FANDOM



Giornata decima - Novella ottava

Sofronia, credendosi esser moglie di Gisippo, è moglie di Tito Quinzio Fulvo, e con lui se ne va a Roma, dove

Gisippo in povero stato arriva, e credendo da Tito esser disprezzato, sé avere uno uomo ucciso, per morire,

afferma. Tito, riconosciutolo, per iscamparlo, dice sé averlo morto; il che colui che fatto l'avea vedendo, sé stesso

manifesta; per la qual cosa da Ottaviano tutti sono liberati, e Tito dà a Gisippo la sorella per moglie e con lui

comunica ogni suo bene.

Filomena, per comandamento del re, essendo Pampinea di parlar ristata, e già avendo ciascuna commendato il re

Pietro, e più la ghibellina che l'altre, incominciò. Magnifiche donne, chi non sa li re poter, quando vogliono, ogni gran cosa fare, e loro altressì spezialissimamente

richiedersi l'esser magnifichi? Chi adunque, possedendo, fa quello che a lui s'appartiene, fa bene; ma non se ne

dee l'uomo tanto maravigliare, né alto con somme lode levarlo, come un altro si converria che il facesse, a cui per

poca possa meno si richiedesse. E per ciò, se voi con tante parole l'opere de're essaltate e paionvi belle, io non

dubito punto che molto più non vi debbian piacere ed esser da voi commendate quelle de'nostri pari, quando sono

a quelle de're simiglianti o maggiori; per che una laudevole opera e magnifica usata tra due cittadini amici ho

proposto in una novella di raccontarvi. Nel tempo adunque che Ottavian Cesare, non ancora s chiamato Augusto, ma nello uficio chiamato triumvirato lo

'mperio di Roma reggeva, fu in Roma un gentile uomo chiamato Publio Quinzio Fulvo, il quale, avendo un suo

figliuolo, Tito Quinzio Fulvo nominato, di maraviglioso ingegno, ad imprender filosofia il mandò ad Atene, e

quantunque più potè il raccomandò ad un nobile uomo della terra chiamato Cremete, il quale era antichissimo suo

amico. Dal quale Tito nelle propie case di lui fu allogato in compagnia d'un suo figliuolo nominato Gisippo; e sotto

la dottrina d'un filosofo chiamato Aristippo, e Tito e Gisippo furon parimente da Cremete posti ad imprendere. E venendo i due giovani usando insieme, tanto si trovarono i costumi loro esser conformi, che una fratellanza e

una amicizia sì grande ne nacque tra loro, che mai poi da altro caso che da morte non fu separata. Niun di loro

aveva né ben né riposo, se non tanto quanto erano insieme. Essi avevano cominciati gli studi, e parimente

ciascuno d'altissimo ingegno dotato saliva alla gloriosa altezza della filosofia con pari passo e con maravigliosa

laude; e in cotal vita con grandissimo piacer di Cremete, che quasi l'un più che l'altro non avea per figliuolo,

perseveraron ben tre anni. Nella fine de'quali, sì come di tutte le cose addiviene, addivenne che Cremete, già

vecchio, di questa vita passò; di che essi pari compassione, sì come di comun padre, portarono, né si discernea

per gli amici né per li parenti di Cremete, qual più fosse per lo sopravvenuto caso da racconsolar di lor due. Avvenne, dopo alquanti mesi, che gli amici di Gisippo e i parenti furon con lui, e insieme con Tito il confortarono a

tor moglie, e trovarongli una giovane di maravigliosa bellezza e di nobilissimi parenti discesa, e cittadina d'Atene,

il cui nome era Sofronia, d'età forse di quindici anni. E appressandosi il termine delle future nozze, Gisippo pregò

un dì Tito che con lui andasse a vederla, ché veduta ancora non l'avea; e nella casa di lei venuti, ed essa sedendo

in mezzo d'amenduni, Tito, quasi consideratore della bellezza della sposa del suo amico, la cominciò

attentissimamente a riguardare, e ogni parte di lei smisuratamente piacendogli mentre quelle seco sommamente

lodava, sì fortemente, senza alcun sembiante mostrarne, di lei s'accese, quanto di donna alcuno amante

s'accendesse giammai. Ma poi che alquanto con lei stati furono, partitisi, a casa se ne tornarono. Quivi Tito, solo nella sua camera entratosene, alla piaciuta giovane cominciò a pensare, tanto più accendendosi

quanto più nel pensiero si stendea. Di che accorgendosi, dopo molti caldi sospiri, seco cominciò a dire: - Ahi!

misera la vita tua, Tito! Dove e in che pon tu l'animo e l'amore e la speranza tua? Or non conosci tu, sì per li

ricevuti onori da Cremete e dalla sua famiglia, e sì per la intera amicizia la quale è tra te e Gisippo, di cui costei è

sposa, questa giovane convenirsi avere in quella reverenza che sorella? Che dunque ami? Dove ti lasci trasportare

allo 'ngannevole amore? Dove alla lusinghevole speranza? Apri gli occhi dello 'ntelletto, e te medesimo, o misero,

riconosci; dà luogo alla ragione, raffrena il concupiscibile appetito, tempera i disideri non sani, e ad altro dirizza i

tuoi pensieri; contrasta in questo cominciamento alla tua libidine, e vinci te medesimo, mentre che tu hai tempo.

Questo non si conviene che tu vuogli, questo non è onesto; questo a che tu seguir ti disponi, eziandio essendo

certo di giugnerlo (che non se'), tu il dovresti fuggire, se quello riguardassi che la vera amistà richiede e che tu

dei. Che dunque farai, Tito? Lascerai il non convenevole amore, se quello vorrai fare che si conviene -. E poi, di Sofronia ricordandosi, in contrario volgendo, ogni cosa detta dannava, dicendo: - Le leggi d'Amore sono

di maggior potenzia che alcune altre: elle rompono, non che quelle della amistà, ma le divine. Quante volte ha già

il padre la figliuola amata? il fratello la sorella? la matrigna il figliastro? Cose più mostruose che l'uno amico amar

la moglie dell'altro, già fattosi mille volte. Oltre a questo io son giovane, e la giovanezza è tutta sottoposta

all'amorose forze. Quello adunque che ad Amor piace a me convien che piaccia. L'oneste cose s'appartengono

a'più maturi; io non posso volere se non quello che Amor vuole. La bellezza di costei merita d'essere amata da

ciascheduno; e se io l'amo, che giovane sono, chi me ne potrà meritamente riprendere? Io non l'amo perché ella

sia di Gisippo, anzi l'amo che l'amerei di chiunque ella stata fosse. Qui pecca la Fortuna che a Gisippo mio amico

l'ha conceduta più tosto che ad un altro; e se ella dee essere amata (ché dee, e meritamente, per la sua bellezza),

più dee esser contento Gisippo, risappiendolo, che io l'ami io che un altro -. E da questo ragionamento, faccendo beffe di sé medesimo, tornando in sul contrario, e di questo in quello, e di

quello in questo, non solamente quel giorno e la notte seguente consumò, ma più altri, intanto che, il cibo e 'l

sonno perdutone, per debolezza fu costretto a giacere. Gisippo, il qual più dì l'avea veduto di pensier pieno e ora il vedeva infermo, se ne doleva forte, e con ogni arte e

sollecitudine, mai da lui non partendosi, s'ingegnava di confortarlo, spesso e con instanzia domandandolo della

cagione de'suoi pensieri e della infermità. Ma, avendogli più volte Tito dato favole per risposta, e Gisippo avendole

conosciute, sentendosi pur Tito constrignere, con pianti e con sospiri gli rispose in cotal guisa: - Gisippo, se agli Dii fosse piaciuto, a me era assai più a grado la morte che il più vivere, pensando che la fortuna

m'abbi condotto in parte che della mia virtù mi sia convenuto far pruova, e quella con grandissima vergogna di

me truovi vinta; ma certo io n'aspetto tosto quel merito che mi si conviene, cioè la morte, la qual mi fia più cara

che il vivere con rimembranza della mia viltà, la quale per ciò che a te né posso né debbo alcuna cosa celare, non

senza gran rossor ti scoprirrò. E, cominciatosi da capo, la cagion de'suoi pensieri, e la battaglia di quegli, e ultimamente de'quali fosse la

vittoria, e sé per l'amor di Sofronia perire gli discoperse, affermando che, conoscendo egli quanto questo gli si

sconvenisse, per penitenzia n'avea preso il voler morire, di che tosto credeva venire a capo. Gisippo, udendo

questo e il suo pianto vedendo, alquanto prima sopra sé stette, sì come quegli che del piacere della bella giovane,

avvegna che più temperatamente, era preso; ma senza indugio diliberò la vita dello amico più che Sofronia

dovergli esser cara; e così, dalle lagrime di lui a lagrimare invitato, gli rispose piagnendo: - Tito, se tu non fossi di conforto bisognoso come tu se', io di te a te medesimo mi dorrei, sì come d'uomo il quale

hai la nostra amicizia violata, tenendomi sì lungamente la tua gravissima passione nascosa; e come che onesto

non ti paresse, non son per ciò le disoneste cose, se non come l'oneste, da celare all'amico, per ciò che chi amico

