetto qualcun altro.
Per tutto il resto del pomeriggio, a mano a mano che mi muovevo, vidi Bernardo
procedere cos , vuoi presso i mulini, vuoi nel chiostro. Ma quasi mai affront• dei
monaci, sempre dei fratelli laici o dei contadini. Il contrario di quanto aveva
fatto sino ad allora Guglielmo.
Vespri.
Dove Alinardo sembra dare informazioni preziose e Guglielmo rivela il suo metodo
per arrivare a una verit… probabile attraverso una serie di sicuri errori.
Pi— tardi Guglielmo discese dallo scriptorium di buon umore. Mentre attendevamo che
si facesse l'ora di cena trovammo nel chiostro Alinardo. Ricordando la sua
richiesta, sin dal giorno prima mi ero procurato dei ceci in cucina, e gliene
offrii. Mi ringrazi• infilandoseli nella bocca sdentata e bavosa. "Hai visto
ragazzo," mi disse, "anche l'altro cadavere giaceva l… dove il libro lo
annunziava... Attendi ora la quarta tromba!"
Gli chiesi come mai pensava che la chiave per la sequenza dei crimini stesse nel
libro della rivelazione. Mi guard• stupito: "Il libro di Giovanni offre la chiave
di tutto!" E aggiunse, con una smorfia di rancore: "Io lo sapevo, io lo dicevo da
gran tempo... Fui io, sai, a proporre all'Abate... quello di allora, di raccogliere
quanti pi— commenti all'Apocalisse fosse possibile. Io dovevo diventare
bibliotecario... Ma poi l'altro riusc a farsi mandare a Silos, dove trov• i
manoscritti pi— belli, e torn• con un bottino splendido... Oh, lui sapeva dove
cercare, parlava anche la lingua degli infedeli... E cos egli ricevette la
biblioteca in custodia, e non io. Ma Dio lo pun , e lo fece entrare anzitempo nel
regno delle tenebre. Ah, ah..." rise in modo cattivo, quel vecchio che sino ad
allora mi era parso, immerso nella serenit… della sua canizie, simile a un
fanciullo innocente.
"Chi era quello di cui parlate?" chiese Guglielmo.
Ci guard• attonito. "Di chi parlavo? Non ricordo... fu tanto tempo fa. Ma Dio
punisce, Dio cancella, Dio oscura anche i ricordi. Molti atti di superbia furono
commessi nella biblioteca. Specie da quando cadde in mano agli stranieri. Dio
punisce ancora..."
Non riuscimmo a trargli altre parole e lo abbandonammo al suo queto e rancoroso
delirio. Guglielmo si disse molto interessato da quel colloquio: "Alinardo Š un
uomo da ascoltare, ogni volta che parla dice qualcosa d'interessante."
"Cosa ha detto questa volta?"
"Adso," disse Guglielmo, "risolvere un mistero non Š la stessa cosa che dedurre da
principi primi. E non equivale neppure a raccogliere tanti dati particolari per poi
inferirne una legge generale. Significa piuttosto trovarsi di fronte a uno, o due,
o tre dati particolari che apparentemente non hanno nulla in comune, e cercare di
immaginare se possano essere tanti casi di una legge generale che non conosci
ancora, e che forse non Š mai stata enunciata. Certo, se sai, come dice il
filosofo, che l'uomo, il cavallo e il mulo sono tutti senza fiele e tutti vivono a
lungo, puoi tentare di enunciare il principio per cui gli animali senza fiele
vivono a lungo. Ma immagina il caso degli animali con le corna. Perch‚ hanno le
corna? Improvvisamente ti accorgi che tutti gli animali con le corna non hanno
denti nella mandibola superiore. Sarebbe una bella scoperta, se non ti rendessi
conto che, ahimŠ, ci sono animali senza denti nella mandibola superiore e che
tuttavia non hanno le corna, come il cammello. Infine ti accorgi che tutti gli
animali senza denti nella mandibola superiore hanno due stomaci. Bene, puoi
immaginare che chi non ha denti sufficienti mastichi male e dunque abbia bisogno di
due stomaci per poter digerire meglio il cibo. Ma le corna? Allora provi a
immaginare una causa materiale delle corna, per cui la mancanza di denti provvede
l'animale con una eccedenza di materia ossea che deve spuntare da qualche altra
parte. Ma Š una spiegazione sufficiente? No, perch‚ il cammello non ha denti
superiori, ha due stomaci, ma non le corna. E allora devi immaginare anche una
causa finale. La materia ossea fuoriesce in corna solo negli animali che non hanno
altri mezzi di difesa. Invece il cammello ha una pelle durissima e non ha bisogno
delle corna. Allora la legge potrebbe essere..."
"Ma cosa c'entrano le corna?" domandai con impazienza, "e perch‚ vi occupate di
animali con le corna?"
"Io non me ne sono mai occupato, ma il vescovo di Lincoln se ne era occupato molto,
seguendo una idea di Aristotele. Onestamente, io non so se le ragioni che ha
trovato siano quelle buone, n‚ ho mai controllato dove il cammello abbia i denti e
quanti stomaci abbia: ma era per dirti che la ricerca delle leggi esplicative, nei
fatti naturali, procede in modo tortuoso. Di fronte ad alcuni fatti inspiegabili tu
devi provare a immaginare molte leggi generali, di cui non vedi ancora la
connessione coi fatti di cui ti occupi: e di colpo, nella connessione improvvisa di
un risultato, un caso e una legge, ti si profila un ragionamento che ti pare pi—
convincente degli altri. Provi ad applicarlo a tutti i casi simili, a usarlo per
trarne previsioni, e scopri che avevi indovinato. Ma sino alla fine non saprai mai
quali predicati introdurre nel tuo ragionamento e quali lasciar cadere. E cos
faccio ora io. Allineo tanti elementi sconnessi e fingo delle ipotesi. Ma ne devo
fingere molte, e numerose sono quelle cos assurde che mi vergognerei di dirtele.
Vedi, nel caso del cavallo Brunello, quando vidi le tracce, io finsi molte ipotesi
complementari e contraddittorie: poteva essere un cavallo in fuga, poteva essere
che su quel bel cavallo l'Abate fosse sceso lungo il pendio, poteva essere che un
cavallo Brunello avesse lasciato i segni sulla neve e un altro cavallo Favello, il
giorno prima, i crini nel cespuglio, e che i rami fossero stati spezzati da degli
uomini. Io non sapevo quale fosse l'ipotesi giusta sino a che non vidi il cellario
e i servi che cercavano con ansia. Allora capii che l'ipotesi di Brunello era la
sola buona, e cercai di provare se fosse vera, apostrofando i monaci come feci.
Vinsi, ma avrei anche potuto perdere. Gli altri mi hanno creduto saggio perch‚ ho
vinto, ma non conoscevano i molti casi in cui sono stato stolto perch‚ ho perso, e
non sapevano che pochi secondi prima di vincere io non ero sicuro che non avessi
perduto. Ora, sui casi dell'abbazia, ho molte belle ipotesi, ma non c'Š nessun
fatto evidente che mi permetta di dire quale sia la migliore. E allora, per non
apparire sciocco dopo, rinuncio ad apparire astuto ora. Lasciami ancora pensare,
sino a domani, almeno."
Capii in quel momento quale fosse il modo di ragionare del mio maestro, e mi parve
assai difforme da quello del filosofo che ragiona sui principi primi, cos che il
suo intelletto assume quasi i modi dell'intelletto divino. Capii che, quando non
aveva una risposta, Guglielmo se ne proponeva molte e diversissime tra loro. Rimasi
perplesso.
"Ma allora," ardii commentare, "siete ancora lontano dalla soluzione..."
"Ci sono vicinissimo," disse Guglielmo, "ma non so a quale."
"Quindi non avete una sola risposta alle vostre domande?"
"Adso, se l'avessi insegnerei teologia a Parigi.
"A Parigi hanno sempre la risposta vera?"
"Mai," disse Guglielmo, "ma sono molto sicuri dei loro errori."
"E voi," dissi con infantile impertinenza, "non commettete errori?"
"Spesso," rispose. "Ma invece di concepirne uno solo ne immagino molti, cos non
divento schiavo di nessuno."
Ebbi l'impressione che Guglielmo non fosse affatto interessato alla verit…, che
altro non Š che l'adeguazione tra la cosa e l'intelletto. Egli invece si divertiva
a immaginare quanti pi— possibili fosse possibile.
In quel momento, lo confesso, disperai del mio maestro e mi sorpresi a pensare:
"Meno male che Š arrivata l'inquisizione." Parteggiai per la sete di verit… che
animava Bernardo Gui.
E con queste colpevoli disposizioni di spirito, pi— turbato di Giuda la notte del
gioved santo, entrai con Guglielmo nel refettorio a consumare la cena.
Compieta.
Dove Salvatore parla di una mag a portentosa.
