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Giornata ottava - Novella ottava

Due usano insieme; l'uno con la moglie dell'altro si giace; l'altro, avvedutosene, fa con la sua moglie che l'uno è

serrato in una cassa, sopra la quale, standovi l'un dentro, l'altro con la moglie dell'un si giace.

Gravi e noiosi erano stati i casi d'Elena ad ascoltare alle donne; ma per ciò che in parte giustamente avvenutigli

gli estimavano, con più moderata compassion gli avean trapassati, quantunque rigido e costante fieramente, anzi

crudele, riputassero lo scolare. Ma essendo Pampinea venutane alla fine, la reina alla Fiammetta impose che

seguitasse, la quale, d'ubidire disiderosa, disse. Piacevoli donne, per ciò che mi pare che alquanto trafitto v'abbia la severità dello offeso scolare, estimo che

convenevole sia con alcuna cosa più dilettevole rammorbidire gl'innacerbiti spiriti; e per ciò intendo di dirvi una

novelletta d'un giovane, il quale con più mansueto animo una ingiuria ricevette, e quella con più moderata

operazion vendicò. Per la quale potrete comprendere che assai dee bastare a ciascuno, se quale asino dà in parete

tal riceve, senza volere, soprabondando oltre la convenevoleza della vendetta, ingiuriare, dove l'uomo si mette alla

ricevuta ingiuria vendicare. Dovete adunque sapere che in Siena, sì come io intesi già, furon due giovani assai agiati e di buone famiglie

popolane, de'quali l'uno ebbe nome Spinelloccio Tavena e l'altro ebbe nome Zeppa di Mino, e amenduni eran vicini

a casa in Cammollia. Questi due giovani sempre usavano insieme, e per quello che mostrassono, così s'amavano,

o più, come se stati fosser fratelli, e ciascun di loro avea per moglie una donna assai bella. Ora avvenne che Spinelloccio, usando molto in casa del Zeppa, ed essendovi il Zeppa e non essendovi, per sì fatta

maniera con la moglie del Zeppa si dimesticò, che egli incominciò a giacersi con essolei; e in questo continuarono

una buona pezza avanti che persona se n'avvedesse. Pure al lungo andare, essendo un giorno il Zeppa in casa e

non sappiendolo la donna, Spinelloccio venne a chiamarlo. La donna disse che egli non era in casa; di che

Spinelloccio prestamente andato su e trovata la donna nella sala, e veggendo che altri non v'era, abbracciatala la

cominciò a baciare, ed ella lui. Il Zeppa, che questo vide, non fece motto, ma nascoso si stette a veder quello a

che il giuoco dovesse riuscire; e brievemente egli vide la sua moglie e Spinelloccio così abbracciati andarsene in

camera e in quella serrarsi, di che egli si turbò forte. Ma conoscendo che per far romore né per altro la sua ingiuria

non diveniva minore, anzi ne cresceva la vergogna, si diede a pensar che vendetta di questa cosa dovesse fare,

che, senza sapersi dattorno, l'animo suo rimanesse contento; e dopo lungo pensiero, parendogli aver trovato il

modo, tanto stette nascoso quanto Spinelloccio stette con la donna. Il quale come andato se ne fu, così egli nella camera se n'entrò, dove trovò la donna che ancora non s'era

compiuta di racconciare i veli in capo, li quali scherzando Spinelloccio fatti l'aveva cadere, e disse: - Donna, che fai tu? A cui la donna rispose: - Nol vedi tu? Disse il Zeppa: - Sì bene, sì, ho io veduto anche altro che io non vorrei - ; e con lei delle cose state entrò in parole, ed essa con

grandissima paura dopo molte novelle quello avendogli confessato che acconciamente della sua dimestichezza con

Ispinelloccio negar non potea, piagnendo gl'incominciò a chieder perdono. Alla quale il Zeppa disse: - Vedi, donna, tu hai fatto male, il quale se tu vuogli che io ti perdoni, pensa di fare compiutamente quello che io

t'imporrò, il che è questo. Io voglio che tu dichi a Spinelloccio che domattina in su l'ora della terza egli truovi

qualche cagione di partirsi da me e venirsene qui a te; e quando egli ci sarà, io tornerò, e come tu mi senti, cosi il

fa entrare in questa cassa e serracel dentro; poi, quando questo fatto avrai, e io ti dirò il rimanente che a fare

avrai; e di far questo non aver dottanza niuna, ché io ti prometto che io non gli farò male alcuno. La donna, per sodisfargli, disse di farlo, e così fece. Venuto il dì seguente, essendo il Zeppa e Spinelloccio insieme in su la terza, Spinelloccio, che promesso aveva alla

donna d'andare a lei a quella ora, disse al Zeppa: - Io debbo stamane desinare con alcuno amico, al quale io non mi voglio fare aspettare, e per ciò fatti con Dio. Disse il Zeppa: - Egli non è ora di desinare di questa pezza. Spinelloccio disse: - Non fa forza; io ho altressì a parlar seco d'un mio fatto, sì che egli mi vi convien pure essere a buona ora. Partitosi adunque Spinelloccio dal Zeppa, data una sua volta, fu in casa con la moglie di lui; ed essendosene

entrati in camera, non stette guari che il Zeppa tornò; il quale come la donna sentì, mostratasi paurosa molto, lui

fece ricoverare in quella cassa che il marito detto l'avea e serrollovi entro, e uscì della camera. Il Zeppa, giunto

suso, disse: - Donna, è egli otta di desinare? La donna rispose: - Sì, oggimai. Disse allora il Zeppa: - Spinelloccio è andato a desinare stamane con un suo amico e ha la donna sua lasciata sola; fatti alla finestra e

chiamala, e dì che venga a desinar con essonoi. La donna, di sé stessa temendo e per ciò molto ubbidiente divenuta, fece quello che il marito le 'mpose. La moglie

di Spinelloccio, pregata molto dalla moglie del Zeppa, vi venne, udendo che il marito non vi doveva desinare. E quando ella venuta fu, il Zeppa, faccendole le carezze grandi e presala dimesticamente per mano, comandò

pianamente alla moglie che in cucina n'andasse, e quella seco ne menò in camera, nella quale come fu, voltatosi

addietro, serrò la camera dentro. Quando la donna vide serrar la camera dentro, disse: - Ohimè, Zeppa, che vuol dire questo? Dunque mi ci avete voi fatta venir per questo? Ora, è questo l'amor che voi

portate a Spinelloccio e la leale compagnia che voi gli fate? Alla quale il Zeppa, accostatosi alla cassa dove serrato era il marito di lei e tenendola bene, disse: - Donna, imprima che tu ti ramarichi, ascolta ciò che io ti vo'dire: io ho amato e amo Spinelloccio come fratello, e

ieri, come che egli nol sappia, io trovai che la fidanza la quale io ho di lui avuta era pervenuta a questo, che egli

con la mia donna così si giace come con teco; ora, per ciò che io l'amo, non intendo di voler di lui pigliare altra

vendetta, se non quale è stata l'offesa: egli ha la mia donna avuta, e io intendo d'aver te. Dove tu non vogli, per

certo egli converrà che io il ci colga, e per ciò che io non intendo di lasciare questa ingiuria impunita, io gli farò

giuoco che né tu né egli sarete mai lieti. La donna, udendo questo e dopo molte riconfermazioni fattelene dal Zeppa, credendol, disse: - Zeppa mio, poi che sopra me dee cadere questa vendetta, e io son contenta, sì veramente che tu mi facci, di

questo che far dobbiamo, rimanere in pace con la tua donna, come io, non ostante quello che ella m'ha fatto,

intendo di rimaner con lei. A cui il Zeppa rispose: - Sicuramente io il farò; e oltre a questo ti donerò un così caro e bello gioiello, come niun altro che tu n'abbi;- e

così detto, abbracciatala e cominciatala a baciare, la distese sopra la cassa, nella quale era il marito di lei serrato e

quivi su, quanto gli piacque, con lei si sollazzò, ed ella con lui. Spinelloccio, che nella cassa era e udite aveva tutte le parole dal Zeppa dette e la risposta della sua moglie, e poi

aveva sentita la danza trivigiana che sopra il capo fatta gli era, una grandissima pezza sentì tal dolore che parea

che morisse; e se non fosse che egli temeva del Zeppa, egli avrebbe detta alla moglie una gran villania così

rinchiuso come era. Poi, pur ripensandosi che da lui era la villania incominciata e che il Zeppa aveva ragione di far

ciò che egli faceva, e che verso di lui umanamente e come compagno s'era portato, seco stesso disse di volere

esser più che mai amico del Zeppa, quando volesse. Il Zeppa, stato con la donna quanto gli piacque, scese della cassa, e domandando la donna il gioiello promesso,

aperta la camera fece venir la moglie, la quale niun'altra cosa disse, se non: - Madonna, voi m'avete renduto pan per focaccia - ; e questo disse ridendo. Alla quale il Zeppa disse: - Apri questa cassa - ; ed ella il fece; nella quale il Zeppa mostrò alla donna il suo Spinelloccio. E lungo sarebbe a dire qual più di lor due si vergognò, o Spinelloccio vedendo il Zeppa e sappiendo che egli

sapeva ciò che fatto aveva, o la donna vedendo il suo marito e conoscendo che egli aveva e udito e sentito ciò che

ella sopra il capo fatto gli aveva. Alla quale il Zeppa disse: - Ecco il gioiello il quale io ti dono. Spinelloccio, uscito della cassa, senza far troppe novelle, disse: - Zeppa, noi siam pari pari; e per ciò è buono, come tu dicevi dianzi alla mia donna, che noi siamo amici come

solavamo; e non essendo tra noi due niun'altra cosa che le mogli divisa, che noi quelle ancora comunichiamo. Il Zeppa fu contento; e nella miglior pace del mondo tutti e quattro desinarono insieme. E da indi innanzi ciascuna

di quelle donne ebbe due mariti, e ciascun di loro ebbe due mogli, senza alcuna quistione o zuffa mai per quello

insieme averne.