è, come delle oneste con l'amico prende piacere, così le non oneste s'ingegna di torre dello animo dello amico; ma

ristarommene al presente, e a quel verrò che di maggior bisogno esser conosco. Se tu ardentemente ami Sofronia

a me sposata, io non me ne maraviglio, ma maravigliere'mi io ben se così non fosse, conoscendo la sua bellezza e

la nobiltà dell'animo tuo, atta tanto più a passion sostenere, quanto ha più d'eccellenza la cosa che piaccia. E

quanto tu ragionevolmente ami Sofronia, tanto ingiustamente della fortuna ti duoli (quantunque tu ciò non

esprimi) che a me conceduta l'abbia, parendoti il tuo amarla onesto, se d'altrui fosse stata che mia. Ma, se tu

se'savio come suoli, a cui la poteva la fortuna concedere, di cui tu più l'avessi a render grazie, che d'averla a me

conceduta? Qualunque altro avuta l'avesse, quantunque il tuo amore onesto stato fosse, l'avrebbe egli a sé amata

più tosto che a te, il che di me, se così mi tieni amico come io ti sono, non dei sperare; e la cagione è questa, che

io non mi ricordo, poi che amici fummo, che io alcuna cosa avessi che così non fosse tua come mia. Il che, se tanto fosse la cosa avanti che altramenti esser non potesse, così ne farei come dell'altre; ma ella è

ancora in sì fatti termini, che di te solo la posso fare, e così farò; per ciò che io non so quello che la mia amistà ti

dovesse esser cara, se io d'una cosa che onestamente far si puote, non sapessi d'un mio voler far tuo. Egli è il

vero che Sofronia è mia sposa, e che io l'amava molto e con gran festa le sue nozze aspettava; ma per ciò che tu,

sì come molto più intendente di me, con più fervor disideri così cara cosa come ella è, vivi sicuro che non mia ma

tua moglie verrà nella mia camera. E per ciò lascia il pensiero, caccia la malinconia, richiama la perduta sanità e il

conforto e l'allegrezza, e da questa ora innanzi lieto aspetta i meriti del tuo molto più degno amore che il mio non

era. Tito, udendo così parlare a Gisippo, quanto la lusinghevole speranza di quello gli porgeva piacere, tanto la debita

ragion gli recava vergogna, mostrandogli che quanto più era di Gisippo la liberalità, tanto di lui ad usarla pareva la

sconvenevolezza maggiore. Per che, non ristando di piagnere, con fatica così gli rispose: - Gisippo, la tua liberale e vera amistà assai chiaro mi mostra quello che alla mia s'appartenga di fare. Tolga via

Iddio che mai colei, la quale egli sì come a più degno ha a te donata, che io da te la riceva per mia. Se egli avesse

veduto che a me si convenisse costei, né tu né altri dee credere che mai a te conceduta l'avesse. Usa adunque

lieto la tua elezione e il discreto consiglio e il suo dono, e me nelle lagrime, le quali egli, sì come ad indegno di

tanto bene, m'ha apparecchiate, consumar lascia, le quali o io vincerò e saratti caro, o esse me vinceranno e sarò

fuor di pena. Al quale Gisippo disse: - Tito, se la nostra amistà mi può concedere tanto di licenzia, che io a seguire un mio piacer ti sforzi, e te a

doverlo seguire puote inducere, questo fia quello in che io sommamente intendo d'usarla; e dove tu non

condiscenda piacevole a'prieghi miei, con quella forza che ne'beni dello amico usar si dee, farò che Sofronia fia

tua. Io conosco quanto possono le forze d'amore, e so che elle, non una volta ma molte, hanno ad infelice morte

gli amanti condotti; e io veggio te sì presso, che tornare addietro né vincere potresti le lagrime, ma procedendo,

vinto verresti meno, al quale io senza alcun dubbio tosto verrei appresso. Adunque, quando per altro io non

t'amassi, m'è, acciò che io viva, cara la vita tua. Sarà adunque Sofronia tua, ché di leggiere altra che così ti

piacesse non troverresti; e io il mio amore leggiermente ad un'altra volgendo, avrò te e me contentato. Alla qual

cosa forse così liberal non sarei, se così rade o con quella difficoltà le mogli si trovasser, che si truovan gli amici; e

per ciò, potend'io leggerissimamente altra moglie trovare, ma non altro amico, io voglio innanzi (non vo'dir perder

lei, ché non la perderò dandola a te, ma ad un altro me la trasmuterò di bene in meglio) trasmutarla, che perder

te. E per ciò, se alcuna cosa possono in te i prieghi miei, io ti priego che, di questa afflizion togliendoti, ad una ora

consoli te e me, e con buona speranza ti disponghi a pigliar quella letizia che il tuo caldo amore della cosa amata

disidera. Come che Tito di consentire a questo, che Sofronia sua moglie divenisse, si vergognasse, e per questo duro stesse

ancora, tirandolo da una parte amore, e d'altra i conforti di Gisippo sospignendolo, disse: - Ecco, Gisippo, io non so quale io mi dica che io faccia più, o il mio piacere o il tuo, faccendo quello che tu

pregando mi di'che tanto ti piace; e poi che la tua liberalità è tanta che vince la mia debita vergogna, e io il farò.

Ma di questo ti rendi certo, che io nol fo come uomo che non conosca me da te ricever non solamente la donna

amata, ma con quella la vita mia. Facciano gl'Iddii, se esser può, che con onore e con ben di te io ti possa ancora

mostrare quanto a grado mi sia ciò che tu verso me, più pietoso di me che io medesimo, adoperi. Appresso queste parole disse Gisippo: - Tito, in questa cosa, a volere che effetto abbia, mi par da tener questa via. Come tu sai, dopo lungo trattato

de'miei parenti e di quei di Sofronia, essa è divenuta mia sposa, e per ciò, se io andassi ora a dire che io per

moglie non la volessi, grandissimo scandalo ne nascerebbe e turberei i suoi e'miei parenti; di che niente mi

curerei, se io per questo vedessi lei dover divenir tua; ma io temo, se io a questo partito la lasciassi, che i parenti

suoi non la dieno prestamente ad un altro, il qual forse non sarai desso tu, e così tu avrai perduto quello che io

non avrò acquistato. E per ciò mi pare, dove tu sii contento, che io con quello che cominciato ho seguiti avanti, e

sì come mia me la meni a casa e faccia le nozze, e tu poi occultamente, sì come noi saprem fare, con lei sì come

con tua moglie ti giacerai. Poi a luogo e a tempo manifesteremo il fatto; il quale, se lor piacerà, bene starà; se non

piacerà, sarà pur fatto, e non potendo indietro tornare, converrà per forza che sien contenti. Piacque a Tito il consiglio: per la qual cosa Gisippo come sua nella sua casa la ricevette, essendo già Tito guarito e

ben disposto; e fatta la festa grande, come fu la notte venuta, lasciar le donne la nuova sposa nel letto del suo

marito, e andar via. Era la camera di Tito a quella di Gisippo congiunta, e dell'una si poteva nell'altra andare; per che, essendo Gisippo

nella sua camera e ogni lume avendo spento, a Tito tacitamente andatosene, gli disse che con la sua donna

s'andasse a coricare. Tito vedendo questo, vinto da vergogna, si volle pentere e recusava l'andata; ma Gisippo, che con intero animo,

come con le parole, al suo piacere era pronto, dopo lunga tencione vel pur mandò. Il quale, come nel letto giunse,

presa la giovane, quasi come sollazzando, chetamente la domandò se sua moglie esser voleva. Ella, credendo lui

esser Gisippo, rispose del sì; ond'egli un bello e ricco anello le mise in dito dicendo: - E io voglio esser tuo marito. E quinci consumato il matrimonio, lungo e amoroso piacer prese di lei, senza che ella o altri mai s'accorgesse che

altri che Gisippo giacesse con lei. Stando adunque in questi termini il maritaggio di Sofronia e di Tito, Publio suo padre di questa vita passò; per la

qual cosa a lui fu scritto che senza indugio a vedere i fatti suoi a Roma se ne tornasse; e per ciò egli d'andarne e

di menarne Sofronia diliberò con Gisippo. Il che, senza manifestarle come la cosa stesse, far non si dovea né potea

acconciamente. Laonde, un dì nella camera chiamatala, interamente come il fatto stava le dimostrarono, e di ciò Tito per molti

accidenti tra lor due stati la fece chiara. La qual, poi che l'uno e l'altro un poco sdegnosetta ebbe guatato,

dirottamente cominciò a piagnere, sé dello inganno di Gisippo ramaricando; e prima che nella casa di Gisippo

nulla parola di ciò facesse, se n'andò a casa il padre suo, e quivi a lui e alla madre narrò lo 'nganno il quale ella ed

eglino da Gisippo ricevuto avevano; affermando sé esser moglie di Tito, e non di Gisippo come essi credevano. Questo fu al padre di Sofronia gravissimo, e co'suoi parenti e con que'di Gisippo ne fece una lunga e gran

querimonia, e furon le novelle e le turbazioni molte e grandi. Gisippo era a'suoi e a que'di Sofronia in odio, e

ciascun diceva lui degno, non solamente di riprensione, ma d'aspro gastigamento. Ma egli sé onesta cosa aver

fatta affermava e da dovernegli essere rendute grazie da'parenti di Sofronia, avendola a miglior di sé maritata. Tito d'altra parte ogni cosa sentiva e con gran noia sosteneva; e conoscendo costume esser de'greci tanto innanzi

sospignersi con romori e con le minacce, quanto penavano a trovar chi loro rispondesse, e allora non solamente

umili ma vilissimi divenire; pensò più non fossero senza risposta da comportare le lor novelle; e avendo esso

animo romano e senno ateniese, con assai acconcio modo i parenti di Gisippo e que'di Sofronia in un tempio

fe'ragunare, e in quello entrato, accompagnato da Gisippo solo, così agli aspettanti parlò: - Credesi per molti filosofanti, che ciò che s'adopera da' mortali sia degli iddii immortali disposizione e

provvedimento, e per questo vogliono alcuni essere di necessità ciò che ci si fa o farà mai; quantunque alcuni altri

sieno che questa necessità impongono a quel che è fatto solamente. Le quali oppinioni se con alcuno avvedimento

riguardate fìeno, assai apertamente si vedrà che il riprender cosa che frastornar non si possa, niuna altra cosa è a

fare se non volersi più savio mostrare che gl'iddii, li quali noi dobbiam credere che con ragion perpetua e senza

alcuno errore dispongono e governan noi e le nostre cose; per che, quanto le loro operazioni ripigliare sia matta

presunzione e bestiale, assai leggiermente il potete vedere, e ancora chenti e quali catene coloro meritino che

tanto in ciò si lasciano trasportare dall'ardire. De'quali, secondo il mio giudicio, voi siete tutti, se quello è vero che

io intendo che voi dovete aver detto e continuamente dite, per ciò che mia moglie Sofronia è divenuta, dove lei a

