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Giornata nona - Novella terza

Maestro Simone, ad instanzia di Bruno e di Buffalmacco e di Nello, fa credere a Calandrino che egli è pregno; il

quale per medicine dà a'predetti capponi e denari, e guarisce della pregnezza senza partorire.

Poi che Elissa ebbe la sua novella finita, essendo da tutte rendute grazie a Dio che la giovane monaca aveva con

lieta uscita tratta dei morsi delle invidiose compagne, la reina a Filostrato comandò che seguitasse; il quale, senza

più comandamento aspettare, incominciò. Bellissime donne, lo scostumato giudice marchigiano, di cui ieri vi novellai, mi trasse di bocca una novella di

Calandrino, la quale io era per dirvi. E per ciò che ciò che di lui si ragiona non può altro che multiplicare la festa,

benché di lui e de'suoi compagni assai ragionato si sia, ancor pur quella che ieri aveva in animo vi dirò. Mostrato è di sopra assai chiaro chi Calandrin fosse e gli altri de'quali in questa novella ragionar debbo; e per ciò,

senza più dirne, dico che egli avvenne che una zia di Calandrin si morì e lasciogli dugento lire di piccioli con tanti;

per la qual cosa Calandrino cominciò a dire che egli voleva comperare un podere; e con quanti sensali aveva in

Firenze, come se da spendere avesse avuti diecimila fiorin d'oro, teneva mercato, il quale sempre si guastava

quando al prezzo del poder domandato si perveniva. Bruno e Buffalmacco, che queste cose sapevano, gli avevan più volte detto che egli farebbe il meglio a goderglisi

con loro insieme, che andar comperando terra, come se egli avesse avuto a far pallottole; ma, non che a questo,

essi non l'aveano mai potuto conducere che egli loro una volta desse mangiare. Per che un dì dolendosene, ed essendo a ciò sopravenuto un lor compagno, che aveva nome Nello, dipintore, di

liberar tutti e tre di dover trovar modo da ugnersi il grifo alle spese di Calandrino; e senza troppo indugio darvi,

avendo tra sé ordinato quello che a fare avessero, la seguente mattina appostato quando Calandrino di casa

uscisse, non essendo egli guari andato, gli si fece incontro Nello e disse: - Buon dì, Calandrino. Calandrino gli rispose che Iddio gli desse il buon dì e 'l buono anno. Appresso questo, Nello rattenutosi un poco, lo

'ncominciò a guardar nel viso. A cui Calandrino disse: - Che guati tu? E Nello disse a lui: - Haiti tu sentita sta notte cosa niuna? Tu non mi par desso. Calandrino incontanente incominciò a dubitare e disse: - Ohimè, come! Che ti pare egli che io abbia? Disse Nello: - Deh! io nol dico per ciò; ma tu mi pari tutto cambiato; fia forse altro -; e lasciollo andare. Calandrino tutto sospettoso, non sentendosi per ciò cosa del mondo, andò avanti. Ma Buffalmacco, che guari non

era lontano, vedendol partito da Nello, gli si fece incontro, salutatolo il domandò se egli si sentisse niente.

Calandrino rispose: - Io non so, pur testé mi diceva Nello che io gli pareva tutto cambiato; potrebbe egli essere che io avessi nulla? Disse Buffalmacco: - Sì, potrestu aver cavelle, non che nulla: tu par mezzo morto. A Calandrino pareva già aver la febbre. Ed ecco Bruno sopravvenne, e prima che altro dicesse, disse: - Calandrino, che viso è quello? E'par che tu sia morto: che ti senti tu? Calandrino, udendo ciascun di costor così dire, per certissimo ebbe seco medesimo d'esser malato; e tutto

sgomentato gli domandò: - Che fo? Disse Bruno: - A me pare che tu te ne torni a casa a vaditene in su 'l letto e facciti ben coprire, e che tu mandi il segnal tuo al

maestro Simone, che è così nostra cosa come tu sai. Egli ti dirà incontanente ciò che tu avrai a fare, e noi ne

verrem teco, e se bisognerà far cosa niuna, noi la faremo. E con loro aggiuntosi Nello, con Calandrino se ne tornarono a casa sua, ed egli entratosene tutto affaticato nella

camera, disse alla moglie: - Vieni e cuoprimi bene, ché io mi sento un gran male. Essendo adunque a giacer posto, il suo segnale per una fanticella mandò al maestro Simone, il quale allora a

bottega stava in Mercato Vecchio alla 'nsegna del mellone. E Bruno disse a'compagni: - Voi vi rimarrete qui con lui, e io voglio andare a sapere che il medico dirà; e, se bisogno sarà, a menarloci. Calandrino allora disse: - Deh! sì, compagno mio, vavvi e sappimi ridire come il fatto sta, ché io mi sento non so che dentro. Bruno, andatosene al maestro Simone, vi fu prima che la fanticella che il segno portava, ed ebbe informato

maestro Simone del fatto. Per che, venuta la fanticella e il maestro veduto il segno, disse alla fanticella: - Vattene, e di'a Calandrino che egli si tenga ben caldo, e io verrò a lui incontanente e dirogli ciò che egli ha, e ciò

che egli avrà a fare. La fanticella così rapportò: né stette guari che il maestro e Brun vennero, e postoglisi il medico a sedere allato, gli

'ncominciò a toccare il polso, e dopo alquanto, essendo ivi presente la moglie, disse: - Vedi, Calandrino, a parlarti come ad amico, tu non hai altro male se non che tu se'pregno. Come Calandrino udì questo, dolorosamente cominciò a gridare e a dire: - Ohimè! Tessa, questo m'hai fatto tu, che non vuogli stare altro che di sopra: io il ti diceva bene. La donna, che assai onesta persona era, udendo così dire al marito, tutta di vergogna arrossò, e abbassata la

fronte, senza risponder parola s'uscì della camera. Calandrino, continuando il suo ramarichio, diceva: - Ohimè, tristo me! Come farò io? Come partorirò io questo figliuolo? Onde uscirà egli? Ben veggo che io son

morto per la rabbia di questa mia moglie, che tanto la faccia Iddio trista quanto io voglio esser lieto; ma, così

foss'io sano come io non sono, ché io mi leverei e dare'le tante busse, che io la romperei tutta, avvegna che egli

mi stea molto bene, ché io non la doveva mai lasciar salir di sopra; ma per certo, se io scampo di questa, ella se

ne potrà ben prima morir di voglia. Bruno e Buffalmacco e Nello avevan sì gran voglia di ridere che scoppiavano, udendo le parole di Calandrino, ma

pur se ne tenevano; ma il maestro Scimmione rideva sì squaccheratamente, che tutti i denti gli si sarebber potuti

trarre. Ma pure al lungo andare, raccomandandosi Calandrino al medico e pregandolo che in questo gli dovesse dar

consiglio e aiuto, gli disse il maestro: - Calandrino, io non voglio che tu ti sgomenti, ché, lodato sia Iddio, noi ci siamo sì tosto accorti del fatto, che con

poca fatica e in pochi dì ti dilibererò; ma conviensi un poco spendere. Disse Calandrino: - Ohimè! maestro mio, sì per l'amor di Dio. Io ho qui dugento lire di che io voleva comperare un podere; se tutti

bisognano, tutti gli togliete, purché io non abbia a partorire, ché io non so come io mi facessi, ché io odo fare alle

femine un sì gran romore quando son per partorire, con tutto che elle abbian buon cotal grande donde farlo, che io

credo, se io avessi quel dolore, che io mi morrei prima che io partorissi. Disse il medico: - Non aver pensiero. Io ti farò fare una certa bevanda stillata molto buona e molto piacevole. a bere, che in tre

mattine risolverà ogni cosa, e rimarrai più sano che pesce; ma farai che tu sii poscia savio e più non incappi in

queste sciocchezze. Ora ci bisogna per quella acqua tre paia di buon capponi e grossi, e per altre cose che

bisognano darai ad un di costoro cinque lire di piccioli, che le comperi, e fara'mi ogni cosa recare alla bottega, e io

al nome di Dio domattina ti manderò di quel beveraggio stillato, e comincera'ne a bere un buon bicchiere grande

per volta. Calandrino, udito questo, disse: - Maestro mio, ciò siane in voi -; e date cinque lire a Bruno e denari per tre paia di capponi, il pregò che in suo

servigio in queste cose durasse fatica. Il medico, partitosi, gli fece fare un poco di chiarea e mandogliele. Bruno, comperati i capponi e altre cose

necessarie al godere, insieme col medico e co'compagni suoi se li mangiò. Calandrino bevve tre mattine della chiarea, e il medico venne a lui, e i suoi compagni, e toccatogli il polso gli

disse: - Calandrino, tu se'guerito senza fallo; e però sicuramente oggimai va a fare ogni tuo fatto, né per questo star più

in casa. Calandrino lieto levatosi s'andò a fare i fatti suoi, lodando molto, ovunque con persona a parlar s'avveniva, la bella

cura che di lui il maestro Simone aveva fatta, d'averlo fatto in tre dì senza pena alcuna spregnare. E Bruno e

Buffalmacco e Nello rimaser contenti d'aver con ingegni saputo schernire l'avarizia di Calandrino, quantunque

monna Tessa, avvedendosene, molto col marito ne brontolasse.


Giornata nona - Novella quarta

Cecco di messer Fortarrigo giuoca a Buonconvento ogni sua cosa e i denari di Cecco di messer Angiulieri, e in

camicia correndogli dietro e dicendo che rubato l'avea, il fa pigliare a'villani e i panni di lui si veste e monta sopra

il pallafreno, e lui, venendosene, lascia in camicia.

Con grandissime risa di tutta la brigata erano state ascoltate le parole da Calandrino dette della sua moglie; ma,

tacendosi Filostrato, Neifile, sì come la reina volle, incominciò. Valorose donne, se egli non fosse più malagevole agli uomini il mostrare altrui il senno e la virtù loro, che sia la

sciocchezza e 'l vizio, invano si faticherebber molti in porre freno alle lor parole; e questo v'ha assai manifestato la

stoltizia di Calandrino, al quale di niuna necessità era, a voler guerire del male che la sua simplicità gli faceva

accredere, che egli avesse i segreti diletti della sua donna in pubblico a dimostrare. La qual cosa una a sé

contraria nella mente me n'ha recata, cioè come la malizia d'uno il senno soperchiasse d'un altro, con grave danno

e scorno del soperchiato; il che mi piace di raccontarvi. Erano, non sono molti anni passati, in Siena due già per età compiuti uomini, ciascuno chiamato Cecco, ma l'uno

di messer Angiulieri, e l'altro di messer Fortarrigo. Li quali quantunque in molte altre cose male insieme di

costumi si convenissero, in uno, cioè che amenduni li lor padri odiavano, tanto si convenivano, che amici n'erano

divenuti e spesso n'usavano insieme. Ma parendo all'Angiulieri, il quale e bello e costumato uomo era, mal dimorare in Siena della provesione che dal

padre donata gli era, sentendo nella Marca d'Ancona esser per legato del papa venuto un cardinale che molto suo

signore era, si dispose a volersene andare a lui, credendone la sua condizion migliorare. E fatto questo al padre

sentire, con lui ordinò d'avere ad una ora ciò che in sei mesi gli dovesse dare, acciò che vestir si potesse e fornir di