La cena per la legazione fu superba. L'Abate doveva conoscere molto bene e le
debolezze degli uomini e gli usi della corte papale (che non dispiacquero, debbo
dirlo, neppure ai minoriti di fra Michele). I maiali ammazzati da poco, ci doveva
essere del sanguinaccio all'uso di Montecassino, ci disse il cuciniere. Ma la
sciagurata fine di Venanzio aveva costretto a buttare tutto il sangue dei maiali,
sino a che non si fosse proceduto a scannarne d'altri. Inoltre credo che in quei
giorni ripugnasse a tutti uccidere creature del Signore. Ma avemmo del salm di
piccioncini, macerato nel vino di quelle terre, e coniglio in porchetta, pagnottini
di santa Chiara, riso con le mandorle di quei monti ovvero il biancomangiare delle
vigilie, crostini di borragine, ulive ripiene, formaggio fritto, carne di pecora
con salsa cruda di peperoni, fave bianche, e dolciumi squisiti, dolce di san
Bernardo, paste di san Niccol•, occhietti di santa Lucia, e vini, e liquori d'erbe
che misero di buon umore persino Bernardo Gui, di solito cos austero: liquore di
citronella, nocino, vino contro la gotta e vino di genziana. Sembrava una riunione
di ghiottoni, se ogni sorsata o ogni boccone non fosse stato accompagnato da devote
letture.
Alla fine tutti si alzarono molto lieti, alcuni accampando vaghi malori per non
scendere a compieta. Ma l'Abate non se ne adont•. Non tutti hanno il privilegio e
gli obblighi che conseguono all'essersi consacrati al nostro ordine.
Mentre i monaci si avviavano mi attardai curioso per la cucina, dove stavano
apparecchiando per la chiusura notturna. Vidi Salvatore che sgattaiolava verso
l'orto con un fagotto in braccio. Incuriosito lo seguii e lo chiamai. Egli cerc• di
schermirsi, poi alle mie domande rispose che recava nel fagotto (che si muoveva
come abitato da cosa viva) un basilisco.
"Cave basilischium! Est lo reys dei serpenti, tant pleno del veleno che ne riluce
tuto fuori! Che dicam, il veleno, il puzzo ne vien fuori che te ancide! Ti
attosca... Et ha macule bianche sul dosso, et caput come gallo, et met… va dritta
sopre la terra et met… va per terra come gli altri serpentes. E lo ancide la
bellula..."
"La bellula?"
"Oc! Bestiola parvissima est, pi— lunga alguna cosa che 'l topo, et odiala 'l topo
muchissimo. E ass la serpe et la botta. Et quando loro la mordono, la bellula
corre alla fenicula o a la circerbita et ne dentecchia, et redet ad bellum. Et
dicunt che ingenera per li oculi, ma li pi— dicono ch'elli dicono falso."
Gli chiesi cosa facesse con un basilisco e disse che erano affari suoi. Gli dissi,
ormai morso dalla curiosit…, che in quei giorni, con tutti quei morti, non c'erano
pi— affari segreti, e che ne avrei parlato a Guglielmo. Allora Salvatore mi preg•
ardentemente di tacere, apr il fagotto e mi mostr• un gatto di pelo nero. Mi tir•
vicino a s‚ e mi disse con un sorriso osceno che non voleva pi— che il cellario o
io, perch‚ eravamo l'uno potente e l'altro giovane e bello, potessimo avere l'amore
delle ragazze del villaggio, e lui no perch‚ era brutto e poveretto. Che conosceva
una mag a portentosissima per far cadere ogni donna presa d'amore. Bisognava
uccidere un gatto nero e cavargli gli occhi, poi metterli dentro due uova di
gallina nera, un occhio in un uovo, un occhio nell'altro (e mi mostr• due uova che
assicur• aver tratto dalle galline giuste). Poi occorreva mettere le uova a marcire
dentro un mucchio di sterco di cavallo (e ne aveva approntato uno proprio in un
angolino dell'orto dove non passava mai nessuno), e di l ne sarebbe nato, per
ciascun uovo, un diavoletto, che poi si sarebbe messo al suo servizio procurandogli
tutte le delizie di questo mondo. Ma ahimŠ, mi disse, perch‚ la mag a riuscisse
occorreva che la donna, di cui voleva l'amore, sputasse sulle uova prima che
fossero seppellite nello sterco, e quel problema lo angustiava, perch‚ bisognava
avere accanto, quella notte, la donna in questione, e farle fare l'ufficio suo
senza che lei sapesse a cosa serviva.
Fui preso da subita vampa, al viso, o alle viscere, o in tutto il corpo, e chiesi
con un filo di voce se quella notte avrebbe portato nella cinta la ragazza della
notte avanti. Lui rise, schernendomi, e disse che ero proprio in preda a una gran
foia (io dissi di no, che chiedevo per pura curiosit…), e poi mi disse che al
villaggio di donne ce n'erano tante, e che ne avrebbe portata su un'altra, pi—
bella ancora di quella che piaceva a me. Io supposi che mi mentisse per
allontanarmi da lui. E d'altra parte che avrei potuto fare? Seguirlo per tutta la
notte quando Guglielmo mi attendeva per ben altre imprese? E tornare a rivedere
colei (se pure di essa si trattava) verso cui i miei appetiti mi spingevano mentre
la mia ragione me ne distoglieva e
che non avrei dovuto vedere mai pi— anche se
desideravo sempre vederla ancora? Certo no. E quindi convinsi me stesso che
Salvatore diceva il vero, per quanto riguardava la donna. O che forse mentiva su
tutto, che la mag a di cui parlava era una fantasia della sua mente ingenua e
superstiziosa, e che non ne avrebbe fatto nulla.
Mi irritai con lui, lo trattai rudemente, gli dissi che per quella notte avrebbe
fatto meglio ad andare a dormire, perch‚ gli arcieri circolavano nella cinta. Egli
rispose che conosceva l'abbazia meglio degli arcieri, e che con quella nebbia
nessuno avrebbe visto nessuno. Anzi, mi disse, ora io scappo, e neppure tu mi
vedrai pi—, anche se fossi l a due passi a sollazzarmi con la ragazza che
desideri. Lui si espresse con altre parole, assai pi— ignobili, ma questo era il
senso di quanto diceva. Mi allontanai sdegnato, perch‚ proprio non era da me,
nobile e novizio, mettermi in certame con quella canaglia.
Raggiunsi Guglielmo e facemmo quello che si doveva. CioŠ ci disponemmo a seguir
compieta, indietro nella navata, in modo che quando l'ufficio fin eravamo pronti
per intraprendere il nostro secondo viaggio (terzo per me) nelle viscere del
labirinto.
Dopo compieta.
Dove si visita di nuovo il labirinto, si arriva alla soglia del f nis Africae ma
non ci si pu• entrare perch‚ non si sa cosa siano il primo e il settimo dei
quattro, e infine Adso ha una ricaduta, peraltro assai dotta, nella sua malattia
d'amore.
La visita in biblioteca ci port• via lunghe ore di lavoro. A parole il controllo
che dovevamo fare era facile, ma procedere al lume della lucerna, leggere le
scritte, segnare sulla mappa i varchi e le pareti piene, registrare le iniziali,
compiere i vari percorsi che il gioco delle aperture e degli sbarramenti ci
consentivano, fu cosa assai lunga. E noiosa.
Faceva molto freddo. La notte non era ventosa e non si udivano quei sibili sottili
che ci avevano impressionato la prima sera, ma dalle feritoie penetrava un'aria
umida e gelida. Avevamo messo dei guanti di lana per poter toccare i volumi senza
che le mani si intirizzissero. Ma erano appunto di quelli che si usavano per
scrivere d'inverno, con la punta delle dita scoperte, e talora dovevamo avvicinare
le mani alla fiamma, o metterle nel petto, o batterle l'una contro l'altra,
saltellando intirizziti.
Per questo non compimmo tutta l'opera di seguito. Ci fermavamo a curiosare negli
armaria, e ora che Guglielmo coi
suoi nuovi vetri sul naso poteva
attardarsi a
leggere i libri, a ogni titolo che scopriva prorompeva in esclamazioni di
allegrezza, o perch‚ conosceva l'opera, o perch‚ da tempo la cercava o infine
perch‚ non l'aveva mai sentita menzionare ed era oltremodo eccitato e incuriosito.
Insomma, ogni libro era per lui come un animale favoloso che egli incontrasse in
una terra sconosciuta. E mentre lui sfogliava un manoscritto, mi ingiungeva di
cercarne altri.
"Guarda cosa c'Š in quell'armadio!"
E io, compitando e spostando volumi: "'Historia anglorum' di Beda... E sempre di
Beda 'De aedificatione templi', 'De tabernaculo', 'De temporibus et computo et
chronica et circuli Dionysi', 'Ortographia', 'De ratione metrorum', 'Vita Sancti
Cuthberti', 'Ars metrica'..."