Giornata ottava - Novella nona

Maestro Simone medico, da Bruno e da Buffalmacco, per esser fatto d'una brigata che va in corso, fatto andar di

notte in alcun luogo, è da Buffalmacco gittato in una fossa di bruttura e lasciatovi.

Poi che le donne alquanto ebber cianciato dello accomunar le mogli fatto da'due sanesi, la reina, alla qual sola

restava a dire, per non fare ingiuria a Dioneo, incominciò. Assai bene, amorose donne, si guadagnò Spinelloccio la beffa che fatta gli fu dal Zeppa; per la qual cosa non mi

pare che agramente sia da riprendere, come Pampinea volle poco innanzi mostrare, chi fa beffa alcuna a colui che

la va cercando o che la si guadagna. Spinelloccio la si guadagnò; e io intendo di dirvi d'uno che se l'andò

cercando; estimando che quegli che gliele fecero, non da biasimare ma da com mendar sieno. E fu colui a cui fu

fatta un medico, che a Firenze da Bologna, essendo una pecora, tornò tutto coperto di pelli di vai. Sì come noi veggiamo tutto il dì i nostri cittadini da Bologna ci tornano qual giudice e qual medico e qual notaio,

co'panni lunghi e larghi, e con gli scarlatti e co'vai, e con altre assai apparenze grandissime, alle quali come gli

effetti succedano anche veggiamo tutto giorno. Tra'quali un maestro Simone da Villa, più ricco di ben paterni che

di scienza, non ha gran tempo, vestito di scarlatto e con un gran batalo, dottor di medicine, secondo che egli

medesimo diceva, ci ritornò, e prese casa nella via la quale noi oggi chiamiamo la Via del Cocomero. Questo maestro Simone novellamente tornato, sì come è detto, tra gli altri suoi costumi notabili aveva in costume

di domandare chi con lui era chi fosse qualunque uomo veduto avesse per via passare; e quasi degli atti degli

uomini dovesse le medicine che dar doveva a'suoi infermi comporre, a tutti poneva mente e raccoglievali. E intra gli altri, alli quali con più efficacia gli vennero gli occhi addosso posti, furono due dipintori dei quali s'è oggi

qui due volte ragionato, Bruno e Buffalmacco, la compagnia de'quali era continua, ed eran suoi vicini. E parendogli

che costoro meno che alcuni altri del mondo curassero e più lieti vivessero, sì come essi facevano, più persone

domandò di lor condizione; e udendo da tutti costoro essere poveri uomini e dipintori, gli entrò nel capo non dover

potere essere che essi dovessero così lietamente vivere della lor povertà, ma s'avvisò, per ciò che udito avea, che

astuti uomini erano, che d'alcuna altra parte non saputa da gli uomini dovesser trarre profitti grandissimi; e per

ciò gli venne in disidero di volersi, se esso potesse con amenduni, o con l'uno almeno, dimesticare; e vennegli

fatto di prendere dimestichezza con Bruno. E Bruno, conoscendo, in poche di volte che con lui stato era, questo

medico essere uno animale, cominciò di lui ad avere il più bel tempo del mondo con sue nuove novelle, e il medico

similmente cominciò di lui a prendere maraviglioso piacere. E avendolo alcuna volta seco invitato a desinare e per

questo credendosi dimesticamente con lui poter ragionare, gli disse la maraviglia che egli si faceva di lui e di

Buffalmacco, che, essendo poveri uomini, così lietamente viveano; e pregollo che gli 'nsegnasse come facevano.

Bruno, udendo il medico, e parendogli la domanda dell'altre sue sciocche e dissipite, cominciò a ridere, e pensò di

rispondergli secondo che alla sua pecoraggine si convenia, e disse: - Maestro, io nol direi a molte persone come noi facciamo, ma di dirlo a voi, perché siete amico e so che ad altrui

nol direte, non mi guarderò. Egli è il vero che il mio compagno e io viviamo così lietamente e così bene come vi

pare e più; né di nostra arte né d'altro frutto, che noi d'alcune possessioni traiamo, avremmo da poter pagar pur

l'acqua che noi logoriamo; né voglio per ciò che voi crediate che noi andiamo ad imbolare, ma noi andiamo in

corso, e di questo ogni cosa che a noi è di diletto o di bisogno, senza alcun danno d'altrui, tutto traiamo, e da

questo viene il nostro viver lieto che voi vedete. Il medico udendo questo e, senza saper che si fosse, credendolo, si maravigliò molto; e subitamente entrò in

disidero caldissimo di sapere che cosa fosse l'andare in corso; e con grande instanzia il pregò che gliel dicesse,

affermandogli che per certo mai a niuna persona il direbbe. - Ohmè! - disse Bruno - maestro, che mi domandate voi? Egli è troppo gran segreto quello che voi volete sapere,

ed è cosa da disfarmi e da cacciarmi del mondo; anzi da farmi mettere in bocca del Lucifero da San Gallo, se altri

il risapesse; ma sì è grande l'amor che io porto alla vostra qualitativa mellonaggine da Legnaia, e la fidanza la

quale ho in voi, che io non posso negarvi cosa che voi vogliate; e per ciò io il vi dirò con questo patto, che voi per

la croce a Montesone mi giurerete che mai, come promesso avete, a niuno il direte. Il maestro affermò che non

farebbe. - Dovete adunque, - disse Bruno - maestro mio dolciato, sapere che egli non è ancora guari che in questa città fu

un gran maestro in nigromantia, il quale ebbe nome Michele Scotto, per ciò che di Scozia era, e da molti gentili

uomini, de'quali pochi oggi son vivi, ricevette grandissimo onore; e volendosi di qui partire, ad istanzia de'prieghi

loro ci lasciò due suoi soffficienti discepoli, a'quali impose che ad ogni piacere di questi cotali gentili uomini, che

onorato l'aveano, fossero sempre presti. Costoro adunque servivano i predetti gentili uomini di certi loro innamoramenti e d'altre cosette liberamente; poi,

piacendo lor la città e i costumi degli uomini, ci si disposero a voler sempre stare, e preserci di grandi e di strette

amistà con alcuni, senza guardare chi essi fossero, più gentili che non gentili, o più ricchi che poveri, solamente

che uomini fossero conformi a'lor costumi. E per compiacere a questi così fatti loro amici ordinarono una brigata

forse di venticinque uomini, li quali due volte almeno il mese insieme si dovessero ritrovare in alcun luogo da loro

ordinato; e qui vi essendo, ciascuno a costoro il suo disidero dice, ed essi prestamente per quella notte il

forniscono. Co'quali due avendo Buffalmacco e io singulare amistà e dimestichezza, da loro in cotal brigata fummo

messi, e siamo. E dicovi così che, qualora egli avvien che noi insieme ci raccogliamo, è maravigliosa cosa a vedere

i capoletti intorno alla sala dove mangiamo, e le tavole messe alla reale, e la quantità de'nobili e belli servidori,

così femine come maschi, al piacer di ciascuno che è di tal compagnia, e i bacini, gli urciuoli, i fiaschi e le coppe e

l'altro vasellamento d'oro e d'argento, ne'quali noi mangiamo e beiamo; e oltre a questo le molte e varie vivande,

secondo che ciascun disidera, che recate ci sono davanti ciascheduna a suo tempo. Io non vi potrei mai divisare chenti e quanti sieno i dolci suoni d'infiniti istrumenti e i canti pieni di melodia che vi

s'odono; né vi potrei dire quanta sia la cera che vi s'arde a queste cene, né quanti sieno i confetti che vi si con

sumano e come sieno preziosi i vini che vi si beono. E non vorrei, zucca mia da sale, che voi credeste che noi

stessimo là in questo abito o con questi panni che ci vedete: egli non ve n'è niuno sì cattivo che non vi paresse

uno imperadore, sì siamo di cari vestimenti e di belle cose ornati. Ma sopra tutti gli altri piaceri che vi sono, si è quello delle belle donne, le quali subitamente, purché l'uom voglia,

di tumo il mondo vi son recate. Voi vedreste quivi la donna dei Barbanicchi, la reina de'Baschi, la moglie del

soldano, la imperadrice d'Osbech, la ciancianfera di Norrueca, la semistante di Berlinzone e la scalpedra di Narsia.