cavalcatura e andare orrevole. E cercando d'alcuno, il qual seco menar potesse al suo servigio, venne questa cosa sentita al Fortarrigo, il qual di

presente fu all'Angiulieri, e cominciò, come il meglio seppe, a pregarlo che seco il dovesse menare, e che egli

voleva es sere e fante e famiglio e ogni cosa, e senza alcun salario sopra le spese. Al quale l'Angiulieri rispose che

menar nol voleva, non perché egli nol conoscesse bene ad ogni servigio sufficiente, ma per ciò che egli giucava e

oltre a ciò s'innebbriava alcuna volta. A che il Fortarrigo rispose che dell'uno e dell'altro senza dubbio si

guarderebbe, e con molti saramenti gliele affermò, tanti prieghi sopraggiugnendo, che l'Angiulieri, sì come vinto,

disse che era contento. Ed entrati una mattina in cammino amenduni, a desinar n'andarono a Buonconvento. Dove avendo l'Angiulier

desinato, ed essendo il caldo grande, fatto acconciare un letto nello albergo e spogliatosi, dal Fortarrigo aiutato

s'andò a dormire, e dissegli che come nona sonasse il chiamasse. Il Fortarrigo, dormendo l'Angiulieri, se n'andò in su la taverna, e quivi, alquanto avendo bevuto, cominciò con

alcuni a giucare, li quali, in poca d'ora alcuni denari che egli avea avendogli vinti, similmente quanti panni egli

aveva in dosso gli vinsero; onde egli, disideroso di riscuotersi, così in camicia come era, se n'andò là dove dormiva

l'Angiulieri, e vedendol dormir forte, di borsa gli trasse quanti denari egli avea, e al giuoco tornatosi, così gli perdè

come gli altri. L'Angiulieri, destatosi, si levò e vestissi e domandò del Fortarrigo, il quale non trovandosi, avvisò l'Angiulieri lui in

alcuno luogo ebbro dormirsi, sì come altra volta era usato di fare. Per che, diliberatosi di lasciarlo stare, fatta

mettere la sella e la valigia ad un suo pallafreno, avvisando di fornirsi d'altro famigliare a Corsignano, volendo, per

andarsene, l'oste pagare, non si trovò danaio; di che il rumore fu grande e tutta la casa dell'oste fu in turbazione,

dicendo l'Angiulieri che egli là entro era stato rubato e minacciando egli di farnegli tutti presi andare a Siena. Ed

ecco venire in camicia il Fortarrigo, il quale per torre i panni, come fatto aveva i denari, veniva. E veggendo

l'Angiulieri in concio di cavalcar, disse: - Che è questo, Angiulieri? Vogliancene noi andare ancora? Deh aspettati un poco: egli dee venire qui testeso uno

che ha pegno il mio farsetto per trentotto soldi; son certo, che egli cel renderà per trentacinque, pagandol testé. E duranti ancora le parole, sopravvenne uno il quale fece certo l'Angiulieri il Fortarrigo essere stato colui che i suoi

denar gli aveva tolti, col mostrargli la quantità di quegli che egli aveva perduti. Per la qual cosa l'Angiulier

turbatissimo disse al Fortarrigo una grandissima villania, e se più d'altrui che di Dio temuto non avesse, gliele

avrebbe fatta; e, minacciandolo di farlo impiccar per la gola o fargli dar bando delle forche di Siena, montò a

cavallo. Il Fortarrigo, non come se l'Angiulieri a lui, ma ad un altro dicesse, diceva: - Deh! Angiulieri, in buona ora lasciamo stare ora co stette parole che non montan cavelle; intendiamo a questo;

noi il riavrem per trentacinque soldi, ricogliendol testé, ché, indugiandosi pure di qui a domane, non ne vorrà

meno di trentotto come egli me ne prestò; e fammene questo piacere, perché io gli misi a suo senno. Deh! perché

non ci miglioriam noi questi tre soldi? L'Angiulieri, udendol così parlare, si disperava, e massimamente veggendosi guatare a quegli che v'eran dintorno,

li quali parea che credessono non che il Fortarrigo i denari dello Angiulieri avesse giucati, ma che l'Angiulieri

ancora avesse dei suoi, e dicevagli: - Che ho io a fare di tuo farsetto? Che appiccato sia tu per la gola, che non solamente m'hai rubato e giucato il

mio, ma sopra ciò hai impedita la mia andata, e anche ti fai beffe di me. Il Fortarrigo stava pur fermo come se a lui non dicesse, e diceva: - Deh, perché non mi vuo'tu migliorar que'tre soldi? Non credi tu che io te li possa ancor servire? Deh, fallo, se ti

cal di me: per che hai tu questa fretta? Noi giugnerem bene ancora stasera a Torrenieri. Fa truova la borsa: sappi

che io potrei cercar tutta Siena, e non ve ne troverre'uno che così mi stesse ben come questo; e a dire che io il

lasciassi a costui per trentotto soldi! Egli vale ancor quaranta o più, sì che tu mi piggiorresti in due modi. L'Angiulier, di gravissimo dolor punto, veggendosi rubare da costui e ora tenersi a parole, senza più rispondergli,

voltata la testa del pallafreno, prese il cammin verso Torrenieri. Al quale il Fortarrigo, in una sottil malizia entrato,

così in camicia cominciò a trottar dietro; ed essendo già ben due miglia andato pur del farsetto pregando,

andandone l'Angiulieri forte per levarsi quella seccaggine dagli orecchi, venner veduti al Fortarrigo lavoratori in un

campo vicino alla strada dinanzi all'Angiulieri, ai quali il Fortarrigo, gridando forte, incominciò a dire: - Pigliatel, pigliatelo. Per che essi chi con vanga e chi con marra nella strada paratisi dinanzi all'Angiulieri, avvisandosi che rubato

avesse colui che in camincia dietro gli venia gridando, il ritennero e presono. Al quale per dir loro chi egli fosse e

come il fatto stesse, poco giovava. Ma il Fortarrigo, giunto là, con un mal viso disse: - Io non so come io non t'uccido, ladro disleale, che ti fuggivi col mio. - E a'villani rivolto disse: - Vedete, signori, come egli m'aveva, nascostamente partendosi, avendo prima ogni sua cosa giucata, lasciato

nello albergo in arnese! Ben posso dire che per Dio e per voi io abbia questo cotanto racquistato, di che io sempre

vi sarò tenuto. L'Angiulieri diceva egli altressì, ma le sue parole non erano ascoltate. Il Fortarrigo con l'aiuto de'villani il mise in

terra del pallafreno, e spogliatolo, de'suoi panni si rivestì, e a caval montato, lasciato l'Angiulieri in camicia e

scalzo, a Siena se ne tornò, per tutto dicendo sé il pallafreno e'panni aver vinto all'Angiulieri. L'Angiulieri, che ricco si credeva andare al cardinal nella Marca, povero e in camicia si tornò a Buonconvento, né

per vergogna a que'tempi ardì di tornare a Siena, ma statigli panni prestati, in sul ronzino che cavalcava il

Fortarrigo se n'andò a'suoi parenti a Corsignano, co'quali si stette tanto che da capo dal padre fu sovvenuto. E così la malizia del Fortarrigo turbò il buono avviso dello Angiulieri, quantunque da lui non fosse a luogo e a

tempo lasciata impunita.


Giornata nona - Novella quinta

Calandrino s'innamora d'una giovane, al quale Bruno fa un brieve, col quale come egli la tocca, ella va con lui, e

dalla moglie trovato, ha gravissima e noiosa quistione

Finita la non lunga novella di Neifile, senza troppo rider ne o parlarne passatasene la brigata, la reina verso la

Fiammetta rivolta, che ella seguitasse le comandò, la quale tutta lieta rispose che volentieri, e cominciò. Gentilissime donne, sì come io credo che voi sappiate, niuna cosa è di cui tanto si parli, che sempre più non

piaccia; dove il tempo e il luogo che quella cotal cosa richiede si sappi per colui, che parlar ne vuole, debitamente

eleggere. E per ciò, se io riguardo quello per che noi siam qui (ché per aver festa e buon tempo, e non per altro, ci

siamo) stimo che ogni cosa che festa e piacer possa porgere qui abbia e luogo e tempo debito; e benché mille

volte ragionato ne fosse, altro che dilettar non debbia altrettanto parlandone. Per la qual cosa, posto che assai volte de'fatti di Calandrino detto si sia tra noi, riguardando, sì come poco avanti

disse Filostrato, che essi son tutti piacevoli, ardirò, oltre alle dette, di dirvene una novella, la quale, se io dalla

verità del fatto mi fossi scostare voluta o volessi, avrei ben saputo e saprei sotto altri nomi comporla e raccontarla;

ma per ciò che il partirsi dalla verità delle cose state nel novellare è gran diminuire di diletto negli 'ntendenti, in

propia forma, dalla ragion di sopra detta aiutata, la vi dirò. Niccolò Cornacchini fu nostro cittadino e ricco uomo, e tra l'altre sue possessioni una bella n'ebbe in Camerata,

sopra la quale fece fare uno orrevole e bello casamento, e con Bruno e con Buffalmacco che tutto gliele

dipignessero si convenne; li quali, per ciò che il lavorio era molto, seco aggiunsero e Nello e Calandrino, e

cominciarono a lavorare. Dove, benché alcuna camera fornita di letto e dell'altre co se opportune fosse, e una

fante vecchia dimorasse sì come guardiana del luogo, per ciò che altra famiglia non v'era, era usato un figliuolo

del detto Niccolò, che avea nome Filippo, sì come giovane e senza moglie, di menar talvolta alcuna femina a suo

diletto, e tenervela un dì o due e poscia mandarla via. Ora tra l'altre volte avvenne che egli ve ne menò una, che aveva nome la Niccolosa, la quale un tristo, che era

chiamato il Mangione, a sua posta tenendola in una casa a Camaldoli, prestava a vettura. Aveva costei bella persona ed era ben vestita, e, secondo sua pari, assai costumata e ben parlante. Ed essendo

ella un dì di meriggio della camera uscita in un guarnello bianco e co'capelli ravvolti al capo, e ad un pozzo che

nella corte era del casamento lavandosi le mani e 'viso, avvenne che Calandrino quivi venne per acqua, e

dimesticamente la salutò. Ella, rispostogli, il cominciò a guatare, più perché Calandrino le pareva un nuovo uomo che per altra vaghezza.

