FANDOM



Giornata decima - Novella seconda

Ghino di Tacco piglia l'abate di Clignì e medicalo del male dello stomaco e poi il lascia quale, tornato in corte di

Roma, lui riconcilia con Bonifazio papa e fallo friere dello Spedale.

Lodata era già stata da tutti la magnificenzia del re Anfonso nel fiorentin cavaliere usata, quando il re, al quale

molto era piaciuta, ad Elissa impose che seguitasse, la quale prestamente incominciò. Dilicate donne, l'essere stato un re magnifico, e l'avere la sua magnificenzia usata verso colui che servito l'avea,

non si può dire che laudevole e gran cosa non sia; ma che direm noi se si racconterà un cherico aver mirabil

magnificenzia usata verso persona che, se inimicato l'avesse, non ne sarebbe stato biasimato da persona? Certo

non altro se non che quella del re fosse virtù, e quella del cherico miracolo, con ciò sia cosa che essi tutti

avarissimi troppo più che le femine sieno, e d'ogni liberalità nimici a spada tratta. E quantunque ogn'uomo

naturalmente appetisca vendetta delle ricevute offese, i cherici, come si vede, quantunque la pazienzia predichino

e sommamente la remission delle offese commendino, più focosamente che gli altri uomini a quella discorrono. La

qual cosa, cioè come un cherico magnifico fosse, nella mia seguente novella potrete conoscere aperto. Ghino di Tacco, per la sua fierezza e per le sue ruberie uomo assai famoso, essendo di Siena cacciato e nimico

de'conti di Santa Fiore, ribellò Radicofani alla Chiesa di Roma, e in quel dimorando, chiunque per le circustanti

parti passava rubar faceva a'suoi masnadieri. Ora, essendo Bonifazio papa ottavo in Roma, venne a corte l'abate di Clignì, il quale si crede essere un de'più

ricchi prelati del mondo, e quivi guastatoglisi lo stomaco, fu da'medici consigliato che egli andasse a'bagni di

Siena, e guerirebbe senza fallo. Per la qual cosa, concedutogliele il papa, senza curar della fama di Ghino, con

grandissima pompa d'arnesi e di some e di cavalli e di famiglia entrò in cammino. Ghino di Tacco, sentendo la sua venuta, tese le reti, e, senza perderne un sol ragazzetto, l'abate con tutta la sua

famiglia e le sue cose in uno stretto luogo racchiuse. E questo fatto, un de'suoi, il più saccente, bene

accompagnato mandò allo abate; il qual da parte di lui assai amorevolmente gli disse, che gli dovesse piacere

d'andare a smontare con esso Ghino al castello. Il che l'abate udendo, tutto furioso rispose che egli non ne voleva

far niente, sì come quegli che con Ghino niente aveva a fare; ma che egli andrebbe avanti, e vorrebbe veder chi

l'andar gli vietasse. Al quale l'ambasciadore umilmente parlando disse: - Messere, voi siete in parte venuto dove, dalla forza di Dio in fuori, di niente ci si teme per noi, e dove le

scomunicazioni e gl'interdetti sono scomunicati tutti; e per ciò piacciavi per lo migliore di compiacere a Ghino di

questo. Era già, mentre queste parole erano, tutto il luogo di masnadieri circundato; per che l'abate, co'suoi preso

veggendosi, disdegnoso forte, con l'ambasciadore prese la via verso il castello, e tutta la sua brigata e li suoi

arnesi con lui; e smontato, come Ghino volle, tutto solo fu messo in una cameretta d'un palagio assai oscura e

disagiata, e ogn'altro uomo secondo la sua qualità per lo castello fu assai bene adagiato, e i cavalli e tutto l'arnese

messo in salvo, senza alcuna cosa toccarne. E questo fatto, se n'andò Ghino all'abate e dissegli: - Messere, Ghino, di cui voi siete oste, vi manda pregando che vi piaccia di significarli dove voi andavate, e per

qual cagione. L'abate, che, come savio, aveva l'altierezza giù posta, gli significò dove andasse e perché. Ghino, udito questo, si

partì, e pensossi di volerlo guerire senza bagno; e faccendo nella cameretta sempre ardere un gran fuoco e ben

guardarla, non tornò a lui infino alla seguente mattina; e allora in una tovagliuola bianchissima gli portò due fette

di pane arrostito e un gran bicchiere di vernaccia da Corniglia, di quella dello abate medesimo, e sì disse all'abate: - Messer, quando Ghino era più giovane, egli studiò in medicina, e dice che apparò niuna medicina al mal dello

stomaco esser miglior che quella che egli vi farà, della quale queste cose che io vi reco sono il cominciamento; e

per ciò prendetele e confortatevi. L'abate, che maggior fame aveva che voglia di motteggiare, ancora che con isdegno il facesse, si mangiò il pane e

bevve la vernaccia, e poi molte cose altiere disse e di molte domandò e molte ne consigliò, e in ispezieltà chiese di

poter veder Ghino. Ghino, udendo quelle, parte ne lasciò andar sì come vane, e ad alcuna assai cortesemente rispose, affermando che

come Ghino più tosto potesse il visiterebbe; e questo detto, da lui si partì, né prima vi tornò che il seguente dì con

altrettanto pane arrostito e con altrettanta vernaccia; e così il tenne più giorni, tanto che egli s'accorse l'abate

aver mangiate fave secche, le quali egli studiosamente e di nascoso portate v'aveva e lasciate. Per la qual cosa egli il domandò da parte di Ghino come star gli pareva dello stomaco; al quale l'abate rispose: - A me parrebbe star bene, se io fossi fuori delle sue mani; e appresso questo, niun altro talento ho maggiore che

di mangiare, sì ben m'hanno le sue medicine guerito. Ghino adunque avendogli de'suoi arnesi medesimi e alla sua famiglia fatta acconciare una bella camera, e fatto

apparecchiare un gran convito, al quale con molti uomini del castello fu tutta la famiglia dello abate, a lui se

n'andò la mattina seguente e dissegli: - Messere, poi che voi ben vi sentite, tempo è d'uscire d'infermeria -; e per la man presolo, nella camera

apparecchiatagli nel menò, e in quella co'suoi medesimi lasciatolo, a far che il convito fosse magnifico attese. L'abate co'suoi alquanto si ricreò, e qual fosse la sua vita stata narrò loro, dove essi in contrario tutti dissero sé

essere stati maravigliosamente onorati da Ghino. Ma l'ora del mangiar venuta, l'abate e tutti gli altri

ordinatamente e di buone vivande e di buoni vini serviti furono, senza lasciarsi Ghino ancora all'abate conoscere. Ma poi che l'abate alquanti dì in questa maniera fu dimorato, avendo Ghino in una sala tutti li suoi arnesi fatti

venire, e in una corte, che di sotto a quella era, tutti i suoi cavalli in fino al più misero ronzino allo abate se n'andò

e domandollo come star gli pareva e se forte si credeva essere da cavalcare. A cui l'abate rispose che forte era egli

assai e dello stomaco ben guerito, e che starebbe bene qualora fosse fuori delle mani di Ghino. Menò allora Ghino l'abate nella sala dove erano i suoi arnesi e la sua famiglia tutta, e fattolo ad una finestra

accostare donde egli poteva tutti i suoi cavalli vedere, disse: - Messer l'abate, voi dovete sapere che l'esser gentile uomo e cacciato di casa sua e povero, e avere molti e

possenti nimici, hanno, per potere la sua vita e la sua nobiltà difendere, e non malvagità d'animo, condotto Ghino

di Tacco, il quale io sono, ad essere rubatore delle strade e nimico della corte di Roma. Ma per ciò che voi mi

parete valente signore, avendovi io dello stomaco guerito, come io ho, non intendo di trattarvi come un altro farei,

a cui, quando nelle mie mani fosse come voi siete, quella parte delle sue cose mi farei che mi paresse; ma io

intendo che voi a me, il mio bisogno considerato, quella parte delle vostre cose facciate che voi medesimo volete.

Elle sono interamente qui dinanzi da voi tutte, e i vostri cavalli potete voi da cotesta finestra nella corte vedere; e

per ciò e la parte e il tutto come vi piace prendete, a da questa ora innanzi sia e l'andare e lo stare nel piacer

vostro. Maravigliossi l'abate che in un rubator di strada fosser parole sì libere, e piacendogli molto, subitamente la sua ira

e lo sdegno caduti, anzi in benivolenzia mutatisi, col cuore amico di Ghino divenuto, il corse ad abbracciar

dicendo: - Io giuro a Dio che, per dover guadagnar l'amistà d'uno uomo fatto come omai io giudico che tu sii, io sofferrei di

ricevere troppo maggiore ingiuria che quella che infino a qui paruta m'è che tu m'abbi fatta. Maladetta sia la

fortuna, la quale a sì dannevole mestier ti costrigne! E appresso questo, fatto delle sue molte cose pochissime e

opportune prendere, e de'cavalli similmente, e l'altre lasciategli tutte, a Roma se ne tornò. Aveva il papa saputa la presura dello abate e, come che molto gravata gli fosse, veggendolo il domandò come i

bagni fatto gli avesser pro. Al quale l'abate sorridendo rispose: - Santo Padre, io trovai più vicino che i bagni un valente medico, il quale ottimamente guerito m'ha; e contogli il

modo; di che il papa rise. Al quale l'abate, seguitando il suo parlare, da magnifico animo mosso, domandò una

grazia. Il papa, credendo lui dover domandare altro, liberamente offerse di far ciò che domandasse. Allora l'abate disse: - Santo Padre, quello che io intendo di domandarvi è che voi rendiate la grazia vostra a Ghino di Tacco mio

medico, per ciò che tra gli altri uomini valorosi e da molto che io accontai mai, egli è per certo un de'più; e quel

male il quale egli fa, io il reputo molto maggior peccato della fortuna che suo; la qual se voi con alcuna cosa

dandogli, donde egli possa secondo lo stato suo vivere, mutate, io non dubito punto che in poco di tempo non ne

paia a voi quello che a me ne pare. Il papa, udendo questo, sì come colui che di grande animo fu e vago de'valenti uomini, disse di farlo volentieri, se

da tanto fosse come diceva, e che egli il facesse sicuramente venire. Venne adunque Ghino fidato, come allo abate piacque, a corte; né guari appresso del papa fu, che egli il reputò

valoroso, e riconciliatoselo gli donò una gran prioria di quelle dello Spedale, di quello avendol fatto far cavaliere. La

quale egli, amico e servidore di santa Chiesa e dello abate di Clignì, tenne mentre visse.