Gisippo avavate data; non riguardando che ab etterno disposto fosse che ella non di Gisippo divenisse ma mia, sì

come per effetto si conosce al presente. Ma, per ciò che 'l parlar della segreta provvedenza e intenzion degl'iddii

pare a molti duro e grave a comprendere, presupponendo che essi di niuno nostro fatto s'impaccino, mi piace di

condiscendere a'consigli degli uomini; de'quali dicendo, mi converrà far due cose molto a'miei costumi contrarie:

l'una fia alquanto me commendare, e l'altra il biasimare alquanto altrui o avvilire. Ma, per ciò che dal vero né

nell'una né nell'altra non intendo partirmi, e la presente materia il richiede, il pur farò. I vostri ramarichii, più da furia che da ragione incitati, con continui mormorii, anzi romori, vituperano, mordono e

dannano Gisippo, per ciò che colei m'ha data per moglie col suo consiglio, che voi a lui col vostro avevate data,

laddove io estimo che egli sia sommamente da commendare; e le ragioni son queste: l'una, però che egli ha fatto

quello che amico dee fare; l'altra, perché egli ha più saviamente fatto che voi non avevate. Quello che le sante

leggi della amicizia vogliono che l'uno amico per l'altro faccia, non è mia intenzion di spiegare al presente,

essendo contento d'avervi tanto solamente ricordato di quelle, che il legame della amistà troppo più stringa che

quel del sangue o del parentado; con ciò sia cosa che gli amici noi abbiamo quali ce li eleggiamo, e i parenti quali

gli ci dà la fortuna. E per ciò, se Gisippo amò più la mia vita che la vostra benivolenza, essendo io suo amico,

come io mi tengo, niuno se ne dee maravigliare. Ma vegnamo alla seconda ragione, nella quale con più instanzia vi si convien dimostrare lui più essere stato savio

che voi non siete, con ciò sia cosa che della provvidenzia degli iddii niente mi pare che voi sentiate, e molto men

conosciate della amicizia gli effetti. Dico che il vostro avvedimento, il vostro consiglio e la vostra diliberazione

aveva Sofronia data a Gisippo, giovane e filosafo; quello di Gisippo la diede a giovane e filosafo; il vostro consiglio

la diede ad ateniese, e quel di Gisippo a romano; il vostro ad un gentil giovane, quel di Gisippo ad un più gentile;

il vostro ad un ricco giovane, quel di Gisippo ad un ricchissimo; il vostro ad un giovane il quale, non solamente

non l'amava, ma appena la conosceva; quel di Gisippo ad un giovane, il quale sopra ogni sua felicità e più che la

propia vita l'amava. E che quello che io dico sia vero, e più da commendare che quello che voi fatto avavate, riguardisi a parte a parte.

Che io giovane e filosafo sia come Gisippo, il viso mio e gli studi, senza più lungo sermon farne, il possono

dichiarare. Una medesima età è la sua e la mia, e con pari passo sempre proceduti siamo studiando. E il vero

ch'egli è ateniese e io romano. Se della gloria della città si disputerà, io dirò che io sia di città libera ed egli di

tributaria; io dirò che io sia di città donna di tutto 'l mondo, ed egli di città obbediente alla mia; io dirò che io sia

di città fiorentissima d'arme, d'imperio e di studi, dove egli non potrà la sua se non di studi commendare. Oltre a questo, quantunque voi qui scolar mi veggiate assai umile, io non son nato della feccia del popolazzo di

Roma; le mie case e i luoghi publichi di Roma son pieni d'antiche imagini de'miei maggiori, e gli annali romani si

troveranno pieni di molti triumfi menati da'Quinzi in sul romano Capitolio, né è per vecchiezza marcita, anzi oggi

più che mai fiorisce la gloria del nostro nome. Io mi taccio, per vergogna, delle mie ricchezze, nella mente avendo che l'onesta povertà sia antico e larghissimo

patrimonio de'nobili cittadini di Roma; la quale, se dalla oppinione de'volgari è dannata e son commendati i tesori,

io ne sono, non come cupido, ma come amato dalla fortuna, abbondante. E assai conosco che egli v'era qui, e

dovea essere e dee, caro d'aver per parente Gisippo; ma io non vi debbo per alcuna cagione meno essere a Roma

caro, considerando che di me là avrete ottimo oste, e utile e sollicito e possente padrone, così nelle pubbliche

opportunità come ne'bisogni privati. Chi dunque, lasciata star la volontà e con ragion riguardando, più i vostri consigli commenderà che quegli del mio

Gisippo? Certo niuno. E adunque Sofronia ben maritata a Tito Quinzio Fulvo, nobile, antico e ricco cittadin di Roma

e amico di Gisippo; per che chi di ciò si duole o si ramarica, non fa quello che dee né sa quello che egli si fa.

Saranno forse alcuni che diranno non dolersi Sofronia esser moglie di Tito, ma dolersi del modo nel quale sua

moglie è divenuta, nascosamente, di furto, senza saperne amico o parente alcuna cosa. E questo non è miraculo,

né cosa che di nuovo avvenga. Io lascio stare volentieri quelle che già contro a volere de' padri hanno i mariti presi; e quelle che i sono con li loro

amanti fuggite, e prima amiche sono state che mogli; e quelle che prima con le gravidezze e co'parti hanno i

matrimoni palesati che con la lingua, e hagli fatti la necessità aggradire; quello che di Sofronia non è avvenuto;

anzi ordinatamente, discretamente e onestamente da Gisippo a Tito è stata data. E altri diranno colui averla

maritata a cui di maritarla non apparteneva. Sciocche lamentanze son queste e femminili, e da poca considerazion

procedenti. Non usa ora la fortuna di nuovo varie vie e istrumenti nuovi a recare le cose agli effetti diterminati.

Che ho io a curare se il calzolaio più tosto che il filosafo avrà d'un mio fatto secondo il suo giudicio disposto o in

occulto o in palese, se il fine è buono? Debbomi io ben guardare, se il calzolaio non è discreto, che egli più non ne

possa fare, e ringraziarlo del fatto. Se Gisippo ha ben Sofronia maritata, l'andarsi del modo dolendo e di lui è una

stultizia superflua. Se del suo senno voi non vi confidate, guardatevi che egli più maritar non ne possa, e di

questa il ringraziate. Nondimeno dovete sapere che io non cercai ne con ingegno né con fraude d'imporre alcuna macula all'onestà e

alla chiarezza del vostro sangue nella persona di Sofronia; e quantunque io l'abbia occultamente per moglie presa,

io non venni come rattore a torle la sua virginità, né come nimico la volli men che onestamente avere, il vostro

parentado rifiutando, ma ferventemente acceso della sua vaga bellezza e della virtù di lei; conoscendo, se con

quello ordine che voi forse volete dire cercata l'avessi, che, essendo ella molto amata da voi, per tema che io a

Roma menata non ne l'avessi, avuta non l'avrei. Usai adunque l'arte occulta che ora vi puote essere aperta, e feci Gisippo, a quello che egli di fare non era

disposto, consentire in mio nome; e appresso, quantunque io ardentemente l'amassi, non come amante ma come

marito i suoi congiugnimenti cercai, non appressandomi prima a lei, sì come essa medesima può con verità

testimoniare, che io con le debite parole e con l'anello l'ebbi sposata, domandandola se ella me per marito volea, a

che ella rispose del sì. Se esser le pare ingannata, non io ne son da riprender, ma ella, che me non domandò chi io

fossi. Questo è adunque il gran male, il gran peccato, il gran fallo adoperato da Gisippo amico e da me amante,

che Sofronia occultamente sia divenuta moglie di Tito Quinzio; per questo il lacerate, minacciate e insidiate. E che

ne fareste voi più, se egli ad un villano, ad un ribaldo, ad un servo data l'avesse? Quali catene, qual carcere, quali

croci ci basterieno? Ma lasciamo ora star questo: egli è venuto il tempo il quale io ancora non aspettava, cioè che mio padre sia morto

e che a me conviene a Roma tornare, per che, meco volendone Sofronia menare, v'ho palesato quello che io forse

ancora v'avrei nascoso; il che, se savi sarete, lietamente comporterete, per ciò che, se ingannare o oltraggiare

v'avessi voluto, schernita ve la poteva lasciare; ma tolga Iddio via questo, che in romano spirito tanta viltà

albergar possa giammai. Ella adunque, cioè Sofronia, per consentimento degl'iddii e per vigore delle leggi umane, e per lo laudevole senno

del mio Gisippo, e per la mia amorosa astuzia è mia; la qual cosa voi, per avventura più che gli iddii o che gli altri

uomini savi tenendovi, bestialmente in due maniere forte a me noiose mostra che voi danniate. L'una è Sofronia

tenendovi, nella quale, più che mi piaccia, alcuna ragion non avete; e l'altra è il trattar Gisippo, al quale

meritamente obligati siete, come nimico. Nelle quali quanto scioccamente facciate, io non intendo al presente di

più aprirvi, ma come amici vi consigliare che si pongano giuso gli sdegni vostri, e i crucci presi si lascino tutti, e

che Sofronia mi sia restituita, acciò che io lietamente vostro parente mi parta e viva vostro; sicuri di questo che, o

piacciavi o non piacciavi quel che è fatto, se altramenti operare intendeste, io vi torrò Gisippo, e senza fallo, se a