Calandrino cominciò a guatar lei, e parendogli bella, cominciò a trovar sue cagioni, e non tornava a'compagni con

l'acqua; ma, non conoscendola, niuna cosa ardiva di dirle. Ella, che avveduta s'era del guatar di costui, per

uccellarlo alcuna volta guatava lui, alcun sospiretto gittando; per la qual cosa Calandrino subitamente di lei

s'imbardò, né prima si partì della corte che ella fu da Filippo nella camera richiamata. Calandrino, tornato a lavorare, altro che soffiare non faceva; di che Bruno accortosi, per ciò che molto gli poneva

mente alle mani, sì come quegli che gran diletto prendeva de'fatti suoi, disse: - Che diavolo hai tu, sozio Calandrino? Tu non fai altro che soffiare. A cui Calandrino disse: - Sozio, se io avessi chi m'aiutassi, io starei bene. - Come? - disse Bruno. A cui Calandrino disse: - E'non si vuol dire a persona: egli è una giovane quaggiù, che è più bella che una lammia, la quale è sì forte

innamorata di me, che ti parrebbe un gran fatto; io me n'avvidi testé quando io andai per l'acqua. - Ohimè! - disse Bruno - guarda che ella non sia la moglie di Filippo. Disse Calandrino: - Io il credo, per ciò che egli la chiamò, ed ella se n'andò a lui nella camera; ma che vuol per ciò dir questo? Io la

fregherei a Cristo di così fatte cose, non che a Filippo. Io ti vo'dire il vero, sozio: ella mi piace tanto, che io nol ti

potrei dire. Disse allora Bruno: - Sozio, io ti spierò chi ella è; e se ella è la moglie di Filippo, io acconcierò i fatti tuoi in due parole, per ciò che ella

è molto mia domestica. Ma come farem noi che Buffalmacco nol sappia? Io non le posso mai favellare ch'e'non sia

meco. Disse Calandrino: - Di Buffalmacco non mi curo io, ma guardianci di Nello, ché egli è parente della Tessa e guasterebbeci ogni cosa. Disse Bruno: - Ben di'. Or sapeva Bruno chi costei era, sì come colui che veduta l'avea venire, e anche Filippo gliele aveva detto. Per che,

essendosi Calandrino un poco dal lavorio partito e andato per vederla, Bruno disse ogni cosa a Nello e a

Buffalmacco, e insieme tacitamente ordinarono quello che fare gli dovessero di questo suo innamoramento. E come egli ritornato fu, disse Bruno pianamente: - Vedestila? Rispose Calandrino: - Ohimè! sì, ella m'ha morto. Disse Bruno: - Io voglio andare a vedere se ella è quella che io credo; e se così sarà, lascia poscia far me. Sceso adunque Bruno giuso, e trovato Filippo e costei, ordinatamente disse loro chi era Calandrino, e quello che

egli aveva lor detto, e con loro ordinò quello che ciascun di loro dovesse fare e dire, per avere festa e piacere dello

innamoramento di Calandrino. E a Calandrino tornatosene disse: - Bene è dessa; e per ciò si vuol questa cosa molto saviamente fare, per ciò che, se Filippo se ne avvedesse, tutta

l'acqua d'Arno non ci laverebbe. Ma che vuo'tu che io le dica da tua parte, se egli avvien che io le favelli? Rispose Calandrino: - Gnaffe! tu le dirai imprima imprima che io le voglio mille moggia di quel buon bene da impregnare; e poscia,

che io son suo servigiale, e se ella vuol nulla; ha'mi bene inteso? Disse Bruno: - Sì, lascia far me. Venuta l'ora della cena, e costoro avendo lasciata opera e giù nella corte discesi, essendovi Filippo e la Niccolosa,

alquanto in servigio di Calandrino ivi si posero a stare. Dove Calandrino incominciò a guardare la Niccolosa e a fare

i più nuovi atti del mondo, tali e tanti che se ne sarebbe avveduto un cieco. Ella d'altra parte ogni cosa faceva per

la quale credesse bene accenderlo, e secondo la informazione avuta da Bruno, il miglior tempo del mondo

prendendo de'modi di Calandrino; Filippo con Buffalmacco e con gli altri faceva vista di ragionare e di non

avvedersi di questo fatto. Ma pur dopo alquanto, con grandissima noia di Calandrino, si partirono; e venendosene verso Firenze, disse Bruno

a Calandrino: - Ben ti dico che tu la fai struggere come ghiaccio al sole; per lo corpo di Dio, se tu ci rechi la ribeba tua e canti un

poco con essa di quelle tue canzoni innamorate, tu la farai gittare a terra delle finestre per venire a te. Disse Calandrino: - Parti, sozio? Parti che io la rechi? - Sì, - rispose Bruno. A cui Calandrino disse: - Tu non mi credevi oggi, quando io il ti diceva; per certo, sozio, io m'avveggio che io so meglio che altro uomo far

ciò che io voglio. Chi avrebbe saputo, altri che io, far così tosto innamorare una così fatta donna come è costei? A

buona otta l'avrebber saputo fare questi giovani di tromba marina, che tutto 'l dì vanno in giù e in su, e in mille

anni non saprebbero accozzare tre man di noccioli. Ora io vorrò che tu mi vegghi un poco con la ribeba; vedrai bel

giuoco! E intendi sanamente che io non son vecchio come io ti paio, ella se n'è bene accorta ella; ma altramenti

ne la farò io accorgere se io le pongo la branca addosso; per lo verace corpo di Cristo, che io le farò giuoco, che

ella mi verrà dietro come va la pazza al figliuolo. - Oh, - disse Bruno - tu te la griferai: e'mi par pur vederti morderle con cotesti tuoi denti fatti a bischeri quella

sua bocca vermigliuzza e quelle sue gote che paion due rose, e poscia manicarlati tutta quanta. Calandrino, udendo queste parole, gli pareva essere a'fatti, e andava cantando e saltando tanto lieto, che non

capeva nel cuoio. Ma l'altro dì recata la ribeba, con gran diletto di tutta la brigata cantò più canzoni con essa. E in brieve in tanta

sista entrò dello spesso veder costei, che egli non lavorava punto, ma mille volte il dì ora alla finestra, ora alla

porta e ora nella corte correa per veder costei; la quale astutamente secondo l'ammaestramento di Bruno

adoperando, molto bene ne gli dava cagione. Bruno d'altra parte gli rispondeva alle sue ambasciate e da parte di lei ne gli faceva talvolte; quando ella non

v'era, che era il più del tempo, gli faceva venir lettere da lei, nelle quali esso gli dava grande speranza de'desideri

suoi, mostrando che ella fosse a casa di suoi parenti là dove egli allora non la poteva vedere. E in questa guisa Bruno e Buffalmacco, che tenevano mano al fatto, traevano de'fatti di Calandrino il maggior

piacer del mondo, faccendosi talvolta dare, sì come domandato dalla sua donna, quando un pettine d'avorio e

quando una borsa e quando un coltellino e cotali ciance, allo 'ncontro recandogli cotali anelletti contraffatti di niun

valore, de'quali Calandrino faceva maravigliosa festa. E oltre a questo n'avevan da lui di buone merende e d'altri

onoretti, acciò che solliciti fossero a'fatti suoi. Ora, avendol tenuto costoro ben due mesi in questa forma senza più aver fatto, vedendo Calandrino che il lavorio

si veniva finendo, e avvisando che, se egli non recasse ad effetto il suo amore prima che finito fosse il lavorio, mai

più fatto non gli potesse venire, cominciò molto a strignere e a sollicitare Bruno. Per la qual cosa, essendovi la

giovane venuta, avendo Bruno prima con Filippo e con lei ordinato quello che fosse da fare, disse a Calandrino: - Vedi, sozio, questa donna m'ha ben mille volte promesso di dover far ciò che tu vorrai, e poscia non ne fa nulla,

e parmi che ella ci meni per lo naso; e per ciò, poscia che ella nol fa come ella promette, noi gliele farem fare o

voglia ella o no, se tu vorrai. Rispose Calandrino: - Deh! sì, per l'amor di Dio, facciasi tosto. Disse Bruno: - Daratti egli il cuore di toccarla con un brieve che io ti darò? Disse Calandrino: - Sì bene. - Adunque,- disse Bruno - fa che tu mi rechi un poco di carta non nata e un vispistrello vivo e tre granella

d'incenso e una candela benedetta, e lascia far me. Calandrino stette tutta la sera vegnente con suoi artifici per pigliare un vispistrello, e alla fine presolo, con l'altre

cose il portò a Bruno. Il quale, tiratosi in una camera, scrisse in su quella carta certe sue frasche con alquante

cateratte, e portogliele e disse: Calandrino, sappi che se tu la toccherai con questa scritta, ella ti verrà incontanente dietro e farà quello che tu

vorrai. E però, se Filippo va oggi in niun luogo, accostaleti in qualche modo e toccala, e vattene nella casa della

paglia ch'è qui dallato, che è il miglior luogo che ci sia, per ciò che non vi bazzica mai persona; tu vedrai che ella

vi verrà; quando ella v'è, tu sai ben ciò che tu t'hai a fare. Calandrino fu il più lieto uomo del mondo, e presa la scritta, disse: - Sozio, lascia far me. Nello, da cui Calandrino si guardava, avea di questa cosa quel diletto che gli altri, e con loro insieme teneva mano

a beffarlo; e per ciò, sì come Bruno gli aveva ordinato, se n'andò a Firenze alla moglie di Calandrino, e dissele: - Tessa, tu sai quante busse Calandrino ti diè senza ragione il dì che egli ci tornò con le pietre di Mugnone, e per

ciò io intendo che tu te ne vendichi, e se tu nol fai, non m'aver mai né per parente né per amico. Egli si s'è

innamorato d'una donna colassù, ed ella è tanto trista che ella si va rinchiudendo assai spesso con essolui: e poco

fa si dieder la posta d'essere insieme via via, e per ciò io voglio che tu vi venga e vegghilo e castighil bene. Come la donna udì questo, non le parve giuoco, ma levatasi in piè cominciò a dire: - Ohimè! ladro piuvico, fa'mi tu questo? Alla croce di Dio, ella non andrà così, che io non te ne paghi. E preso suo mantello e una feminetta in compagnia, vie più che di passo insieme con Nello lassù n'andò. La qual

come Bruno vide venire di lontano, disse a Filippo: -Ecco l'amico nostro. Per la qual cosa Filippo andato colà dove Calandrino e gli altri lavoravano, disse: - Maestri, a me conviene andare testé a Firenze: lavorate di forza. - E partitosi, s'andò a nascondere in parte che

egli poteva, senza esser veduto, veder ciò che facesse Calandrino. Calandrino, come credette che Filippo alquanto dilungato fosse, così se ne scese nella corte, dove egli trovò sola la

Niccolosa, ed entrato con lei in novelle, ed ella, che sapeva ben ciò che a fare aveva, accostataglisi, un poco di più

dimestichezza che usata non era gli fece. Donde Calandrino la toccò con la scritta; e come tocca l'ebbe, senza dir

nulla volse i passi ver so la casa della paglia, dove la Niccolosa gli andò dietro; e, come dentro fu, chiuso l'uscio,

abbracciò Calandrino, e in su la paglia che era ivi in terra il gittò, e saligli addosso a cavalcione, e tenendogli le

mani in su gli omeri, senza lasciarlosi appressare al viso, quasi come un suo gran disidero il guardava dicendo: - O Calandrino mio dolce, cuor del corpo mio, anima mia, ben mio, riposo mio, quanto tempo ho io desiderato

d'averti e di poterti tenere a mio senno! Tu m'hai con la piacevolezza tua tratto il filo della camicia; tu m'hai

aggratigliato il cuore colla tua ribeba; può egli esser vero che io ti tenga? Calandrino, appena potendosi muover, diceva: - Deh! anima mia dolce, lasciamiti baciare. La Niccolosa diceva: - O tu hai la gran fretta! lasciamiti prima vedere a mio senno; lasciami saziar gli occhi di questo tuo viso dolce! Bruno e Buffalmacco n'erano andati da Filippo, e tutti e tre vedevano e udivano questo fatto. Ed essendo già