Giornata decima - Novella terza

Mitridanes, invidioso della cortesia di Natan, andando per ucciderlo, senza conoscerlo capita a lui, e da lui stesso

informato del modo, il truova in un boschetto, come ordinato avea, il quale riconoscendolo si vergogna, e suo

amico diviene.

Simil cosa a miracolo per certo pareva a tutti avere udito, cioè che un cherico alcuna cosa magnificamente avesse

operata; ma riposandosene già il ragionare delle donne, comandò il re a Filostrato che procedesse, il quale

prestamente incominciò. Nobili donne, grande fu la magnificenzia del re di Spagna, e forse cosa più non udita giammai quella dell'abate di

Clignì; ma forse non meno maravigliosa cosa vi parrà l'udire che uno, per liberalità usare ad un altro che il suo

sangue, anzi il suo spirito, disiderava, cautamente a dargliele si disponesse; e fatto l'avrebbe, se colui prender

l'avesse voluto, sì come io in una mia novelletta intendo di dimostrarvi. Certissima cosa è (se fede si può dare alle parole d'alcuni genovesi e d'altri uomini che in quelle contrade stati

sono) che nelle parti del Cattaio fu già uno uomo di legnaggio nobile e ricco senza comparazione, per nome

chiamato Natan; il quale, avendo un suo ricetto vicino ad una strada per la qual quasi di necessità passava

ciascuno che di Ponente verso Levante andar voleva o di Levante venire in Ponente, e avendo l'animo grande e

liberale e disideroso che fosse per opera conosciuto, quivi, avendo molti maestri, fece in piccolo spazio di tempo

fare un de'più belli e de'maggiori e de'più ricchi palagi che mai fosse stato veduto, e quello di tutte quelle cose

che opportune erano a dovere gentili uomini ricevere e onorare, fece ottimamente fornire; e avendo grande e bella

famiglia, con piacevolezza e con festa chiunque andava e veniva faceva ricevere e onorare. E in tanto perseverò in

questo laudevol costume, che già, non solamente il Levante, ma quasi tutto il Ponente per fama il conoscea. Ed essendo egli già d'anni pieno, né però del corteseggiar divenuto stanco, avvenne che la sua fama agli orecchi

pervenne d'un giovane chiamato Mitridanes, di paese non guari al suo lontano; il quale, sentendosi non meno

ricco che Natan fosse, divenuto della sua fama e della sua virtù invidioso, seco propose con maggior liberalità

quella o annullare o offuscare. E fatto fare un palagio simile a quello di Natan, cominciò a fare le più smisurate

cortesie che mai facesse alcuno altro, a chi andava o veniva per quindi, e senza dubbio in piccol tempo assai

divenne famoso. Ora avvenne un giorno che dimorando il giovane tutto g solo nella corte del suo palagio, una feminella, entrata

dentro per una delle porti del palagio, gli domandò limosina ed ebbela; e ritornata per la seconda porta pure a lui,

ancora l'ebbe, e così successivamente insino alla duodecima; e la tredecima volta tornata, disse Mitridanes: - Buona femina, tu se'assai sollicita a questo tuo dimandare -; e nondimeno le fece limosina. La vecchierella, udita questa parola, disse: - O liberalità di Natan, quanto se'tu maravigliosa! ché per trentadue porti che ha il suo palagio, sì come questo,

entrata, e domandatagli limosina, mai da lui, che egli mostrasse, riconosciuta non fui, e sempre l'ebbi; e qui non

venuta ancora se non per tredici, e riconosciuta e proverbiata sono stata -. E così dicendo, senza più ritornarvi si

dipartì. Mitridanes, udite le parole della vecchia, come colui che ciò che della fama di Natan udiva diminuimento della sua

estimava, in rabbiosa ira acceso, cominciò a dire: - Ahi lasso a me! Quando aggiugnerò io alla liberalità delle gran cose di Natan, non che io il trapassi, come io

cerco, quando nelle piccolissime io non gli mi posso avvicinare? Veramente io mi fatico invano, se io di terra nol

tolgo; la qual cosa, poscia che la vecchiezza nol porta via, convien senza alcuno indugio che io faccia con le mie

mani. E con questo impeto levatosi, senza comunicare il suo consiglio ad alcuno, con poca compagnia montato a cavallo,

dopo il terzo dì dove Natan dimorava pervenne; e a'compagni imposto che sembianti facessero di non esser con

lui né di conoscerlo, e che distanzia si procacciassero infino che da lui altro avessero, quivi adunque in sul fare

della sera pervenuto e solo rimaso, non guari lontano al bel palagio trovò Natan tutto solo, il quale senza alcuno

abito pomposo andava a suo diporto; cui egli, non conoscendolo, domandò se insegnar gli sapesse dove Natan

dimorasse. Natan lietamente rispose: - Figliuol mio, niuno è in questa contrada che meglio di me cotesto ti sappia mostrare, e per ciò, quando ti piaccia,

io vi ti menerò. Il giovane disse che questo gli sarebbe a grado assai; ma che, dove esser potesse, egli non voleva da Natan esser

veduto né conosciuto. Al quale Natan disse: - E cotesto ancora farò, poi che ti piace. Ismontato adunque Mitridanes con Natan, che in piacevolissimi ragionamenti assai tosto il mise, infino al suo bel

palagio n'andò. Quivi Natan fece ad un de'suoi famigliari prendere il caval del giovane, e accostatoglisi agli orecchi gl'impose che

egli prestamente con tutti quegli della casa facesse che niuno al giovane dicesse lui esser Natan; e così fu fatto. Ma poi che nel palagio furono, mise Mitridanes in una bellissima camera dove alcuno nol vedeva, se non quegli che

egli al suo servigio diputati avea, e sommamente faccendolo onorare, esso stesso gli tenea compagnia. Col quale dimorando Mitridanes, ancora che in reverenzia come padre l'avesse, pur lo domandò chi el fosse. Al

quale Natan rispose: - Io sono un picciol servidor di Natan, il quale dalla mia fanciullezza con lui mi sono invecchiato, né mai ad altro

che tu mi vegghi mi trasse, per che, come che ogni altro uomo molto di lui si lodi, io me ne posso poco lodare io. Queste parole porsero alcuna speranza a Mitridanes di potere con più consiglio e con più salvezza dare effetto al

suo perverso intendimento. Il qual Natan assai cortesemente domandò chi egli fosse, e qual bisogno per quindi il

portasse, offerendo il suo consiglio e il suo aiuto in ciò che per lui si potesse. Mitridanes soprastette alquanto al rispondere, e ultimamente diliberando di fidarsi di lui, con una lunga circuizion

di parole la sua fede richiese, e appresso il consiglio e l'aiuto, e chi egli era e per che venuto e da che mosso,

interamente gli discoperse. Natan, udendo il ragionare e il fiero proponimento di Mitridanes, in sé tutto si cambiò, ma senza troppo stare, con

forte animo e con fermo viso gli rispose: - Mitridanes, nobile uomo fu il tuo padre, dal quale tu non vuogli degenerare, sì alta impresa avendo fatta come

hai, cioè d'essere liberale a tutti, e molto la invidia che alla virtù di Natan porti commendo, per ciò che, se di così

fatte fossero assai, il mondo, che è miserissimo, tosto buon diverrebbe. Il tuo proponimento mostratomi senza

dubbio sarà occulto, al quale io più tosto util consiglio che grande aiuto posso donare, il quale è questo. Tu puoi di

quinci vedere forse un mezzo miglio vicin di qui un boschetto, nel quale Natan quasi ogni mattina va tutto solo,

prendendo diporto per ben lungo spazio; quivi leggier cosa ti fia il trovarlo e farne il tuo piacere. Il quale se tu

uccidi, acciò che tu possa senza impedimento a casa tua ritornare, non per quella via donde tu qui venisti, ma per

quella che tu vedi a sinistra uscir fuor del bosco n'andrai, per ciò che, ancora che un poco più salvatica sia, ella è

più vicina a casa tua e per te più sicura. Mitridanes, ricevuta la informazione, e Natan da lui essendo partito, cautamente a'suoi compagni, che similmente

là entro erano, fece sentire dove aspettare il dovessero il dì seguente. Ma, poi che il nuovo dì fu venuto, Natan,

non avendo animo vario al consiglio dato a Mitridanes, né quello in parte alcuna mutato, solo se n'andò al

boschetto a dover morire. Mitridanes, levatosi e preso il suo arco e la sua spada, ché altra arme non avea, e montato a cavallo, n'andò al

boschetto, e di lontano vide Natan tutto soletto andar passeggiando per quello, e diliberato, avanti che l'assalisse,

di volerlo vedere e d'udirlo parlare, corse verso lui, e presolo per la benda la quale in capo avea, disse: - Vegliardo, tu se'morto. Al quale niuna altra cosa rispose Natan, se non: - Dunque, l'ho io meritato. Mitridanes, udita la voce e nel viso guardatolo, subitamente riconobbe lui esser colui che benignamente l'avea

ricevuto e familiarmente accompagnato e fedelmente consigliato; per che di presente gli cadde il furore e la sua

ira si convertì in vergogna. Laonde egli, gittata via la spada, la qual già per ferirlo aveva tirata fuori, da caval

dismontato, piagnendo corse a'piè di Natan e disse: - Manifestamente conosco, carissimo padre, la vostra liberalità, riguardando con quanta cautela venuto siate per