"E' naturale, tutte le opere del Venerabile... E guarda questi! 'De rhetorica
cognatione', 'Locorum rhetoricorum distinctio', e qui tanti grammatici, Prisciano,
Onorato, Donato, Massimo, Vittorino, Eutiche, Foca, Asper... Strano, pensavo a
tutta prima che qui ci fossero autori dell'Anglia... Guardiamo pi— sotto..."
"'Hisperica... famina'. Cos'Š?"
"Un poema ibernico. Ascolta:
Hoc spumans mundanas obvallat Pelagus oras
terrestres amniosis flucribus cudit margines.
Saxeas undosis molibus irruit avionias.
Infima bomboso vertice miscet glareas
asprifero spergit spumas sulco,
sonoreis frequenter quaritur flabris...
Io non capivo il senso, ma Guglielmo leggeva facendo rotolare le parole nella bocca
in modo tale che pareva di udire il suono delle onde e della spuma marina.
"E questo? E' Aldhelm di Malmesbury, sentite questa pagina: 'Primitus pantorum
procerum poematorum pio potissimum paternoque presertim privilegio panegiricum
poemataque passim prosatori sub polo promulgatas...' Le parole cominciano tutte con
la stessa lettera!"
"Gli uomini delle mie isole sono tutti un poco pazzi," diceva Guglielmo con
orgoglio. "Guardiamo nell'altro armadio."
"Virgilio."
"Come mai qui? Virgilio cosa? Le 'Georgiche'?"
"No. 'Epitomi'. Non ne avevo mai sentito parlare."
"Ma non Š il Marone! E' Virgilio di Tolosa, il retore, sei secoli dopo la nascita
di Nostro Signore. Fu reputato un gran saggio..."
"Qui dice che le arti sono poema, rethoria, grama, leporia, dialecta, geometria...
Ma che lingua parla?"
"Latino, ma un latino di sua invenzione, che egli reputava assai pi— bello. Leggi
qui: dice che l'astronomia studia i segni dello zodiaco che sono mon, man, tonte,
piron, dameth, perfellea, belgalic, margaleth, lutamiron, taminon e raphalut."
"Era matto?"
"Non lo so, non era delle mie isole. Senti ancora, dice che ci sono dodici modi di
designare il fuoco, ignis, coquihabin (quia incocta coquendi habet dictionem),
ardo, calax ex calore, fragon ex fragore flammae, rusin de rubore, fumaton, ustrax
de urendo, vitius quia pene mortua membra suo vivificat, siluleus, quod de silice
siliat, unde et silex non recte dicitur, nisi ex qua scintilla silit. E aeneon, de
Aenea deo, qui in eo habitat, sive a quo elementis flatus fertur."
"Ma non c'Š nessuno che parla cos !"
"Fortunatamente. Ma erano tempi in cui, per dimenticare un mondo cattivo, i
grammatici si dilettavano di astruse questioni. Mi dissero che a quell'epoca per
quindici giorni e quindici notti i retori Gabundus e Terentius discussero sul
vocativo di 'ego', e infine vennero alle armi "
"Ma anche questo, sentite..." avevo afferrato un libro meravigliosamente miniato
con labirinti vegetali dai cui viticci si affacciavano scimmie e serpenti. "Sentite
che parole: cantamen, collamen, gongelamen, stemiamen, plasmamen, sonerus,
alboreus, gaudifluus, glaucicomus..."
"Le mie isole," disse di nuovo con tenerezza Guglielmo. "Non essere severo con quei
monaci della lontana Hibernia, forse, se esiste questa abbazia, e se parliamo
ancora di sacro romano impero, lo dobbiamo a loro. A quel tempo il resto
dell'Europa era ridotto a un ammasso di rovine, un giorno dichiararono invalidi i
battesimi impartiti da alcuni preti nelle Gallie perch‚ vi si battezzava "in nomine
patris et filiae", e non perch‚ praticassero una nuova eresia e considerassero Ges—
una donna, ma perch‚ non sapevano pi— il latino."
"Come Salvatore?"
"Pi— o meno. I pirati dell'estremo nord arrivavano lungo i fiumi a saccheggiare
Roma. I templi pagani cadevano in rovina e quelli cristiani non esistevano ancora.
E furono solo i monaci dell'Hibernia che nei loro monasteri scrissero e lessero,
lessero e scrissero, e miniarono, e poi si gettarono su navicelle fatte di pelle
d'animale e navigarono verso queste terre e le evangelizzarono come foste infedeli,
capisci? Sei stato a Bobbio, Š stato fondato da san Colombano, uno di costoro. E
dunque lasciali stare se inventavano un latino nuovo, visto che in Europa non si
sapeva pi— quello vecchio. Furono uomini grandi. San Brandano arriv• sino alle
isole Fortunate, e costeggi• le coste dell'inferno dove vide Giuda incatenato su
uno scoglio, e un giorno approd• su un'isola e vi scese, ed era un mostro marino.
Naturalmente erano pazzi," ripet‚ con soddisfazione.
"Le loro immagini sono... da non credere ai miei occhi! E quanti colori!" dissi,
beandomi.
"In una terra che di colori ne ha pochi, un po' di azzurro e tanto verde. Ma non
stiamo a discutere dei monaci hiberni. Quello che voglio sapere Š perch‚ sono qui
con gli angli e con grammatici di altri paesi. Guarda sulla tua mappa, dove
dovremmo essere?"
"Nelle stanze del torrione occidentale. Ho trascritto anche i cartigli. Dunque,
uscendo dalla stanza cieca si entra nella sala eptagonale e c'Š un solo passaggio a
una sola stanza del torrione, la lettera in rosso Š H. Poi si passa di stanza in
stanza facendo il giro del torrione e si torna alla stanza cieca. La sequenza delle
lettere d…... avete ragione! HIBERNI!
"HIBERNIA, se dalla stanza cieca torni nella eptagonale, che ha come tutte le altre
tre la A di Apocalypsis. Perci• vi sono le opere degli autori dell'ultima Thule, e
anche i grammatici e i retori, perch‚ gli ordinatori della biblioteca han pensato
che un grammatico deve stare coi grammatici hiberni, anche se Š di Tolosa. E' un
criterio. Vedi che cominciamo a capire qualcosa?"
"Ma nelle stanze del torrione orientale da cui siamo entrati abbiamo letto PONS...
Cosa significa?"
"Leggi bene la tua mappa, continua a leggere le lettere delle sale che seguono per
ordine di accesso."
FONS ADAEU...
"No, Fons Adae, la U Š la seconda stanza cieca orientale, la ricordo, forse si
inserisce in un'altra sequenza. E cosa abbiamo trovato al Fons Adae, e cioŠ nel
paradiso terrestre (ricordati che ivi Š la stanza con l'altare che d… verso il
levar del sole)?"
"C'erano tante bibbie, e commenti alla bibbia, solo libri di scritture sacre.
"E dunque vedi, la parola di Dio in corrispondenza al paradiso terrestre, che come
tutti dicono Š lontano verso oriente. E qui a occidente l'Hibernia."
"Dunque il tracciato della biblioteca riproduce la mappa dell'universo mondo?"
"E' probabile. E i libri vi sono collocati secondo i paesi di provenienza, o il
luogo dove nacquero i loro autori o, come in questo caso, il luogo dove avrebbero
dovuto nascere. I bibliotecari si son detti che Virgilio il grammatico Š nato per
sbaglio a Tolosa e avrebbe dovuto nascere nelle isole occidentali. Hanno
risistemato gli errori della natura.
Proseguimmo il nostro cammino. Passammo per una sequenza di sale ricche di
splendide Apocalissi, e una di queste era la stanza dove avevo avuto le visioni.
Anzi, da lontano vedemmo di nuovo il lume, Guglielmo si tur• il naso e corse a
spegnerlo, sputando sulle ceneri. E ad ogni buon conto traversammo la stanza in
fretta, ma ricordavo che vi avevo visto la bellissima Apocalisse multicolore con la
mulier amicta sole e il drago. Ricostruimmo la sequenza di queste sale a partire
dall'ultima a cui accedemmo e che aveva come iniziale in rosso una Y. La lettura
all'indietro diede la parola YSPANIA, ma l'ultima A era la stessa su cui terminava
HIBERNIA. Segno, disse Guglielmo, che rimanevano delle stanze in cui si
raccoglievano opere di carattere misto.
In ogni caso la zona denominata YSPANIA ci parve popolata di molti codici
dell'Apocalisse, tutti di bellissima fattura, che Guglielmo riconobbe come arte
ispanica. Rilevammo che la biblioteca aveva forse la pi— ampia raccolta di copie
del libro dell'apostolo che esistesse nella cristianit…, e una quantit… immensa di
commenti su quel testo. Volumi enormi erano dedicati al commentario sull'Apocalisse
di Beato di Li‚bana, e il testo era pi— o meno sempre lo stesso, ma trovammo una
fantastica variet… di variazioni nelle immagini e Guglielmo riconobbe la menzione
di alcuni tra coloro che egli riteneva tra i massimi miniatori del regno delle
Asturie, Magius, Facundus e altri.