Calandrino per voler pur la Niccolosa baciare, ed ecco giugner Nello con monna Tessa, il quale come giunse, disse: - Io fo boto a Dio che sono insieme -; e all'uscio della casa pervenuti, la donna, che arrabbiava, datovi delle mani,

il mandò oltre, ed entrata dentro vide la Niccolosa addosso a Calandrino; la quale, come la donna vide,

subitamente levatasi, fuggì via e andossene là dove era Filippo. Monna Tessa corse con l'unghie nel viso a Calandrino, che ancora levato non era, e tutto gliele graffiò e presolo per

li capelli, e in qua e in là tirandolo, cominciò a dire: - Sozzo can vituperato, dunque mi fai tu questo? Vecchio impazzato, che maladetto sia il ben che io t'ho voluto;

dunque non ti pare avere tanto a fare a casa tua, che ti vai innamorando per l'altrui? Ecco bello innamorato! Or

non ti conosci tu, tristo? Non ti conosci tu, dolente, che premenloti tutto, non uscirebbe tanto sugo che bastasse

ad una salsa? Alla fè di Dio, egli non era ora la Tessa quella che ti 'mpregnava, che Dio la faccia trista chiunque

ella è, che ella dee ben sicuramente esser cattiva cosa ad aver vaghezza di così bella gioia come tu se'. Calandrino, vedendo venir la moglie, non rimase né morto né vivo, né ebbe ardire di far contro di lei difesa alcuna;

ma pur così graffiato e tutto pelato e rabbuffato, ricolto il cappuccio suo e levatosi, cominciò umilmente a pregar

la moglie che non gridasse, se ella non volesse che egli fosse tagliato tutto a pezzi, per ciò che colei che con lui

era, era moglie del signor della casa. La donna disse: - Sia, che Iddio le dea il mal anno. Bruno.e Buffalmacco, che con Filippo e con la Niccolosa avevan di questa cosa riso a lor senno, quasi al romor

venendo, colà trassero, e dopo molte novelle rappacificata la donna, dieron per consiglio a Calandrino che a

Firenze se n'andasse e più non vi tornasse, acciò che Filippo, se niente di questa cosa sentisse, non gli facesse

male. Così adunque Calandrino tristo e cattivo, tutto pelato e tutto graffiato a Firenze tornatosene, più colassù non

avendo ardir d'andare, il dì e la notte molestato e afflitto dai rimbrotti della moglie, al suo fervente amor pose

fine, avendo molto dato da ridere a'suoi compagni e alla Niccolosa e a Filippo.


Giornata nona - Novella sesta

Due giovani albergano con uno, de'quali l'uno si va a giacere con la figliuola, e la moglie di lui disavvedutamente

si giace con l'altro. Quegli che era con la figliuola, si corica col padre di lei e dicegli ogni cosa, credendosi dire al

compagno. Fanno romore insieme. La donna, ravvedutasi, entra nel letto della figliuola, e quindi con certe parole

ogni cosa pacefica.

Calandrino, che altre volte la brigata aveva fatta ridere, similmente questa volta la fece; de'fatti del quale poscia

che le donne si tacquero, la reina impose a Panfilo che dicesse, il qual disse: Laudevoli donne, il nome della Niccolosa amata da Calandrino m'ha nella memoria tornata una novella d'un'altra

Niccolosa, la quale di raccontarvi mi piace, per ciò che in essa vedrete un subito avvedimento d'una buona donna

avere un grande scandalo tolto via. Nel pian di Mugnone fu, non ha guari, un buon uomo, il quale a'viandanti dava pe'lor danari mangiare e bere; e

come che povera persona fosse e avesse piccola casa, alcuna volta per un bisogno grande, non ogni persona, ma

alcun conoscente albergava. Ora aveva costui una sua moglie assai bella femina, della quale aveva due figliuoli; e l'uno era una giovanetta

bella e leggiadra, d'età di quindici o di sedici anni, che ancora marito non avea; l'altro era un fanciul piccolino, che

ancora non aveva uno anno, il quale la madre stessa allattava. Alla giovane aveva posto gli occhi addosso un giovanetto leggiadro e piacevole e gentile uomo della nostra città, il

quale molto usava per la contrada, e focosamente l'amava. Ed ella, che d'esser da un così fatto giovane amata

forte si gloriava, mentre di ritenerlo con piacevoli sembianti nel suo amor si sforzava, di lui similmente

s'innamorò; e più volte per grado di ciascuna delle parti avrebbe tale amore avuto effetto, se Pinuccio (che così

aveva nome il giovane non avesse schifato il biasimo della giovane e 'l suo. Ma pur, di giorno in giorno multiplicando l'ardore, venne disidero a Pinuccio di doversi pur con costei ritrovare, e

caddegli nel pensiero di trovar modo di dover col padre albergare, avvisando, sì come colui che la disposizion della

casa della giovane sapeva, che, se questo facesse, gli potrebbe venir fatto d'esser con lei, senza avvedersene

persona; e co me nell'animo gli venne, così senza indugio mandò ad effetto. Esso, insieme con un suo fidato compagno chiamato Adriano, il quale questo amor sapeva, tolti una sera al tardi

due ronzini a vettura e postevi su due valigie, forse piene di paglia, di Firenze uscirono, e presa una lor volta,

sopra il pian di Mugnone cavalcando pervennero, essendo già notte; e di quindi, come se di Romagna tornassero,

data la volta, verso le case se ne vennero, e alla casa del buon uom picchiarono; il quale, sì come colui che molto

era dimestico di ciascuno, aperse la porta prestamente. Al quale Pinuccio disse: - Vedi, a te conviene stanotte albergarci: noi ci credemmo dover potere entrare in Firenze, e non ci siamo sì saputi

studiare, che noi non siam qui pure a così fatta ora, come tu vedi, giunti. A cui l'oste rispose: - Pinuccio, tu sai bene come io sono agiato di poter così fatti uomini come voi siete albergare; ma pur, poi che

questa ora v'ha qui sopraggiunti, né tempo ci è da potere andare altrove, io v'albergherò volentieri com'io potrò. Ismontati adunque i due giovani e nello alberghetto entrati, primieramente i loro ronzini adagiarono, e appresso,

avendo ben seco portato da cena, insieme con l'oste cenarono. Ora non avea l'oste che una cameretta assai

piccola, nella quale eran tre letticelli messi come il meglio l'oste avea saputo, né v'era per tutto ciò tanto di spazio

rimaso, essendone due dall'una delle facce della camera e 'l terzo di rincontro a quegli dall'altra, che altro che

strettamente andar vi si potesse. Di questi tre letti fece l'oste il men cattivo acconciar per li due compagni, e

fecegli coricare; poi dopo alquanto, non dormendo alcun di loro, come che di dormir mostrassero, fece l'oste

nell'un de'due che rimasi erano coricar la figliuola, e nell'altro s'entrò egli e la donna sua; la quale allato del letto

dove dormiva pose la culla nella quale il suo piccolo figlioletto teneva. Ed essendo le cose in questa guisa disposte, e Pinuccio avendo ogni cosa veduta, dopo alquanto spazio,

parendogli che ogn'uomo addormentato fosse, pianamente levatosi se n'andò al letticello dove la giovane amata

da lui si giaceva, e miselesi a giacere allato; dalla quale, ancora che paurosamente il facesse, fu lietamente

raccolto, e con essolei di quel piacere che più disideravano prendendo si stette. E standosi così Pinuccio con la giovane, avvenne che una gatta fece certe cose cadere, le quali la donna destatasi

sentì; per che levatasi temendo non fosse altro, così al buio come era, se n'andò là dove sentito avea il romore. Adriano, che a ciò non avea l'animo, per avventura per alcuna opportunità natural si levò, alla quale espedire

andando, trovò la culla postavi dalla donna, e non potendo senza levarla oltre passare, presala la levò del luogo

dove era, e posela allato al letto dove esso dormiva; e fornito quello per che levato s'era e tornandosene, senza

della culla curarsi, nel letto se n'entrò. La donna, avendo cerco e trovato che quello che caduto era non era tal cosa, non si curò d'altrimenti accender

lume per vederlo, ma, garrito alla gatta, nella cameretta se ne tornò, e a tentone dirittamente al letto dove il

marito dormiva se n'andò. Ma, non trovandovi la culla, disse se co stessa: - Ohimè, cattiva me, vedi quel che io

faceva! In fè di Dio, che io me n'andava dirittamente nel letto degli osti miei -. E, fattasi un poco più avanti e

trovando la culla, in quello letto al quale ella era allato insieme con Adriano si coricò. credendosi col marito

coricare. Adriano, che ancora raddormentato non era, sentendo questo, la ricevette e bene e lietamente, e senza

fare altramenti motto, da una volta in su caricò l'orza con gran piacer della donna. E così stando, temendo Pinuccio non il sonno con la sua giovane il soprapprendesse, avendone quel piacer preso

che egli desiderava, per tornar nel suo letto a dormire le si levò dallato, e là venendone, trovando la culla, credette

quello essere quel dell'oste; per che, fattosi un poco più avanti insieme con l'oste si coricò, il quale per la venuta

di Pinuccio si destò. Pinuccio, credendosi essere allato ad Adriano, disse: - Ben ti dico che mai sì dolce cosa non fu come è la Niccolosa: al corpo di Dio, io ho avuto con lei il maggior diletto

che mai uomo avesse con femina, e dicoti che io sono andato da sei volte in su in villa, poscia che io mi partii

quinci. L'oste, udendo queste novelle e non piacendogli troppo, prima disse seco stesso: - Che diavol fa costui qui? - Poi,

più turbato che consigliato, disse: - Pinuccio, la tua è stata una gran villania, e non so perché tu mi t'abbi a far questo; ma, per lo corpo di Dio, io te

ne pagherò. Pinuccio, che non era il più savio giovane del mondo, avveggendosi del suo errore, non ricorse ad emendare come

meglio avesse potuto, ma disse: - Di che mi pagherai? Che mi potrestu fare tu? La donna dell'oste, che col marito si credeva essere, disse ad Adriano: - Ohimè! Odi gli osti nostri che hanno non so che parole insieme. Adriano ridendo disse: - Lasciali fare, che Iddio gli metta in mal anno: essi bevver troppo iersera. La donna, parendole avere udito il marito garrire e udendo Adriano, incontanente conobbe là dove stata era e con

cui; per che, come savia, senza alcuna parola dire, subitamente si levò, e presa la culla del suo figlioletto, come

che punto lume nella camera non si vedesse, per avviso la portò allato al letto dove dormiva la figliuola, e con lei

si coricò; e quasi desta fosse per lo rumore del marito, il chiamò e domandollo che parole egli avesse con Pinuccio.