Roma pervengo, io riavrò colei che è meritamente mia, malgrado che voi n'abbiate; e quanto lo sdegno de'romani

animi possa, sempre nimicandovi, vi farò per esperienzia conoscere. Poi che Tito così ebbe detto, levatosi in piè tutto nel viso turbato, preso Gisippo per mano, mostrando d'aver poco

a cura quanti nel tempio n'erano, di quello, crollando la testa e minacciando, s'uscì. Quegli che là entro rimasono, in parte dalle ragioni di Tito al parentado e alla sua amistà indotti, e in parte

spaventati dall'ultime sue parole, di pari concordia diliberarono es sere il miglior d'aver Tito per parente, poi che

Gisippo non aveva esser voluto, che aver Gisippo per parente perduto e Tito nimico acquistato. Per la qual cosa andati, ritrovar Tito e dissero che piaceva lor che Sofronia fosse sua, e d'aver lui per caro parente

e Gisippo per buono amico; e fattasi parentevole e amichevole festa insieme, si dipartirono e Sofronia gli

rimandarono. La qua le, sì come savia, fatta della necessità virtù, l'amore il quale aveva a Gisippo prestamente

rivolse a Tito; e con lui se n'andò a Roma, dove con grande onore fu ricevuta. Gisippo rimasosi in Atene, quasi da tutti poco a capital tenuto, dopo non molto tempo, per certe brighe cittadine,

con tutti quegli di casa sua, povero e meschino fu d'Atene cacciato e dannato ad essilio perpetuo. Nel quale

stando Gisippo, e divenuto non solamente povero ma mendico, come potè il men male a Roma se ne venne, per

provare se di lui Tito si ricordasse; e saputo lui esser vivo e a tutti i romani grazioso, e le sue case apparate,

dinanzi ad esse si mise a star tanto che Tito venne; al quale egli per la miseria nella quale era non ardì di far

motto, ma ingegnossi di farglisi vedere, acciò che Tito riconoscendolo il facesse chiamare; per che, passato oltre

Tito, e a Gisippo parendo che egli veduto l'avesse e schifatolo, ricordandosi di ciò che già per lui fatto aveva,

sdegnoso e disperato si dipartì. Ed essendo già notte ed esso digiuno e senza denari, senza sapere dove s'andasse, più che d'altro di morir

disideroso, s'avvenne in uno luogo molto salvatico della città, dove veduta una gran grotta, in quella per istarvi

quella notte si mise, e sopra la nuda terra e male in arnese, vinto dal lungo pianto, s'addormentò. Alla qual grotta

due, li quali insieme erano la notte andati ad imbolare, col furto fatto andarono in sul matutino, e a quistion

venuti, l'uno, che era più forte, uccise altro e andò via. La qual cosa avendo Gisippo sentita e veduta, gli parve alla morte molto da lui disiderata, senza uccidersi egli

stesso, aver trovata via; e per ciò, senza partirsi, tanto stette che i sergenti della corte, che già il fatto aveva

sentito, vi vennero e Gisippo furiosamente ne menarono preso. Il quale essaminato confessò sé averlo ucciso, né

mai poi esser potuto della grotta partirsi; per la qual cosa il pretore, che Marco Varrone era chiamato, comandò

che fosse fatto morire in croce, sì come allor s'usava. Era Tito per ventura in quella ora venuto al pretorio; il quale, guardando nel viso il misero condennato e avendo

udito il perché, subitamente il riconobbe esser Gisippo, e maravigliossi della sua misera fortuna e come quivi

arrivato fosse; e ardentissimamente disiderando d'aiutarlo, né veggendo alcuna altra via alla sua salute se non

d'accusar sé e di scusar lui, prestamente si fece avanti e gridò: - Marco Varrone, richiama il povero uomo il quale tu dannato hai, per ciò che egli è innocente. Io ho assai con una

colpa offesi gl'iddii, uccidendo colui il quale i tuoi sergenti questa mattina morto trovarono, senza volere ora con la

morte d'un altro innocente offendergli. Varrone si maravigliò, e dolfegli che tutto il pretorio l'avesse udito; e non potendo con suo onore ritrarsi di far

quello che comandavan le leggi, fece indietro ritornar Gisippo, e in presenzia di Tito gli disse: - Come fostu sì folle che, senza alcuna pena sentire, tu confessassi quello che tu non facesti giammai, andandone

la vita? Tu dicevi che eri colui il quale questa notte avevi ucciso l'uomo, e questi or viene e dice che non tu ma egli

l'ha ucciso. Gisippo guardò e vide che colui era Tito, e assai ben conobbe lui far questo per la sua salute, sì come grato del

servigio già ricevuto da lui. Per che, di pietà piagnendo, disse: - Varrone, veramente io l'uccisi, e la pietà di Tito alla mia salute è omai troppo tarda. Tito d'altra parte diceva: - Pretore, come tu vedi, costui è forestiere, e senza arme fu trovato allato all'ucciso, e veder puoi la sua miseria

dargli cagione di voler morire; e per ciò liberalo, e me, che l'ho meritato, punisci. Maravigliossi Varrone della instanzia di questi due, e già presummeva niuno dovere essere colpevole, e pensando

al modo della loro assoluzione, ed ecco venire un giovane, chiamato Publio Ambusto, di perduta speranza e a tutti

i Romani notissimo ladrone, il quale veramente l'omicidio aveva commesso; e conoscendo niuno de'due esser

colpevole di quello che ciascun s'accusava, tanta fu la tenerezza che nel cuor gli venne per la innocenzia di questi

due, che, da grandissima compassion mosso, venne dinanzi a Varrone, e disse: - Pretore, i miei fati mi traggono a dover solvere la dura quistion di costoro, e non so quale iddio dentro mi stimola

e infesta a doverti il mio peccato manifestare; e per ciò sappi niun di costoro esser colpevole di quello che

ciascuno sé medesimo accusa. Io son veramente colui che quello uomo uccisi istamane in sul dì, e questo

cattivello che qui è, là vid'io che si dormiva, mentre che io i furti fatti divideva con colui cui io uccisi. Tito non

bisogna che io scusi: la sua fama è chiara per tutto, lui non essere uomo di tal condizione; adunque liberagli, e di

me quella pena piglia che le leggi m'impongono. Aveva già Ottaviano questa cosa sentita, e fattiglisi tutti e tre venire, udir volle che cagion movesse ciascuno a

volere essere il condannato, la quale ciascun narrò. Ottaviano li due, per ciò che erano innocenti, e il terzo per

amor di loro liberò. Tito, preso il suo Gisippo, e molto prima della sua tiepidezza e diffidenzia ripresolo, gli fece maravigliosa festa, e a

casa sua nel menò, là dove Sofronia con pietose lagrime il ricevette come fratello; e ricreatolo alquanto, e

rivestitolo e ritornatolo nello abito debito alla sua virtù e gentilezza, primieramente con lui ogni suo tesoro e

possessione fece comune, e appresso, una sua sorella giovinetta, chiamata Fulvia, gli diè per moglie; e quindi gli

disse: - Gisippo, a te sta omai o il volere qui appresso di me dimorare, o volerti con ogni cosa che donata t'ho in Acaia

tornare. Gisippo, costrignendolo da una parte l'essilio che aveva della sua città e d'altra l'amore il qual portava

debitamente alla grata amistà di Tito, a divenir romano s'accordò. Dove con la sua Fulvia, e Tito con la sua

Sofronia, sempre in una casa gran tempo e lietamente vissero, più ciascun giorno, se più potevano essere,

divenendo amici. Santissima cosa adunque è l'amistà, e non solamente di singular reverenzia degna, ma d'essere con perpetua

laude commendata, sì come discretissima madre di magnificenzia e d'onestà, sorella di gratitudine e di carità, e

d'odio e d'avarizia nimica, sempre, senza priego aspettar, pronta a quello in altrui virtuosamente operare che in sé

vorrebbe che fosse operato. Li cui sacratissimi effetti oggi radissime volte si veggono in due, colpa e vergogna

della misera cupidigia de'mortali, la qual solo alla propria utilità riguardando, ha costei fuor degli estremi termini

della terra in essilio perpetuo re legata. Quale amore, qual ricchezza, qual parentado avrebbe il fervore, le lagrime e'sospiri di Tito con tanta efficacia fatti

a Gisippo nel cuor sentire, che egli per ciò la bella sposa gentile e amata da lui avesse fatta divenir di Tito, se non

costei? Quali leggi, quali minacce, qual paura le giovanili braccia di Gisippo ne'luoghi solitari, ne'luoghi oscuri, nel

letto proprio avrebbe fatto astenere dagli abbracciamenti della vaga giovane, forse talvolta invitatrice, se non

costei? Quali stati, qua'meriti, quali avanzi avrebbon fatto Gisippo non curar di perdere i suoi parenti e quei di

Sofronia, non curar de'disonesti mormorii del popolazzo, non curar delle beffe e de gli scherni, per sodisfare

all'amico, se non costei? E d'altra parte, chi avrebbe Tito, senza alcuna diliberazione (possendosi egli onestamente infignere di vedere)

fatto prontissimo a procurar la propria morte per levar Gisippo dalla croce la quale egli stesso si procacciava, se

non costei? Chi avrebbe Tito senza alcuna dilazione fatto liberalissimo a comunicare il suo ampissimo patrimonio

con Gisippo, al quale la fortuna il suo aveva tolto, se non costei? Chi avrebbe Tito senza alcuna suspizione fatto

ferventissimo a concedere la propia sorella per moglie a Gisippo, il quale vedeva poverissimo e in estrema miseria

posto, se non costei? Disiderino adunque gli uomini la moltitudine dei consorti, le turbe de'fratelli, e la gran quantità de'figliuoli, e con

gli lor denari il numero de'servidori s'accrescano, e non guardino, qualunque s'è l'uno di questi, ogni minimo suo

pericolo più temere, che sollicitudine aver di tor via i grandi del padre o del fratello o del signore, dove tutto il

contrario far si vede all'amico.