Che vivo io annoverando? E'vi sono tutte le reine del mondo, io dico infino alla schinchimurra del Presto Giovanni,

che ha per me' '1 culo le corna: or vedete oggimai voi! Dove, poi che hanno bevuto e confettato, fatta una danza o

due, ciascuna con colui a cui stanzia v'è fatta venire se ne va nel la sua camera. E sappiate che quelle camere paiono un paradiso a veder, tanto son belle; e sono non meno odorifere che sieno i

bossoli delle spezie della bottega vostra, quando voi fate pestare il comino, e havvi letti che vi parrebber più belli

che quello del doge di Vinegia, e in quegli a riposar se ne vanno. Or che menar di calcole e di tirar le casse a sè

per fare il panno serrato faccian le tessitrici, lascerò io pensare pure a voi! Ma tra gli altri che meglio stanno,

secondo il parer mio, siam Buffalmacco e io, per ciò che Buffalmacco le più delle volte vi fa venir per sè la reina di

Francia, e io per me quella d'Inghilterra, le quali son due pur le più belle donne del mondo; e sì abbiamo saputo

fare che elle non hanno altro occhio in capo che noi. Per che da voi medesimo pensar potete se noi possiamo e

dobbiamo vivere e andare più che gli altri uomini lieti, pensando che noi abbiamo l'amor di due così fatte reine;

senza che, quando noi vogliamo un mille o un dumilia fiorini da loro, noi non gli abbiamo prestamente. E questa

cosa chiamiam noi vulgarmente l'andare in corso; per ciò che sì come i corsari tolgono la roba d'ogn'uomo, e così

facciam noi; se non che di tanto siam differenti da loro, che eglino mai non la rendono, e noi la rendiamo come

adoperata l'abbiamo. Ora avete, maestro mio da bene, inteso ciò che noi diciamo l'andare in corso; ma quanto questo voglia esser

segreto voi il vi potete vedere, e per ciò più nol vi dico né ve ne priego. Il maestro, la cui scienzia non si stendeva forse più oltre che il medicare i fanciulli del lattime, diede tanta fede

alle parole di Bruno quanta si saria convenuta a qualunque verità; e in tanto disiderio s'accese di volere essere in

questa brigata ricevuto, quanto di qualunque altra cosa più disiderabile si potesse essere acceso. Per la qual cosa

a Bruno rispose che fermamente maraviglia non era se lieti andavano; e a gran pena si temperò in riservarsi di

richiederlo che essere il vi facesse, infino a tanto che, con più onor fattogli, gli potesse con più fidanza porgere i

prieghi suoi. Avendoselo adunque riservato, cominciò più a continuare con lui l'usanza e ad averlo da sera e da mattina a

mangiar seco e a mostrargli smisurato amore; ed era sì grande e sì continua questa loro usanza, che non parea

che senza Bruno il maestro potesse né sapesse vivere. Bruno, parendogli star bene, acciò che ingrato non paresse di questo onor fattogli dal medico, gli aveva dipinto

nella sala sua la quaresima e uno agnus dei all'entrar della camera e sopra l'uscio della via uno orinale, acciò che

coloro che avessero del suo consiglio bisogno il sapessero riconoscere dagli altri; e in una sua loggetta gli aveva

dipinta la battaglia dei topi e delle gatte, la quale troppo bella cosa pareva al medico. E oltre a questo diceva

alcuna volta al maestro, quando con lui non avea cenato: - Stanotte fu'io alla brigata, ed essendomi un poco la reina d'Inghilterra rincresciuta, mi feci venire la gumedra del

gran Can d'Altarisi. Diceva il maestro: - Che vuol dire gumedra? Io non gli intendo questi nomi. - O maestro mio,- diceva Bruno - io non me ne maraviglio, ché io ho bene udito dire che Porcograsso e

Vannaccena non ne dicon nulla. Disse il maestro: - Tu vuoi dire Ipocrasso e Avicenna. Disse Bruno: - Gnaffe! io non so; io m'intendo così male de'vostri nomi come voi de'miei; ma la gumedra in quella lingua del

gran Cane vuol tanto dire quanto imperadrice nella nostra. O ella vi parrebbe la bella feminaccia! Ben vi so dire

che ella vi farebbe dimenticare le medicine e gli argomenti e ogni impiastro. E così dicendogli alcuna volta per più accenderlo, avvenne che, parendo a messer lo maestro una sera a

vegghiare, parte che il lume teneva a Bruno che la battaglia de'topi e delle gatte dipignea, bene averlo co'suoi

onori preso, che egli si dispose d'aprirgli l'animo suo; e soli essendo, gli disse: - Bruno, come Iddio sa, egli non vive oggi alcuna persona per cui io facessi ogni cosa come io farei per te; e per

poco, se tu mi dicessi che io andassi di qui a Peretola, io credo che io v'andrei; e per ciò non voglio che tu ti

maravigli se io te dimesticamente e a fidanza richiederò. Come tu sai, egli non è guari che tu mi ragionasti de'modi della vostra lieta brigata, di che sì gran disiderio

d'esserne m'è venuto, che mai niuna altra cosa si disiderò tanto. E. questo non è senza cagione, come tu vedrai se

mai avviene che io ne sia; ché infino ad ora voglio io che tu ti facci beffe di me se io non vi fo venire la più bella

fante che tu vedessi già è buona pezza, che io vidi pur l'altr'anno a Cacavincigli, a cui io voglio tutto il mio bene; e

per lo corpo di Cristo che io le volli dare dieci bolognini grossi, ed ella mi s'acconsentisse, e non volle. E però

quanto più posso ti priego che m'insegni quello che io abbia a fare per dovervi potere essere, e che tu ancora facci

e adoperi che io vi sia; e nel vero voi avrete di me buono e fedel compagno e orrevole. Tu vedi innanzi innanzi

come io sono bello uomo e come mi stanno bene le gambe in su la persona, e ho un viso che pare una rosa, e

oltre a ciò son dottore di medicine, che non credo che voi ve n'abbiate niuno; e so di molte belle cose e di belle

canzonette, e vo'tene dire una - ; e di botto incominciò a cantare. Bruno aveva sì gran voglia di ridere che egli in sè medesimo non capeva; ma pur si tenne. E finita la canzone, e '1

maestro disse: - Che te ne pare? Disse Bruno: - Per certo con voi perderieno le cetere de'sagginali, sì artagoticamente stracantate. Disse il maestro: - Io dico che tu non l'avresti mai creduto, se tu non m'avessi udito. - Per certo voi dite vero,- disse Bruno. Disse il maestro: - Io so bene anche dell'altre, ma lasciamo ora star questo. Così fatto come tu mi vedi, mio padre fu gentile uomo,

benché egli stesse in contado, e io altressì son nato per madre di quegli da Vallecchio; e, come tu hai potuto

vedere, io ho pure i più be'libri e le più belle robe che medico di Firenze. In fè di Dio, io ho roba che costò, contata

ogni cosa, delle lire presso a cento di bagattini, già è degli anni più di dieci. Per che quanto più posso ti priego che

facci che io ne sia; e in fè di Dio, se tu il fai, sie pure infermo se tu sai, che mai di mio mestiere io non ti torrò un

denaio. Bruno, udendo costui, e parendogli, sì come altre volte assai paruto gli era, un lavaceci, disse: - Maestro, fate un poco il lume più qua, e non v'incresca infin tanto che io abbia fatte le code a questi topi, e poi vi

risponderò. Fornite le code, e Bruno faccendo vista che forte la petizion gli gravasse, disse: - Maestro mio, gran cose son quelle che per me fareste, e io il conosco; ma tuttavia quella che a me addimandate,

quantunque alla grandezza del vostro cervello sia piccola, pure è a me grandissima, né so alcuna persona del

mondo per cui io potendo la mi facessi, se io non la facessi per voi, sì perché v'amo quanto si conviene, e sì per le

parole vostre le quali son condite di tanto senno che trarrebbono le pinzochere degli usatti, non che me del mio

proponimento; e quanto più uso con voi, più mi parete savio. E dicovi ancora così, che se altro non mi vi facesse

voler bene, sì vi vo'bene perché veggio che innamorato siete di così bella cosa come diceste. Ma tanto vi vo'dire:

io non posso in queste cose quello che voi avvisate, e per questo non posso per voi quello che bisognerebbe

adoperare; ma, ove voi mi promettiate sopra la vostra grande e calterita fede di tenerlomi credenza, io vi darò il

modo che a tenere avrete; e parmi esser certo che, avendo voi così be'libri e l'altre cose che di sopra dette

m'avete, che egli vi verrà fatto. A cui il mastro disse: - Sicuramente di': io veggio che tu non mi conosci bene e non sai ancora come io so tenere segreto. Egli erano

poche cose che messer Guasparruolo da Saliceto facesse, quando egli era giudice della podestà di Forlimpopoli,

che egli non me le mandasse a dire, perché mi trovava così buon segretaro. E vuoi vedere se io dico vero? Io fui il

primaio uomo a cui egli dicesse che egli era per isposare la Bergamina: vedi oggimai tu! - Or bene sta dunque,- disse Bruno - se cotestui se ne fidava, ben me ne posso fidare io. Il modo che voi avrete a

tener fia questo. Noi sì abbiamo a questa nostra brigata un capitano con due consiglieri, li quali di sei in sei mesi

si mutano; e senza fallo a calendi sarà capitano Buffalmacco e io consigliere, e così è fermato; e chi è capitano

può molto in mettervi e far che messo vi sia chi egli vuole; e per ciò a me parrebbe che voi, in quanto voi poteste,

prendeste la dimestichezza di Buffalmacco e facestegli onore. Egli è uomo che, veggendovi così savio,

s'innamorerà di voi incontanente, e quando voi l'avrete col senno vostro e con queste buone cose che avete un

poco dimesticato, voi il potrete richiedere: egli non vi saprà dir di no. Io gli ho già ragionato di voi, e vuolvi il

meglio del mondo; e quando voi avrete fatto così, lasciate far me con lui. Allora disse il maestro: - Troppo mi piace ciò che tu ragioni; e se egli è uomo che si diletti de'savi uomini, e favellami pure un poco, io

farò ben che egli m'andrà sempre cercando, per ciò che io n'ho tanto del senno, che io ne potrei fornire una Città.