Il marito rispose: - Non odi tu ciò ch'e'dice che ha fatto stanotte alla Niccolosa? La donna disse: - Egli mente bene per la gola, ché con la Niccolosa non è egli giaciuto, ché io mi ci coricai io in quel punto, che io

non ho mai poscia potuto dormire; e tu se'una bestia che egli credi. Voi bevete tanto la sera, che poscia sognate

la notte e andate in qua e in là senza sentirvi, e parvi far maraviglie: egli è gran peccato che voi non vi fiaccate il

collo! Ma che fa egli costì Pinuccio? Perché non si sta egli nel letto suo? D'altra parte Adriano, veggendo che la donna saviamente la sua vergogna e quella della figliuola ricopriva, disse: - Pinuccio, io te l'ho detto cento volte che tu non va da attorno, ché questo tuo vizio del levarti in sogno e di dire

le favole che tu sogni per vere ti daranno una volta la mala ventura: torna qua, che Dio ti dea la mala notte! L'oste, udendo quello che la donna diceva e quello che diceva Adriano, cominciò a creder troppo bene che Pinuccio

sognasse; per che, presolo per la spalla, lo 'ncominciò a dimenare e a chiamar, dicendo: - Pinuccio, destati; tornati al letto tuo. Pinuccio, avendo raccolto ciò che detto s'era, cominciò a guisa d'uom che sognasse ad entrare in altri farnetichi; di

che l'oste faceva le maggior risa del mondo. Alla fine, pur sentendosi dimenare, fece sembiante di destarsi, e

chiamando Adrian, disse: - E' egli ancora dì, che tu mi chiami? Adriano disse: - Sì, vienne qua. Costui, infignendosi e mostrandosi ben sonnocchioso, al fine si levò d'allato all'oste e tornossi al letto con Adriano.

E, venuto il giorno e levatisi, l'oste incominciò a ridere e a farsi beffe di lui e de'suoi sogni. E così d'uno in altro

motto acconci i duo giovani i lor ronzini e messe le lor valigie e bevuto con l'oste, rimontati a cavallo se ne

vennero a Firenze, non meno contenti del modo in che la cosa avvenuta era, che dello effetto stesso della cosa. E poi appresso, trovati altri modi, Pinuccio con la Niccolosa si ritrovò, la quale alla madre affermava lui

fermamente aver sognato. Per la qual cosa la donna, ricordandosi dell'abbracciar d'Adriano, sola seco diceva

d'aver vegghiato.


Giornata nona - Novella settima


Talano d'Imolese sogna che uno lupo squarcia tutta la gola e 'l viso alla moglie; dicele che se ne guardi; ella nol

fa, e avvienle.

Essendo la novella di Panfilo finita e l'avvedimento della donna commendato da tutti, la reina a Pampinea disse

che dicesse la sua, la quale allora cominciò: Altra volta, piacevoli donne, delle verità dimostrate da'sogni, le quali molte scherniscono, s'è fra noi ragionato; e

però, come che detto ne sia, non lascerò io che con una novelletta assai brieve io non vi narri quello che ad una

mia vicina, non è ancor guari, addivenne, per non crederne uno di lei dal marito veduto. Io non so se voi vi conosceste Talano d'Imolese, uomo assai onorevole. Costui, avendo una giovane chiamata

Margarita, bella tra tutte l'altre, per moglie presa, ma sopra ogni altra bizzarra, spiacevole e ritrosa, intanto che a

senno di niuna persona voleva fare alcuna cosa, né altri far la poteva a suo; il che quantunque gravissimo fosse a

comportare a Talano, non potendo altro fare, se 'l sofferiva. Ora avvenne una notte, essendo Talano con questa sua Margarita in contado ad una lor possessione, dormendo

egli, gli parve in sogno vedere la donna sua andar per un bosco assai bello, il quale essi non guari lontano alla lor

casa avevano; e mentre così andar la vedeva, gli parve che d'una parte del bosco uscisse un grande e fiero lupo, il

quale prestamente s'avventava alla gola di costei e tiravala in terra, e lei gridante aiuto si sforzava di tirar via, e

poi di bocca uscitagli, tutta la gola e 'l viso pareva l'avesse guasto. Il quale, la mattina appresso levatosi, disse

alla moglie: - Donna, ancora che la tua ritrosia non abbia mai sofferto che io abbia potuto avere un buon dì con teco, pur sarei

dolente quando mal t'avvenisse; e per ciò, se tu crederrai al mio consiglio, tu non uscirai oggi di casa -; e

domandato da lei del perché, ordinatamente le contò il sogno suo. La donna, crollando il capo, disse: - Chi mal ti vuol, mal ti sogna; tu ti fai molto di me pietoso, ma tu sogni di me quello che tu vorresti vedere; e

per certo io me ne guarderò e oggi e sempre di non farti né di questo né d'altro mio male mai allegro. Disse allora Talano: - Io sapeva bene che tu dovevi dir così, per ciò che tal grado ha chi tigna pettina; ma credi che ti piace; io per me

il dico per bene, e ancora da capo te ne consiglio, che tu oggi ti stea in casa o almeno ti guardi d'andare nel nostro

bosco. La donna disse: - Bene, io il farò -; e poi seco stessa cominciò a dire: - Hai veduto come costui maliziosamente si crede avermi

messa paura d'andare oggi al bosco nostro? là dove egli per certo dee aver data posta a qualche cattiva, e non

vuol che io il vi truovi. Oh, egli avrebbe buon manicar co'ciechi, e io sarei bene sciocca se io nol conoscessi e se io

il credessi! Ma per certo e'non gli verrà fatto: e'convien pur che io vegga, se io vi dovessi star tutto dì, che

mercatantia debba esser questa che egli oggi far vuole -. E come questo ebbe detto, uscito il marito da una parte della casa, ed ella uscì dall'altra, e come più

nascosamente poté, senza alcuno indugio, se n'andò nel bosco, e in quello nella più folta parte che v'era si

nascose, stando attenta e guardando or qua or là, se alcuna persona venir vedesse. E mentre in questa guisa stava senza alcun sospetto di lupo, ed ecco vicino a lei uscir d'una macchia folta un lupo

grande e terribile, né poté ella, poi che veduto l'ebbe, appena dire - Domine, aiutami -, che il lupo le si fu

avventato alla gola, e presala forte, la cominciò a portar via come se stata fosse un piccolo agnelletto. Essa non poteva gridare, sì aveva la gola stretta, né in altra maniera aiutarsi; per che, portandosenela il lupo,

senza fallo strangolata l'avrebbe, se in certi pastori non si fosse scontrato, li quali sgridandolo a lasciarla il

costrinsero; ed essa misera e cattiva, da'pastori riconosciuta e a casa portatane, dopo lungo studio da'medici fu

guarita, ma non sì, che tutta la gola e una parte del viso non avesse per sì fatta maniera guasta, che, dove prima

era bella, non paresse poi sempre sozzissima e contraffatta. Laonde ella, vergognandosi d'apparire dove veduta

fosse, assai volte miseramente pianse la sua ritrosia e il non avere, in quello che niente le costava, al vero sogno

del marito voluto dar fede.


Giornata nona - Novella ottava

Biondello fa una beffa a Ciacco d'un desinare, della quale Ciacco cautamente si vendica, faccendo lui sconciamente

battere.

Universalmente ciascuno della lieta compagnia disse quello che Talano veduto avea dormendo non essere stato

sogno ma visione, sì appunto, senza alcuna cosa mancarne, era avvenuto. Ma, tacendo ciascuno, impose la reina

alla Lauretta che seguitasse, la qual disse. Come costoro, soavissime donne, che oggi davanti a me hanno parlato, quasi tutti da alcuna cosa già detta mossi

sono stati a ragionare, così me muove la rigida vendetta ieri raccontata da Pampinea, che fe'lo scolare, a dover

dire d'una assai grave a colui che la sostenne, quantunque non fosse per ciò tanto fiera. E per ciò dico che,

essendo in Firenze uno da tutti chiamato Ciacco, uomo ghiottissimo quanto alcun altro fosse giammai, e non

possendo la sua possibilità sostenere le spese che la sua ghiottornia richiedea, essendo per altro assai costumato

e tutto pieno di belli e di piacevoli motti, si diede ad essere, non del tutto uom di corte, ma morditore, e ad usare

con coloro che ricchi erano e di mangiare delle buone cose si dilettavano; e con questi a desinare e a cena, ancor

che chiamato non fosse ogni volta, andava assai sovente. Era similmente in quei tempi in Firenze uno, il quale era chiamato Biondello, piccoletto della persona, leggiadro

molto e più pulito che una mosca, con sua cuffia in capo, con una zazzerina bionda e per punto senza un capel

torto avervi, il quale quel medesimo mestiere usava che Ciacco. Il quale essendo una mattina di quaresima andato là do ve il pesce si vende, e comperando due grossissime

lamprede per messer Vieri de'Cerchi, fu veduto da Ciacco; il quale, avvicinatosi a Biondello, disse: - Che vuol dir questo? A cui Biondello rispose: - Iersera ne furono mandate tre altre, troppo più belle che queste non sono e uno storione a messer Corso Donati,

le quali non bastandogli per voler dar mangiare a certi gentili uomini, m'ha fatte comperare quest'altre due: non

vi verrai tu? Rispose Ciacco: - Ben sai che io vi verrò. E quando tempo gli parve, a casa messer Corso se n'andò, e trovollo con alcuni suoi vicini che ancora non era

andato a desinare. A quale egli, essendo da lui domandato che andasse faccendo, rispose: - Messere, io vengo a desinar con voi e con la vostra brigata. A cui messer Corso disse: - Tu sie 'l ben venuto, e per ciò che egli è tempo, andianne. Postisi dunque a tavola, primieramente ebbero del cece e della sorra, e appresso del pesce d'Arno fritto, senza più

Ciacco, accortosi dello 'nganno di Biondello e in sé non poco turbatosene, propose di dovernel pagare; né passar

molti dì che egli in lui si scontrò, il qual già molti aveva fatti ridere di questa beffa. Biondello, vedutolo, il salutò, e ridendo il domandò chenti la fosser state le lamprede di messer Corso; a cui Ciacco

rispondendo disse: - Avanti che otto giorni passino tu il saprai molto meglio dir di me. E senza mettere indugio al fatto, partitosi da Biondello, con un saccente barattiere si convenne del prezzo, e

datogli un bottaccio di vetro, il menò vicino della loggia de'Cavicciuli, e mostrogli in quella un cavaliere chiamato

messer Filippo Argenti, uomo grande e nerboruto e forte, sdegnoso, iracundo e bizzarro più che altro, e dissegli: - Tu te ne andrai a lui con questo fiasco in mano, e dira'gli così: - Messere, a voi mi manda Biondello, e mandavi

pregando che vi piaccia d'arrubinargli questo fiasco del vostro buon vin vermiglio, ch'e'si vuole alquanto sollazzar

con suoi zanzeri -; e sta bene accorto che egli non ti ponesse le mani addosso, per ciò che egli ti darebbe il mal dì,

e avresti guasti i fatti miei. Disse il barattiere: - Ho io a dire altro? Disse Ciacco: - No; va pure; e come tu hai questo detto, torna qui a me col fiasco, e io ti pagherò. Mossosi adunque il barattiere, fece a messer Filippo l'ambasciata. Messer Filippo, udito costui, come colui che piccola levatura avea, avvisando che Biondello, il quale egli conosceva,

si facesse beffe di lui, tutto tinto nel viso, dicendo: Che "arrubinatemi" e che "zanzeri" son questi? Che nel mal

anno metta Iddio te e lui -, si levò in piè e distese il braccio per pigliar con la mano il barattiere; ma il barattiere,

come colui che attento stava, fu presto e fuggì via, e per altra parte ritornò a Ciacco, il quale ogni cosa veduta

avea, e dissegli ciò che messer Filippo aveva detto. Ciacco contento pagò il barattiere, e non riposò mai ch'egli ebbe ritrovato Biondello, al quale egli disse: - Fostu a questa pezza dalla loggia de'Cavicciuli? Rispose Biondello: - Mai no; perché me ne domandi tu? Disse Ciacco: - Per ciò che io ti so dire che messer Filippo ti fa cercare, non so quel ch'e'si vuole. Disse allora Biondello: - Bene, io vo verso là, io gli farò motto. Partitosi Biondello, Ciacco gli andò appresso per vedere come il fatto andasse. Messer Filippo, non avendo potuto

giugnere il barattiere, era rimaso fieramente turbato e tutto in sé medesimo si rodea, non potendo dalle parole

dette dal barattiere cosa del mondo trarre altro, se non che Biondello, ad instanzia di cui che sia, si facesse beffe

di lui. E in questo che egli così si rodeva, e Biondel venne. Il quale come egli vide, fattoglisi incontro, gli diè nel viso un gran punzone. - Ohimè! messer, - disse Biondel - che è questo? Messer Filippo, presolo per li capelli e stracciatagli la cuffia in capo e gittato il cappuccio per terra e dandogli

tuttavia forte, diceva: - Traditore, tu il vedrai bene ciò che questo è. Che "arrubinatemi" e che "zanzeri" mi mandi tu dicendo a me?