Giornata decima - Novella nona

Il Saladino in forma di mercatante è onorato da messer Torello Fassi il passaggio; messer Torello dà un termine

alla donna sua a rimaritarsi; è preso, e per acconciare uccelli viene in notizia del soldano; il quale, riconosciutolo e

sé fatto riconoscere, sommamente l'onora; messer Torello inferma, e per arte magica in una notte n'è recato a

Pavia, e alle nozze, che della rimaritata sua moglie si facevano, da lei riconosciuto, con lei a casa sua se ne torna

Aveva alle sue parole già Filomena fatta fine, e la magnifica gratitudine di Tito da tutti parimente era stata

commendata molto, quando il re, il deretano luogo riservando a Dioneo, così cominciò a parlare. Vaghe donne, senza alcun fallo Filomena in ciò che del l'amistà dice racconta 'l vero, e con ragione nel fine delle

sue parole si dolfe lei oggi così poco da'mortali esser gradita. E se noi qui per dover correggere i difetti mondani, o

pur per riprendergli, fossimo, io seguiterei con diffuso sermone le sue parole; ma per ciò che altro è il nostro fine,

a me è caduto nel animo di dimostrarvi forse con una istoria assai lunga, ma piacevol per tutto, una delle

magnificenzie del Saladino, acciò che per le cose che nella mia novella udirete, se pienamente l'amicizia d'alcuno

non si può per li nostri vizi acquistare, al meno diletto prendiamo del servire, sperando che, quando che sia, di ciò

merito ci debba seguire. Dico adunque che, secondo che alcuni affermano, al tempo dello imperadore Federigo primo a racquistare la Terra

Santa si fece per li cristiani un general passaggio. La qual cosa il Saladino, valentissimo signore e allora soldano di

Babilonia, alquanto dinanzi sentendo, seco propose di volere personalmente vedere gli apparecchiamenti

de'signori cristiani a quel passaggio, per meglio poter provvedersi. E ordinato in Egitto ogni suo fatto, sembiante

faccendo d'andare in pellegrinaggio, con due de'suoi maggiori e più savi uomini e con tre famigliari solamente, in

forma di mercatante si mise in cammino. E avendo cerche molte provincie cristiane, e per Lombardia cavalcando

per passare oltre a'monti, avvenne che, andando da Melano a Pavia, ed essendo già vespro, si scontrarono in un

gentile uomo, il cui nome era messer Torello di Strà da Pavia, il quale con suoi famigliari e con cani e con falconi

se n'andava a dimorare ad un suo bel luogo il quale sopra 'l Tesino aveva. Li quali come messer Torel vide, avvisò

che gentili uomini e stranier fossero, e disiderò d'onorargli. Per che, domandando il Saladino un de'suoi famigliari

quanto ancora avesse di quivi a Pavia, e se ad ora giugner potesser d'entrarvi, Torello non lasciò rispondere al

famigliare, ma rispose egli: - Signori, voi non potrete a Pavia pervenire ad ora che dentro possiate entrare. - Adunque, - disse il Saladino - piacciavi d'insegnarne, per ciò che stranier siamo, dove noi possiamo meglio

albergare. Messer Torello disse: - Questo farò io volentieri; io era testé in pensiero di mandare un di questi miei infin vicin di Pavia per alcuna

cosa; io nel manderò con voi, ed egli vi conducerà in parte dove voi albergherete assai convenevolmente. E al più discreto de'suoi accostatosi, gl'impose quello che egli avesse a fare, e mandol con loro; ed egli al suo

luogo andatosene prestamente, come si potè il meglio fece ordinare una bella cena e metter le tavole in un suo

giardino; e questo fatto, sopra la porta se ne venne ad aspettargli. Il famigliare, ragionando co'gentili uomini di

diverse cose, per certe strade gli trasviò, e al luogo del suo signore, senza che essi se n'accorgessero, condotti gli

ebbe. Li quali come messer Torel vide, tutto a piè fattosi loro incontro, ridendo disse: - Signori, voi siate i molto ben venuti. Il Saladino, il quale accortissimo era, s'avvide che questo cavaliere aveva dubitato che essi non avesser tenuto lo

'nvito, se quando gli trovò invitati gli avesse; per ciò, acciò che negar non potesser d'esser la sera con lui, con

ingegno a casa sua gli aveva condotti; e risposto al suo saluto, disse: - Messere, se dei cortesi uomini l'uom si potesse ramaricare, noi ci dorremmo di voi, il quale, lasciamo stare del

nostro cammino che impedito alquanto avete, ma, senza altro essere stata da noi la vostra benivolenza meritata

che d'un sol saluto, a prender sì alta cortesia, come la vostra è, n'avete quasi costretti. Il cavaliere, savio e ben parlante, disse: - Signori, questa che voi ricevete da me, a rispetto di quella che vi si converrebbe, per quello che io ne'vostri

aspetti comprenda, fia povera cortesia; ma nel vero fuor di Pavia voi non potreste essere stati in luogo alcun che

buon fosse; e per ciò non vi sia grave l'avere alquanto la via traversata, per un poco men disagio avere. E così dicendo, la sua famiglia venuta dattorno a costoro, come smontati furono, i cavalli adagiarono; e messer

Torello i tre gentili uomini menò alle camere per loro apparecchiate, dove gli fece scalzare e rinfrescare alquanto

con freschissimi vini, e in ragionamenti piacevoli infino all'ora di poter cenare gli ritenne. Il Saladino e'compagni e'famigliari tutti sapevan latino, per che molto bene intendevano ed erano intesi, e pareva

a ciascun di loro che questo cavaliere fosse il più piacevole e 'l più costumato uomo, e quegli che meglio

ragionasse che alcun altro che ancora n'avesser veduto. A messer Torello d'altra parte pareva che costoro fossero magnifichi uomini e da molto più che avanti stimato non

avea, per che seco stesso si dolea che di compagnia e di più solenne convito quella sera non gli poteva onorare;

laonde egli pensò di volere la seguente mattina ristorare, e informato un de'suoi famigli di ciò che far voleva, alla

sua donna, che savissima era e di grandissimo animo, nel mandò a Pavia assai quivi vicina e dove porta alcuna

non si serrava. E appresso questo menati i gentili uomini nel giardino, cortesemente gli domandò chi e'fossero e

donde e dove andassero; al quale il Saladino rispose: - Noi siamo mercatanti cipriani e di Cipri vegniamo, e per nostre bisogne andiamo a Parigi. Allora disse messer Torello: - Piacesse a Dio che questa nostra contrada producesse così fatti gentili uomini, chenti io veggio che Cipri fa

mercatanti. E di questi ragionamenti in altri stati alquanto, fu di cenar tempo; per che a loro l'onorarsi alla tavola commise, e

quivi, secondo cena sprovveduta, furono assai bene e ordinatamente serviti. Né guari, dopo le tavole levate,

stettero che, avvisandosi messer Torello loro essere stanchi, in bellissimi letti gli mise a riposare, ed esso

similmente poco appresso s'andò a dormire. Il famigliare mandato a Pavia fe'l'ambasciata alla donna, la quale non con feminile animo, ma con reale, fatti

prestamente chiamare degli amici e de'servidori di messer Torello assai, ogni cosa opportuna a grandissimo

convito fece apparecchiare, e a lume di torchio molti de'più nobili cittadini fece al convito invitare, e fe'torre panni

e drappi e vai, e compiutamente mettere in ordine ciò che dal marito l'era stato mandato a dire. Venuto il giorno, i gentili uomini si levarono, coi quali messer Torello montato a cavallo e fatti venire i suoi falconi,

ad un guazzo vicin gli menò, e mostrò loro come essi volassero. Ma dimandando il Saladin di alcuno che a Pavia e

al migliore albergo gli conducesse, disse messer Torello: - Io sarò desso, per ciò che esser mi vi conviene. Costoro credendolsi furon contenti, e insieme con lui entrarono in cammino; ed essendo già terza ed essi alla città

pervenuti, avvisando d'essere al migliore albergo inviati, con messer Torello alle sue case pervennero, dove già

ben cinquanta de'maggiori cittadini eran venuti per ricevere i gentili uomini, a'quali subitamente furon dintorno

a'freni e alle staffe. La qual cosa il Saladino e'compagni veggendo, troppo s'avvisaron ciò che era, e dissono: - Messer Torello, questo non è ciò che noi v'avam domandato; assai n'avete questa notte passata fatto, e troppo

più che noi non vagliamo, per che acconciamente ne potevate lasciare andare al cammin nostro. A'quali messer Torello rispose: - Signori, di ciò che iersera vi fu fatto, so io grado alla fortuna più che a voi, la quale ad ora vi colse in cammino

che bisogno vi fu di venire alla mia piccola casa; di questo di stamattina sarò io tenuto a voi, e con meco insieme

tutti questi gentili uomini che dintorno vi sono, a'quali, se cortesia vi par fare il negar di voler con loro desinare,

far lo potete se voi volete. Il Saladino e'compagni vinti smontarono, e ricevuti da' gentili uomini lietamente furono alle camere menati, le

quali ricchissimamente per loro erano apparecchiate; e posti giù gli arnesi da camminare e rinfrescatisi alquanto,

nella sala, dove splendidamente era apparecchiato, vennero. E data l'acqua alle mani e a tavola messi con

grandissimo ordine e bello, di molte vivande magnificamente furon serviti, in tanto che, se lo 'mperadore venuto

vi fosse, non si sarebbe più potuto fargli d'onore. E quantunque il Saladino e'compagni fossero gran signori e usi

di vedere grandissime cose, nondimeno si maravigliarono essi molto di questa, e lor pareva delle maggiori, avendo

rispetto alla qualità del cavaliere, il qual sapevano che era cittadino e non signore. Finito il mangiare e le tavole levate, avendo alquanto d'alte cose parlato, essendo il caldo grande, come a messer

Torel piacque, i gentili uomini di Pavia tutti s'andarono a riposare, ed esso con li suoi tre rimase, e con loro in una

camera entratosene, acciò che niuna sua cara cosa rimanesse che essi veduta non avessero, quivi si fece la sua

valente donna chiamare. La quale, essendo bellissima e grande della persona, e di ricchi vestimenti ornata, in

mezzo di due suoi figlioletti, che parevano due agnoli, se ne venne davanti a costoro e piacevolmente gli salutò.