e rimarrei savissimo. Ordinato questo, Bruno disse ogni cosa a Buffalmacco per ordine; di che a Buffalmacco parea mille anni di dovere

essere a far quello che questo maestro Scipa andava cercando. Il medico che oltre modo disiderava d'andare in corso, non mollò mai che egli divenne amico di Buffalmacco, il che

agevolmente gli venne fatto;- e cominciogli a dare le più belle cene e i più belli desinari del mondo, e a Bruno con

lui- altressì; ed essi si carapinavano,. come que'signori, li quali sentendogli bonissimi vini e di grossi capponi ed

altre buone cose assai, gli si tenevano assai di presso, e senza troppi inviti, dicendo sempre che con uno altro ciò

non farebbono, si rimanevan con lui. Ma pure, quando tempo parve al maestro, sì come Bruno aveva fatto, così Buffalmacco richiese. Di che

Buffalmacco si mostrò molto turbato e fece a Bruno un gran romore in testa, dicendo: - Io fo boto all'alto Dio da Passignano che io mi tengo a poco che lo non ti do tale in su la testa, che il naso ti

caschi nelle calcagna traditor che tu se', ché altri che tu non ha queste cose manifestate al maestro. Ma il maestro lo scusava forte, dicendo e giurando sè averlo d'altra parte saputo; e dopo molte delle sue savie

parole pure il paceficò. Buffalmacco rivolto al maestro disse: - Maestro mio, egli si par bene che voi siete stato a Bologna, e che voi infino in questa terra abbiate recata la

bocca chiusa; e ancora vi dico più, che voi non apparaste miga l'abbiccì in su la mela, come molti sciocconi

voglion fare, anzi l'apparaste bene in sul mellone, ch'è così lungo; e se io non m'inganno, voi foste battezzato in

domenica. E come che Bruno m'abbia detto che voi studiaste là in medicine, a me pare che voi studiaste in

apparare a pigliar uomini; il che voi, meglio che altro uomo che io vidi mai, sapete fare con vostro senno e con

vostre novelle. Il medico, rompendogli la parola in bocca, verso Brun disse: - Che cosa è a favellare e ad usare co'savi! Chi avrebbe così tosto ogni particularità compresa del mio sentimento,

come ha questo valente uomo? Tu non te ne avvedesti miga così tosto tu di quel che io valeva, come ha fatto egli;

ma di'almeno quello che io ti dissi quando tu mi dicesti che Buffalmacco si dilettava de'savi uomini: parti che io

l'abbia fatto? Disse Bruno: - Meglio. Allora il maestro disse a Buffalmacco: - Altro avresti detto se tu m'avessi veduto a Bologna, dove non era niuno grande né piccolo, né dottore né scolare,

che non mi volesse il meglio del mondo, sì tutti gli sapeva appagare col mio ragionare e col senno mio. E dirotti

più, che io. non vi dissi mai parola che io non facessi ridere ogn'uomo, sì forte piaceva loro; e quando io me ne

partii, fecero tutti il maggior pianto del mondo, e volevano tutti che io vi pur rimanessi; e fu a tanto la cosa

perch'io vi stessi, che vollono lasciare a me solo che io leggessi, a quanti scolari v'aveva, le medicine; ma io non

volli, ché io era pur disposto a venir qua a grandissime eredità che io ci ho, state sempre di quei di casa mia, e

così feci. Disse allora Bruno a Buffalmacco: - Che ti pare? Tu nol mi credevi, quando io il ti diceva. Alle guagnele! Egli non ha in questa terra medico che

s'intenda d'orina d'asino a petto a costui, e fermamente tu non ne troverresti un altro di qui alle porti di Parigi

de'così fatti. Va, tienti oggimai tu di non fare ciò ch'e'vuole! Disse il medico: - Brun dice il vero, ma io non ci sono conosciuto. Voi siete anzi gente grossa che no; ma io vorrei che voi mi

vedeste tra'dottori, come io soglio stare. Allora disse Buffalmacco: - Veramente, maestro, voi le sapete troppo più che io non avrei mai creduto; di che io, parlandovi come si vuole

parlare a'savi come voi siete, frastagliatamente vi dico che io procaccerò senza fallo che voi di nostra brigata

sarete. Gli onori dal medico fatti a costoro appresso questa promessa multiplicarono; laonde essi, godendo, gli facevan

cavalcar la capra delle maggiori sciocchezze del mondo, e impromisongli di dargli per donna la contessa di

Civillari, la quale era la più bella cosa che si trovasse in tutto il culattario dell'umana generazione. Domandò il medico chi fosse questa contessa; al quale Buffalmacco disse: - Pinca mia da seme, ella è una troppo gran donna, e poche case ha per lo mondo, nelle quali ella non abbia

alcuna giurisdizione; e non che altri, ma i frati minori a suon di nacchere le rendon tributo. E sovvi dire, che

quando ella va dattorno, ella si fa ben sentire, benché ella stea il più rinchiusa; ma non ha per ciò molto che ella

vi passò innanzi all'uscio, una notte che andava ad Arno a lavarsi i piedi e per pigliare un poco d'aria; ma la sua

più continua dimora è in Laterina. Ben vanno per ciò de'suoi sergenti spesso dattorno, e tutti a dimostrazion della

maggioranza di lei portano la verga e '1 piombino. De'suoi baron si veggon per tutto assai, sì come è il Tamagnin

del la porta, don Meta, Manico di Scopa, lo Squacchera e altri, li quali vostri dimestici credo che sieno, ma ora non

ve ne ricordate. A così gran donna adunque, lasciata star quella da Cacavincigli, se '1 pensier non c'inganna, vi

metteremo nelle dolci braccia. Il medico, che a Bologna nato e cresciuto era, non intendeva i vocaboli di costoro, per che egli della donna si

chiamò per contento. Nè guari dopo queste novelle gli recarono i dipintori che egli era per ricevuto. E venuto il dì che la notte seguente si dovean ragunare, il maestro gli ebbe amenduni a desinare, e desinato

ch'egli ebbero, gli domandò che modo gli conveniva tenere a venire a questa brigata. Al quale Buffalmacco disse: - Vedete, maestro, a voi conviene esser molto sicuro, per ciò che, se voi non foste molto sicuro, voi potreste

ricevere impedimento e fare a noi grandissimo danno; e quello a che egli vi conviene esser molto sicuro, voi

l'udirete. A voi si convien trovar modo che voi siate stasera in sul primo sonno in su uno di quegli avelli rilevati

che poco tempo ha si fecero di fuori a Santa Maria Novella, con una delle più belle vostre robe in dosso, acciò che

voi per la prima volta compariate orrevole dinanzi alla brigata, e sì ancora per ciò che (per quello che detto ne

fosse, ché non vi fummo noi poi), per ciò che voi siete gentile uomo, la contessa intende di farvi cavaliere bagnato

alle sue spese; e quivi v'aspettate tanto, che per voi venga colui che noi manderemo. E acciò che voi siate d'ogni cosa informato, egli verrà per voi una bestia nera e cornuta, non molto grande, e andrà

faccendo per la piazza dinanzi da voi un gran sufolare e un gran saltare per ispaventarvi; ma poi, quando vedrà

che voi non vi spaventiate, ella vi s'accosterà pianamente; quando accostata vi si sarà, e voi allora senza alcuna

paura scendete giù dello avello, e, senza ricordare o Iddio o'santi, vi salite suso, e come suso vi siete acconcio,

così, a modo che se steste cortese, vi recate le mani al petto, senza più toccar la bestia. Ella allora soavemente si moverà e recherravverle a noi; ma infino ad ora, se voi ricordaste o Iddio o'santi, o

aveste paura, vi dich'io che ella vi potrebbe gittare o percuotere in parte che vi putirebbe; e per ciò, se non vi dà il

cuore d'esser ben sicuro, non vi venite, ché voi fareste danno a voi, senza fare a noi pro veruno. Allora il medico disse: - Voi non mi conoscete ancora; voi guardate forse per ché io porto i guanti in mano e'panni lunghi. Se voi sapeste

quello che io ho già fatto di notte a Bologna, quando io andava talvolta co'miei compagni alle femine, voi vi

maravigliereste. In fè di Dio egli fu tal notte che, non volendone una venir con noi (ed era una tristanzuola, ch'è

peggio, che non era alta un sommesso), io le diedi in prima di molte pugna, poscia, presala di peso, credo che io

la portassi presso ad una balestrata, e pur convenne, sì feci, che ella ne venisse con noi. E un'altra volta mi ricorda

che io, senza esser meco altri che un mio fante, colà un poco dopo l'avemaria passai allato al cimitero de'frati

minori, ed eravi il dì stesso stata sotterrata una femina, e non ebbi paura niuna; e per ciò di questo non vi sfidate;

ché sicuro e gagliardo son io troppo. E dicovi che io, per venirvi bene orrevole, mi metterò la roba mia dello

scarlatto con la quale io fui con ventato, e vedrete se la brigata si rallegrerà quando mi vedrà, e se io sarò fatto a

mano a man capitano. Vedrete pure come l'opera andrà quando io vi sarò stato, da che, non avendomi ancor

quella contessa veduto, ella s'è sì innamorata di me che ella mi vol fare cavalier bagnato; e forse che la cavalleria

mi starà così male, e saprolla così mal mantenere o pur bene? Lascerete pur far me! Buffalmacco disse: - Troppo dite bene, ma guardate che voi non ci faceste la beffa, e non vi veniste o non vi foste trovato quando per

voi manderemo; e questo dico per ciò che egli fa freddo, e voi signor medici ve ne guardate molto. - Non piaccia a Dio,- disse il medico - io non sono di questi assiderati; io non curo freddo; poche volte è mai che

io mi levi la notte così per bisogno del corpo, come l'uom fa talvolta, che io mi metta altro che il pilliccione mio

sopra il farsetto; e per ciò io vi sarò fermamente. Partitisi adunque costoro, come notte si venne faccendo, il maestro trovò sue scuse in casa con la moglie, e

trattane celatamente la sua bella roba, come tempo gli parve, messalasi in dosso, se n'andò sopra uno de'detti

avelli; e sopra quegli marmi ristrettosi, essendo il freddo grande, cominciò ad aspettar la bestia. Buffalmacco, il quale era grande e atante della persona, ordinò d'avere una di queste maschere che usare si

soleano a certi giuochi li quali oggi non si fanno, e messosi in dosso un pilliccion nero a rovescio, in quello

s'acconciò in guisa che pareva pure uno orso; se non che la maschera aveva viso di diavolo ed era cornuta. E così

acconcio, venendoli Bruno appresso per vedere come l'opera andasse, se n'andò nella piazza nuova di Santa Maria