darmi il vostro spirito, del quale io, niuna ragione avendo, a voi medesimo disideroso mostra'mi; ma Iddio, più al

mio dover sollicito che io stesso, a quel punto che maggior bisogno è stato gli occhi m'ha aperto dello 'ntelletto, li

quali misera invidia m'avea serrati. E per ciò quanto voi più pronto stato siete a compiacermi, tanto più mi

cognosco debito alla penitenzia del mio errore; prendete adunque di me quella vendetta che convenevole estimate

al mio peccato. Natan fece levar Mitridanes in piede, e teneramente l'abbracciò e baciò, e gli disse: - Figliuol mio, alla tua impresa, chente che tu la vogli chiamare o malvagia o altrimenti, non bisogna di domandar

né di dar perdono, per ciò che non per odio la seguivi, ma per potere essere tenuto migliore. Vivi adunque di me

sicuro, e abbi di certo che niuno altro uom vive, il quale te quant'io ami, avendo riguardo all'altezza dello animo

tuo, il quale non ad ammassar denari, come i miseri fanno, ma ad ispender gli ammassati se'dato. Né ti

vergognare d'avermi voluto uccidere per divenir famoso, né credere che io me ne maravigli. I sommi imperadori e

i grandissimi re non hanno quasi con altra arte che d'uccidere, non uno uomo come tu volevi fare, ma infiniti, e

ardere paesi e abbattere le città, li loro regni ampliati, e per conseguente la fama loro; per che, se tu per più farti

famoso me solo uccider volevi, non maravigliosa cosa né nuova facevi, ma molto usata. Mitridanes, non iscusando il suo disidero perverso, ma commendando l'onesta scusa da Natan trovata ad esso,

ragionando pervenne a dire sé oltre modo maravigliarsi come a ciò si fosse Natan potuto disporre e a ciò dargli

modo e consiglio. Al quale Natan disse: - Mitridanes, io non voglio che tu del mio consiglio e della mia disposizione ti maravigli, per ciò che, poi che io nel

mio albitrio fui, e disposto a fare quello medesimo che tu hai a fare impreso, niun fu che mai a casa mia capitasse,

che io nol contentasse a mio potere di ciò che da lui mi fu domandato. Venistivi tu vago della mia vita, per che,

sentendolati domandare, acciò che tu non fossi solo colui che senza la sua dimanda di qui si partisse, prestamente

diliberai di donarlati, e acciò che tu l'avessi, quel consiglio ti diedi che io credetti che buon ti fosse ad aver la mia

e non perder la tua; e per ciò ancora ti dico e priego che, s'ella ti piace, che tu la prenda e te medesimo ne

sodisfaccia: io non so come io la mi possa meglio spendere. Io l'ho adoperata già ottanta anni, e ne'miei diletti e

nelle mie consolazioni usata; e so che, seguendo il corso della natura, come gli altri uomini fanno e generalmente

tutte le cose, ella mi può omai piccol tempo esser lasciata; per che io giudico molto meglio esser quella donare,

come io ho sempre i miei tesori donati e spesi, che tanto volerla guardare, che ella mi sia contro a mia voglia tolta

dalla natura. Piccol dono è donare cento anni; quanto adunque è minor donarne sei o otto che io a star ci abbia? Prendila

adunque, se ella t'aggrada, io te ne priego; per ciò che, mentre vivuto ci sono, niuno ho ancor trovato che

disiderata l'abbia, né so quando trovar me ne possa veruno, se tu non la prendi che la dimandi. E se pure

avvenisse che io ne dovessi alcun trovare, conosco che, quanto più la guarderò, di minor pregio sarà; e però, anzi

che ella divenga più vile, prendila, io te ne priego. Mitridanes, vergognandosi forte, disse: - Tolga Iddio che così cara cosa come la vostra vita è, non che io, da voi dividendola, la prenda, ma pur la disideri,

come poco avanti faceva; alla quale non che io diminuissi gli anni suoi, ma io l'aggiugnerei volentier de'miei, se io

potessi. A cui prestamente Natan disse: - E, se tu puoi, vuo'nele tu aggiugnere, e farai a me fare verso di te quello che mai verso alcuno altro non feci,

cioè delle tue cose pigliare, che mai dell'altrui non pigliai? - Sì, - disse subitamente Mitridanes. - Adunque, - disse Natan - farai tu come io ti dirò. Tu ti rimarrai, giovane come tu se', qui nella mia casa, e avrai

nome Natan, e io me n'andrò nella tua e farommi sempre chiamar Mitridanes. Allora Mitridanes rispose: - Se io sapessi così bene operare come voi sapete e avete saputo, io prenderei senza troppa diliberazione quello

che m'offerete; ma per ciò che egli mi pare esser molto certo che le mie opere sarebbon diminuimento della fama

di Natan, e io non intendo di guastare in altrui quello che in me io non acconciare nol prenderò. Questi e molti altri piacevoli ragionamenti stati tra Natan e Mitridanes, come a Natan piacque, insieme verso il

palagio se ne tornarono, dove Natan più giorni sommamente onorò Mitridanes, e lui con ogni ingegno e saper

confortò nel suo alto e grande proponimento. E volendosi Mitridanes con la sua compagnia ritornare a casa,

avendogli Natan assai ben fatto conoscere che mai di liberalità nol potrebbe avanzare, il licenziò.


Giornata decima - Novella quarta

Messer Gentil de'Carisendi, venuto da Modona, trae della sepoltura una donna amata da lui, sepellita per morta, la

quale riconfortata partorisce un figliuol maschio, e Messer Gentile lei e 'l figliuolo restituisce a Niccoluccio

Caccianimico, marito di lei.

Maravigliosa cosa parve a tutti che alcuno del propio sangue fosse liberale; e veramente affermaron Natan aver

quella del re di Spagna e dello abate di Clignì trapassata. Ma poi che assai e una cosa e altra detta ne fu, il re,

verso Lauretta riguardando, le dimostrò che egli desiderava che ella dicesse; per la qual cosa Lauretta

prestamente incominciò. Giovani donne, magnifiche cose e belle sono state le raccontate, né mi pare che alcuna parte restata sia a noi che

abbiamo a dire, per la qual novellando vagar possiamo, sì son tutte dall'altezza delle magnificenzie raccontate

occupate, se noi ne'fatti d'amore già non mettessimo mano, li quali ad ogni materia prestano abbondantissima

copia di ragionare; e per ciò, sì per questo e sì per quello a che la nostra età principalmente ci dee inducere, una

magnificenzia da uno innamorato fatta mi piace di raccontarvi, la quale, ogni cosa considerata, non vi parrà per

avventura minore che alcune delle mostrate, se quello è vero che i tesori si donino, le inimicizie si dimentichino, e

pongasi la propia vita, l'onore e la fama, ch'è molto più, in mille pericoli, per potere la cosa amata possedere. Fu adunque in Bologna, nobilissima città di Lombardia, un cavaliere per virtù e per nobiltà di sangue

ragguardevole assai, il qual fu chiamato messer Gentil Carisendi, il qual giovane d'una gentil donna chiamata

madonna Catalina, moglie d'un Niccoluccio Caccianimico, s'innamorò; e perché male dello amor della donna era,

quasi disperatosene, podestà chiamato di Modona, v'andò. In questo tempo, non essendo Niccoluccio a Bologna, e la donna ad una sua possessione, forse tre miglia alla terra

vicina, essendosi, per ciò che gravida era, andata a stare, avvenne che subitamente un fiero accidente la

soprapprese, il quale fu tale e di tanta forza, che in lei spense ogni segno di vita, e per ciò eziandio da alcun

medico morta giudicata fu; e per ciò che le sue più congiunte parenti dicevan sé avere avuto da lei non essere

ancora di tanto tempo gravida, che perfetta potesse essere la creatura, senza altro impaccio darsi, quale ella era,

in uno avello d'una chiesa ivi vicina dopo molto pianto la sepellirono. La qual cosa subitamente da un suo amico fu significata a messer Gentile, il qual di ciò, ancora che della sua

grazia fosse poverissimo, si dolfe molto, ultimamente seco dicendo: - Ecco, madonna Catalina, tu se'morta; io, mentre che vivesti, mai un solo sguardo da te aver non potei; per che,

ora che difender non ti potrai, convien per certo che, così morta come tu se'io alcun bacio li tolga. E questo detto, essendo già notte, dato ordine come la sua andata occulta fosse, con un suo famigliare montato a

cavallo, senza ristare colà pervenne dove sepellita era la donna, e aperta la sepoltura, in quella diligentemente

entrò, e postolesi a giacere allato, il suo viso a quello della donna accostò, e più volte con molte lagrime

piagnendo il baciò. Ma, sì come noi veggiamo l'appetito degli uomini a niun termine star contento, ma sempre più

avanti desiderare, e spezialmente quello degli amanti, avendo costui seco diliberato di più non starvi, disse: -

Deh! perché non le tocco io, poi che io son qui, un poco il petto? Io non la debbo mai più toccare, né mai più la

toccai. Vinto adunque da questo appetito, le mise la mano in seno, e per alquanto spazio tenutalavi, gli parve sentire

alcuna cosa battere il cuore a costei. Il quale, poi che ogni paura ebbe cacciata da sé, con più sentimento

cercando, trovò costei per certo non esser morta, quantunque poca e debole estimasse la vita; per che

soavemente quanto più potè, dal suo famigliare aiutato, del monimento la trasse, e davanti al caval messalasi,

segretamente in casa sua la condusse in Bologna. Era quivi la madre di lui, valorosa e savia donna, la qual, poscia che dal figliuolo ebbe distesamente ogni cosa

udita, da pietà mossa, chetamente con grandissimi fuochi e con alcun bagno in costei rivocò la smarrita vita. La

quale come rivenne, così la donna gittò un gran sospiro e disse: - Ohimè! ora ove sono io? A cui la valente donna rispose: - Confortati, tu se'in buon luogo. Costei, in sé tornata e dintorno guardandosi, non bene conoscendo dove ella fosse e veggendosi davanti messer