Essi vedendola si levarono in piè, e con reverenzia la ricevettono, e fattala sedere fra loro, gran festa fecero de'due

belli suoi figlioletti. Ma poi che con loro in piacevoli ragionamenti entrata fu, essendosi alquanto partito messer

Torello, essa piacevolmente donde fossero e dove andassero gli domandò; alla qual i gentili uomini così risposero

come a messer Torello avevan fatto. Allora la donna con lieto viso disse: - Adunque veggo che il mio feminile avviso sarà utile, e per ciò vi priego, che di spezial grazia mi facciate di non

rifiutare né avere a vile quel piccioletto dono il quale io vi farò venire; ma, considerando che le donne secondo il

lor piccol cuore piccole cose danno, più al buono animo di chi dà riguardando che alla quantità del dono, il

prendiate. E fattesi venire per ciascuno due paia di robe, l'un foderato di drappo e l'altro di vaio, non miga cittadine né da

mercatanti, ma da signore, e tre giubbe di zendalo e pannilini, disse: - Prendete queste: io ho delle robe il mio signore vestito con voi; l'altre cose, considerando che voi siete alle

vostre donne lontani, e la lunghezza del cammin fatto e quel la di quel che è a fare, e che i mercatanti son netti e

dilicati uomini, ancor che elle vaglian poco, vi potranno esser care. I gentili uomini si maravigliarono, e apertamente conobber messer Torello niuna parte di cortesia voler lasciare a

far loro, e dubitarono, veggendo la nobiltà delle robe non mercatantesche, di non esser da messer Torello

conosciuti; ma pure alla donna rispose l'un di loro: - Queste son, madonna, grandissime cose e da non dover di leggier pigliare, se i vostri prieghi a ciò non ci

strignessero, alli quali dir di no non si puote. Questo fatto, essendo già messer Torello ritornato, la donna, accomandatigli a Dio, da lor si partì, e di simili cose

di ciò, quali a loro si convenieno, fece provvedere a'famigliari. Messer Torello con molti prieghi impetrò da loro che

tutto quel dì dimorasson con lui; per che, poi che dormito ebbero, vestitisi le robe loro, con messer Torello

alquanto cavalcar per la città, e l'ora della cena venuta, con molti onorevoli compagni magnificamente cenarono. E, quando tempo fu, andatisi a riposare, come il giorno venne su si levarono, e trovarono in luogo de'loro ronzini

stanchi tre grossi pallafreni e buoni, e similmente nuovi cavalli e forti alli loro famigliari. La qual cosa veggendo il

Saladino, rivolto a'suoi compagni disse: - Io giuro a Dio, che più compiuto uomo né più corte se né più avveduto di costui non fu mai; e se li re cristiani

son così fatti re verso di sé chente costui è cavaliere, al soldano di Babilonia non ha luogo d'aspettare pure un,

non che tanti, quanti, per addosso andargliene, veggiam che s'apparecchiano -; ma sappiendo che il rinunziargli

non avrebbe luogo, assai cortesemente ringraziandolne, montarono a cavallo. Messer Torello con molti compagni gran pezza di via gli accompagnò fuor della città; e quantunque al Saladino il

partirsi da messer Torello gravasse (tanto già innamorato se n'era), pure, strignendolo l'andata, il pregò che

indietro se ne tornasse. Il quale, quantunque duro gli fosse il partirsi da loro, disse: - Signori, io il farò poi che vi piace, ma così vi vo' dire: io non so chi voi vi siete, né di saperlo, più che vi piaccia,

addomando; ma chi che voi vi siate, che voi siate mercatanti non lascerete voi per credenza a me questa volta; e

a Dio vi comando. Il Saladino, avendo già da tutti i compagni di messer Torello preso commiato, gli rispose dicendo: - Messere, egli potrà ancora avvenire che noi vi farem vedere di nostra mercatantia, per la quale noi la vostra

credenza raffermeremo; e andatevi con Dio. Partissi adunque il Saladino e'compagni, con grandissimo animo, se vita gli durasse e la guerra la quale aspettava

nol disfacesse, di fare ancora non minore onore a messer Torello che egli a lui fatto avesse; e molto e di lui e del la

sua donna e di tutte le sue cose e atti e fatti ragionò co'compagni, ogni cosa più commendando. Ma poi che tutto

il Ponente non senza gran fatica ebbe cercato, entrato in mare, co'suoi compagni se ne tornò in Alessandria, e

pienamente informato si dispose alla difesa. Messer Torello se ne tornò in Pavia, e in lungo pensier fu chi questi

tre esser potessero, né mai al vero non aggiunse né s'appressò. Venuto il tempo del passaggio, e faccendosi l'apparecchiamento grande per tutto, messer Torello, non ostante i

prieghi della sua donna e le lagrime, si dispose ad andarvi del tutto; e avendo ogni appresto fatto, ed essendo per

cavalcare, disse alla sua donna, la quale egli sommamente amava: - Donna come tu vedi, io vado in questo passaggio sì per onor del corpo e sì per salute dell'anima; io ti

raccomando le nostre cose, e 'l nostro onore; e per ciò che io sono dell'andar certo, e del tornare, per mille casi

che posson sopravvenire, niuna certezza ho, voglio io che tu mi facci una grazia; che che di me s'avvegna, ove tu

non abbi certa novella della mia vita, che tu m'aspetti uno anno e un mese e un dì senza rimaritarti,

incominciando da questo dì che io mi parto. La donna, che forte piagneva, rispose: - Messer Torello, io non so come io mi comporterò il dolore nel qual, partendovi voi, mi lasciate; ma, dove la mia

vita sia più forte di lui e altro di voi avvenisse, vivete e morite sicuro che io viverò e morrò moglie di messer

Torello e della sua memoria. Alla qual messer Torello disse: - Donna, certissimo sono, che, quanto in te sarà, che questo che tu mi prometti avverrà; ma tu se'giovane donna,

e se'bella e se'di gran parentado, e la tua virtù è molta ed è conosciuta per tutto; per la qual cosa io non dubito

che molti grandi e gentili uomini, se niente di me si suspicherà, non ti domandino a'tuoi fratelli e a'parenti; dagli

stimoli de'quali, quantunque tu vogli, non ti potrai difendere, e per forza ti converrà compiacere a'voler loro; e

questa è la cagion per la quale io questo termine, e non maggiore, ti dimando. La donna disse: - Io farò ciò che io potrò di quello che detto v'ho; e quando pure altro far mi convenisse, io v'ubidirò, di questo

che m'imponete, certamente. Priego io Iddio che a così fatti termini né voi né me rechi a questi tempi. Finite le parole, la donna piagnendo abbracciò messer Torello, e trattosi di dito un anello, gliele diede dicendo: - Se egli avviene che io muoia prima che io vi rivegga, ricordivi di me quando il vedrete. Ed egli presolo montò a cavallo, e detto ad ogn'uomo addio, andò a suo viaggio; e pervenuto a Genova con sua

compagnia, montato in galea andò via, e in poco tempo per venne ad Acri, e con l'altro essercito de'cristiani si

congiunse. Nel quale quasi a mano a man cominciò una grandissima infermeria e mortalità; la qual durante, qual

che si fosse l'arte o la fortuna del Saladino, quasi tutto il rimaso degli scampati cristiani da lui a man salva fur

presi, e per molte città divisi e imprigionati; fra'quali presi messer Torello fu uno, e in Alessandria menato in

prigione. Dove non essendo conosciuto e temendo esso di farsi conoscere, da necessità costretto si diede a

conciare uccelli, di che egli era grandissimo maestro, e per questo a notizia venne del Saladino: laonde egli di

prigione il trasse, e ritennelo per suo falconiere. Messer Torello, che per altro nome che il Cristiano dal Saladino non era chiamato, il quale egli non riconosceva né

il soldano lui, solamente in Pavia l'animo avea e più volte di fuggirsi aveva tentato, né gli era venuto fatto; per che

esso, venuti certi genovesi per ambasciadori al Saladino per la ricompera di certi lor cittadini, e dovendosi partire,

pensò di scrivere alla donna sua come egli era vivo e a lei come più tosto potesse tornerebbe, e che ella

l'attendesse; e così fece; e caramente pregò un degli ambasciadori che conoscea, che facesse che quelle alle mani

dell'abate di San Pietro in Ciel d'oro, il qual suo zio era, pervenissero. E in questi termini stando messer Torello, avvenne un giorno che, ragionando con lui il Saladino di suoi uccelli,

messer Torello cominciò a sorridere e fece uno atto con la bocca, il quale il Saladino, essendo a casa sua a Pavia,

aveva molto notato. Per lo quale atto al Saladino tornò alla mente messer Torello, e cominciò fiso a riguardallo e

parvegli desso; per che, lasciato il primo ragionamento, disse: - Dimmi, Cristiano, di che paese se'tu di Ponente? - Signor mio, - disse messer Torello - io sono lombardo, d'una città chiamata Pavia, povero uomo e di bassa

condizione. Come il Saladino udì questo, quasi certo di quello che dubitava, fra sé lieto disse: - Dato m'ha Iddio tempo di

mostrare a costui quanto mi fosse a grado la sua cortesia -; e senza altro dire, fattisi tutti i suoi vestimenti in una