Facendo queste e altre osservazioni pervenimmo al torrione meridionale, nei cui
pressi eravamo gi… passati la sera precedente. La stanza S di YSPANIA senza
finestre immetteva
in una stanza E e via via girando le cinque stanze del
torrione arrivammo all'ultima, senza altri varchi, che recava una L in rosso.
Rileggemmo al contrario e trovammo LEONES.
"Leones, meridione, nella nostra mappa siamo in Africa, hic sunt leones. E questo
spiega perch‚ vi abbiamo trovato tanti testi di autori infedeli."
"E altri ve ne sono," dissi frugando negli armadi. "'Canone' di Avicenna, e questo
bellissimo codice in calligrafia che non conosco..."
"A giudicare dalle decorazioni dovrebbe essere un corano, ma purtroppo non conosco
l'arabo."
"Il corano, la bibbia degli infedeli, un libro perverso..."
"Un libro che contiene una saggezza diversa dalla nostra. Ma comprendi perch‚ lo
abbiano posto qui, dove stanno i leoni, i mostri. Ecco perch‚ vi abbiamo visto quel
libro sulle bestie mostruose dove hai trovato anche l'unicorno. Questa zona detta
LEONES contiene quelli che per i costruttori della biblioteca erano i libri della
menzogna. Cosa c'Š laggi—?"
"Sono in latino, ma dall'arabo. Ayyub al Ruhawi, un trattato sull'idrofobia canina.
E questo Š un libro dei tesori. E questo il 'De aspectibus' di Alhazen..."
"Vedi, hanno posto tra i mostri e le menzogne anche opere di scienza da cui i
cristiani hanno tanto da imparare. Cos si pensava ai tempi in cui la biblioteca fu
costituita..."
"Ma perch‚ hanno posto tra le falsit… anche un libro con l'unicorno?" domandai.
"Evidentemente i fondatori della biblioteca avevano strane idee. Avran ritenuto che
questo libro che parla di bestie fantastiche e che vivono in paesi lontani facesse
parte del repertorio di menzogne diffuso dagli infedeli..."
"Ma l'unicorno Š una menzogna? E' un animale dolcissimo e altamente simbolico.
Figura di Cristo e della castit…, esso pu• essere catturato solo ponendo una
vergine nel bosco, in modo che l'animale sentendone l'odore castissimo vada ad
adagiarle il capo in grembo, offrendosi preda ai lacciuoli dei cacciatori."
"Cos si dice, Adso. Ma molti inclinano a ritenere che sia una invenzione
favolistica dei pagani."
"Che delusione," dissi. "Mi sarebbe piaciuto incontrarne uno attraversando un
bosco. Altrimenti che piacere c'Š ad attraversare un bosco?"
"Non Š detto che non esista. Forse Š diverso da come lo rappresentano questi libri.
Un viaggiatore veneziano and• in terre molto lontane, assai vicine al fons paradisi
di cui dicono le mappe, e vide unicorni. Ma li trov• rozzi e sgraziati, e
bruttissimi e neri. Credo abbia visto delle bestie vere con un corno sulla fronte.
Furono probabilmente le stesse che i maestri della sapienza antica, mai del tutto
erronea, che ricevettero da Dio l'opportunit… di vedere cose che noi non abbiamo
visto, ci tramandarono con una prima descrizione fedele. Poi questa descrizione,
viaggiando da auctoritas ad auctoritas, si trasform• per successive composizioni
della fantasia, e gli unicorni divennero animali leggiadri e bianchi e mansueti.
Per cui se saprai che in un bosco vive un unicorno, non andarci con una vergine,
perch‚ l'animale potrebbe essere pi— simile a quello del testimone veneziano che a
quello di questo libro."
"Ma come avvenne che i maestri della sapienza antica ebbero da Dio la rivelazione
sulla vera natura dell'unicorno?"
"Non la rivelazione, ma l'esperienza. Ebbero la ventura di nascere in terre in cui
vivevano unicorni o in tempi in cui gli unicorni vivevano in queste stesse terre."
"Ma allora come possiamo fidarci della sapienza antica, di cui voi ricercate sempre
la traccia, se essa ci Š trasmessa da libri mendaci che la hanno interpretata con
tanta licenza?"
"I libri non sono fatti per crederci, ma per essere sottoposti a indagine. Di
fronte a un libro non dobbiamo chiederci cosa dica ma cosa vuole dire, idea che i
vecchi commentatori dei libri sacri ebbero chiarissima. L'unicorno cos come ne
parlano questi libri cela una verit… morale, o allegorica, o anagogica, che rimane
vera, come rimane vera l'idea che la castit… sia una nobile virt—. Ma quanto alla
verit… letterale che sostiene le altre tre, rimane da vedere da quale dato di
esperienza originaria Š nata la lettera. La lettera deve essere discussa, anche se
il sovrasenso rimane buono. In un libro sta scritto che il diamante si taglia solo
col sangue di capro. Il mio grande maestro Ruggiero Bacone disse che non era vero,
semplicemente perch‚ lui ci aveva provato, e non c'era riuscito. Ma se il rapporto
tra diamante e sangue caprino avesse avuto un senso superiore, questo rimarrebbe
intatto."
"Allora si possono dire verit… superiori mentendo quanto alla lettera," dissi. "E
per• mi dispiace ancora che l'unicorno cos com'Š non esista, o non sia esistito, o
non possa esistere un giorno.
"Non ci Š lecito porre limiti all'onnipotenza divina, e se Dio volesse potrebbero
esistere anche gli unicorni. Ma consolati, essi esistono in questi libri, i quali
se non parlano dell'essere reale parlano dell'essere possibile."
"Ma bisogna dunque leggere i libri senza far ricorso alla fede, che Š virt—
teologale?"
"Rimangono altre due virt— teologali. La speranza che il possibile sia. E la
carit…, verso chi ha creduto in buona fede che il possibile fosse."
"Ma cosa serve a voi l'unicorno se il vostro intelletto non vi crede?"
"Serve come mi Š servita la traccia dei piedi di Venanzio sulla neve, trascinato al
tino dei maiali. L'unicorno dei libri Š come una impronta. Se vi Š l'impronta deve
esserci stato qualcosa di cui Š impronta."
"Ma diverso dall'impronta, mi dite."
"Certo. Non sempre un'impronta ha la stessa forma del corpo che l'ha impressa e non
sempre nasce dalla pressione di un corpo. Talora riproduce l'impressione che un
corpo ha lasciato nella nostra mente, Š impronta di una idea. L'idea Š segno delle
cose, e l'immagine Š segno dell'idea, segno di un segno. Ma dall'immagine
ricostruisco, se non il corpo, l'idea che altri ne aveva."
"E questo vi basta?"
"No, perch‚ la vera scienza non deve accontentarsi delle idee, che sono appunto
segni, ma deve ritrovare le cose nella loro verit… singolare. E dunque mi
piacerebbe risalire da questa impronta di una impronta all'unicorno individuo che
sta all'inizio della catena. Cos come mi piacerebbe risalire dai segni vaghi
lasciati dall'assassino di Venanzio (segni che potrebbero rimandare a molti) a un
individuo unico, l'assassino stesso. Ma non sempre Š possibile in breve tempo, e
senza la mediazione di altri segni."
"Ma allora posso sempre e solo parlare di qualcosa che mi parla di qualcosa d'altro
e via di seguito, ma il qualcosa finale, quello vero, non c'Š mai?"
"Forse c'Š, Š l'unicorno individuo. E non preoccuparti, un giorno o l'altro lo
incontrerai, per nero e brutto che sia."
"Unicorni, leoni, autori arabi e mori in genere," dissi a quel punto, "senza dubbio
questa Š l'Africa di cui parlavano i monaci."
"Senza dubbio Š questa. E se Š questa dovremmo trovare i poeti africani a cui
accennava Pacifico da Tivoli."
E infatti, rifacendo il cammino a ritroso e tornando nella stanza L, trovai in un
armadio una raccolta di libri di Floro, Frontone, Apuleio, Marziano Capella e
Fulgenzio.
"Quindi Š qui che Berengario diceva che avrebbe dovuto esserci la spiegazione di un
certo segreto," dissi.
"Quasi qui. Egli us• l'espressione 'finis Africae', ed Š a questa espressione che
Malachia si adont• tanto. Il finis potrebbe essere quest'ultima stanza, oppure..."
ebbe una esclamazione: "Per le sette chiese di Clonmacnois! Non hai notato nulla?"
"Cosa?"
"Torniamo indietro, alla stanza S da cui siamo partiti!"