Gentile, piena di maraviglia la madre di lui pregò che le dicesse in che guisa ella quivi venuta fosse; alla quale

messer Gentile ordinatamente contò ogni cosa. Di che ella, dolendosi, dopo alquanto quelle grazie gli rendè che

ella potè e appresso il pregò per quello amore il quale egli l'aveva già portato, e per cortesia di lui, che in casa sua

ella da lui non ricevesse cosa che fosse meno che onor di lei e del suo marito, e come il dì venuto fosse, alla sua

propria casa la lasciasse tornare. Alla quale messer Gentile rispose: - Madonna, chente che il mio disiderio si sia stato ne'tempi passati, io non intendo al presente né mai per innanzi

(poi che Iddio m'ha questa grazia conceduta che da morte a vita mi v'ha renduta, essendone cagione l'amore che

io v'ho per addietro portato) di trattarvi né qui né altrove, se non come cara sorella; ma questo mio beneficio,

operato in voi questa notte, merita alcun guiderdone; e per ciò io voglio che voi non mi neghiate una grazia la

quale io vi domanderò. Al quale la donna benignamente rispose sé essere apparecchiata, solo che ella potesse, e onesta fosse. Messer

Gentile allora disse: - Madonna, ciascun vostro parente e ogni bolognese credono e hanno per certo voi esser morta, per che niuna

persona è la quale più a casa v'aspetti; e per ciò io voglio di grazia da voi, che vi debbia piacere di dimorarvi

tacitamente qui con mia madre infino a tanto che io da Modona torni, che sarà tosto. E la cagione per che io

questo vi cheggio è per ciò che io intendo di voi, in presenzia de'migliori cittadini di questa terra, fare un caro e

uno solenne dono al vostro marito. La donna, conoscendosi al cavaliere obbligata, e che la domanda era onesta, quantunque molto disiderasse di

rallegrare della sua vita i suoi parenti, si dispose a far quello che messer Gentile domandava; e così sopra la sua

fede gli promise. E appena erano le parole della sua risposta finite, che ella sentì il tempo del partorire esser venuto; per che,

teneramente dalla madre di messer Gentile aiutata, non molto stante partorì un bel figliuol maschio; la qual cosa

in molti doppi moltiplicò la letizia di messer Gentile e di lei. Messer Gentile ordinò che le cose opportune tutte vi

fossero, e che così fosse servita costei come se sua propia moglie fosse, e a Modona segretamente se ne tornò. Quivi fornito il tempo del suo uficio e a Bologna dovendosene tornare, ordinò, quella mattina che in Bologna entrar

doveva, di molti e gentili uomini di Bologna, tra'quali fu Niccoluccio Caccianimico, un grande e bel convito in casa

sua; e tornato e ismontato e con lor trovatosi, avendo similmente la donna ritrovata più bella e più sana che mai,

e il suo figlioletto star bene, con allegrezza incomparabile i suoi forestieri mise a tavola, e quegli fece di più

vivande magnificamente servire. Ed essendo già vicino alla sua fine il mangiare, avendo egli prima alla donna detto quello che di fare intendeva e

con lei ordinato il modo che dovesse tenere, così cominciò a parlare: - Signori, io mi ricordo avere alcuna volta inteso in Persia essere, secondo il mio giudicio, una piacevole usanza, la

quale è che, quando alcuno vuole sommamente onorare il suo amico, egli lo 'nvita a casa sua e quivi gli mostra

quella cosa, o moglie o amica o figliuola o che che si sia, la quale egli ha più cara, affermando che, se egli potesse,

così come questo gli mostra, molto più volentieri gli mosterria il cuor suo; la quale io intendo di volere osservare

in Bologna. Voi, la vostra mercé, avete onorato il mio convito, e io intendo onorar voi alla persesca, mostrandovi la più cara

cosa che io abbia nel mondo o che io debbia aver mai. Ma prima che io faccia questo, vi priego mi diciate quello

che sentite d'un dubbio il quale io vi moverò. Egli è alcuna persona la quale ha in casa un suo buono e fedelissimo

servidore, il quale inferma gravemente; questo cotale, senza attendere il fine del servo infermo, il fa portare nel

mezzo della strada, né più ha cura di lui; viene uno strano, è mosso a compassione dello 'nfermo, e sel reca a

casa, e con gran sollicitudine e con ispesa il torna nella prima sanità. Vorrei io ora sapere se, tenendolsi e usando i

suoi servigi, il primo signore si può a buona equità dolere o ramaricare del secondo, se egli, raddomandandolo,

rendere nol volesse. I gentili uomini, fra sé avuti vari ragionamenti, e tutti in una sentenzia concorrendo, a Niccoluccio Caccianimico,

per ciò che bello e ornato favellatore era, commisero la risposta. Costui, commendata primieramente l'usanza di

Persia, disse sé con gli altri insieme essere in questa oppinione, che il primo signore niuna ragione avesse più nel

suo servidore, poi che in sì fatto caso non solamente abbandonato, ma gittato l'avea; e che, per li benefici del

secondo usati, giustamente parea di lui il servidore divenuto, per che, tenendolo, niuna noia, niuna forza, niuna

ingiuria faceva al primiero. Gli altri tutti che alle tavole erano, ché v'avea di valenti uomini, tutti insieme dissono

sé tener quello che da Niccoluccio era stato risposto. Il cavaliere, contento di tal risposta e che Niccoluccio l'avesse fatta, affermò sé essere in quella oppinione altressì,

e appresso disse: - Tempo è omai che io secondo la promessa v'onori.- E chiamati due de'suoi famigliari, gli mandò alla donna, la

quale egli egregiamente avea fatta vestire e ornare, e mandolla pregando che le dovesse piacere di venire a far

lieti i gentili uomini della sua presenzia. La qual, preso in braccio il figliolin suo bellissimo, da'due famigliari

accompagnata, nella sala venne, e come al cavalier piacque, appresso ad un valente uomo si pose a sedere; ed

egli disse: - Signori, questa è quella cosa che io ho più cara e intendo d'avere, che alcun'altra; guardate se egli vi pare che io

abbia ragione. I gentili uomini, onoratola e commendatola molto, e al cavaliere affermato che cara la doveva avere, la

cominciarono a riguardare; e assai ve n'eran che lei avrebbon detto colei chi ella era, se lei per morta non

avessero avuta. Ma sopra tutti la riguardava Niccoluccio, il quale, essendosi alquanto partito il cavaliere, sì come

colui che ardeva di sapere chi ella fosse, non potendosene tenere, la domandò se bolognese fosse o forestiera. La donna, sentendosi al suo marito domandare, con fatica di risponder si tenne; ma pur, per servare l'ordine

postole, tacque. Alcun altro la domandò se suo era quel figlioletto, e alcuno se moglie fosse di messer Gentile, o in

altra maniera sua parente; a'quali niuna risposta fece. Ma, sopravvegnendo messer Gentile, disse alcun de'suoi forestieri: - Messere, bella cosa è questa vostra, ma ella ne par mutola; è ella così? - Signori,- disse messer Gentile - il non avere ella al presente parlato è non piccolo argomento della sua virtù. - Diteci adunque voi,- seguitò colui - chi ella è. Disse il cavaliere: - Questo farò io volentieri, sol che voi mi promettiate, per cosa che io dica, niuno doversi muovere del luogo suo

fino a tanto che io non ho la mia novella finita. Al quale avendol promesso ciascuno, ed essendo già levate le tavole, messer Gentile allato alla donna sedendo,

disse: - Signori, questa donna è quel leale e fedel servo, del quale io poco avanti vi fe' la dimanda; la quale da'suoi poco

avuta cara, e così come vile e più non utile nel mezzo della strada gittata, da me fu ricolta, e con la mia

sollicitudine e opera delle mani la trassi alla morte, e Iddio, alla mia buona affezion riguardando, di corpo

spaventevole così bella divenir me l'ha fatta. Ma acciò che voi più apertamente intendiate come questo avvenuto

mi sia, brievemente vel farò chiaro. E cominciatosi dal suo innamorarsi di lei, ciò che avvenuto era infino allora distintamente narrò con gran

maraviglia degli ascoltanti, e poi soggiunse: - Per le quali cose, se mutata non avete sentenzia da poco in qua, e Niccoluccio spezialmente, questa donna

meritamente è mia, né alcuno con giusto titolo me la può raddomandare. A questo niun rispose, anzi tutti attendevan quello che egli più avanti dovesse dire. Niccoluccio e degli altri che

v'erano e la donna, di compassion lagrimavano; ma messer Gentile, levatosi in piè e preso nelle sue braccia il

picciol fanciullino e la donna per la mano, e andato verso Niccoluccio, disse: - Leva su, compare, io non ti rendo tua mogliere, la quale i tuoi parenti e suoi gittarono via; ma io ti voglio donare

questa donna mia comare con questo suo figlioletto, il quale io son certo che fu da te generato, e il quale io a

battesimo tenni e nomina'lo Gentile; e priegoti che, perch'ella sia nella mia casa vicin di tre mesi stata, che ella

non ti sia men cara; ché io ti giuro per quello Iddio, che forse già di lei innamorar mi fece acciò che il mio amore

fosse, sì come stato è, cagion della sua salute, che ella mai o col padre o con la madre o con teco più onestamente

non visse, che ella appresso di mia madre ha fatto nella mia casa. E questo detto, si rivolse alla donna e disse: - Madonna, omai da ogni promessa fatami io v'assolvo, e libera vi lascio di Niccoluccio -; e rimessa la donna e 'l

fanciul nelle braccia di Niccoluccio, si tornò a sedere. Niccoluccio disiderosamente ricevette la sua donna e 'l figliuolo, tanto più lieto quanto più n'era di speranza

lontano, e, come meglio potè e seppe, ringraziò il cavaliere; e gli altri che tutti di compassion lagrimavano, di

questo il commendaron molto, e commendato fu da chiunque l'udì. La donna con maravigliosa festa fu in casa sua ricevuta, e quasi risuscitata con ammirazione fu più tempo guatata

da'bolognesi; e messer Gentile sempre amico visse di Niccoluccio e de'suoi parenti e di quei della donna. Che adunque qui, benigne donne, direte? Estimerete l'aver donato un re lo scettro e la corona, e uno abate senza

suo costo aver riconciliato un malfattore al papa, o un vecchio porgere la sua gola al coltello del nimico, essere

stato da agguagliare al fatto di messer Gentile? Il quale giovane e ardente, e giusto titolo parendogli avere in ciò

che la traccutaggine altrui aveva gittato via ed egli per la sua buona fortuna aveva ricolto, non solo temperò

onestamente il suo fuoco, ma liberalmente quello che egli soleva con tutto il pensier disiderare e cercar di rubare,

avendolo, restituì. Per certo niuna delle già dette a questa mi par simigliante.