Novella. E come egli si fu accorto che messer lo maestro v'era, così cominciò a saltabellare e a fare un nabissare

grandissimo su per la piazza, e a sufolare e ad urlare e a stridere a guisa che se imperversato fosse. Il quale come il maestro sentì e vide, così tutti i peli gli s'arricciarono addosso, e tutto cominciò a tremare, come

colui che era più che una femina pauroso; e fu ora che egli vorrebbe essere stato innanzi a casa sua che quivi. Ma

non per tanto pur, poi che andato v'era, si sforzò d'assicurar si, tanto il vinceva il disidero di giugnere a vedere le

maraviglie dettegli da costoro. Ma poi che Buffalmacco ebbe alquanto imperversato, come è detto, faccendo

sembianti di rappacificarsi, s'accostò allo avello sopra il quale era il maestro, e stette fermo. Il maestro, sì come

quegli che tutto tremava di paura, non sapeva che farsi, se su vi salisse o se si stesse. Ultimamente, temendo non

gli facesse male se su non vi salisse, con la seconda paura cacciò la prima, e sceso dello avello, pianamente

dicendo, - Iddio m'aiuti - , su vi salì, e acconciossi molto bene, e sempre tremando tutto si recò con le mani a star

cortese, come detto gli era stato. Allora Buffalmacco pianamente s'incominciò a dirizzare verso Santa Maria della

Scala, e andando carpone infin presso le donne di Ripole il condusse. Erano allora per quella contrada fosse, nelle quali i lavoratori di que'campi facevan votare la contessa di Civillari,

per ingrassare i campi loro. Alle quali come Buffalmacco fu vicino, accostatosi alla proda d'una e preso tempo,

messa la mano sotto all'un de'piedi del medico e con essa sospintolsi da dosso, di netto col capo innanzi il gittò in

essa, e cominciò a ringhiare forte e a saltare e ad imperversare e ad andarsene lungo Santa Maria della Scala

verso il prato d'Ognissanti, dove ritrovò Bruno che per non poter tener le risa fuggito s'era; e amenduni festa

faccendosi, di lontano si misero a veder quello che il medico impastato facesse. Messer lo medico, sentendosi in questo luogo così abominevole, si sforzò di rilevare e di volersi aiutare per

uscirne, e ora in qua e ora in là ricadendo, tutto dal capo al piè impastato, dolente e cattivo, avendone alquante

dramme ingozzate, pur n'uscì fuori e lasciovvi il cappuccio; e, spastandosi con le mani come poteva il meglio, non

sappiendo che altro consiglio pigliarsi, se ne tornò a casa sua, e picchiò tanto che aperto gli fu. Nè prima, essendo egli entrato dentro così putente, fu l'uscio riserrato, che Bruno e Buffalmacco furono ivi, per

udire come il maestro fosse dalla sua donna raccolto. Li qua li stando ad udir, sentirono alla donna dirgli la

maggior villania che mai si dicesse a niun tristo, dicendo: - Deh, come ben ti sta! Tu eri ito a qualche altra femina, e volevi comparire molto orrevole con. la roba dello

scarlatto. Or non ti bastava io? Frate, io sarei sofficiente ad un popolo, non che a te. Deh, or t'avessono essi

affogato, come essi ti gittarono là dove tu eri degno d'esser gittato. Ecco medico onorato, aver moglie e andar la

notte alle femine altrui! E con queste e con altre assai parole, faccendosi il medico tutto lavare, infino alla mezza notte non rifinò la donna

di tormentarlo. Poi la mattina vegnente Bruno e Buffalmacco, avendosi tutte le carni dipinte soppanno di lividori a guisa che far

sogliono le battiture, se ne vennero a casa del medico, e trovaron lui già levato; ed entrati dentro a lui, sentirono

ogni cosa putirvi; ché ancora non s'era sì ogni cosa potuta nettare, che non vi putisse. E sentendo il medico costor

venire a lui, si fece loro incontro, dicendo che Iddio desse loro il buon dì. Al quale Bruno e Buffalmacco, sì come

proposto aveano, risposero con turbato viso: - Questo non diciam noi a voi, anzi preghiamo Iddio che vi dea tanti malanni che voi siate morto a ghiado, sì come

il più disleale e il maggior traditor che viva; per ciò che egli non è rimaso per voi, ingegnandoci noi di farvi onore e

piacere, che noi non siamo stati morti come cani. E per la vostra dislealtà abbiamo stanotte avute tante busse,

che di meno andrebbe uno asino a Roma; senza che noi siamo stati a pericolo d'essere stati cacciati della

compagnia nella quale noi avavamo ordinato di farvi ricevere. E se voi non ci credete, ponete mente le carni nostre

come elle stanno.- E ad un cotal barlume apertisi i panni dinanzi, gli mostrarono i petti loro tutti dipinti, e

richiusongli senza indugio. Il medico si volea scusare e dir delle sue sciagure, e come e dove egli era stato gittato. Al quale Buffalmacco

disse: - Io vorrei che egli v'avesse gittato dal ponte in Arno: perché ricordavate voi o Dio o'santi? Non vi fu egli detto

dinanzi? Disse il medico: - In fè di Dio non ricordava. - Come,- disse Buffalmacco- non ricordavate! Voi ve ne ricordate molto, ché ne disse il messo nostro che voi

tremavate come verga, e non sapavate dove voi vi foste. Or voi ce l'avete ben fatta; ma mai più persona non la ci

farà, e a voi ne faremo ancora quello onore che vi se ne conviene. Il medico cominciò a chieder perdono, e a pregargli per Dio che nol dovessero vituperare; e con le miglior parole

che egli potè, s'ingegnò di pacificargli. E per paura che essi questo suo vitupero non palesassero, se da indi a

dietro onorati gli avea, molto più gli onorò e careggiò con conviti e altre cose da indi innanzi. Così adunque, come udito avete, senno s'insegna a chi tanto non n'apparò a Bologna.


Giornata ottava - Novella decima

Una ciciliana maestrevolmente toglie ad un mercatante ciò che in Palermo ha portato; il quale, sembiante

faccendo d'esservi tornato con molta più mercatantia che prima, da lei accattati denari, le lascia acqua e

capecchio.

Quanto la novella della reina in diversi luoghi facesse le donne ridere, non è da domandare: niuna ve n'era a cui

per soperchio riso non fossero dodici volte le lagrime venute in su gli occhi. Ma poi che ella ebbe fine, Dioneo, che

sapeva che a lui toccava la volta, disse. Graziose donne, manifesta cosa è tanto più l'arti piacere, quanto più sottile artefice è per quelle artificiosamente

beffato. E per ciò, quantunque bellissime cose tutte raccontate abbiate, io intendo dl raccontarne una? tanto più

che alcuna altra dettane da dovervi aggradire, quanto colei che beffata fu era maggior maestra di beffare altrui,

che alcuno altro beffato fosse di quegli o di quelle che avete contate. Soleva essere, e forse che ancora oggi è, una usanza in tutte le terre marine che hanno porto, così fatta, che tutti i

mercatanti che in quelle con mercatantie capitano, faccendole scaricare, tutte in un fondaco il quale in molti

luoghi è chiamato dogana, tenuta per lo comune o per lo signor della terra, le portano. E quivi, dando a coloro che

sopra ciò sono per iscritto tutta la mercatantia e il pregio di quella, è dato per li detti al mercatante un magazzino,

nel quale esso la sua mercatantia ripone e serralo con la chiave; e li detti doganieri poi scrivono in sul libro della

dogana a ragione del mercatante tutta la sua mercatantia, faccendosi poi del lor diritto pagare al mercatante, o

per tutta o per parte della mercatantia che egli della dogana traesse. E da questo libro della dogana assai volte

s'informano i sensali e delle qualità e delle quantità delle mercatantie che vi sono, e ancora chi sieno i mercatanti

che l'hanno, con li quali poi essi, secondo che lor cade per mano, ragionano di cambi, di baratti e di vendite e

d'altri spacci. La quale usanza, sì come in molti altri luoghi, era in Palermo in Cicilia, dove similmente erano e ancor sono assai

femine del corpo bellissime, ma nimiche della onestà; le quali, da chi non le conosce, sarebbono e son tenute