camera acconciare, vel menò dentro e disse: - Guarda, Cristiano, se tra queste robe n'è alcuna che tu vedessi giammai. Messer Torello cominciò a guardare, e vide quelle che al Saladino aveva la sua donna donate, ma non estimò dover

potere essere che desse fossero, ma tuttavia rispose: - Signor mio, niuna ce ne conosco; è ben vero, che quelle due somiglian robe di che io già con tre mercatanti, che

a casa mia capitarono, vestito ne fui. Allora il Saladino, più non potendo tenersi, teneramente l'abbracciò, dicendo: - Voi siete messer Torel di Strà, e io sono l'uno de'tre mercatanti a'quali la donna vostra donò queste robe; e ora è

venuto il tempo di far certa la vostra credenza qual sia la mia mercatantia, come nel partirmi da voi dissi che

potrebbe avvenire. Messer Torello questo udendo, cominciò ad esser lietissimo e a vergognarsi; ad esser lieto d'avere avuto così fatto

oste; a vergognarsi che poveramente gliele pareva aver ricevuto. A cui il Saladin disse: - Messer Torello, poi che Iddio qui mandato mi v'ha, pensate che non io oramai, ma voi qui siate il signore. E fattasi la festa insieme grande, di reali vestimenti il fe'vestire, e nel cospetto menatolo di tutti i suoi maggiori

baroni, e molte cose in laude del suo valor dette, comandò che da ciascun che la sua grazia avesse cara, così

onorato fosse come la sua persona. Il che da quindi innanzi ciascun fece, ma molto più che gli altri i due signori li

quali compagni erano stati del Saladino in casa sua. L'altezza della subita gloria, nella qual messer Torel si vide, alquanto le cose di Lombardia gli trassero della mente,

e massimamente per ciò che sperava fermamente le sue lettere dovere essere al zio pervenute. Era nel campo ovvero essercito de'cristiani, il dì che dal Saladino furon presi, morto e sepellito un cavalier

provenzale di piccol valore, il cui nome era messer Torello di Dignes; per la qual cosa, essendo messer Torello di

Strà - per la sua nobiltà per lo essercito conosciuto, chiunque udir dir: - messer Torello è morto -, credette di

messer Torel di Strà, e non di quel di Dignes; e il caso, che sopravvenne, della presura, non lasciò sgannar

gl'ingannati; per che molti italici tornarono con questa novella, tra'quali furono de'sì presuntuosi che ardiron di

dire sé averlo veduto morto ed essere stati alla sepoltura. La qual cosa saputa dalla donna e da'parenti di lui fu di

grandissima e inestimabile doglia cagione, non solamente a loro, ma a ciascuno che conosciuto l'avea. Lungo sarebbe a mostrare qual fosse e quanto il dolore e la tristizia e 'pianto della sua donna, la quale dopo al

quanti mesi che con tribulazion continua doluta s'era e a men dolersi avea cominciato, essendo ella da'maggiori

uomini di Lombardia domandata, da'fratelli e dagli altri suoi parenti fu cominciata a sollicitare di rimaritarsi. Il che

ella molte volte e con grandissimo pianto avendo negato, costretta, alla fine le convenne far quello che vollero i

suoi parenti, con questa condizione che ella dovesse stare senza a marito andarne tanto quanto ella aveva

promesso a messer Torello. Mentre in Pavia eran le cose della donna in questi termini, e già forse otto dì al termine del doverne ella andare a

marito eran vicini, avvenne che messer Torello in Alessandria vide un dì uno, il qual veduto avea con gli

ambasciadori genovesi montar sopra la galea che a Genova ne venia; per che, fattolsi chiamare, il domandò che

viaggio avuto avessero, e quando a Genova fosser giunti. Al quale costui disse: - Signor mio, malvagio viaggio fece la galea, sì come in Creti sentii, là dove io rimasi; per ciò che, essendo ella

vicina di Cicilia, si levò una tramontana pericolosa che nelle secche di Barberia la percosse, né ne scampò testa, e

intra gli altri, due miei fratelli vi perirono. Messer Torello, dando alle parole di costui fede, che eran verissime, e ricordandosi che il termine ivi a pochi dì

finiva da lui domandato alla donna, e avvisando niuna cosa di suo stato doversi sapere a Pavia, ebbe per constante

la donna dovere essere rimaritata; di che egli in tanto dolor cadde, che, perdutone il mangiare e a giacer postosi,

diliberò di morire. La qual cosa come il Saladin sentì, che sommamente l'amava, venne da lui; e dopo molti prieghi e grandi fattigli,

saputa la cagion del suo dolore e della sua infermità, il biasimò molto che avanti non gliele aveva detto, e

appresso il pregò che si confortasse, affermandogli che, dove questo facesse, egli adopererebbe sì che egli

sarebbe in Pavia al termine dato, e dissegli come. Messer Torello, dando fede alle parole del Saladino, e avendo molte volte udito dire che ciò era possibile e fatto

s'era assai volte, si 'ncominciò a confortare, e a sollicitare il Saladino che di ciò si diliberasse. Il Saladino ad un suo nigromante, la cui arte già espermentata aveva, impose che egli vedesse via come messer

Torello sopra un letto in una notte fosse portato a Pavia; a cui il nigromante rispose che ciò saria fatto, ma che egli

per ben di lui il facesse dormire. Ordinato questo, tornò il Saladino a messer Torello, e trovandol del tutto disposto a volere pure essere in Pavia al

termine dato, se esser potesse, e se non potesse, a voler morire, gli disse così: - Messer Torello, se voi affettuosamente amate la donna vostra e che ella d'altrui non divegna dubitate, sallo Iddio

che io in parte alcuna non ve ne so riprendere, per ciò che di quante donne mi parve veder mai ella è colei li cui

costumi, le cui maniere e il cui abito, lasciamo star la bellezza che è fior caduco, più mi paion da commendare e

da aver care. Sarebbemi stato carissimo, poi che la fortuna qui v'aveva mandato, che quel tempo che voi e io viver

dobbiamo, nel governo del regno che io tengo, parimente signori vivuti fossimo insieme; e se questo pur non mi

dovea esser conceduto da Dio, dovendovi questo cader nell'animo, o di morire o di ritrovarvi al termine posto in

Pavia, sommamente avrei disiderato d'averlo saputo a tempo, che io con quello onore, con quella grandezza, con

quella compagnia che la vostra virtù merita, v'avessi fatto porre a casa vostra; il che poi che conceduto non m'è, e

voi pur disiderate d'esser là di presente, come io posso, nella forma che detta v'ho, ve ne manderò. Al qual messer Torello disse: - Signor mio, senza le vostre parole m'hanno gli effetti assai dimostrato della vostra benivolenzia, la qual mai da

me in sì supremo grado non fu meritata, e di ciò che voi dite, eziandio non dicendolo, vivo e morrò certissimo; ma

poi che così preso ho per partito, io vi priego che quello che mi dite di fare si faccia tosto, per ciò che domane è

l'ultimo dì che io debbo essere aspettato. Il Saladino disse che ciò senza fallo era fornito; e il seguente dì, attendendo di mandarlo via la veniente notte,

fece il Saladin fare in una gran sala un bellissimo e ricco letto di materassi, secondo la loro usanza, tutti di velluti

e di drappi ad oro, e fecevi por suso una coltre lavorata a certi compassi di perle grossissime e di carissime pietre

preziose, la qual fu poi di qua stimata infinito tesoro, e due guanciali quali a così fatto letto si richiedeano. E

questo fatto, comandò che a messer Torello, il quale era già forte, fosse messa in dosso una roba alla guisa

saracinesca, la più ricca e la più bella cosa che mai fosse stata veduta per alcuno, e in testa alla lor guisa gli fece

una del le sue lunghissime bende ravvolgere. Ed essendo già l'ora tarda, il Saladino con molti de'suoi baroni nella camera là dove messer Torello era, se n'andò,

e postoglisi a sedere allato, quasi lagrimando a dir cominciò: - Messer Torello, l'ora che da voi divider mi dee s'appressa, e per ciò che io non posso né accompagnarvi né far vi

accompagnare, per la qualità del cammino che a fare ave te che nol sostiene, qui in camera da voi mi convien

prender commiato, al qual prendere venuto sono. E per ciò, prima che io a Dio v'accomandi, vi priego per quello

amore e per quella amistà, la qual è tra noi, che di me vi ricordi; e, se possibile è, anzi che i nostri tempi

finiscano, che voi, avendo in ordine poste le vostre cose di Lombardia, una volta almeno a veder mi vegniate, acciò

che io possa in quella, essendomi d'avervi veduto rallegrato, quel difetto supplire che ora per la vostra fretta mi

convien commettere; e infino che questo avvenga, non vi sia grave visitarmi con lettere, e di quelle cose che vi

piaceranno richiedermi, che più volentier per voi che per alcuno uom che viva le farò certamente. Messer Torello non potè le lagrime ritenere, e per ciò da quelle impedito, con poche parole rispose impossibil dover

essere che mai i suoi benefici e il suo valore di mente gli uscissero, e che senza fallo quello che egli gli domandava

farebbe, dove tempo gli fosse prestato. Per che il Sa ladino, teneramente abbracciatolo e baciatolo, con molte

lagrime gli disse: - Andate con Dio -; e della camera s'uscì, e gli altri baroni appresso tutti da lui s'accomiatarono,

e col Saladino in quella sala ne vennero, là dove egli avea fatto il letto acconciare. Ma, essendo già tardi e il nigromante aspettando lo spaccio e affrettandolo, venne un medico con un beveraggio, e

fattogli vedere che per fortificamento di lui gliele dava, gliel fece bere; né stette guari che addormentato fu. E così

dormendo fu portato per comandamento del Saladino in su il bel letto, sopra il quale esso una grande e bella

corona pose di gran valore, e sì la segnò, che apertamente fu poi compreso quella dal Saladino alla donna di