Giornata decima - Novella quinta

Madonna Dianora domanda a messer Ansaldo un giardino di gennaio bello come di maggio. Messer Ansaldo con

l'obligarsi ad uno nigromante gliele dà. Il marito le concede che ella faccia il piacere di messer Ansaldo, il quale,

udita la liberalità del marito, l'assolve della promessa, e il nigromante, senza volere alcuna cosa del suo, assolve

messer Ansaldo

Per ciascuno della lieta brigata era già stato messer Gentile con somme lode tolto infino al cielo, quando il re

impose ad Emilia che seguisse, la qual baldanzosamente, quasi di dire disiderosa, così cominciò. Morbide donne, niun con ragione dirà messer Gentile non aver magnificamente operato, ma il voler dire che più

non si possa, il più potersi non fia forse malagevole a mostrarsi; il che io avviso in una mia novelletta di

raccontarvi. In Frioli, paese, quantunque freddo, lieto di belle montagne, di più fiumi e di chiare fontane, è una terra chiamata

Udine, nella quale fu già una bella e nobile donna, chiamata madonna Dianora, e moglie d'un gran ricco uomo

nominato Gilberto, assai piacevole e di buona aria. E meritò questa donna per lo suo valore d'essere amata

sommamente da un nobile e gran barone, il quale aveva nome messer Ansaldo Gradense, uomo d'alto affare, e

per arme e per cortesia conosciuto per tutto. Il quale, ferventemente amandola e ogni cosa faccendo che per lui si

poteva per essere amato da lei, e a ciò spesso per sue ambasciate sollicitandola, invano si faticava. Ed essendo

alla donna gravi le sollicitazioni del cavaliere, e veggendo che, per negare ella ogni cosa da lui domandatole, esso

per ciò d'amarla né di sollicitarla si rimaneva, con una nuova e al suo giudicio impossibil domanda si pensò di

volerlosi torre da dosso. E ad una femina che a lei da parte di lui spesse volte veniva, disse un dì così: - Buona femina, tu m'hai molte volte affermato che messer Ansaldo sopra tutte le cose m'ama e maravigliosi doni

m'hai da sua parte proferti, li quali voglio che si rimangano a lui, per ciò che per quegli mai ad amar lui né a

compiacergli mi recherei; e se io potessi esser certa che egli cotanto m'amasse quanto tu di', senza fallo io mi

recherei ad amar lui e a far quello che egli volesse; e per ciò, dove di ciò mi volesse far fede con quello che io

domanderò, io sarei a'suoi comandamenti presta. Disse la buona femina: - Che è quello, madonna, che voi disiderate che el faccia? Rispose la donna: - Quello che io disidero è questo. Io voglio del mese di gennaio che viene, appresso di questa terra un giardino

pieno di verdi erbe, di fiori e di fronzuti albori, non altrimenti fatto che se di maggio fosse; il quale dove egli non

faccia, né te né altri mi mandi mai più; per ciò che, se più mi stimolasse, come io infino a qui del tutto al mio

marito e a'miei parenti tenuto ho nascoso, così dolendomene loro, di levarlomi da dosso m'ingegnerei. Il cavaliere, udita la domanda e la proferta della sua donna, quantunque grave cosa e quasi impossibile a dover

fare gli paresse e conoscesse per niun'altra cosa ciò essere dalla donna addomandato, se non per torlo dalla sua

speranza, pur seco propose di voler tentare quantunque fare se ne potesse; e in più parti per lo mondo mandò

cercando se in ciò alcun si trovasse che aiuto o consiglio gli desse; e vennegli uno alle mani il quale, dove ben

salariato fosse, per arte nigromantica profereva di farlo. Col quale messer Ansaldo per grandissima quantità di

moneta convenutosi, lieto aspettò il tempo postogli. Il qual venuto, essendo i freddi grandissimi e ogni cosa piena

di neve e di ghiaccio, il valente uomo in un bellissimo prato vicino alla città con sue arti fece sì, la notte alla quale

il calendi gennaio seguitava, che la mattina apparve, secondo che color che 'l vedevan testimoniavano, un de'più

be'giardini che mai per alcun fosse stato veduto, con erbe e con alberi e con frutti d'ogni maniera. Il quale come

messere Ansaldo lietissimo ebbe veduto, fatto cogliere de'più be'frutti e de più be'fior che v'erano, quegli

occultamente fe'presentare alla sua donna, e lei invitare a vedere il giardino da lei addomandato, acciò che per

quel potesse lui amarla conoscere, e ricordarsi della promission fattagli e con saramento fermata, e come leal

donna poi procurar d'attenergliele. La donna, veduti i fiori e'frutti, e già da molti del maraviglioso giardino avendo udito dire, s'incominciò a pentere

della sua promessa. Ma, con tutto il pentimento, sì come vaga di veder cose nuove, con molte altre donne della

città andò il giardino a vedere, e non senza maraviglia commendatolo assai, più che altra femina dolente a casa se

ne tornò, a quel pensando a che per quello era obbligata. E fu il dolore tale, che non potendol ben dentro

nascondere, convenne che, di fuori apparendo, il marito di lei se n'accorgesse, e volle del tutto da lei di quello

saper la cagione. La donna per vergogna il tacque molto; ultimamente, costretta, ordinatamente gli aperse ogni

cosa. Gilberto primieramente, ciò udendo, si turbò forte; poi, considerata la pura ìntenzion della donna, con miglior

consiglio, cacciata via l'ira. disse: - Dianora, egli non è atto di savia né d'onesta donna d'ascoltare alcuna ambasciata delle così fatte né di pattovire

sotto alcuna condizione con alcuno la sua castità. Le parole per gli orecchi dal cuore ricevute hanno maggior forza

che molti non stimano, e quasi ogni cosa diviene agli amanti possibile. Male adunque facesti prima ad ascoltare e

poscia a pattovire; ma per ciò che io conosco la purità dello animo tuo, per solverti dal legame della promessa,

quello ti concederò che forse alcuno altro non farebbe; inducendomi ancora la paura del nigromante, al qual forse

messer Ansaldo, se tu il beffassi, far ci farebbe dolenti. Voglio io che tu a lui vada, e, se per modo alcun puoi,

t'ingegni di far che, servata la tua onestà, tu sii da questa promessa disciolta; dove altramenti non si potesse, per

questa volta il corpo, ma non l'animo, gli concedi. La donna, udendo il marito, piagneva e negava sé cotal grazia voler da lui. A Gilberto, quantunque la donna il

negasse molto, piacque che così fosse. Per che, venuta la seguente mattina, in su l'aurora, senza troppo ornarsi,

con due suoi famigliari innanzi e con una cameriera appresso, n'andò la donna a casa messere Ansaldo. Il quale,

udendo la sua donna a lui esser venuta, si maravigliò forte, e levatosi e fatto il nigromante chiamare, gli disse: - Io voglio che tu vegghi quanto di bene la tua arte m'ha fatto acquistare -. E incontro andatile, senza alcun

disordinato appetito seguire, con reverenza onestamente la ricevette, e in una bella camera ad un gran fuoco se

n'entrar tutti; e fatto lei porre a seder, disse: - Madonna, io vi priego, se il lungo amore il quale io v'ho portato merita alcun guiderdone, che non vi sia noia

d'aprirmi la vera cagione che qui a così fatta ora v'ha fatta venire e con cotal compagnia. La donna, vergognosa e quasi con le lagrime sopra gli occhi, rispose: - Messere, né amor che io vi porti né promessa fede mi menan qui, ma il comandamento del mio marito; il quale,

avuto più rispetto alle fatiche del vostro disordinato amore che al suo e mio onore, mi ci ha fatta venire; e per

comandamento di lui disposta sono per questa volta ad ogni vostro piacere. Messer Ansaldo, se prima si maravigliava, udendo la donna molto più s'incominciò a maravigliare; e dalla liberalità

di Gilberto commosso, il suo fervore in compassione cominciò a cambiare, e disse: - Madonna, unque a Dio non piaccia, poscia che così è come voi dite, che io sia guastatore dello onore di chi ha

compassione al mio amore; e per ciò l'esser qui sarà, quanto vi piacerà, non altramenti che se mia sorella foste, e,

quando a grado vi sarà, liberamente vi potrete partire, sì veramente che voi al vostro marito di tanta cortesia,

quanta la sua è stata, quelle grazie renderete che convenevoli crederete, me sempre per lo tempo avvenire

avendo per fratello e per servidore. La donna, queste parole udendo, più lieta che mai, disse: - Niuna cosa mi potè mai far credere, avendo riguardo a'vostri costumi, che altro mi dovesse seguir della mia

venuta che quello che io veggio che voi ne fate, di che io vi sarò sempre obbligata -; e preso commiato,

onorevolmente accompagnata si tornò a Gilberto e raccontogli ciò che avvenuto era; di che strettissima e leale

amistà lui e messer Ansaldo congiunse. Il nigromante, al quale messer Ansaldo di dare il promesso premio s'apparecchiava, veduta la liberalità di Gilberto

verso messer Ansaldo e quella di messer Ansaldo verso la donna, disse: - Già Dio non voglia, poi che io ho veduto Gilberto liberale del suo onore e voi del vostro amore, che io similmente

non sia liberale del mio guiderdone; e per ciò, conoscendo quello a voi star bene, intendo che vostro sia. Il cavaliere si vergognò e ingegnossi a suo potere di fargli o tutto o parte prendere; ma poi che in vano si faticava,

avendo il nigromante dopo il terzo dì tolto via il suo giardino, e piacendogli di partirsi, il comandò a Dio; e spento

del cuore il concupiscibile amore verso la donna, acceso d'onesta carità si rimase. Che direm qui, amorevoli donne? Preporremo la quasi morta donna e il già rattiepidito amore per la spossata

speranza, a questa liberalità di messer Ansaldo, più ferventemente che mai amando ancora e quasi da più

speranza acceso e nelle sue mani tenente la preda tanto seguita? Sciocca cosa mi parrebbe a dover creder che

quella liberalità a questa comparar si potesse.