Tornammo alla prima stanza cieca dove il versetto diceva: "Super thronos viginti
quatuor". Essa aveva quattro aperture. Una dava sulla stanza Y, con finestra
sull'ottagono. L'altra dava sulla stanza P che continuava, lungo la facciata
esterna, la sequenza YSPANIA. Quella verso il torrione immetteva nella stanza E che
avevamo appena percorso. Poi c'era una parete piena e infine un'apertura che
immetteva in una seconda stanza cieca con l'iniziale U. La stanza S era quella
dello specchio, e fortuna che esso si trovava sulla parete immediatamente alla mia
destra, altrimenti di nuovo sarei stato preso da paura.
Guardando bene la mappa mi resi conto della singolarit… di quella stanza. Come
tutte le altre stanze cieche degli altri tre torrioni avrebbe dovuto immettere alla
stanza eptagonale centrale. Se non lo faceva, l'ingresso all'eptagono avrebbe
dovuto aprirsi nella stanza cieca adiacente, la U. Invece questa, che immetteva per
un'apertura a una stanza T con finestra sull'ottagono interno, e per l'altra si
collegava alla stanza S, aveva le altre tre pareti piene e occupate da armadi.
Guardandoci intorno rilevammo quello che ormai era evidente anche dalla mappa: per
ragioni di logica oltre che di rigorosa simmetria, quel torrione doveva avere la
sua stanza eptagonale, ma essa non c'era.
"Non c'Š," dissi.
"Non Š che non ci sia. Se non ci fosse, le altre stanze sarebbero pi— grandi,
mentre sono pi— o meno del formato di quelle degli altri lati. C'Š, ma non ci si
arriva."
"E' murata?"
"Probabilmente. Ed ecco il finis Africae, ecco il luogo intorno a cui si aggiravano
quei curiosi che sono morti. E' murata, ma non Š detto che non vi sia un passaggio.
Anzi, sicuramente c'Š, e Venanzio lo aveva trovato, o ne aveva avuto la descrizione
da Adelmo, e questi da Berengario. Rileggiamo i suoi appunti."
Trasse dal saio la carta di Venanzio e rilesse: "La mano sopra l'idolo opera sul
primo e sul settimo dei quattro." Si guard• intorno: "Ma certo! L'idolum Š
l'immagine dello specchio! Venanzio pensava in greco e in quella lingua, pi— ancora
che nella nostra, 'eidolon' Š sia immagine che spettro, e lo specchio ci rinvia la
nostra immagine deformata che noi stessi, l'altra notte, abbiamo scambiato con uno
spettro! Ma cosa saranno allora i quattro 'supra speculum'? Qualcosa sopra la
superficie riflettente? Ma allora dovremmo porci da un certo punto di vista in modo
da poter scorgere qualcosa che si riflette nello specchio e che corrisponde alla
descrizione data da Venanzio..."
Ci muovemmo in tutte le direzioni, ma senza risultato. Al di l… delle nostre
immagini, lo specchio rinviava confusi contorni del resto della sala, a mala pena
illuminata dalla lampada.
"Allora," meditava Guglielmo, "per 'supra speculum' potrebbe voler intendere al di
l… dello specchio... Il che imporrebbe che prima andassimo al di l…, perch‚
certamente questo specchio Š una porta..."
Lo specchio era alto pi— di un uomo normale, incassato nel muro da una robusta
cornice di quercia. Lo toccammo in tutte le guise, cercammo di insinuare le nostre
dita, le nostre unghie tra la cornice e il muro, ma lo specchio stava saldo come se
del muro fosse parte, pietra nella pietra.
"E se non Š al di l…, potrebbe essere 'super speculum'," mormorava Guglielmo, e
intanto alzava il braccio e si levava in punta di piedi, e faceva scorrere la mano
sul bordo superiore della cornice, senza trovar altro che polvere.
"D'altra parte," rifletteva melanconicamente Guglielmo. "se pure l dietro ci fosse
una stanza, il libro che cerchiamo e che altri cercarono, in quella stanza non c'Š
pi—, perch‚ lo hanno portato via, prima Venanzio e poi, chiss… dove, Berengario."
"Ma forse Berengario lo ha riportato qui."
"No, quella sera noi eravamo in biblioteca, e tutto ci fa credere che egli sia
morto non molto tempo dopo il furto, quella notte stessa nei balnea. Altrimenti lo
avremmo rivisto il mattino successivo. Non importa... Per ora abbiamo appurato dove
stia il finis Africae e abbiamo quasi tutti gli elementi per perfezionare meglio la
mappa della biblioteca. Devi ammettere che molti dei misteri del labirinto si sono
ormai chiariti. Tutti, direi, meno uno. Credo che trarr• pi— partito da una
rilettura attenta del manoscritto di Venanzio che da altre ispezioni. Hai visto che
il mistero del labirinto lo abbiamo scoperto meglio da fuori che da dentro. Questa
sera, di fronte alle nostre immagini distorte, non verremo a capo del problema. E
infine, il lume sta indebolendosi. Vieni, mettiamo a punto le altre indicazioni che
ci servono per definire la mappa."
Percorremmo altre sale, sempre registrando le nostre scoperte sulla mia mappa.
Incontrammo stanze dedicate soltanto a scritti di matematica e astronomia, altre
con opere in caratteri aramaici che nessuno di noi due conosceva, altre in
caratteri pi— ignoti ancora, forse testi dell'India. Ci muovevamo entro due
sequenze imbricate che dicevano IUDAEA e AEGYPTUS. Insomma, per non attediare il
lettore con la cronaca della nostra decifrazione, quando pi— tardi mettemmo
definitivamente a punto la mappa, ci convincemmo che la biblioteca era davvero
costituita e distribuita secondo l'immagine dell'orbe terraqueo. A settentrione
trovammo ANGLIA e GERMANI, che lungo la parete occidentale si legavano a GALLIA,
per poi generare all'estremo occidente HIBERNIA e verso la parete meridionale ROMA
(paradiso di classici latini!) e YSPANIA. Venivano poi a meridione i LEONES,
l'AEGYPTUS che verso oriente diventavano IUDAEA e FONS ADAE. Tra oriente e
settentrione, lungo la parete, ACAIA, una buona sineddoche, come si espresse
Guglielmo, per indicare la Grecia, e infatti in quelle quattro stanze vi era gran
dovizia di poeti e filosofi dell'antichit… pagana.
Il modo di lettura era bizzarro, talora si procedeva in un'unica direzione, talora
si andava a ritroso, talora in circolo, spesso come ho detto una lettera serviva a
comporre due parole diverse (e in quei casi la stanza aveva un armadio dedicato a
un argomento e uno a un altro). Ma non c'era evidentemente da cercare una regola
aurea in quella disposizione. Si trattava di mero artifizio mnemonico per
permettere al bibliotecario di ritrovare un'opera. Dire di un libro che si trovava
in quarta Acaiae significava che era nella quarta stanza a contare da quella in cui
appariva la A iniziale, e quanto al modo di individuarla, si supponeva che il
bibliotecario sapesse a memoria il percorso, o retto o circolare, da fare. Per
esempio ACAIA era distribuito su quattro stanze disposte a quadrato, il che vuol
dire che la prima A era anche l'ultima, cosa che peraltro anche noi avevamo appreso
in poco tempo. Cos come avevamo subito appreso il gioco degli sbarramenti. Per
esempio, venendo da oriente, nessuna delle stanze di ACAIA immetteva nelle stanze
seguenti: il labirinto a quel punto terminava e per raggiungere il torrione
settentrionale occorreva passare dagli altri tre. Ma naturalmente i bibliotecari,
entrando dal FONS, sapevano bene che per andare, poniamo, in ANGLIA, dovevano
attraversare AEGYPTUS, YSPANIA, GALLIA e GERMANI.
Con queste e altre belle scoperte termin• la nostra fruttuosa esplorazione alla
biblioteca. Ma prima di dire che, soddisfatti, ci accingemmo a uscirne (per
diventar partecipi di altri eventi di cui tra poco racconter•), devo fare una
confessione al mio lettore. Ho detto che la nostra esplorazione fu condotta da un
lato cercando la chiave del misterioso luogo e dall'altro intrattenendoci via via,
nelle sale che individuavamo quanto a collocazione e argomento, a sfogliare libri
di vario genere, come se esplorassimo un continente misterioso o una terra
incognita. E di solito questa esplorazione avvenne di comune accordo, io e
Guglielmo intrattenendoci sugli stessi libri, io indicandogli i pi— curiosi, lui
spiegandomi molte cose che non riuscivo a capire.