Paiot'io fanciullo da dovere essere uccellato? E così dicendo, con le pugna, le quali aveva che parevan di ferro, tutto il viso gli ruppe, né gli lasciò in capo

capello che ben gli volesse, e convoltolo per lo fango, tutti i panni in dosso gli stracciò; e sì a questo fatto si

studiava, che pure una volta dalla prima innanzi non gli potè Biondello dire una parola, né domandar perché

questo gli facesse. Aveva egli bene inteso dello "arrubinatemi" e de' "zanzeri", ma non sapeva che ciò si volesse

dire. Alla fine, avendol messer Filippo ben battuto, ed essendogli molti dintorno, alla maggior fatica del mondo gliele

trasser di mano così rabbuffato e malconcio come era; e dissergli perché messer Filippo questo avea fatto,

riprendendolo di ciò che mandato gli avea dicendo, e dicendogli ch'egli doveva bene oggimai cognoscer messer

Filippo e che egli non era uomo da motteggiar con lui. Biondello piagnendo si scusava e diceva che mai a messer Filippo non aveva mandato per vino. Ma poi che un

poco si fu rimesso in assetto, tristo e dolente se ne tornò a casa, avvisando questa essere stata opera di Ciacco. E

poi che dopo molti dì, partiti i lividori del viso, cominciò di casa ad uscire, avvenne che Ciacco il trovò, e ridendo il

domandò: - Biondello, chente ti parve il vino di messer Filippo? Rispose Biondello: - Tali fosser parute a te le lamprede di messer Corso! Allora disse Ciacco: - A te sta oramai: qualora tu mi vuogli così ben dare da mangiar come facesti, io darò a te così ben da bere come

avesti. Biondello, che conoscea che contro a Ciacco egli poteva più aver mala voglia che opera, pregò Iddio della pace

sua, e da indi innanzi si guardò di mai più non beffarlo.


Giornata nona - Novella nona

Due giovani domandano consiglio a Salamone, l'uno come possa essere amato, l'altro come gastigar debba la

moglie ritrosa. All'un risponde che ami, all'altro che vada al Ponte all'oca.

Niuno altro che la reina, volendo il privilegio servare a Dioneo, restava a dover novellare, la qual, poi che le donne

ebbero assai riso dello sventurato Biondello, lieta cominciò così a parlare. Amabili donne, se con sana mente sarà riguardato l'ordine delle cose, assai leggiermente si conoscerà tutta la

universal moltitudine delle femine dalla natura e da'costumi e dalle leggi essere agli uomini sottomessa, e

secondo la discrezion di quegli convenirsi reggere e governare; e per ciò ciascuna che quiete, consolazione e

riposo vuole con quegli uomini avere a'quali s'appartiene, dee essere umile, paziente e ubidiente, oltre all'essere

onesta: il che è sommo e spezial tesoro di ciascuna savia. E quando a questo le leggi, le quali il ben comune riguardano in tutte le cose, non ci ammaestrassono, e l'usanza

o costume che vogliam dire, le cui forze son grandissime e reverende, la natura assai apertamente cel mostra, la

quale ci ha fatte ne'corpi dilicate e morbide, negli animi timide e paurose, nelle menti benigne e pietose, e hacci

date le corporali forze leggieri, le voci piacevoli e i movimenti de'membri soavi: cose tutte testificanti noi avere

dell'altrui governo bisogno. E chi ha bisogno d'essere aiutato e governato ogni ragion vuol lui dovere essere

ubidiente e subietto e reverente all'aiutatore e al governator suo. E cui abbiam noi governatori e aiutatori, se non

gli uomini? Dunque agli uomini dobbiamo, sommamente onorandogli, soggiacere; e qual da questo si parte,

estimo che degnissima sia non solamente di riprension grave, ma d'aspro gastigamento. E a così fatta considerazione, come che altra volta avuta l'abbia, pur poco fa mi ricondusse ciò che Pampinea della

ritrosa moglie di Talano raccontò, alla quale Iddio quel gastigamento mandò che il marito dare non aveva saputo;

e però nel mio giudicio cape tutte quelle esser degne, come già dissi, di rigido e aspro gastigamento, che

dall'esser piacevoli, benivole e pieghevoli, come la natura, l'usanza e le leggi voglion, si partono. Per che m'aggrada di raccontarvi un consiglio renduto da Salamone, sì come utile medicina a guerire quelle che

così son fatte da cotal male. Il quale niuna, che di tal medicina degna non sia, reputi ciò esser detto per lei, come

che gli uomini un cotal proverbio usino: - Buon cavallo e mal cavallo vuole sprone, e buona femina e mala femina

vuol bastone -. Le quali parole chi volesse sollazzevolmente interpretare, di leggieri si concederebbe da tutte così

esser vero; ma pur vogliendole moralmente intendere, dico che è da concedere. Sono naturalmente le femine tutte labili e inchinevoli, e per ciò a correggere la iniquità di quelle che troppo fuori

de'termini posti loro si lasciano andare, si conviene il bastone che le punisca; e a sostentar la virtù dell'altre che

trascorrere non si lascino, si conviene il bastone che le sostenga e che le spaventi. Ma, lasciando ora stare il predicare, a quel venendo che di dire ho nello animo, dico che, essendo già quasi per

tutto il mondo l'altissima fama del miracoloso senno di Salamone discorsa, e il suo essere di quello liberalissimo

mostratore a chiunque per esperienzia ne voleva certezza, molti di diverse parti del mondo a lui per loro

strettissimi e ardui bisogni con correvano per consiglio; e tra gli altri che a ciò andavano, si partì un giovane, il cui

nome fu Melisso, nobile e ricco molto, della città di Laiazzo, là onde egli era e dove egli abitava. E verso Jerusalem cavalcando, avvenne che uscendo d'Antioccia con un altro giovane chiamato Giosefo, il qual

quel medesimo cammin teneva che faceva esso, cavalcò per alquanto spazio, e, come costume è de'camminanti,

con lui cominciò ad entrare in ragionamento. Avendo Melisso già da Giosefo di sua condizione e donde fosse saputo, dove egli andasse e per che il domandò; al

quale Giosefo disse che a Salamone andava, per aver consiglio da lui che via tener dovesse con una sua moglie

più che altra femina ritrosa e perversa, la quale egli né con prieghi né con lusinghe né in alcuna altra guisa dalle

sue ritrosie ritrar poteva. E appresso lui similmente, donde fosse e dove andasse e per che, domandò; al quale

Melisso rispose: - Io son di Laiazzo, e sì come tu hai una disgrazia, così n'ho io un'altra: io sono ricco giovane e spendo il mio in

mettere tavola e onorare i miei cittadini, ed è nuova e strana cosa a pensare che per tutto questo io non posso

trovare uom che ben mi voglia; e per ciò io vado dove tu vai, per aver consigli come addivenir possa che io amato

sia. Camminarono adunque i due compagni insieme, e in Jerusalem pervenuti per introdotto d'uno de'baroni di

Salamone, davanti da lui furon messi, al qual brievemente Melisso disse la sua bisogna. A cui Salamone rispose: -

Ama. E detto questo prestamente Melisso fu messo fuori, e Giosefo disse quello per che v'era. Al quale Salamone

null'altro rispose, se non: - Va al Ponte all'oca -; il che detto, similmente Giosefo fu senza indugio dalla presenza

del re levato, e ritrovò Melisso il quale aspettava, e dissegli ciò che per risposta avea avuto. Li quali a queste parole pensando e non potendo d'esse comprendere né intendimento né frutto alcuno per la loro

bisogna, quasi scornati, a ritornarsi indietro entrarono in cammino. E poi che alquante giornate camminati furono,

pervennero ad un fiume sopra il quale era un bel ponte; e per ciò che una gran carovana di some sopra muli e

sopra cavalli passavano, convenne lor sofferir di passar tanto che quelle passate fossero. Ed essendo già quasi che tutte passate, per ventura v'ebbe un mulo il quale adombrò, sì come sovente gli

veggiam fare, né volea per alcuna maniera avanti passare; per la qual cosa un mulattiere presa una stecca, prima

assai temperata mente lo 'ncominciò a battere perché passasse. Ma il mulo ora da questa parte della via e ora da

quella attraversandosi, e talvolta indietro tornando, per niun partito passar volea; per la qual cosa il mulattiere

oltre modo adirato gl'incominciò con la stecca a dare i maggiori colpi del mondo, ora nella testa e ora nei fianchi e

ora sopra la groppa; ma tutto era nulla. Per che Melisso e Giosefo, li quali questa cosa stavano a vedere, sovente dicevano al mulattiere: - Deh! cattivo, che farai? Vuo'l tu uccidere? Perché non t'ingegni tu di menarlo bene e pianamente? Egli verrà più

tosto che a bastonarlo come tu fai. A'quali il mulattiere rispose: - Voi conoscete i vostri cavalli e io conosco il mio mulo; lasciate far me con lui.- E questo detto rincominciò a

bastonarlo, e tante d'una parte e d'altra ne gli diè, che il mulo passò avanti, sì che il mulattiere vinse la pruova. Essendo adunque i due giovani per partirsi, domandò Giosefo un buono uomo, il quale a capo del ponte sedeva,

come quivi si chiamasse. Al quale il buono uomo rispose: - Messere, qui si chiama il Ponte all'oca. Il che come Giosefo ebbe udito, così si ricordò delle parole di Salamone, e disse verso Melisso: - Or ti dico io, compagno, che il consiglio datomi da Salamone potrebbe esser buono e vero, per ciò che assai

manifestamente conosco che io non sapeva battere la donna mia, ma questo mulattiere m'ha mostrato quello che

io abbia a fare. Quindi, dopo alquanti dì divenuti ad Antioccia, ritenne Giosefo Melisso seco a riposarsi alcun dì; ed essendo assai

ferialmente dalla donna ricevuto, le disse che così facesse far da cena come Melisso divisasse; il quale, poi vide

che a Giosefo piaceva, in poche parole se ne diliberò. La donna, sì come per lo passato era usata, non come