grandi e onestissime donne. Ed essendo, non a radere, ma a scorticare uomini date del tutto, come un mercatante

forestiere riveggono, così dal libro della dogana s'informano di ciò che egli v'ha e di quanto può fare; e appresso

con lor piacevoli e amorosi atti e con parole dolcissime questi cotali mercatanti s'ingegnano d'adescare e di trarre

nel loro amore; e già molti ve n'hanno tratti, a'quali buona parte della lor mercatantia hanno delle mani tratta, e

d'assai tutta; e di quelli vi sono stati che la mercatantia e 'navilio e le polpe e l'ossa lasciate v'hanno, sì ha

soavemente la barbiera saputo menare il rasoio. Ora, non è ancora molto tempo, avvenne che quivi, da'suoi maestri mandato, arrivò un giovane nostro fiorentino

detto Nicolò da Cignano, come che Salabaetto fosse chiamato, con tanti pannilani che alla fiera di Salerno gli

erano avanzati, che potevan valere un cinquecento fiorin d'oro; e dato il legaggio di quegli a'doganieri, gli mise in

un magazzino, e senza mostrar troppo gran fretta dello spaccio, s'incominciò ad andare alcuna volta a sollazzo per

la terra. Ed essendo egli bianco e biondo e leggiadro molto, e standogli ben la vita, avvenne che una di queste barbiere,

che si faceva chiamare madonna Jancofiore, avendo alcuna cosa sentita de'fatti suoi, gli pose l'occhio addosso. Di

che egli accorgendosi, estimando che ella fosse una gran donna, s'avvisò che per la sua bellezza le piacesse, e

pensossi di volere molto cautamente menar questo amore; e senza dirne cosa alcuna a persona, incominciò a far

le passate dinanzi alla casa di costei. La quale accortasene, poi che alquanti dì l'ebbe ben con gli occhi acceso,

mostrando ella di consumarsi per lui, segretamente gli mandò una sua femina la quale ottimamente l'arte sapeva

del ruffianesimo. La quale, quasi con le lagrime in su gli occhi, dopo molte novelle, gli disse che egli con la

bellezza e con la piacevolezza sua aveva sì la sua donna presa, che ella non trovava luogo né dì né notte; e per

ciò, quando a lui piacesse, ella disiderava più che altra cosa di potersi con lui ad un bagno segretamente trovare;

e appresso questo, trattosi uno anello dì borsa, da parte della sua donna gliele donò. Salabaetto, udendo questo, fu il più lieto uomo che mai fosse, e preso l'anello e fregatoselo agli occhi e poi

baciatolo sel mise in dito, e rispose alla buona femina che, se madonna Jancofiore l'amava, che ella n'era ben

cambiata, per ciò che egli amava più lei che la sua propia vita, e che egli era disposto d'andare dovunque a lei

fosse a grado, e ad ogn'ora. Tornata adunque la messaggiera alla sua donna con questa risposta, a Salabaetto fu a mano a man detto a qual

bagno il dì seguente passato vespro la dovesse aspettare. Il quale, senza dirne cosa del mondo a persona,

prestamente all'ora impostagli v'andò, e trovò il bagno per la donna esser preso. Dove egli non stette guari che

due schiave venner cariche: l'una aveva un materasso di bambagia bello e grande in capo, e l'altra un

grandissimo paniere pien di cose; e steso questo materasso in una camera del bagno sopra una lettiera, vi miser

su un paio di lenzuola sottilissime listate di seta, e poi una coltre di bucherame cipriana bianchissima con due

origlieri lavorati a maraviglie. E appresso questo spogliatesi ed entrate nel bagno, quello tutto lavarono e

spazzarono ottima mente. Né stette guari che la donna con due sue altre schiave appresso al bagno venne; dove ella, come prima ebbe agio,

fece .a Salabaetto grandissima festa; e dopo i maggiori sospiri del mondo, poi che molto e abbracciato e baciato

l'ebbe, gli disse: - Non so chi mi s'avesse a questo potuto conducere, altro che tu; tu m'hai miso lo foco all'arma, toscano acanino. Appresso questo, come a lei piacque, ignudi amenduni se n'entrarono nel bagno, e con loro due delle schiave.

Quivi, senza lasciargli por mano addosso ad altrui,. ella medesima con sapone moscoleato e con garofanato

maravigliosamente e bene tutto lavò Salabaetto; e appresso sé fece e lavare e strapicciare alle schiave. E fatto questo, recaron le schiave de lenzuoli bianchissimi e sottili, de'quali veniva sì grande odor di rose che ciò

che v'era pareva rose; e l'una inviluppò nell'uno Salabaetto e l'altra nell'altro la donna, e in collo levatigli,

amenduni nel letto fatto ne gli portarono. E quivi, poi che di sudare furono restati, dalle schiave fuor di

que'lenzuoli tratti, rimasono ignudi negli altri. E tratti del paniere oricanni d'ariento bellissimi e pieni qual d'acqua

rosa, qual d'acqua di fior d'aranci, qual d'acqua di fior di gelsomino e qual d'acqua nanfa, tutti costoro di queste

acque spruzzano; e appresso tratte fuori scatole di confetti e preziosissimi vini, alquanto si confortarono. A Salabaetto pareva essere in paradiso, e mille volte aveva riguardata costei, la quale era per certo bellissima, e

cento anni gli pareva ciascuna ora che queste schiave se n'andassero e che egli nelle braccia di costei si

ritrovasse. Le quali poi che per comandamento della donna, lasciato un torchietto acceso nella camera, andate se

ne furono fuori, costei abbracciò Salabaetto ed egli lei, e con grandissimo piacer di Salabaetto, al quale pareva che

costei tutta si struggesse per suo amore, dimorarono una lunga ora. Ma poi che tempo parve di levarsi alla donna, fatte venire le schiave, si vestirono, e un'altra volta bevendo e

confettando si riconfortarono alquanto, e il viso e le mani di quelle acque odorifere lavatisi e volendosi partire,

disse la donna a Salabaetto: - Quando a te fosse a grado, a me sarebbe grandissima grazia che questa sera te ne venissi a cenare e ad albergo

meco. Salabaetto, il qual già e dalla bellezza e dalla artificiosa piacevolezza di costei era preso, credendosi fermamente

da lei essere come il cuor del corpo amato, rispose: - Madonna, ogni vostro piacere m'è sommamente a grado, e per ciò e istasera e sempre intendo di far quello che

vi piacerà e che per voi mi fia comandato. Tornatasene adunque la donna a casa, e fatta bene di sue robe e di suoi arnesi ornar la camera sua, e fatto

splendidamente far da cena, aspettò Salabaetto. Il quale, come alquanto fu fatto oscuro, là se n'andò, e

lietamente ricevuto, con gran festa e ben servito cenò. Poi, nella camera entratisene, sentì quivi maraviglioso

odore di legno aloè, e d'uccelletti cipriani vide il letto ricchissimo, e molte belle robe su per le stanghe. Le quali cose tutte insieme, e ciascuna per sé, gli fecero stimare costei dovere essere una grande e ricca donna. E

quantunque in contrario avesse della vita di lei udito bucinare, per cosa del mondo nol voleva credere; e se pure

alquanto ne credeva lei già alcuno aver beffato, per cosa del mondo non poteva credere questo dovere a lui

intervenire. Egli giacque con grandissimo suo piacere la notte con essolei, sempre più accendendosi. Venuta la mattina, ella gli cinse una bella e leggiadra cinturetta d'argento con una bella bora, e sì gli disse: - Salabaetto mio dolce, io mi ti raccomando; e così come la mia persona è al piacer tuio, così è ciò che ci è e ciò

che per me si può è allo comando tuio. Salabaetto lieto abbracciatala e baciatala, s'uscì di casa costei e vennesene là dove usavano gli altri mercatanti. E

usando una volta e altra con costei senza costargli cosa del mondo, e ogni ora più invescandosi, avvenne che egli

vendé i panni suoi a contanti e guadagnonne bene; il che la buona donna non da lui, ma da altrui sentì

incontanente. Ed essendo Salabaetto da lei andato una sera, costei incominciò a cianciare e a ruzzare con lui, a baciarlo e

abbracciarlo, mostrandosi sì forte di lui infiammata, che pareva che ella gli volesse d'amor morir nelle braccia; e

volevagli pur donare due bellissimi nappi d'argento che ella aveva, li quali Salabaetto non voleva torre, sì come

colui che da lei tra una volta e altra aveva avuto quello che valeva ben trenta fiorin d'oro, senza aver potuto fare

che ella da lui prendesse tanto che valesse un grosso. Alla fine, avendol costei bene acceso col mostrar sé accesa e liberale, una delle sue schiave, sì come ella aveva

ordinato, la chiamò; per che ella, uscita della camera e stata alquanto, tornò dentro piagnendo, e sopra il letto

gittatasi boccone, cominciò a fare il più doloroso lamento che mai facesse femina. Salabaetto, maravigliandosi, la si recò in braccio, e cominciò a piagner con lei e a dire: - Deh, cuor del corpo mio, che avete voi così subitamente? Che è la cagione di questo dolore? Deh! ditemelo,

anima mia. Poi che la donna s'ebbe assai fatta pregare, ed ella disse: - Ohimè, signor mio dolce, io non so né che mi far né che mi dire: io ho testé ricevute lettere da Messina, e

scrivemi mio fratello, che, se io dovessi vendere e impegnare ciò che ci è, che senza alcun fallo io gli abbia fra qui