Giornata decima - Novella sesta

Il re Carlo vecchio, vittorioso, d'una giovinetta innamoratosi, vergognandosi del suo folle pensiero, lei e una sua

sorella onorevolmente marita.

Chi potrebbe pienamente raccontare i vari ragionamenti tra le donne stati, qual maggior liberalità usasse o

Gilberto o messer Ansaldo o il nigromante, intorno a'fatti di madonna Dianora? troppo sarebbe lungo. Ma poi che il

re alquanto disputare ebbe conceduto, alla Fiammetta guardando, comandò che novellando traesse lor di

quistione; la quale, niuno indugio preso, incominciò. Splendide donne, io fui sempre in oppinione che nelle brigate, come la nostra è, si dovesse sì largamente

ragionare che la troppa strettezza della intenzion delle cose dette non fosse altrui materia di disputare. Il che

molto più si conviene nelle scuole tra gli studianti che tra noi, le quali appena alla rocca e al fuso bastiamo. E per

ciò io, che in animo alcuna cosa dubbiosa forse avea, veggendovi per le già dette alla mischia, quella lascerò stare,

e una ne dirò, non mica d'uomo di poco affare, ma d'un valoroso re, quello che egli cavallerescamente operasse, in

nulla mancando il suo onore. Ciascuna di voi molte volte può avere udito ricordare il re Carlo vecchio, ovver primo, per la cui magnifica impresa

e poi per la gloriosa vittoria avuta del re Manfredi furon di Firenze i ghibellin cacciati e ritornaronvi i guelfi. Per la

qual cosa un cavalier, chiamato messer Neri degli Uberti, con tutta la sua famiglia e con molti denari uscendone,

non si volle altrove che sotto le braccia del re Carlo riducere; e per essere in solitario luogo e quivi finire in riposo

la vita sua, a Castello a mare di Stabia se n'andò; e ivi forse una balestrata rimosso dall'altre abitazioni della terra,

tra ulivi e nocciuoli e castagni, de'quali la contrada è abondevole, comperò una possessione, sopra la quale un bel

casamento e agiato fece, e allato a quello un dilettevole giardino, nel mezzo del quale, a nostro modo, avendo

d'acqua viva copia, fece un bel vivaio e chiaro, e quello di molto pesce riempiè leggiermente. E a niun'altra cosa attendendo che a fare ogni dì più bello il suo giardino, avvenne che il re Carlo, nel tempo caldo,

per riposarsi alquanto, a Castello a mar se n'andò; dove udita la bellezza del giardino di messer Neri, disiderò di

vederlo. E avendo udito di cui era, pensò che, per ciò che di parte avversa alla sua era il cavaliere, più

familiarmente con lui si volesse fare, e mandogli a dire che con quattro compagni chetamente la seguente sera

con lui voleva cenare nel suo giardino. Il che a messer Neri fu molto caro, e magnificamente avendo apparecchiato e con la sua famiglia avendo ordinato

ciò che far si dovesse, come più lietamente potè e seppe, il re nel suo bel giardino ricevette. Il qual, poi che il

giardin tutto e la casa di messer Neri ebbe veduta e commendata, essendo le tavole messe allato al vivaio, ad una

di quelle, lavato, si mise a sedere, e al conte Guido di Monforte, che l'un de'compagni era, comandò che dall'un

de'lati di lui sedesse, e messer Neri dall'altro, e ad altri tre, che con lui eran venuti, comandò che servissero

secondo l'ordine posto da messer Neri. Le vivande vi vennero dilicate, e i vini vi furono ottimi e preziosi, e l'ordine bello e laudevole molto senza alcun

sentore e senza noia; il che il re commendò molto. E mangiando egli lietamente, e del luogo solitario giovandogli, e nel giardino entrarono due giovinette d'età forse

di quattordici anni l'una, bionde come fila d'oro, e co'capelli tutti inanellati e sopr'essi sciolti una leggiera

ghirlandetta di provinca, e nelli lor visi più tosto agnoli parevan che altra cosa, tanto gli avevan dilicati e belli; ed

eran vestite d'un vestimento di lino sottilissimo e bianco come neve in su le carni, il quale dalla cintura in su era

strettissimo e da indi giù largo a guisa d'un padiglione e lungo infino a'piedi. E quella che dinanzi veniva recava in

su le spalle un paio di vangaiole, le quali con la sinistra man tenea, e nella destra aveva un baston lungo. L'altra

che veniva appresso aveva sopra la spalla sinistra una padella, e sotto quel braccio medesimo un fascetto di

legne, e nella mano un treppiede, e nell'altra mano uno utel d'olio e una facellina accesa. Le quali il re vedendo si

maravigliò, e sospeso attese quello che questo volesse dire. Le giovinette, venute innanzi onestamente e vergognose, fecero la reverenzia al re; e appresso là andatesene onde

nel vivaio s'entrava, quella che la padella aveva, postala giù e l'altre cose appresso, prese il baston che l'altra

portava e amendune nel vivaio, l'acqua del quale loro infino al petto aggiugnea, se n'entrarono. Uno de'famigliari di messer Neri prestamente quivi accese il fuoco, e posta la padella sopra il treppiè e dell'olio

messovi, cominciò ad aspettare che le giovani gli gittasser del pesce. Delle quali, l'una frugando in quelle parti

dove sapeva che i pesci si nascondevano e l'altra le vangaiole parando, con grandissimo piacere del re, che ciò

attentamente guardava, in piccolo spazio di tempo presero pesce assai; e al famigliar gittatine che quasi vivi nella

padella gli metteva, sì come ammaestrate erano state, cominciarono a prendere de'più belli e a gittare su per la

tavola davanti al re e al conte Guido e al padre. Questi pesci su per la mensa guizzavano, di che il re aveva maraviglioso piacere, e similmente egli prendendo di

questi, alle giovani cortesemente gli gittava indietro; e così per alquanto spazio cianciarono, tanto che il famigliare

quello ebbe cotto che dato gli era stato, il qual più per uno intramettere, che per molto cara o dilettevol vivanda,

avendol messer Neri ordinato, fu messo davanti al re. Le fanciulle, veggendo il pesce cotto e avendo assai pescato, essendosi tutto il bianco vestimento e sottile loro

appiccato alle carni, né quasi cosa alcuna del dilicato lor corpo celando, usciron del vivaio, e ciascuna le cose

recate avendo riprese, davanti al re vergognosamente passando, in casa se ne tornarono. Il re e 'l conte e gli altri che servivano, avevano molto queste giovinette considerate, e molto in sé medesimo

l'avea lodate ciascuno per belle e per ben fatte, e oltre a ciò per piacevoli e per costumate, ma sopra ad ogn'altro

erano al re piaciute. Il quale sì attentamente ogni parte del corpo loro aveva considerata, uscendo esse dell'acqua,

che chi allora l'avesse punto non si sarebbe sentito. E più a loro ripensando, senza sapere chi si fossero né come,

si sentì nel cuor destare un ferventissimo disidero di piacer loro, per lo quale assai ben conobbe sé divenire

innamorato, se guardia non se ne prendesse, né sapeva egli stesso qual di lor due si fosse quella che più gli

piacesse, sì era di tutte cose l'una simiglievole all'altra. Ma, poi che alquanto fu sopra questo pensier dimorato, rivolto a messer Neri, il domandò chi fossero le due

damigelle; a cui messer Neri rispose: - Monsignore, queste son mie figliuole ad un medesimo parto nate, delle quali l'una ha nome Ginevra la bella e

l'altra Isotta la bionda .- A cui il re le commendò molto, confortandolo a maritarle. Dal che messer Neri, per più

non poter, si scusò. E in questo, niuna cosa fuor che le frutte restando a dar nella cena, vennero le due giovinette in due giubbe di

zendado bellissime con due grandissimi piattelli d'argento in mano pieni di vari frutti, secondo che la stagion

portava, e quegli davanti al re posarono sopra la tavola. E questo fatto, alquanto indietro tiratesi, cominciarono a

cantare un suono, le cui parole cominciano:

Là ov'io son giunto, Amore, non si poria contare lungamente,

con tanta dolcezza e sì piacevolmente, che al re, che con diletto le riguardava e ascoltava, pareva che tutte le

gerarchie degli angeli quivi fossero discese a cantare. E quel detto, inginocchiatesi, reverentemente commiato

domandarono al re, il quale, ancora che la lor partita gli gravasse, pure in vista lietamente il diede. Fornita adunque la cena e il re co'suoi compagni rimontati a cavallo e messer Neri lasciato, ragionando d'una cosa

e d'altra, al reale ostiere se ne tornarono. Quivi, tenendo il re la sua affezion nascosa, né per grande affare che

sopravvenisse potendo dimenticar la bellezza e la piacevolezza di Ginevra la bella, per amor di cui la sorella a lei

simigliante ancor amava, sì nell'amorose panie s'invescò, che quasi ad altro pensar non poteva; e altre cagioni

dimostrando, con messer Neri teneva una stretta dimestichezza e assai sovente il suo bel giardin visitava per

veder la Ginevra. E già più avanti sofferir non potendo, ed essendogli non sappiendo altro modo vedere, nel pensier caduto di dover,

non solamente l'una, ma amendune le giovinette al padre torre, e il suo amore e la sua intenzione fe'manifesta al

conte Guido, il quale, per ciò che valente uomo era, gli disse: - Monsignore, io ho gran maraviglia di ciò che voi mi dite, e tanto ne l'ho maggiore che un altro non avrebbe,

quanto mi par meglio dalla vostra fanciullezza infino a questo dì avere i vostri costumi conosciuti, che alcun altro.