Ma a un certo punto, e proprio mentre ci aggiravamo per le sale del torrione
meridionale, dette LEONES, accadde che il mio maestro si soffermasse in una stanza
ricca di opere arabe con curiosi disegni di ottica; e poich‚ quella sera
disponevamo non di uno ma di due lumi, io mi spostai per curiosit… nella stanza
accanto, avvedendomi che la sagacia e la prudenza dei legislatori della biblioteca
avevano radunato lungo una delle sue pareti libri che certo non potevano essere
dati in lettura a chiunque, perch‚ in modi diversi trattavano di svariate malattie
del corpo e dello spirito, quasi sempre a opera di sapienti infedeli. E mi cadde
l'occhio su di un libro non grande, adorno di miniature molto difformi (per
fortuna!) dal tema, fiori, viticci, animali a coppia, qualche erba medicinale: il
titolo era "Speculum amoris", di fra Massimo da Bologna, e riportava citazioni di
molte altre opere, tutte sulla malattia d'amore. Come il lettore capir… non ci
voleva di pi— a risvegliare la mia curiosit… malata. Anzi, proprio quel titolo
bast• a riaccendere la mia mente, che dal mattino si era sopita, eccitandola di
nuovo con l'immagine della fanciulla.
Poich‚ per tutto il giorno avevo ricacciato da me i pensieri mattinali, dicendomi
che non erano da novizio sano ed equilibrato, e poich‚ d'altra parte gli eventi
della giornata erano stati abbastanza ricchi e intensi da distrarmi, i miei
appetiti si erano sopiti, s che ormai credevo di essermi liberato da ci• che altro
non era stata che una inquietudine passeggera. Invece bast• la vista di quel libro
a farmi dire "de te fabula narratur" e a scoprirmi pi— malato d'amore di quanto non
credessi. Imparai dopo che, a leggere libri di medicina, ci si convince sempre di
provare i dolori di cui essi parlano. Fu cos che proprio la lettura di quelle
pagine, sbirciate in fretta per timore che Guglielmo entrasse nella stanza e mi
chiedesse su che cosa mi stavo dottamente intrattenendo, mi convinse che io
soffrivo proprio di quella malattia, i cui sintomi erano cos splendidamente
descritti che, se da un lato mi preoccupavo nel trovarmi malato (e sulla scorta
infallibile di tante auctoritates), dall'altro mi rallegravo nel veder dipinta con
tanta vivacit… la mia situazione; convincendomi che, se pur ero malato, la mia
malattia era per cos dire normale, dato che tanti altri ne avevano sofferto nello
stesso modo, e gli autori citati sembravano aver preso proprio me a modello delle
loro descrizioni.
Mi commossi cos sulle pagine di Ibn Hazm, che definisce l'amore come una malattia
ribelle, che ha la sua cura in se stessa, in cui chi Š malato non vuole guarirne e
chi ne Š infermo non desidera riaversi (e Dio sa se non fosse vero!). Mi resi conto
perch‚ al mattino fossi cos eccitato da tutto quel che vedevo, perch‚ pare che
l'amore entri attraverso gli occhi come dice anche Basilio d'Ancira, e sintomo
inconfondibile chi
Š preso da tale male manifesta una eccessiva gaiezza, mentre
desidera al contempo starsene in disparte e predilige la solitudine (come io avevo
fatto quel mattino), mentre altri fenomeni che lo accompagnano sono l'inquietudine
violenta e lo sbalordimento che toglie le parole... Mi spaventai leggendo che al
sincero amante, cui sia sottratta la vista dell'oggetto amato, non pu• che
sopravvenire uno stato di consunzione che spesso arriva sino a fargli prendere il
letto, e talora il male sopraff… il cervello, si perde il senno e si vaneggia
(evidentemente non ero ancor giunto in quello stato, perch‚ avevo lavorato assai
bene nell'esplorare la biblioteca). Ma lessi con apprensione che se il male
peggiora, pu• sopravvenirne la morte e mi chiesi se la gioia che la fanciulla mi
dava a pensarla valesse questo sacrificio supremo del corpo, a parte ogni retta
considerazione sulla salute dell'anima.
Anche perch‚ trovai un'altra citazione di Basilio secondo il quale "qui animam
corpori per vitia conturbationesque commiscent, utrinque quod habet utile ad vitam
necessarium demoliuntur, animamque lucidam ac nitidam carnalium voluptatum limo
perturbant, et corporis munditiam atque nitorem hac ratione miscentes, inutile hoc
ad vitae officia ostendunt". Situazione estrema in cui proprio non volevo trovarmi.
Appresi altres da una frase di santa Hildegarda che quell'umor melanconico che in
giornata avevo provato, e che attribuivo a dolce sentimento di pena per l'assenza
della fanciulla, pericolosamente assomiglia al sentimento che prova chi devia dallo
stato armonico e perfetto che l'uomo prova in paradiso, e che questa melanconia
"nigra et amara" Š prodotta dal soffio del serpente e dalla suggestione del
diavolo. Idea condivisa anche da infedeli di pari saggezza, perch‚ mi caddero sotto
gli occhi le linee attribuite a Abu BakrMuhammad
Ibn Zakariyya arRazi,
che in un
"Liber continens" identifica la melanconia amorosa con la licantropia, che spinge
chi ne Š colpito a comportarsi come un lupo. La sua descrizione mi serr• la gola:
dapprima gli amanti appaiono mutati nel loro aspetto esteriore, la loro vista si
indebolisce, gli occhi diventano cavi e senza lacrime, la lingua lentamente si
essicca e su di essa appaiono delle pustole, tutto il corpo Š secco e soffrono
continuamente la sete; a questo punto trascorrono la loro giornata sdraiati a
faccia in gi—, sul viso e sulle tibie appaiono segni simili a morsi di cane, e
infine di notte vagano per i cimiteri come lupi.
Non ebbi infine pi— dubbi sulla gravit… del mio stato quando lessi citazioni dal
grandissimo Avicenna, dove l'amore viene definito come un pensiero assiduo di
natura melanconica, che nasce a causa del pensare e ripensare le fattezze, i gesti
o i costumi di una persona di sesso opposto (come Avicenna aveva rappresentato con
fedele vivacit… il caso mio!): esso non nasce come malattia ma malattia diviene
quando non essendo soddisfatto diventa pensiero ossessivo (e perch‚ mai mi sentivo
ossessionato io che pure, Dio mi perdoni, mi ero ben soddisfatto? o forse ci• che
era avvenuto la notte precedente non era soddisfazione d'amore? ma come si soddisfa
allora questo male?), e come conseguenza si ha un moto continuo delle palpebre, un
respiro irregolare, ora si ride e ora si piange, e il polso batte (e invero il mio
batteva, e il respiro si spezzava mentre leggevo quelle righe!). Avicenna
consigliava un metodo infallibile gi… proposto da Galeno per scoprire di chi
qualcuno sia innamorato: tenere il polso del dolente e pronunciare molti nomi di
persone d'altro sesso, sino a che si avverta a quale nome il ritmo del polso si
accelera: e io temevo che di colpo entrasse il mio maestro e mi afferrasse il
braccio e spiasse nella pulsazione delle mie vene il mio segreto, del che molto mi
sarei vergognato... AhimŠ, Avicenna suggeriva, come rimedio, di unire i due amanti
in matrimonio, e il male sarebbe guarito. Proprio vero che era un infedele, se pure
avveduto, perch‚ non teneva conto della condizione di un novizio benedettino,
condannato dunque a non guarire mai o
meglio consacratosi, per sua scelta, o per
oculata scelta dei suoi parenti, a mai ammalarsi. Per fortuna Avicenna, sia pure
non pensando all'ordine cluniacense, considerava il caso di amanti non
ricongiungibili, e consigliava come cura radicale i bagni caldi (che Berengario
volesse guarire del suo mal d'amore per lo scomparso Adelmo? ma si poteva soffrire
mal d'amore per un essere del proprio sesso, o quella non era che bestiale
lussuria? e forse non era bestiale la lussuria della mia notte passata? no certo,
mi dicevo subito, era dolcissima e
subito dopo: sbagli Adso, quella fu illusione
del diavolo, bestialissima era, e se hai peccato a essere bestia pecchi ancora pi—
ora a non volertene rendere conto!). Ma poi lessi anche che, sempre secondo
Avicenna, vi erano pure altri mezzi: per esempio, ricorrere all'assistenza di donne
vecchie ed esperte che passino il tempo a denigrare l'amata e
pare che le donne
vecchie siano pi— esperte degli uomini in questa bisogna. Forse questa era la
soluzione, ma donne vecchie all'abbazia non ne potevo trovare (n‚ giovani, invero)
e dunque avrei dovuto chiedere a qualche monaco di parlarmi male della ragazza, ma
a chi? E poi, poteva un monaco conoscere bene le donne come le conosceva una donna
vecchia e pettegola? L'ultima soluzione suggerita dal saraceno era addirittura
invereconda perch‚ postulava che si facesse congiungere l'amante infelice con molte
schiave, cosa assai inconveniente per un monaco. Infine, mi dicevo, come pu•
guarire di mal d'amore un giovane monaco, non c'Š proprio salvezza per lui? Forse
dovevo ricorrere a Severino e alle sue erbe? Infatti trovai un brano di Arnaldo da
Villanova, autore che gi… avevo sentito citare con molta considerazione da
Guglielmo, il quale faceva nascere il mal d'amore da una abbondanza di umori e di
pneuma, quando cioŠ l'organismo umano si trova in eccesso di umidit… e calore, dato
che il sangue (che produce il seme generativo) crescendo per eccesso provoca
eccesso di seme, una "complexio venerea", e un desiderio intenso di unione tra uomo
e donna. C'Š una virt— estimativa situata nella parte dorsale del ventricolo medio
dell'encefalo (cos'Š, mi chiesi?) il cui scopo Š percepire le intentiones non
sensibili che sono negli oggetti sensibili captati dai sensi, e quando il desiderio
per l'oggetto percepito dai sensi si fa troppo forte ecco che la facolt… estimativa
ne Š sconvolta, e si pasce solo del fantasma della persona amata; allora si
verifica una infiammazione di tutta l'anima e il corpo, con la tristezza alternata
alla gioia, perch‚ il calore (che nei momenti di disperazione scende nelle parti
pi— profonde del corpo e raggela la cute) nei momenti di gioia sale alla superficie
infiammando il volto. La cura suggerita da Arnaldo consisteva nel cercare di
perdere la confidenza e la speranza di raggiungere l'oggetto amato, in modo che il
pensiero se ne allontanasse.