e otto dì mandati mille fiorin d'oro, se non che gli sarà tagliata la testa; e io non so quello che io mi debba fare,

che io gli possa così prestamente avere; ché, se io avessi spazio pur quindici dì, io troverrei modo d'accivirne

d'alcun luogo donde io ne debbo avere molti più, o io venderei alcuna delle nostre possessioni; ma, non potendo,

io vorrei esser morta prima che quella mala novella mi venisse -. E detto questo, forte mostrandosi tribolata, non

restava di piagnere. Salabaetto, al quale l'amorose fiamme avevan gran parte del debito conoscimento tolto, credendo quelle verissime

lagrime e le parole ancor più vere, disse: - Madonna, io non vi potrei servire di mille, ma di cinquecento fiorin d'oro sì bene, dove voi crediate potermegli

rendere di qui a quindici dì; e questa è vostra ventura che pure ieri mi vennero venduti i panni miei, ché, se così

non fosse, io non vi potrei prestare un grosso. - Ohimè! - disse la donna - dunque hai tu patito disagio di denari? O perché non me ne richiedevi tu? Perché io

non n'abbia mille, io ne aveva ben cento e anche dugento da darti; tu m'hai tolta tutta la baldanza da dovere da

te ricevere il servigio che tu mi profferi Salabaetto, vie più che preso da queste parole, disse: - Madonna, per questo non voglio io che voi lasciate; ché, se fosse così bisogno a me come egli fa a voi, io v'avrei

ben richiesta. - Ohimè! - disse la donna- Salabaetto mio, ben conosco che il tuo è vero e perfetto amore verso di me, quando,

senza aspettar d'esser richiesto di così gran quantità di moneta, in così fatto bisogno liberamente mi sovvieni. E

per certo io era tutta tua senza questo, e con questo sarò molto maggior mente; né sarà mai che io non riconosca

da te la testa di mio fratello. Ma sallo Iddio che io mal volentier gli prendo, considerando che tu se'mercatante, e i

mercatanti fanno co'denari tutti i fatti loro; ma per ciò che il bisogno mi strigne e ho ferma speranza di tosto

rendergliti, io gli pur prenderò, e per l'avanzo, se più presta via non troverrò, impegnerò tutte queste mie cose- ;

e così detto lagrimando, sopra il viso di Salabaetto si lasciò cadere. Salabaetto la cominciò a confortare; e stato la notte con lei, per mostrarsi bene liberalissimo suo servidore, senza

alcuna richiesta di lei aspettare, le portò cinquecento be'fiorin d'oro, li quali ella, ridendo col cuore e piagnendo

con gli occhi, prese, attenendosene Salabaetto alla sua semplice promessione. Come la donna ebbe i denari, così s'incominciarono le 'ndizioni a mutare; e dove prima era libera l'andata alla

donna ogni volta che a Salabaetto era in piacere, così incominciaron poi a sopravvenire delle cagioni, per le quali

non gli veniva delle sette volte l'una fatto il potervi entrare, né quel viso né quelle carezze né quelle feste più gli

eran fatte che prima. E passato d'un mese e di due il termine, non che venuto, al quale i suoi danari riaver dovea, richiedendogli, gli

eran date parole in pagamento. Laonde, avvedendosi Salabaetto dell'arte della malvagia femina e del suo poco

senno, e conoscendo che di lei niuna cosa più che le si piacesse di questo poteva dire, sì come colui che di ciò non

aveva né scritta né testimonio, e vergognandosi di ramarricarsene con alcuno, sì perché n'era stato fatto avveduto

dinanzi, e sì per le beffe le quali meritamente della sua bestialità n'aspettava, dolente oltre modo, seco medesimo

la sua sciocchezza piagnea. E avendo da'suoi maestri più lettere avute che egli quegli denari cambiasse e

mandassegli loro; acciò che, non faccendolo egli, quivi non fosse il suo difetto scoperto, diliberò di partirsi; e in su

un legnetto montato, non a Pisa, come dovea, ma a Napoli se ne venne. Era quivi in quei tempi nostro compar Pietro dello Canigiano, tresorier di madama la 'mperatrice di Costantinopoli,

uomo di grande intelletto e di sottile ingegno, grandissimo amico e di Salabaetto e de'suoi; col quale, sì come con

discretissimo uomo, dopo alcuno giorno Salabaetto dolendosi, raccontò ciò che fatto aveva e il suo misero

accidente, e domandogli aiuto e consiglio in fare che esso quivi potesse sostentar la sua vita, affermando che mai

a Firenze non intendeva di ritornare. Canigiano, dolente di queste cose, disse: - Male hai fatto; mal ti se'portato; male hai i tuoi maestri ubbiditi; troppi denari ad un tratto hai spesi in

dolcitudine; ma che? fatto è, vuolsi vedere altro . E, sì come avveduto uomo, prestamente ebbe pensato quello

che era da fare, e a Salabaetto il disse; al quale piacendo il fatto, si mise in avventura di volerlo seguire. E avendo

alcun denaio, e il Canigiano avendonegli alquanti prestati, fece molte balle ben legate e ben magliate, e

comperate da venti botti da olio ed empiutele, e caricato ogni cosa, se ne tornò in Palermo; e il legaggio delle

balle dato a` doganieri e similmente il costo delle botti, e fatto ogni cosa scrivere a sua ragione, quelle mise

ne'magazzini, dicendo che, infino che altra mercatantia la quale egli aspettava non veniva, quelle non voleva

toccare. Jancofiore, avendo sentito questo e udendo che ben duemilia fiorin d'oro valeva o più quello che al presente aveva

recato, senza quello che egli aspettava, che valeva più di tre milia, parendole aver tirato a pochi, pensò di

restituirgli i cinquecento, per potere avere la maggior parte de'cinque milia, e mandò per lui. Salabaetto divenuto malizioso v'andò. Al quale ella faccendo vista di niente sapere di ciò che recato s'avesse, fece

maravigliosa festa e disse: - Ecco, se tu fossi crucciato meco perché io non ti rende'così al termine i tuoi denari... Salabaetto cominciò a ridere e disse: - Madonna, nel vero egli mi dispiacque bene un poco sì come a colui che mi trarrei il cuor per darlovi, se io

credessi piacervene; ma io voglio che voi udiate come io son crucciato con voi. Egli è tanto e tale l'amor che io vi

porto, che io ho fatto vendere la maggior parte delle mie possessioni, e ho al presente recata qui tanta

mercatantia che vale oltre a duomilia fiorini, e aspettone di ponente tanta che varrà oltre a tremilia, e intendo di

fare in questa terra un fondaco e di starmi qui, per esservi sempre presso, parendomi meglio stare del vostro

amore che io creda che stia alcuno innamorato dei suo. A cui la donna disse: - Vedi, Salabaetto, ogni tuo acconcio mi piace forte, sì come di quello di colui il quale io amo più che la vita mia, e

piacemi forte che tu con intendimento di starci tornato ci sii, però che spero d'avere ancora assai di buon tempo

con teco; ma io mi ti voglio un poco scusare ch'e, di quei tempi che tu te n'andasti, alcune volte ci volesti venire e

non potesti, e alcune ci venisti e non fosti così lietamente veduto come solevi; e oltre a questo, di ciò che io al

termine promesso non ti rende'i tuoi denari. Tu dei sapere che io era allora in grandissimo dolore e in grandissima afflizione, e chi è in così fatta disposizione,

quantunque egli ami molto altrui, non gli può far così buon viso né attendere tuttavia a lui come colui vorrebbe; e

appresso dei sapere ch'egli è molto malagevole ad una donna il poter trovar mille fiorin d'oro, e sonci tutto il dì

dette delle bugie e non c'è attenuto quello che ci è promesso, e per questo conviene che noi altressì mentiamo

altrui; e di quinci venne, e non da altro difetto, che io i tuoi denari non ti rendei; ma io gli ebbi poco appresso la

tua partita, e se io avessi saputo dove mandargliti, abbi per certo che io te gli avrei mandati; ma perché saputo

non l'ho, gli t'ho guardati. E fattasi venire una borsa dove erano quegli medesimi che esso portati l'avea, gliele pose in mano e disse: - Annovera se son cinquecento. Salabaetto non fu mai sì lieto, e annoveratigli e trovatigli cinquecento e ripostigli,

disse: - Madonna, io conosco che voi dite vero, ma voi n'avete fatto assai; e dicovi che per questo e per lo amore che io

vi porto, voi non ne vorreste da me per niun vostro bisogno quella quantità che io potessi fare, che io non ve ne

servissi; e come io ci sarò acconcio, voi ne potrete essere alla pruova. E in questa guisa reintegrato con lei l'amore in parole, rincominciò Salabaetto vezzatamente ad usar con lei, ed

ella a fargli i maggiori piaceri e i maggiori onori del mondo, e a mostrargli il maggiore amore. Ma Salabaetto,

volendo col suo inganno punire lo 'nganno di lei, avendogli ella il dì mandato che egli a cena e ad albergo con lei

andasse, v'andò tanto malinconoso e tanto tristo, che egli pareva che volesse morire. Jancofiore, abbracciandolo e baciandolo, lo 'ncominciò a domandare perché egli questa malinconia avea. Egli, poi che una buona pezza s'ebbe fatto pregare, disse: - Io son diserto per ciò che il legno, sopra il quale e la mercatantia che io aspettava, è stato preso da'corsari di