E non essendomi paruto giammai nella vostra giovanezza, nella quale amor più leggiermente doveva i suoi artigli

ficcare, aver tal passion conosciuta, sentendovi ora che già siete alla vecchiezza vicino, m'è sì nuovo e sì strano

che voi per amore amiate, che quasi un miracol mi pare; e se a me di ciò cadesse il riprendervi, io so bene ciò che

io ve ne direi, avendo riguardo che voi ancora siete con l'arme in dosso nel regno nuovamente acquistato, tra

nazion non conosciuta e piena d'inganni e di tradimenti, e tutto occupato di grandissime sollicitudini e d'alto

affare, né ancora vi siete potuto porre a sedere, e intra tante cose abbiate fatto luogo al lusinghevole amore. Questo non è atto di re magnanimo, anzi d'un pusillanimo giovinetto. E oltre a questo, che è molto peggio, dite

che diliberato avete di dovere le due figliuole torre al povero cavaliere, il quale, in casa sua, oltre al poter suo v'ha

onorato, e, per più onorarvi, quelle quasi ignude v'ha dimostrate, testificando per quello quanta sia la fede che

egli ha in voi, e che esso fermamente creda voi essere re e non lupo rapace. Ora evvi così tosto della memoria caduto le violenze fatte alle donne da Manfredi avervi l'entrata aperta in questo

regno? Qual tradimento si commise giammai più degno d'etterno supplicio, che saria questo, che voi a colui che

v'onora togliate il suo onore e la sua speranza e la sua consolazione? Che si direbbe di voi, se voi il faceste? Voi

forse estimate che sufficiente scusa fosse il dire: - Io il feci per ciò che egli è ghibellino -. Ora è questo della

giustizia dei re, che coloro che nelle lor braccia ricorrono in cotal forma, chi che essi si sieno, in così fatta guisa si

trattino? Io vi ricordo, re, che grandissima gloria v'è aver vinto Manfredi e sconfitto Corradino, ma molto maggiore

è sé medesimo vincere; e per ciò voi, che avete gli altri a correggere, vincete voi medesimo e questo appetito

raffrenate, né vogliate con così fatta macchia ciò che gloriosamente acquistato avete guastare. Queste parole amaramente punsero l'animo del re, e tanto più l'afflissero quanto più vere le conoscea; per che,

dopo alcun caldo sospiro, disse: - Conte, per certo ogn'altro nimico, quantunque forte estimo che sia al bene ammaestrato guerriere assai debole e

agevole a vincere a rispetto del suo medesimo appetito; ma, quantunque l'affanno sia grande e la forza bisogni

inestimabile, sì m'hanno le vostre parole spronato, che conviene, avanti che troppi giorni trapassino, che io vi

faccia per opera vedere che, come io so altrui vincere, così similmente so a me medesimo soprastare. Né molti giorni appresso a queste parole passarono, che tornato il re a Napoli, sì per torre a sé stesso materia

d'operar vilmente alcuna cosa e sì per premiare il cavaliere dello onore ricevuto da lui, quantunque duro gli fosse il

fare altrui possessor di quello che egli sommamente per sé disiderava, nondimen si dispose di voler maritare le

due giovani, e non come figliuole di messer Neri, ma come sue. E con piacer di messer Neri, senza niuno indugio

magnificamente dotatele, Ginevra la bella diede a messer Maffeo da Palizzi, e Isotta la bionda a messer Guiglielmo

della Magna, nobili cavalieri e gran baron ciascuno; e loro assegnatele, con dolore inestimabile in Puglia se n'andò,

e con fatiche continue tanto e sì macerò il suo fiero appetito, che spezzate e rotte l'amorose catene, per quanto

viver dovea libero rimase da tal passione. Saranno forse di quei che diranno piccola cosa essere ad un re l'aver maritate due giovinette; e io il consentirò;

ma molto grande e grandissima la dirò, se diremo un re innamorato questo abbia fatto, colei maritando cui egli

amava, senza aver preso a pigliare del suo amore fronda o fiore o frutto. Così adunque il magnifico re operò, il

nobile cavaliere altamente premiando, l'amate giovinette laudevolmente onorando, e sé medesimo fortemente

vincendo.


Giornata decima - Novella settima

Il re Piero, sentito il fervente amore portatogli dalla Lisa inferma, le conforta, e appresso ad un gentil giovane la

marita, e lei nella fronte baciata, sempre poi si dice suo cavaliere.

Venuta era la Fiammetta al fin della sua novella, e commendata era stata molto la virile magnificenzia del re Carlo

(quantunque alcuna, che quivi era ghibellina, commendar nol volesse), quando Pampinea, avendogliele il re

imposto, incominciò. Niun discreto, ragguardevoli donne, sarebbe, che non dicesse ciò che voi dite del buon re Carlo, se non costei che

gli vuol mal per altro; ma, per ciò che a me va per la memoria una cosa non meno commendevole forse che

questa, fatta da un suo avversario ancora in una nostra giovane fiorentina, quella mi piace di raccontarvi. Nel tempo che i franceschi di Cicilia furon cacciati, era in Palermo un nostro fiorentino speziale, chiamato Bernardo

Puccini, ricchissimo uomo, il quale d'una sua donna senza più aveva una figliuola bellissima e già da marito. Ed

essendo il re Pietro di Raona signor della isola divenuto, faceva in Palermo maravigliosa festa co'suoi baroni. Nel la

qual festa armeggiando egli alla catalana, avvenne che la figliuola di Bernardo, il cui nome era Lisa, da una

finestra dove ella era con altre donne, il vide correndo egli, e sì maravigliosamente le piacque, che, una volta e

altra poi riguardandolo, di lui ferventemente s'innamorò. E cessata la festa, ed ella in casa del padre standosi, a

niun'altra cosa poteva pensare se non a questo suo magnifico e alto amore. E quello che intorno a ciò più

l'offendeva, era il cognoscimento della sua infima condizione, il quale niuna speranza appena le lasciava pigliare di

lieto fine; ma non per tanto da amare il re indietro si voleva tirare, e per paura di maggior noia a manifestar non

l'ardiva. Il re di questa cosa non s'era accorto né si curava; di che ella, oltre a quello che si potesse estimare, portava

intollerabil dolore. Per la qual cosa avvenne che, crescendo in lei amor continuamente e una malinconia sopr'altra aggiugnendosi, la

bella giovane più non potendo infermò, ed evidentemente di giorno in giorno, come la neve al sole, si consumava. Il padre di lei e la madre, dolorosi di questo accidente, con conforti continui e con medici e con medicine in ciò che

si poteva l'atavano; ma niente era, per ciò che ella, sì come del suo amore disperata, aveva eletto di più non

volere vivere. Ora avvenne che, offerendole il padre di lei ogni suo piacere, le venne in pensiero, se acconciamente

potesse, di volere il suo amore e il suo proponimento, prima che morisse, fare al re sentire; e per ciò un dì il pregò

che egli le facesse venire Minuccio d'Arezzo. Era in que'tempi Minuccio tenuto un finissimo cantatore e sonatore, e volentieri dal re Pietro veduto, il quale

Bernardo avvisò che la Lisa volesse per udirlo alquanto e sonare e cantare; per che, fattogliele dire, egli, che

piacevole uomo era, incontanente a lei venne; e poi che alquanto con amorevoli parole confortata l'ebbe, con una

sua vivuola dolcemente sonò alcuna stampita e cantò appresso alcuna canzone; le quali allo amor della giovane

erano fuoco e fiamma, là dove egli la credea consolare. Appresso questo disse la giovane che a lui solo alquante parole voleva dire; per che, partitosi ciascun altro ella gli

disse: - Minuccio, io ho eletto te per fidissimo guardatore d'un mio segreto, sperando primieramente che tu quello a

niuna persona, se non a colui che io ti dirò, debbi manifestar giammai; e appresso, che in quello che per te si

possa tu mi debbi aiutare: così ti priego. Dei adunque sapere, Minuccio mio, che il giorno che il nostro signor re Pietro fece la gran festa della sua

esaltazione, mel venne, armeggiando egli, in sì forte punto veduto, che dello amor di lui mi s'accese un fuoco

nell'anima, che al partito m'ha recata che tu mi vedi; e conoscendo io quanto male il mio amore ad un re si

convenga, e non potendolo non che cacciare ma diminuire, ed egli essendomi oltre modo grave a comportare, ho

per minor doglia eletto di voler morire, e così farò. E' il vero che io fieramente n'andrei sconsolata, se prima egli nol sapesse; e non sappiendo per cui potergli questa

mia disposizion fargli sentire più acconciamente che per te, a te commettere la voglio, e priegoti che non rifiuti di

farlo, e quando fatto l'avrai assapere mel facci, acciò che io, consolata morendo, mi sviluppi da queste pene -: e

questo detto piagnendo, si tacque. Maravigliossi Minuccio dell'altezza dello animo di costei e del suo fiero proponimento, e increbbenegli forte, e

subitamente nello animo corsogli come onestamente la poteva servire, le disse: - Lisa, io t'obbligo la mia fede, della quale vivi sicura che mai ingannata non ti troverrai, e appresso

commendandoti di sì alta impresa, come è aver l'animo posto a così gran re, t'offero il mio aiuto, col quale io

spero, dove tu confortar ti vogli, sì adoperare, che, avanti che passi il terzo giorno ti credo recar novelle che

sommamente ti saran care; e per non perder tempo, voglio andare a cominciare. La Lisa, di ciò da capo pregatol molto e promessogli di confortarsi, disse che s'andasse con Dio. Minuccio partitosi, ritrovò un Mico da Siena assai buon dicitore in rima a quei tempi, e con prieghi lo strinse a far

la canzonetta che segue:

Muoviti, Amore, e vattene a messere, e contagli le pene ch'io sostegno; digli ch'a morte vegno, celando per temenza il mio volere.