Melisso divisato avea, ma quasi tutto il contrario fece; il che Giosefo vedendo, a turbato disse: - Non ti fu egli detto in che maniera tu facessi questa cena fare? La donna, rivoltasi con orgoglio, disse: - Ora che vuol dir questo? Deh! ché non ceni, se tu vuoi cenare? Se mi fu detto altramenti, a me pare da far così;

se ti piace, sì ti piaccia; se non, sì te ne sta. Maravigliossi Melisso della risposta della donna, e biasimolla assai. Giosefo, udendo questo, disse: - Donna, ancor

se'tu quel che tu suogli; ma credimi che io ti farò mutar modo.- E a Melisso rivolto disse: - Amico, tosto vedremo

chente sia stato il consiglio di Salamone; ma io ti priego non ti sia grave lo stare a vedere, e di reputare per un

giuoco quello che io farò. E acciò che tu non m'impedischi, ricorditi della risposta che ci fece il mulattiere quando

del suo mulo c'increbbe. Al quale Melisso disse: - Io sono in casa tua, dove dal tuo piacere io non intendo di mutarmi. Giosefo, trovato un baston tondo d'un querciuolo giovane, se n'andò in camera, dove la donna, per istizza da

tavola levatasi, brontolando se n'era andata; e presala per le treccie, la si gittò a'piedi e cominciolla fieramente a

battere con questo bastone. La donna cominciò prima a gridare e poi a minacciare; ma veggendo che per tutto ciò Giosefo non ristava, già

tutta rotta cominciò a chiedere mercé per Dio che egli non l'uccidesse, dicendo oltre a ciò mai dal suo piacer non

partirsi. Giosefo per tutto questo non rifinava, anzi con più furia l'una volta che l'altra, or per lo costato, or per l'anche e

ora su per le spalle, battendola forte, l'andava le costure ritrovando, né prima ristette che egli fu stanco; e in

brieve niuno osso né alcuna parte rimase nel dosso della buona donna, che macerata non fosse. E questo fatto, ne venne a Melisso e dissegli: - Doman vedrem che pruova avrà fatto il consiglio del - Va al Ponte all'oca -; e riposatosi alquanto e poi lavatesi le

mani, con Melisso cenò, e quando fu tempo, s'andarono a riposare. La donna cattivella a gran fatica si levò di terra, e in sul letto si gittò, dove, come potè il meglio, riposatasi, la

mattina vegnente per tempissimo levatasi, fe'domandar Giosefo quello che voleva si facesse da desinare. Egli, di ciò insieme ridendosi con Melisso, il divisò, e poi, quando fu ora, tornati, ottimamente ogni cosa e secondo

l'ordine dato trovaron fatta; per la qual cosa il consiglio prima da loro male inteso sommamente lodarono. E dopo alquanti dì partitosi Melisso da Giosefo e tornato a casa sua, ad alcun, che savio uomo era, disse ciò che da

Salamone avuto avea. Il quale gli disse: - Niuno più vero consiglio né migliore ti potea dare. Tu sai che tu non ami persona, e gli onori e'servigi li quali tu

fai, gli fai, non per amore che tu ad altrui porti, ma per pompa. Ama adunque, come Salamon ti disse, e sarai

amato. Così adunque fu gastigata la ritrosa, e il giovane amando fu amato.


Giornata nona - Novella decima

Donno Gianni ad istanzia di compar Pietro fa lo 'ncantesimo per far diventar la moglie una cavalla; e quando viene

ad appiccar la coda, compar Pietro, dicendo che non vi voleva coda, guasta tutto lo 'ncantamento.

Questa novella dalla reina detta diede un poco da mormorare alle donne e da ridere a'giovani; ma poi che ristate

furono, Dioneo così cominciò a parlare. Leggiadre donne, infra molte bianche colombe aggiugne più di bellezza uno nero corvo, che non farebbe un

candido cigno; e così tra molti savi alcuna volta un men savio è non solamente un accrescere splendore e bellezza

alla lor maturità, ma ancora diletto e sollazzo. Per la qual cosa, essendo voi tutte discretissime e moderate, io, il qual sento anzi dello scemo che no, faccendo la

vostra virtù più lucente col mio difetto, più vi debbo esser caro che se con più valore quella facessi divenir più

oscura; e per conseguente più largo arbitrio debbo avere in dimostrarmi tal qual io sono, e più pazientemente dee

da voi esser sostenuto che non dovrebbe se io più savio fossi, quel dicendo che io dirò. Dirovvi adunque una

novella non troppo lunga, nella quale comprenderete quanto diligentemente si convengano osservare le cose

imposte da coloro che alcuna cosa per forza d'incantamento fanno, e quanto piccol fallo in quelle commesso ogni

cosa guasti dallo incantator fatta. L'altr'anno fu a Barletta un prete, chiamato donno Gianni di Barolo, il qual, per ciò che povera chiesa avea, per

sostentar la vita sua, con una cavalla cominciò a portar mercatantia in qua e in là per le fiere di Puglia e a

comperare e a vendere. E così andando, prese stretta dimestichezza con uno che si chiamava Pietro da Tresanti,

che quello medesimo mestiere con uno suo asino faceva, e in segno d'amorevolezza e d'amistà, alla guisa

pugliese, nol chiamava se non compar Pietro; e quante volte in Barletta arrivava, sempre alla chiesa sua nel

menava, e quivi il teneva seco ad albergo, e come poteva l'onorava. Compar Pietro d'altra parte, essendo poverissimo e avendo una piccola casetta in Tresanti, appena bastevole a lui

e ad una sua giovane e bella moglie e all'asino suo, quante volte donno Gianni in Tresanti capitava tante sel

menava a casa, e come poteva, in riconoscimento dell'onor che da lui in Barletta riceveva, l'onorava. Ma pure, al

fatto dello albergo, non avendo compar Pietro se non un piccol letticello, nel quale con la sua bella moglie

dormiva, onorar nol poteva come voleva, ma conveniva che, essendo in una sua stalletta allato all'asino suo

allogata la cavalla di donno Gianni, che egli allato a lei sopra alquanto di paglia si giacesse. La donna, sappiendo l'onor che il prete al marito faceva a Barletta, era più volte, quando il prete vi veniva,

volutasene andare a dormire con una sua vicina, che avea nome zita Carapresa di Giudice Leo, acciò che il prete

col marito dormisse nel letto, e avevalo molte volte al prete detto, ma egli non aveva mai voluto; e tra l'altre

volte, una le disse: - Comar Gemmata, non ti tribolar di me, ché io sto, bene, per ciò che quando mi piace io fo questa mia cavalla

diventare una bella zitella e stommi con essa, e poi quando voglio la fo diventar cavalla, e perciò da lei non mi

partirei. La giovane si maravigliò e credettelo, e al marito il disse, aggiugnendo: - Se egli è così tuo come tu di', ché non ti fai tu insegnare quello incantesimo, ché tu possa far cavalla di me e

fare i fatti tuoi con l'asino e con la cavalla, e guadagneremo due cotanti, e quando a casa fossimo tornati, mi

potresti rifar femina come io sono. Compar Pietro, che era anzi grossetto uom che no, credette questo fatto e accordossi al consiglio, e come meglio

seppe, cominciò a sollicitar donno Gianni, che questa cosa gli dovesse insegnare. Donno Gianni s'ingegnò assai di

trarre costui di questa sciocchezza, ma pur non potendo, disse: - Ecco, poi che voi pur volete, domattina ci leveremo, come noi sogliamo, anzi dì, e io vi mosterrò come si fa. E' il

vero che quello che più è malagevole in questa cosa si è l'appiccar la coda, come tu vedrai. Compar Pietro e comar Gemmata, appena avendo la notte dormito (con tanto desidero questo fatto aspettavano),

come vicino a dì fu, si levarono e chiamarono donno Gianni, il quale, in camicia levatosi, venne nella cameretta di

compar Pietro e disse: - Io non so al mondo persona a cui io questo facessi, se non a voi, e per ciò, poi che vi pur piace, io il farò; vero è

che far vi conviene quello che io vi dirò, se voi volete che venga fatto. Costoro dissero di far ciò che egli dicesse. Per che donno Gianni, preso un lume, il pose in mano a compar Pietro e

dissegli: - Guata ben come io farò, e che tu tenghi bene a men te come io dirò, e guardati, quanto tu hai caro di non

guastare ogni cosa, che per cosa che tu oda o veggia, tu non dica una parola sola; e priega Iddio che la coda

s'appicchi bene. Compar Pietro, preso il lume, disse che ben lo farebbe. Appresso donno Gianni fece spogliare ignuda nata comar Gemmata, e fecela stare con le mani e co'piedi in terra, a

guisa che stanno le cavalle, ammaestrandola similmente che di cosa che avvenisse motto non facesse; e con le

mani cominciandole a toccare il viso e la testa, cominciò a dire: - Questa sia bella testa di cavalla -; e toccandole i

capelli, disse: - Questi sieno belli crini di cavalla -; e poi toccandole le braccia, disse: - E queste sieno belle

gambe e belli piedi di cavalla -; poi toccandole il petto e trovandolo sodo e tondo, risvegliandosi tale che non era

chiamato e su levandosi, disse: - E questo sia bel petto di cavalla -; e così fece alla schiena e al ventre e alle

groppe e alle coscie e alle gambe. E ultimamente, niuna cosa restandogli a fare se non la coda, levata la camicia e

preso il piuolo col quale egli piantava gli uomini e prestamente nel solco per ciò fatto messolo, disse: - E questa

sia bella coda di cavalla. Compar Pietro, che attentamente infino allora aveva ogni cosa guardata, veggendo questa ultima e non

parendonegli bene, disse: - O donno Gianni, io non vi voglio coda, io non vi voglio coda. Era già l'umido radicale, per lo quale tutte le piante s'appiccano, venuto, quando donno Gianni tiratolo indietro,

disse: - Ohimè, compar Pietro, che hai tu fatto? Non ti diss'io, che tu non facessi motto di cosa che tu vedessi? La cavalla

era per esser fatta, ma tu favellando hai guasto ogni cosa, né più ci ha modo di poterla rifare oggimai. Compar Pietro disse: - Bene sta, io non vi voleva quella coda io. Perché non diciavate voi a me - Falla tu -? E anche l'appiccavate troppo bassa. Disse donno Gianni: - Perché tu non l'avresti per la prima volta saputa appiccar sì com'io. La giovane, queste parole udendo, levatasi in piè, di buona fè disse al marito: - Deh, bestia che tu se', perché hai tu guasti li tuoi fatti e'miei? Qual cavalla vedestu mai senza coda? Se m'aiuti

Iddio, tu se'povero, ma egli sarebbe ragione che tu fossi molto più. Non avendo adunque più modo a dover fare della giovane cavalla, per le parole che dette avea compar Pietro, ella

dolente e malinconosa si rivestì, e compar Pietro con uno asino, come usato era, attese a fare il suo mestiere

antico, e con donno Gianni insieme n'andò alla fiera di Bitonto, né mai più di tal servigio il richiese.