messer Torello esser mandata. Appresso mise in dito a messer Torello uno anello, nel quale era legato un

carbunculo, tanto lucente che un torchio acceso pareva, il valor del quale appena si poteva stimare; quindi gli fece

una spada cignere, il cui guernimento non si saria di leggieri apprezzato; e oltre a questo un fermaglio gli

fe'davanti appiccare, nel qual erano perle mai simili non vedute, con altre care pietre assai; e poi da ciascun

de'lati di lui due grandissimi bacin d'oro pieni di doble fe'porre, e molte reti di perle e anella e cinture e altre cose,

le quali lungo sarebbe a raccontare, gli fece metter da torno. E questo fatto, da capo baciò messer Torello, e al

nigromante disse che si spedisse; per che incontanente in presenzia del Saladino il letto con tutto messer Torello

fu tolto via, e il Saladino co'suoi baroni di lui ragionando si rimase. Era già nella chiesa di San Piero in Ciel d'oro di Pavia, sì come dimandato avea, stato posato messer Torello con

tutti i sopradetti gioielli e ornamenti, e ancor si dormiva, quando, sonato già il matutino, il sagrestano nella chiesa

entrò con un lume in mano, e occorsogli subitamente di vedere il ricco letto, non solamente si maravigliò, ma,

avuta grandissima paura, indietro fuggendo si tornò; il quale l'abate e'monaci veggendo fuggire, si maravigliarono

e domandarono della cagione. Il monaco la disse. - Oh,- disse l'abate e sì non se'tu oggimai fanciullo né se'in questa chiesa nuovo, che tu così leggermente

spaventar ti debbi; ora andiam noi, veggiamo chi t'ha fatto baco. Accesi adunque più lumi, l'abate con tutti i suoi monaci nella chiesa entrati videro questo letto così maraviglioso e

ricco, e sopra quello il cavalier che dormiva; e mentre dubitosi e timidi, senza punto al letto accostarsi, le nobili

gioie riguardavano, avvenne che, essendo la virtù del beveraggio consumata, che messer Torello destatosi gittò un

gran sospiro. Li monaci come questo videro, e l'abate con loro, spaventati e gridando: - Domine aiutaci -, tutti fuggirono. Messer Torello, aperti gli occhi e dattorno guatatosi, conobbe manifestamente sé essere là dove al Saladino

domandato avea, di che forte fu seco contento; per che, a seder levatosi e partitamente guardando ciò che

dattorno avea, quantunque prima avesse la magnificenzia del Saladin conosciuta, ora gli parve maggiore e più la

conobbe. Non per tanto, senza altramenti mutarsi, sentendo i monaci fuggire e avvisatosi il perché, cominciò per

nome a chiamar l'abate e a pregarlo che egli non dubitasse, per ciò che egli era Torel suo nepote. L'abate, udendo questo, divenne più pauroso, come co lui che per morto l'avea di molti mesi innanzi; ma dopo

alquanto, da veri argomenti rassicurato, sentendosi pur chiamare, fattosi il segno della santa croce, andò a lui. Al quale messer Torel disse: - O padre mio, di che dubitate voi? Io son vivo, la Dio mercé, e qui d'oltre mar ritornato. L'abate, con tutto che egli avesse la barba grande e in abito arabesco fosse, pure dopo alquanto il raffigurò e,

rassicuratosi tutto, il prese per la mano e disse: - Figliuol mio, tu sii il ben tornato -; e seguitò: - Tu non ti dei

maravigliare della nostra paura, per ciò che in questa terra non ha uomo che non creda fermamente che tu morto

sii, tanto che io ti so dire che madonna Adalieta tua moglie, vinta dai prieghi e dalle minacce de'parenti suoi, e

contro a suo volere, è rimaritata, e questa mattina ne dee ire al nuovo marito, e le nozze e ciò che a festa bisogno

fa è apparecchiato. Messer Torello, levatosi d'in su il ricco letto e fatta all'abate e a'monaci maravigliosa festa, ognun pregò che di

questa sua tornata con alcun non parlasse, infino a tanto che egli non avesse una sua bisogna fornita. Appresso

questo, fatto le ricche gioie porre in salvo, ciò che avvenuto gli fosse infino a quel punto raccontò all'abate.

L'abate, lieto delle sue fortune, con lui insieme rendè grazie a Dio. Appresso questo domandò messer Torel l'abate,

chi fosse il nuovo marito della sua donna. L'abate gliele disse. A cui messer Torel disse: - Avanti che di mia tornata si sappia, io intendo di veder che contenenza sia quella di mia mogliere in queste

nozze; e per ciò, quantunque usanza non sia le persone religiose andare a così fatti conviti, io voglio che per amor

di me voi ordiniate che noi v'andiamo. L'abate rispose che volentieri; e come giorno fu fatto, mandò al nuovo sposo dicendo che con un compagno voleva

essere alle sue nozze; a cui il gentile uomo rispose che molto gli piaceva. Venuta dunque l'ora del mangiare, messer Torello, in quello abito che era, con lo abate se n'andò alla casa del

novello sposo, con maraviglia guatato da chiunque il vedeva, ma riconosciuto da nullo; e l'abate a tutti diceva lui

essere un saracino mandato dal soldano al re di Francia ambasciadore. Fu adunque messer Torel messo ad una tavola appunto rimpetto alla donna sua, la quale egli con grandissimo

piacer riguardava, e nel viso gli pareva turbata di queste nozze. Ella similmente alcuna volta guardava lui; non già

per conoscenza alcuna che ella n'avesse, ché la barba grande e lo strano abito e la ferma credenza che ella aveva

che fosse morto, gliele toglievano, ma per la novità dell'abito. Ma poi che tempo parve a messer Torello di volerla tentare se di lui si ricordasse, recatosi in mano l'anello che

dalla donna nella sua partita gli era stato donato, si fece chiamare un giovinetto che davanti a lei serviva, e

dissegli: - Di'da mia parte alla nuova sposa, che nelle mie contrade s'usa quando alcun forestiere, come io son qui, mangia

al convito d'alcuna sposa nuova, come ella è, in segno d'aver caro che egli venuto vi sia a mangiare, ella la coppa

con la quale bee gli manda piena di vino, con la quale, poi che il forestiere ha bevuto quello che gli piace,

ricoperchiata la coppa, la sposa bee il rimanente. Il giovinetto fe'l'ambasciata alla donna, la quale, sì come costumata e savia, credendo costui essere un gran

barbassoro, per mostrare d'avere a grado la sua venuta, una gran coppa dorata, la qual davanti avea, comandò

che lavata fosse ed empiuta di vino e portata al gentile uomo, e così fu fatto. Messer Torello, avendosi l'anello di lei messo in bocca, sì fece che bevendo il lasciò cadere nella coppa, senza

avvedersene alcuno, e poco vino lasciatovi, quella ricoperchiò e mandò alla donna. La quale presala, acciò che

l'usanza di lui compiesse, scoperchiatala, se la mise a bocca e vide l'anello, e senza dire alcuna cosa alquanto il

riguardò; e riconosciuto che egli era quello che dato avea nel suo partire a messer Torello, presolo e fiso guardato

colui il qual forestiere credeva, e già conoscendolo, quasi furiosa divenuta fosse, gittata in terra la tavola che

davanti aveva, gridò: - Questi è il mio signore; questi veramente è messer Torello. E corsa alla tavola alla quale esso sedeva, senza aver riguardo a'suoi drappi o a cosa che sopra la tavola fosse,

gittatasi oltre quanto potè, l'abbracciò strettamente, né mai dal suo collo fu potuta, per detto o per fatto d'alcuno

che quivi fosse, levare, infino a tanto che per messer Torello non le fu detto che alquanto sopra sé stesse, per ciò

che tempo da abbracciarlo le sarebbe ancor prestato assai. Allora ella dirizzatasi, essendo già le nozze tutte turbate, e in parte più liete che mai per lo racquisto d'un così

fatto cavaliere, pregandone egli, ogni uomo stette cheto; per che messer Torello dal dì della sua partita infino a

quel punto ciò che avvenuto gli era a tutti narrò, conchiudendo che al gentile uomo, il quale, lui morto credendo,

aveva la sua donna per moglie presa, se egli essendo vivo la si ritoglieva, non doveva spiacere. Il nuovo sposo, quantunque alquanto scornato fosse, liberamente e come amico rispose che delle sue cose era nel

suo volere quel farne che più gli piacesse. La donna e l'anella e la corona avute dal nuovo sposo quivi lasciò, e

quello che della coppa aveva tratto si mise, e similmente la corona mandatale dal soldano; e usciti della casa dove

erano, con tutta la pompa delle nozze infino alla casa di messer Torel se n'andarono; e quivi gli sconsolati amici e

parenti e tutti i cittadini, che quasi per un miracolo il riguardavano, con lunga e lieta festa racconsolarono. Messer Torello, fatta delle sue care gioie parte a colui che avute avea le spese delle nozze e all'abate e a molti

altri, e per più d'un messo significata la sua felice repatriazione al Saladino, suo amico e suo servidore ritenendosi,

più anni con la sua valente donna poi visse, più cortesia usando che mai. Cotale adunque fu il fin delle noie di messer Torello e di quelle della sua cara donna, e il guiderdone delle lor liete

e preste cortesie. Le quali molti si sforzano di fare, che, benché abbian di che, sì mal far le sanno, che prima le

fanno assai più comperar che non vagliono, che fatte l'abbiano, per che, se loro merito non ne segue, né essi né

altri maravigliar se ne dee.

Ad blocker interference detected!


Wikia is a free-to-use site that makes money from advertising. We have a modified experience for viewers using ad blockers

Wikia is not accessible if you’ve made further modifications. Remove the custom ad blocker rule(s) and the page will load as expected.

Also on FANDOM

Random Wiki