Ma allora sono guarito, o in via di guarigione, mi dissi, perch‚ ho poca o nessuna
speranza di rivedere l'oggetto dei miei pensieri, e se lo vedessi di raggiungerlo,
e se lo raggiungessi di possederlo di nuovo, e se lo ripossedessi di trattenerlo
presso di me, sia a cagione del mio stato monacale che dei doveri che mi sono
imposti dal rango della mia famiglia... Sono salvo, mi dissi, chiusi il fascicolo e
mi ricomposi, proprio mentre Guglielmo entrava nella stanza. Ripresi con lui il
viaggio attraverso il labirinto ormai svelato (come ho gi… raccontato) e per il
momento scordai la mia ossessione.
Come si vedr… l'avrei ritrovata entro breve tempo, ma in circostanze (ahimŠ!) ben
diverse.
Notte.
Dove Salvatore si fa miseramente scoprire da Bernardo Gui, la ragazza amata da Adso
viene presa come strega e tutti vanno a letto pi— infelici e preoccupati di prima.
Stavamo infatti ridiscendendo nel refettorio quando udimmo dei clamori, e delle
luci fievoli balenarono dalla parte della cucina. Guglielmo spense di colpo il
lume. Seguendo i muri ci avvicinammo alla porta che dava sulla cucina, e sentimmo
che il rumore proveniva dall'esterno, salvo che la porta era aperta. Poi le voci e
le luci si allontanarono, e qualcuno chiuse con violenza la porta. Era un tumulto
grande che preludeva a qualcosa di sgradevole. Velocemente ripassammo per
l'ossario, riapparimmo nella chiesa, deserta, uscimmo dal portale meridionale, e
scorgemmo un baluginare di fiaccole nel chiostro.
Ci appressammo, e nella confusione pareva che fossimo accorsi anche noi insieme ai
molti che gi… erano sul luogo, usciti vuoi dal dormitorio vuoi dalla casa dei
pellegrini. Vedemmo che gli arcieri stavano tenendo saldamente Salvatore, bianco
come il bianco dei suoi occhi. e una donna che piangeva. Provai una stretta al
cuore: era lei, la ragazza dei miei pensieri. Come mi vide mi riconobbe e mi lanci•
uno sguardo implorante e disperato. Ebbi l'impulso di lanciarmi a liberarla, ma
Guglielmo mi trattenne sussurrandomi alcuni improperi per nulla affettuosi. I
monaci e gli ospiti ora accorrevano da ogni parte.
Arriv• l'Abate, arriv• Bernardo Gui, a cui il capitano degli arcieri fece un breve
rapporto. Ecco cos'era accaduto.
Per ordine dell'inquisitore essi pattugliavano nottetempo l'intera spianata, con
particolare attenzione per il viale che andava dal portale d'ingresso alla chiesa,
la zona degli orti, e la facciata dell'Edificio (perch‚? mi chiesi, e capii:
evidentemente perch‚ Bernardo aveva raccolto dai famigli o dai cucinieri voci su
alcuni traffici notturni, magari senza sapere chi esattamente ne fossero i
responsabili, che avvenivano tra l'esterno della cinta e le cucine, e chiss… che lo
stolido Salvatore, come aveva detto a me dei suoi propositi, non ne avesse gi…
parlato in cucina o nelle stalle a qualche sciagurato che, intimorito
dall'interrogatorio del pomeriggio, aveva gettato in pasto a Bernardo questa
mormorazione). Nel girare circospetti e al buio tra la nebbia, gli arcieri avevano
finalmente sorpreso Salvatore, in compagnia della donna, mentre armeggiava davanti
alla porta della cucina.
"Una donna in questo luogo santo! E con un monaco!" disse severamente Bernardo
rivolgendosi all'Abate. "Signore magnificentissimo," prosegu , "se si trattasse
solo della violazione del voto di castit…, la punizione di quest'uomo sarebbe cosa
di vostra giurisdizione. Ma poich‚ non sappiamo ancora se i maneggi di questi due
sciagurati abbiano qualcosa a che vedere con la salute di tutti gli ospiti,
dobbiamo prima far luce su questo mistero. Ors—, dico a te, miserabile," e
strappava dal petto di Salvatore l'evidente involto che quello credeva di celare,
"cos'hai l dentro?"
Io gi… lo sapevo: un coltello, un gatto nero che, aperto che fu l'involto, fugg
miagolando infuriato, e due uova, ormai rotte e viscide, che a tutti parvero
sangue, o bile gialla, o altra sostanza immonda. Salvatore stava per entrare in
cucina, ammazzare il gatto e cavargli gli occhi, e chiss… con quali promesse aveva
indotto la ragazza a seguirlo. Con quali promesse, lo seppi subito. Gli arcieri
frugarono la ragazza, tra risate maliziose e mezze parole lascive, e le trovarono
addosso un galletto morto, ancora da spennare. Sfortuna volle che nella notte, in
cui tutti i gatti sono grigi, il gallo apparisse nero anch'esso come il gatto. Io
pensai, invece, che non ci voleva di pi— per attrarla, la povera affamata che gi…
la notte scorsa aveva abbandonato (e per amor mio!) il suo prezioso cuore di bue...
"Ah ah!" esclam• Bernardo con tono di gran preoccupazione, "gatto e gallo nero...
Ma io li conosco questi parafernali..." Scorse Guglielmo tra gli astanti: "Non li
conoscete anche voi, frate Guglielmo? Non foste inquisitore a Kilkenny, tre anni
fa, dove quella ragazza aveva commercio con un demone che le appariva sotto le
specie di un gatto nero?"
Mi parve che il mio maestro tacesse per vilt…. Gli afferrai la manica, lo scossi,
gli sussurrai disperato: "Ma ditegli che era per mangiare..."
Egli si liber• dalla mia presa e si rivolse educatamente a Bernardo: "Non credo voi
abbiate bisogno delle mie antiche esperienze per arrivare alle vostre conclusioni,"
disse.
"Oh no, ci sono testimonianze ben pi— autorevoli," sorrise Bernardo. "Stefano di
Borbone racconta nel suo trattato sui sette doni dello spirito santo come san
Domenico, dopo aver predicato a Fanjeaux contro gli eretici, annunci• a certe donne
che esse avrebbero visto chi avevano servito sino ad allora. E di colpo balz• in
mezzo a loro un gatto spaventoso dalle dimensioni di un grosso cane, con gli occhi
grandi e infocati, la lingua sanguinolenta che arrivava sino all'ombelico, la coda
corta e ritta in aria in modo che comunque l'animale si girasse mostrava la
turpitudine del suo di dietro, fetido quanti altri mai, come si conviene a
quell'ano che molti devoti di Satana, non ultimi i cavalieri templari, hanno sempre
usato baciare nel corso delle loro riunioni. E dopo aver girato intorno alle donne
per un'ora, il gatto balz• sulla corda della campana e vi si arrampic•, lasciando
indietro i suoi resti puteolenti. E non Š il gatto l'animale amato dai catari, che
secondo Alano delle Isole si chiamano cos proprio da 'catus', perch‚ di questa
bestia baciano le terga ritenendole incarnazione di Lucifero? E non conferma questa
disgustosa pratica anche Guglielmo d'Alvernia nel 'De legibus'? E non dice Alberto
Magno che i gatti sono demoni in potenza? E non riporta il mio venerabile
confratello Jacques Fournier che sul letto di morte dell'inquisitore Gaufrido da
Carcassonne apparvero due gatti neri, che altro non erano che demoni che volevano
dileggiare quelle spoglie?"
Un mormorio di orrore percorse il gruppo dei monaci, molti dei quali si fecero il
segno della santa croce.