Giornata nona - Conclusione

Quanto di questa novella si ridesse, meglio dalle donne intesa che Dioneo non voleva, colei sel pensi che ancora

ne riderà. Ma, essendo le novelle finite e il sole già cominciando ad intiepidire, e la reina, conoscendo il fine della

sua signoria esser venuto, in piè levatasi e trattasi la corona, quella in capo mise a Panfilo, il quale solo di così

fatto onore restava ad onorare; e sorridendo disse: - Signor mio, gran carico ti resta, sì come è l'avere il mio difetto e degli altri che il luogo hanno tenuto che tu

tieni, essendo tu l'ultimo, ad ammendare, di che Iddio ti presti grazia, come a me l'ha prestata di farti re. Panfilo, lietamente l'onor ricevuto, rispose: - La vostra virtù e degli altri miei sudditi farà sì che io, come gli altri sono stati, sarò da lodare -. E secondo il

costume de'suoi predecessori col siniscalco delle cose opportune avendo disposto, alle donne aspettanti si rivolse

e disse: - Innamorate donne, la discrezion d'Emilia, nostra reina stata questo giorno, per dare alcun riposo alle vostre

forze, arbitrio vi diè di ragionare quel che più vi piacesse. Per che, già riposati essendo, giudico che sia da

ritornare alla legge usata; e per ciò voglio che domane ciascuna di voi pensi di ragionare sopra questo, cioè: di chi

liberalmente ovvero magnificamente alcuna cosa operasse intorno a'fatti d'amore o d'altra cosa. Queste cose e

dicendo e udendo, senza dubbio niuno gli animi vostri ben disposti a valorosamente adoperare accenderà; ché la

vita nostra, che altro che brieve esser non puote nel mortal corpo, si perpetuerà nella laudevole fama; il che

ciascuno che al ventre solamente, a guisa che le bestie fanno, non serve, dee, non solamente desiderare, ma con

ogni studio cercare e operare. La tema piacque alla lieta brigata, la quale con licenzia del nuovo re tutta levatasi da sedere, agli usati di letti si

diede, ciascuno secondo quello a che più dal desidero era tirato; e così fecero insino all'ora della cena. Alla quale

con festa venuti, e serviti diligentemente e con ordine, dopo la fine di quella si levarono a'balli costumati, e forse

mille canzonette più sollazzevoli di parole che di canto maestrevoli, avendo cantate, comandò il re a Neifile che

una ne cantasse a suo nome. La quale, con voce chiara e lieta, così piacevolmente e senza indugio incominciò:

Io mi son giovinetta, e volentieri m'allegro e canto en la stagion novella, merzé d'amore e de'dolci pensieri.

Io vo pe'verdi prati riguardando i bianchi fiori e'gialli e i vermigli le rose in su le spine e i bianchi gigli e tutti quanti gli vo somigliando al viso di colui che me, amando, ha presa e terrà sempre, come quella ch'altro non ha in disio ch'e'suoi piaceri.

De'quai quand'io ne truovo alcun che sia, al mio parer, ben simile di lui, il colgo e bacio e parlomi con lui, e com'io so, così l'anima mia tutta gli apro, e ciò che 'l cor disia; quindi con altri il metto in ghirlandella legato co'miei crin biondi e leggieri.

E quel piacer, che di natura il fiore agli occhi porge, quel simil mel dona che s'io vedessi la propia persona che m'ha accesa del suo dolce amore, quel che mi faccia più il suo odore esprimer nol potrei con la favella, ma i sospir ne son testimon veri.

Li quai non escon già mai del mio petto, come dell'altre donne, aspri né gravi, ma se ne vengon fuor caldi e soavi, e al mio amor sen vanno nel cospetto, il qual come gli sente, a dar diletto di sé a me si muove e viene in quella ch'i'son per dir: Deh vien, ch'i'non disperi

Assai fu e dal re e da tutte le donne commendata la canzonetta di Neifile; appresso alla quale, per ciò che già

molta notte andata n'era, comandò il re che ciascuno per infino al giorno s'andasse a riposare.


Finisce la nona giornata del Decameron


Incomincia la decima e ultima giornata nella quale, sotto il reggimento di Panfilo, si ragiona di chi liberalmente

ovvero magnificamente alcuna cosa operasse intorno a fatti d'amore o d'altra cosa.

Giornata decima - Introduzione


Ancora eran vermigli certi nuvoletti nell'occidente, essendo già quegli dello oriente nelle loro estremità simili ad

oro lucentissimi divenuti, per li solari raggi che molto loro avvicinandosi li ferieno, quando Panfilo levatosi, le

donne e'suoi compagni fece chiamare. E venuti tutti, con loro insieme diliberato del dove andar potessero al lor

diletto, con lento passo si mise innanzi, accompagnato da Filomena e da Fiammetta, tutti gli altri appresso

seguendogli; e molte cose della loro futura vita insieme parlando e dicendo e rispondendo, per lungo spazio

s'andaron diportando; e data una volta assai lunga, cominciando il sole già troppo a riscaldare, al palagio si

ritornarono. E quivi dintorno alla chiara fonte fatti risciacquare i bicchieri, chi volle alquanto bevve, e poi fra le

piacevoli ombre del giardino infino ad ora di mangiare s'andarono sollazzando. E poi ch'ebber mangiato e dormito,

come far soleano, dove al re piacque si ragunarono, e quivi il primo ragionamento comandò il re a Neifile, la quale

lietamente così cominciò.


Giornata decima - Novella prima

Un cavaliere serve al re di Spagna; pargli male esser guiderdonato, per che il re con esperienzia certissima gli

mostra non esser colpa di lui, ma della sua malvagia fortuna, altamente donandogli poi.

Grandissima grazia, onorabili donne, reputar mi debbo, che il nostro re me a tanta cosa, come è a raccontar della

magnificenzia, m'abbia preposta, la quale, come il sole è di tutto il cielo bellezza e ornamento, è chiarezza e lume

di ciascuna altra virtù. Dironne adunque una novelletta, assai leggiadra al mio parere, la quale rammemorarsi per

certo non potrà esser se non utile. Dovete adunque sapere che, tra gli altri valorosi cavalieri che da gran tempo in qua sono stati nella nostra città, fu

un di quegli e forse il più da bene, messer Ruggieri de Figiovanni; il quale essendo e ricco e di grande animo, e

veggendo che, considerata la qualità del vivere e de'costumi di Toscana, egli, in quella dimorando, poco o niente

potrebbe del suo valor dimostrare, prese per partito di volere un tempo essere appresso ad Anfonso re d'Ispagna,

la fama del valore del quale quella di ciascun altro signor trapassava a que'tempi. E assai onorevolmente in arme

e in cavalli e in compagnia a lui se n'andò in Ispagna, e graziosamente fu dal re ricevuto. Quivi adunque dimorando messer Ruggieri, e splendidamente vivendo, e in fatti d'arme maravigliose cose

faccendo, assai tosto si fece per valoroso cognoscere. Ed essendovi già buon tempo dimorato, e molto alle maniere del re riguardando, gli parve che esso ora ad uno e

ora ad un altro donasse castella e città e baronie assai poco discretamente, sì come dandole a chi nol valea; e per

ciò che a lui, che da quello che egli era si teneva, niente era donato, estimò che molto ne diminuisse la fama sua;

per che di partirsi diliberò, e al re domandò commiato. Il re gliele concedette, e donogli una delle miglior mule che

mai si cavalcasse e la più bella, la quale per lo lungo cammino che a fare avea, fu cara a messer Ruggieri. Appresso questo, commise il re ad un suo discreto famigliare che, per quella maniera che miglior gli paresse,

s'ingegnasse di cavalcare la prima giornata con messer Ruggieri, in guisa che egli non paresse dal re mandato, e

ogni cosa che egli dicesse di lui raccogliesse, sì che ridire gliele sapesse, e l'altra mattina appresso gli comandasse

che egli indietro al re tornasse. Il famigliare, stato attento, come messer Ruggieri uscì della terra, così assai acconciamente con lui si fu

accompagnato, dandogli a vedere che egli veniva verso Italia. Cavalcando adunque messer Ruggieri sopra la mula dal re datagli, e con costui d'una cosa e d'altra parlando,

essendo vicino ad ora di terza, disse: - Io credo che sia ben fatto che noi diamo stalla a queste bestie -; ed entrati in una stalla, tutte l'altre, fuor che la

mula, stallarono. Per che cavalcando avanti, stando sempre il famiglio attento alle parole del cavaliere, vennero ad

un fiume, e quivi abbeverando le lor bestie, la mula stallò nel fiume. Il che veggendo messer Ruggieri, disse: - Deh! dolente ti faccia Dio, bestia, ché tu se'fatta come il signore che a me ti donò. Il famigliare questa parola ricolse, e come che molte ne ricogliesse camminando tutto il dì seco, niun'altra, se non

in somma lode del re, dirne gli udì; per che la mattina seguente, montati a cavallo e volendo cavalcare verso

Toscana, il famigliare gli fece il comandamento del re, per lo quale messer Ruggieri incontanente tornò addietro. E avendo già il re saputo quello che egli della mula aveva detto, fattolsi chiamar con lieto viso il ricevette, e

domandollo perché lui alla sua mula avesse assomigliato, ovvero la mula a lui. Messer Ruggieri con aperto viso gli disse: - Signor mio, per ciò ve l'assomigliai, perché, come voi donate dove non si conviene, e dove si converrebbe non

date, così ella dove si conveniva non stallò, e dove non si convenia sì. Allora disse il re: - Messer Ruggieri, il non avervi donato, come fatto ho a molti, li quali a comparazion di voi da niente sono, non è

avvenuto perché io non abbia voi valorosissimo cavalier conosciuto e degno d'ogni gran dono, ma la vostra

fortuna, che lasciato non m'ha, in ciò ha peccato e non io; e che io dica vero, io il vi mosterrò manifestamente. A cui messer Ruggieri rispose: - Signor mio, io non mi turbo di non aver dono ricevuto da voi, per ciò che io nol desiderava per esser più ricco,

ma del non aver voi in alcuna cosa testimonianza renduta alla mia virtù; nondimeno io ho la vostra per buona

scusa e per onesta, e son presto di veder ciò che vi piacerà, quantunque io vi creda senza testimonio. Menollo adunque il re in una sua gran sala, dove, sì come egli davanti aveva ordinato, erano due gran forzieri

serrati, e in presenzia di molti gli disse: - Messer Ruggieri, nell'uno di questi forzieri è la mia corona, la verga reale e 'l pomo, e molte mie belle cinture,

fermagli, anella e ogn'altra cara gioia che io ho; l'altro è pieno di terra: prendete adunque l'uno, e quello che

preso avrete sì sia vostro, e potrete vedere chi è stato verso il vostro valore ingrato, o io o la vostra fortuna. Messer Ruggieri, poscia che vide così piacere al re, prese l'uno, il quale il re comandò che fosse aperto, e trovossi

esser quello che era pien di terra. Laonde il re ridendo disse: - Ben potete vedere, messer Ruggieri, che quello è vero che io vi dico della fortuna; ma certo il vostro valor merita

che io m'opponga alle sue forze. Io so che voi non avete animo di divenire spagnuolo, e per ciò non vi voglio qua

donare né castel né città, ma quel forziere che la fortuna vi tolse, quello in dispetto di lei voglio che sia vostro,

acciò che nelle vostre contrade nel possiate portare, e della vostra virtù con la testimonianza de'miei doni

meritamente gloriar vi possiate co'vostri vicini. Messer Ruggieri presolo, e quelle grazie rendute al re che a tanto dono si confaceano, con esso lieto se ne ritornò

in Toscana.

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