Merzede, Amore, a man giunte ti chiamo, ch'a messer vadi là dove dimora. Di'che sovente lui disio e amo, sì dolcemente lo cor m'innamora; e per lo foco, ond'io tutta m'infiamo, temo morire, e già non saccio l'ora ch'i'parta da sì grave pena dura, la qual sostegno per lui disiando, temendo e vergognando. Deh! il mal mio, per Dio, fagli assapere.

Poi che di lui, Amor, fu'innamorata, non mi donasti ardir quanto temenza che io potessi sola una fiata lo mio voler dimostrare in parvenza a quegli che mi tien tanto affannata; così morendo il morir m'è gravenza. Forse che non gli saria spiacenza, se el sapesse quanta pena i'sento, s'a me dato ardimento avesse in fargli mio stato sapere.

Poi che 'n piacere non ti fu, Amore, ch'a me donassi tanta sicuranza, ch'a messer far savessi lo mio core lasso, per messo mai o per sembianza, mercé ti chero, dolce mio signore, che vadi a lui, e donagli membranza del giorno ch'io il vidi a scudo e lanza con altri cavalieri arme portare: presilo a riguardare innamorata sì che 'l mio cor pere!

Le quali parole Minuccio prestamente intonò d'un suono soave e pietoso, sì come la materia di quelle richiedeva, e

il terzo dì se n'andò a corte, essendo ancora il re Pietro a mangiare, dal quale gli fu detto che egli alcuna cosa

cantasse con la sua viuola. Laonde egli cominciò sì dolcemente sonando a cantar questo suono, che quanti nella

real sala n'erano parevano uomini adombrati, sì tutti stavano taciti e sospesi ad ascoltare, e il re per poco più che

gli altri. E avendo Minuccio il suo canto fornito, il re il domandò donde questo venisse che mai più non gliele pareva avere

udito. - Monsignore, - rispose Minuccio - e'non sono ancora tre giorni che le parole si fecero e 'l suono -. Il quale, avendo

il re domandato per cui, rispose: - Io non l'oso scovrir se non a voi. Il re, disideroso d'udirlo, levate le tavole, nella camera sel fe'venire, dove Minuccio ordinatamente ogni cosa udita

gli raccontò. Di che il re fece gran festa, e commendò la giovane assai, e disse che di sì valorosa giovane si voleva

aver compassione; e per ciò andasse da sua parte a lei e la confortasse, e le dicesse che senza fallo quel giorno in

sul vespro la verrebbe a visitare. Minuccio, lietissimo di portare così piacevole novella, alla giovane senza ristare con la sua viuola n'andò, e con lei

sola parlando, ogni cosa stata raccontò, e poi la canzone cantò con la sua viuola. Di questo fu la giovane tanto lieta e tanto contenta, che evidentemente senza alcuno indugio apparver segni

grandissimi della sua sanità; e con disidero, senza sapere o presummere alcun della casa che ciò si fosse,

cominciò ad aspettare il vespro, nel quale il suo signor veder dovea. Il re, il qual liberale e benigno signore era, avendo poi più volte pensato alle cose udite da Minuccio e conoscendo

ottimamente la giovane e la sua bellezza, divenne ancora più che non era di lei pietoso; e in sull'ora del vespro

montato a cavallo, sembiante faccendo d'andare a suo diporto, pervenne là dov'era la casa dello speziale; e quivi

fatto domandare che aperto gli fosse un bellissimo giardino il quale lo speziale avea, in quello smontò, e dopo

alquanto domandò Bernardo che fosse della figliuola, se egli ancora maritata l'avesse. Rispose Bernardo: - Monsignore, ella non è maritata, anzi è stata e ancora è forte malata; è il vero che da nona in qua ella è

maravigliosamente migliorata. Il re intese prestamente quello che questo miglioramento voleva dire, e disse: - In buona fè danno sarebbe che ancora fosse tolta al mondo sì bella cosa; noi la vogliamo venire a visitare. E con due compagni solamente e con Bernardo nella camera di lei poco appresso se n'andò, e come là entro fu,

s'accostò al letto dove la giovane alquanto sollevata con disio l'aspettava, e lei per la man prese dicendo: - Madonna, che vuol dir questo? Voi siete giovane e dovreste l'altre confortare, e voi vi lasciate aver male: noi vi

vogliam pregare che vi piaccia, per amor di noi, di confortarvi in maniera che voi siate tosto guerita. La giovane, sentendosi toccare alle mani di colui il quale ella sopra tutte le cose amava, come che ella alquanto si

vergognasse, pur sentiva tanto piacer nell'animo, quanto se stata fosse in paradiso; e, come potè, gli rispose: - Signor mio, il volere io le mie poche forze sottoporre a gravissimi pesi, m'è di questa infermità stata cagione, dal

la quale voi, vostra buona mercé, tosto libera mi vedrete. Solo il re intendeva il coperto parlare della giovane, e da più ogn'ora la reputava, e più volte seco stesso maladisse

la fortuna, che di tale uomo l'aveva fatta figliuola; e poi che alquanto fu con lei dimorato e più ancora confortatala,

si partì. Questa umanità del re fu commendata assai, e in grande onor fu attribuita allo speziale e alla figliuola; la quale

tanto contenta rimase, quanto altra donna di suo amante fosse giammai; e da migliore speranza aiutata, in pochi

giorni guerita, più bella diventò che mai fosse. Ma poi che guerita fu, avendo il re con la reina diliberato qual merito di tanto amore le volesse rendere, montato

un dì a cavallo con molti de'suoi baroni a casa dello spezial se n'andò, e nel giardino entratosene, fece lo spezial

chiamare e la sua figliuola; e in questo venuta la reina con molte donne, e la giovane tra lor ricevuta,

cominciarono maravigliosa festa. E dopo alquanto il re insieme con la reina chiamata la Lisa, le disse il re: - Valorosa giovane, il grande amor che portato n'avete v'ha grande onore da noi impetrato, del quale noi vogliamo

che per amor di noi siate contenta; e l'onore è questo, che, con ciò sia cosa che voi da marito siate, noi vogliamo

che colui prendiate per marito che noi vi daremo, intendendo sempre, non ostante questo, vostro cavaliere

appellarci, senza più di tanto amor voler da voi che un sol bacio. La giovane, che di vergogna tutta era nel viso divenuta vermiglia, faccendo suo il piacer del re, con bassa voce

così rispose: - Signor mio, io son molto certa che, se egli si sapesse che io di voi innamorata mi fossi, la più della gente me ne

reputerebbe matta, credendo forse che io a me medesima fossi uscita di mente e che io la mia condizione e oltre a

questo la vostra non conoscessi; ma come Iddio sa, che solo i cuori de'mortali vede, io nell'ora che voi prima mi

piaceste, conobbi voi essere re e me figliuola di Bernardo speziale, e male a me convenirsi in sì alto luogo l'ardore

dello animo dirizzare. Ma, sì come voi molto meglio di me conoscete, niuno secondo debita elezione ci s'innamora,

ma secondo l'appetito e il piacere; alla qual legge più volte s'opposero le forze mie, e più non potendo, v'amai e

amo e amerò sempre. E' il vero che, com'io ad amore di voi mi sentii prendere, così mi disposi di far sempre, del

vostro, voler mio, e per ciò, non che io faccia questo di prender volentier marito e d'aver caro quello il quale vi

piacerà di donarmi, che mio onore e stato sarà, ma se voi diceste che io dimorassi nel fuoco, credendovi io piacere

mi sarebbe diletto. Avere uno re per cavaliere, sapete quanto mi si conviene, e per ciò più a ciò non rispondo; né il

bacio che solo del mio amor volete, senza licenzia di madama la reina vi sarà per me conceduto. Nondimeno di

tanta benignità verso me, quanta è la vostra e quella di madama la reina che è qui, Iddio per me vi renda e grazie

e merito; ché io da render non l'ho -. E qui si tacque. Alla reina piacque molto la risposta della giovane, e parvele così savia come il re l'aveva detto. Il re fece chiamare

il padre della giovane e la madre, e sentendogli contenti di ciò che fare intendeva, si fece chiamare un giovane, il

quale era gentile uomo ma povero, ch'avea nome Perdicone, e postegli certe anella in mano, a lui, non recusante

di farlo, fece sposare la Lisa. A'quali incontanente il re, oltre a molte gioie e care che egli e la reina alla giovane donarono, gli donò Ceffalù e

Calatabellotta, due bonissime terre e di gran frutto, dicendo: - Queste ti doniamo noi per dote della donna; quello che noi vorremo fare a te, tu tel vedrai nel tempo avvenire. E questo detto, rivolto alla giovane, disse: - Ora vogliam noi prender quel frutto che noi del vostro amor aver dobbiamo -, e presole con amendune le mani il

capo, le baciò la fronte. Perdicone e 'l padre e la madre della Lisa ed ella altressì contenti, grandissima festa fecero e liete nozze. E secondo che molti affermano, il re molto bene servò alla giovane il convenente; per ciò che mentre visse sempre

s'appellò suo cavaliere, né mai in alcun fatto d'arme andò, che egli altra sopransegna portasse che quella che dalla

giovane mandata gli fosse. Così adunque operando si pigliano gli animi dei suggetti; dassi altrui materia di bene operare, e le fame etterne

s'acquistano. Alla qual cosa oggi pochi o niuno ha l'arco teso dello 'ntelletto, essendo li più de'signori divenuti

crudeli tiranni.

Ad blocker interference detected!


Wikia is a free-to-use site that makes money from advertising. We have a modified experience for viewers using ad blockers

Wikia is not accessible if you’ve made further modifications. Remove the custom ad blocker rule(s) and the page will load as expected.

Also on FANDOM

Random Wiki