"Signor Abate, signor Abate," diceva frattanto Bernardo con aria virtuosa, "forse
la magnificenza vostra non sa cosa sono usi fare i peccatori con questi strumenti!
Ma lo so ben io, Dio non volesse! Ho visto donne scelleratissime, nelle ore pi—
buie della notte, insieme con altre della loro risma, usare di gatti neri per
ottenere prodigi che non poterono mai negare: cos da andare a cavalcioni di certi
animali, e percorrere col favore notturno spazi immensi, trascinando i loro
schiavi, trasformati in incubi vogliosissimi... E il diavolo stesso si mostra loro,
o almeno loro lo credono fortemente, sotto forma di gallo, o di altro animale
nerissimo, e con quello persino, non domandatemi come, congiacciono. E so di certo
che con negromanzie del genere, non Š molto, proprio in Avignone, si prepararono
filtri e unguenti per attentare alla vita dello stesso signor papa, avvelenandogli
i cibi. Il papa pot‚ difendersene e individuare il tossico solo perch‚ era munito
di prodigiosi gioielli in forma di lingua di serpente, fortificati da mirabili
smeraldi e rubini che per virt— divina servivano a rivelare la presenza di veleno
nei cibi! Undici gliene aveva regalate il re di Francia, di queste lingue
preziosissime, grazie al cielo, e solo cos il nostro signor papa pot‚ scampare
alla morte! E' vero che i nemici del pontefice fecero anche di pi—, e tutti sanno
cosa si scopr dell'eretico Bernard D‚licieux arrestato dieci anni fa: gli furono
trovati in casa libri di mag a nera annotati proprio alle pagine pi— scellerate,
con tutte le istruzioni per costruire figure di cera onde recar danno ai suoi
nemici. E ci credereste, in casa gli furono pure trovate figure che riproducevano,
con arte certo ammirevole, l'immagine stessa del papa, con circoletti rossi sulle
parti vitali del corpo: e tutti sanno che tali figure, tenute appese per una corda,
le si pone davanti a uno specchio e poi si colpiscono i circoli vitali con degli
spilli e... Oh, ma perch‚ mi attardo in queste miserie disgustose? Il papa stesso
ne ha parlato e le ha descritte, condannandole, proprio l'anno scorso, nella sua
costituzione 'Super illius specula'! E spero proprio che ne abbiate copia in questa
vostra ricca biblioteca, per meditarvi come si deve..."
"L'abbiamo, l'abbiamo," conferm• fervidamente l'Abate, turbatissimo.
"Va bene," concluse Bernardo. "Ormai il fatto mi pare chiaro. Un monaco sedotto,
una strega, e qualche rito che per fortuna non ha avuto luogo. A quali fini? E'
quel che sapremo, e voglio sottrarre alcune ore al sonno per saperlo. La vostra
magnificenza voglia mettermi a disposizione un luogo dove quest'uomo possa essere
custodito..."
"Abbiamo delle celle nel sottosuolo del laboratorio dei fabbri," disse l'Abate,
"che per fortuna si usano assai poco e sono vuote da anni..."
"Per fortuna o per sfortuna," osserv• Bernardo. E ordin• agli arcieri di farsi
mostrare la strada e condurre in due celle diverse i due catturati; e di legare
bene l'uomo a qualche anello infisso nel muro, in modo che egli potesse fra breve
scendere a interrogarlo guardandolo bene in viso. Quanto alla ragazza, aggiunse,
chi fosse era chiaro, e non valeva la pena di interrogarla quella notte. Altre
prove l'avrebbero attesa prima di bruciarla come strega. E se strega era, non
avrebbe facilmente parlato. Ma il monaco forse, si poteva ancora pentire (e fissava
Salvatore tremante, come a fargli intendere che gli offriva ancora una
possibilit…), raccontando la verit… e, aggiunse, denunciando i suoi complici.
I due vennero trascinati via, l'uno silenzioso e disfatto, quasi febbricitante,
l'altra che piangeva, e scalciava, e gridava come un animale al macello. Ma n‚
Bernardo, n‚ gli arcieri, n‚ io stesso, intendevamo cosa dicesse nella sua lingua
di contadina. Per quanto parlasse, era come muta. Ci sono delle parole che danno
potere, altre che rendono pi— derelitti ancora, e di questa sorta sono le parole
volgari dei semplici, a cui il Signore non ha concesso di sapersi esprimere nella
lingua universale della sapienza e della potenza.
Ancora una volta fui tentato di seguirla, ancora una volta Guglielmo, scurissimo in
volto, mi trattenne. "Stai fermo, sciocco, disse, "la ragazza Š perduta, Š carne
bruciata."
Mentre osservavo atterrito la scena, in un turbine di pensieri contraddittori,
fissando la fanciulla, mi sentii toccare sulla spalla. Non so perch‚, ma prima
ancora di voltarmi, riconobbi al tocco Ubertino.
"Tu guardi la strega, vero?" mi chiese. E sapevo che non poteva sapere della mia
vicenda, e quindi parlava cos solo perch‚ aveva colto, con la sua terribile
penetrazione per le passioni umane, l'intensit… del mio sguardo.
"No..." mi schermii, "non la guardo... cioŠ, forse la guardo, ma non Š una
strega... non lo sappiamo, forse Š innocente..."
"Tu la guardi perch‚ Š bella. E' bella, vero?" mi domand• con straordinario calore,
stringendomi il braccio. "Se la guardi perch‚ Š bella, e ne sei turbato (ma so che
sei turbato, perch‚ il peccato di cui la si sospetta te la rende ancora pi—
affascinante), se la guardi e provi desiderio, perciostesso essa Š una strega. Sta
in guardia, figlio mio... La bellezza del corpo si limita alla pelle. Se gli uomini
vedessero quello che Š sotto la pelle, cos come accade con la lince di Beozia,
rabbrividirebbero alla visione della donna. Tutta quella grazia consiste di
mucosit… e di sangue, di umori e di bile. Se si pensa a ci• che si nasconde nelle
narici, nella gola e nel ventre, non si trover… che lordume. E se ti ripugna
toccare il muco o lo sterco con la punta del dito, come mai potremmo desiderare di
abbracciare il sacco stesso che contiene lo sterco?"
Mi colse un conato di vomito. Non volevo pi— ascoltare quelle parole. Mi venne in
soccorso il mio maestro, che aveva udito. Si avvicin• bruscamente a Ubertino, gli
afferr• il braccio e lo stacc• dal mio.
"Basta cos , Ubertino," disse. "Quella ragazza presto sar… sotto tortura, quindi
sul rogo. Diventer… esattamente come dici tu, muco, sangue, umori e bile. Ma
saranno i nostri simili a cavare di sotto alla sua pelle ci• che il Signore ha
voluto che fosse protetto e adornato da quella pelle. E dal punto di vista della
materia prima, tu non sei migliore di lei. Lascia stare il ragazzo."
Ubertino si turb•: "Forse ho peccato," mormor•. "Senz'altro ho peccato. Che altro
pu• fare un peccatore?"
Tutti ormai stavano rientrando, commentando l'accaduto. Guglielmo si intrattenne un
poco con Michele e con gli altri minoriti, che gli chiedevano le sue impressioni.
"Bernardo ha ora in mano un argomento, sia pure equivoco. Nell'abbazia si aggirano
negromanti, che fan le stesse cose che furono fatte contro il papa ad Avignone. Non
Š certo una prova, e in prima istanza non pu• essere usata per disturbare
l'incontro di domani. Questa notte cercher… di strappare a quel disgraziato qualche
altra indicazione, di cui, ne sono sicuro, non far… uso subito domani mattina. La
terr… in riserbo, gli servir… pi— avanti, per disturbare l'andamento delle
discussioni se mai prendessero una via che gli Š sgradita."
"Potrebbe fargli dire qualcosa da usare contro di noi?" domand• Michele da Cesena.
Guglielmo rimase dubbioso: "Speriamo di no," disse. Mi resi conto che, se Salvatore
diceva a Bernardo quello che aveva detto a noi, sul passato suo e del cellario, e
se accennava qualcosa al rapporto di entrambi con Ubertino, per fugace che fosse
stato, si sarebbe creata una situazione assai imbarazzante.
"In ogni caso attendiamo gli eventi," disse Guglielmo con serenit…. "D'altra parte
Michele, tutto Š gi… stato deciso prima. Ma tu vuoi provare."
"Lo voglio," disse Michele, "e il Signore mi aiuter…. Che san Francesco interceda
per tutti noi.
"Amen," risposero tutti.
"Ma non Š detto," fu l'irriverente commento di Guglielmo. San
Francesco potrebbe
essere da qualche parte in attesa del giudizio, senza vedere il Signore faccia a
faccia."
"Maledetto sia l'eretico Giovanni!" sentii brontolare messer Girolamo mentre
ciascuno tornava a dormire. "Se adesso ci toglie anche l'assistenza dei santi, dove
finiremo noi, poveri peccatori?"

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