Monaco e riscattasi diecimilia fiorin d'oro, de'quali ne tocca a pagare a me mille, e io non ho un denaio, per ciò che

li cinquecento che mi rendesti incontanente mandai a Napoli ad investire in tele per far venir qui; e se io vorrò al

presente vendere la mercatantia la quale ho qui, per ciò che non è tempo, appena che io abbia delle due derrate

un denaio, e io non ci sono sì ancora conosciuto che io ci trovassi chi di questo mi sovvenisse, e per ciò io non so

che mi fare né che mi dire; e se io non mando tosto i denari, la mercatantia ne fia portata a Monaco; e non ne

riavrò mai nulla. La donna, forte crucciosa di questo, sì come colei alla quale tutto il pareva perdere, avvisando che modo ella

dovesse tenere acciò che a Monaco non andasse, disse: - Dio il sa che ben me ne incresce per tuo amore; ma che giova il tribolarsene tanto? Se io avessi questi denari,

sallo Iddio che io gli ti presterrei incontanente; ma io non gli ho. E il vero che egli ci è alcuna persona, il quale

l'altrieri mi servì de'cinquecento che mi mancavano, ma grossa usura ne vuole; ché egli non ne vuol meno che a

ragion di trenta per centinaio; se da questa cotal persona tu gli volessi, converrebbesi far sicuro di buon pegno, e

io per me sono acconcia d'impegnar per te tutte queste robe e la persona per tanto quanto egli ci vorrà su

prestare, per poterti servire, ma del rimanente come il sicurerai tu? Conobbe Salabaetto la cagione che moveva costei a fargli questo servigio, e accorsesi che di lei dovevan essere i

denari prestati; il che piacendogli, prima la ringraziò, e appresso disse che già per pregio ingordo non lascerebbe,

strignendolo il bisogno; e poi disse che egli il sicurerebbe della mercatantia la quale aveva in dogana, faccendola

scrivere in colui che i denar gli prestasse; ma che egli voleva guardar la chiave de'magazzini, sì per poter mostrar

la sua mercatantia, se richiesta gli fosse, e sì acciò che niuna cosa gli potesse esser tocca o tramutata o

scambiata. La donna disse che questo era ben detto, ed era assai buona sicurtà. E per ciò, come il dì fu venuto, ella mandò

per un sensale di cui ella si canfidava molto, e ragionato con lui questo fatto, gli diè mille fiorin d'oro li quali il

sensale prestò a Salabaetto, e fece in suo nome scrivere alla dogana ciò che Salabaetto dentro v'avea; e fattesi

loro scritte e contrascritte insieme, e in concordia rimasi, attesero a'loro altri fatti. Salabaetto, come più tosto potè, montato in su un legnetto con mille cinquecento fiorin d'oro, a Pietro dello

Canigiano se ne tornò a Napoli, e di quindi buona e intera ragione rimandò a Firenze a'suoi maestri che co'panni

l'avevan mandato; e pagato Pietro e ogni altro a cui alcuna cosa doveva, più di col Canigiano si diè buon tempo

dello inganno fatto alla ciciliana. Poi di quindi, non volendo più mercatante essere, se ne venne a Ferrara. Jancofiore, non trovandosi Salabaetto in Palermo, s'incominciò a maravigliare e divenne sospettosa; e poi che ben

due mesi aspettato l'ebbe, veggendo che non veniva, fece che 'l sensale fece schiavare i magazzini. E

primieramente tastate le botti, che si credeva che piene d'olio fossero, trovò quelle esser piene d'acqua marina,

avendo in ciascuna forse un barile d'olio di sopra vicino al cocchiume. Poi, sciogliendo le balle, tutte, fuor che due

che panni erano, piene le trovò di capecchio; e in brieve, tra ciò che v'era, non valeva oltre a dugento fiorini. Di che Jancofiore tenendosi scornata, lungamente pianse i cinquecento renduti e troppo più i mille prestati, spesse

volte dicendo: - Chi ha a far con tosco, non vuole esser losco - . E così, rimasasi col danno e colle beffe, trovò che

tanto seppe altri quanto altri.


Giornata ottava - Conclusione

Come Dioneo ebbe la sua novella finita, così Lauretta, conoscendo il termine esser venuto oltre al quale più regnar

non dovea, commendato il consiglio di Pietro Canigiano che apparve dal suo effetto buono, e la sagacità di

Salabaetto che non fu minore a mandarlo ad esecuzione, levatasi la laurea di capo, in testa ad Emilia la pose,

donnescamente dicendo: - Madonna, io non so come piacevole reina noi avrem di voi, ma bella la pure avrem noi; fate adunque che alle

vostre bellezze l'opere sien rispondenti- ; e tornossi a sedere. Emilia, non tanto dell'esser reina fatta, quanto dell'udirsi così in pubblico commendare di ciò che le donne

sogliono essere più vaghe, un pochetto si vergognò, e tal nel viso divenne qual in su l'aurora son le novelle rose.

Ma pur, poi che avendo alquanto gli occhi tenuti bassi ebbe il rossore dato luogo, avendo col suo siniscalco de'fatti

pertinenti alla brigata ordinato, così cominciò a parlare: - Dilettose donne, assai manifestamente veggiamo che, poi che i buoi per alcuna parte del giorno hanno faticato

sotto il giogo ristretti, quegli esser dal giogo alleviati e disciolti, e liberamente, dove lor più piace, per li boschi

lasciati sono andare alla pastura; e veggiamo ancora non esser men belli, ma molto più, i giardini di varie piante

fronzuti, che i boschi ne'quali solamente querce veggiamo; per le quali cose io estimo, avendo riguardo quanti

giorni sotto certa legge ristretti ragionato abbiamo, che, sì come a bisognosi, di vagare alquanto, e vagando

riprender forze a rientrar sotto il giogo, non sola mente sia utile ma opportuno. E per ciò quello che domane, seguendo il vostro dilettevole ragionare, sia da dire, non intendo di ristrigneni sotto

alcuna spezialità, ma voglio che ciascun secondo che gli piace ragioni, fermamente tenendo che la varietà delle

cose che si diranno non meno graziosa ne fia che l'avrete pur d'una parlato; e così avendo fatto, chi appresso di

me nel reame verrà, sì come più forti, con maggior sicurtà ne potrà nelle usate leggi ristrignere. E detto questo, infino all'ora della cena libertà concedette a ciascuno. Commendò ciascun la reina delle cose dette, sì come savia; e in piè drizzatisi, chi ad un diletto e chi ad un altro si

diede: le donne a far ghirlande e a trastullarsi, i giovani a giucare e a cantare, e così infino all'ora della cena

passarono; la quale venuta, intorno alla bella fontana con festa e con piacer cenarono; e dopo la cena al modo

usato cantando e ballando un gran pezzo si trastullarono. Alla fine la reina, per seguire de'suoi predecessori lo stilo, non ostanti quelle che volontariamente da più di loro

erano state dette, comandò a Panfilo che una ne dovesse cantare. Il quale così liberamente cominciò:

Tanto è, Amore, il bene ch'io per te sento e l'allegrezza e 'l gioco ch'io son felice ardendo nel tuo foco.

L'abbondante allegrezza ch'è nel core dell'alta gioia e cara, nella qual m'ha'recato, non potendo capervi, esce di fore, e nella faccia chiara mostra'l mio lieto stato; ché essendo innamorato in così alto e ragguardevol loco, lieve mi fa lo star dov'io mi coco.

Io non so col mio canto dimostrare, né disegnar col dito, Amore, il ben ch'io sento; e s'io sapessi, me'l convien celare; ché s'el fosse sentito, torneria in tormento; ma io son sì contento ch'ogni parlar sarebbe corto e fioco, pria n'avessi mostrato pure un poco.

Chi potrebbe estimar che le mie braccia aggiugnesser giammai là dov'io l'ho tenute, e ch'io dovessi giunger la mia faccia là dov'io l'accostai per grazia e per salute? Non mi sarien credute le mie fortune; ond'io tutto m'infoco, quel nascondendo ond'io m'allegro e gioco.

La canzone di Panfilo aveva fine, alla quale quantunque per tutti fosse compiutamente risposto, niun ve n'ebbe

che, con più attenta sollecitudine che a lui non apparteneva, non notasse le parole di quella, ingegnandosi di

quello volersi indovinare che egli di convenirgli tener nascoso cantava. E quantunque vari varie cose andassero

imaginando, niun per ciò alla verità del fatto pervenne. Ma la reina, poi che vide la canzone di Panfilo finita, e le

giovani donne e gli uomini volentier riposarsi, comandò che ciascuno se n'andasse a dormire.

Finisce l'ottava giornata del Decameron


Incomincia la nona giornata nella quale sotto il reggimento d'Emilia, si ragiona ciascuno secondo che gli piace e di

quello che più gli aggrada


Giornata nona - Introduzione

La luce, il cui splendore la notte fugge, aveva già l'ottavo cielo d'azzurrino in color cilestro mutato tutto, e

cominciavansi i fioretti per li prati a levar suso, quando Emilia, levatasi, fece le sue compagne e i giovani

parimente chiamare. Li quali venuti, e appresso alli lenti passi della reina avviatisi, infino ad un boschetto, non

guari al palagio lontano, se n'andarono; e per quello entrati, videro gli animali, sì come cavriuoli, cervi e altri,

quasi sicuri da'cacciatori per la sopra stante pistolenzia, non altramente aspettargli che se senza te ma o

dimestichi fossero divenuti. E ora a questo e ora a quell'altro appressandosi, quasi giugnere gli dovessero,

faccendogli correre e saltare, per alcuno spazio sollazzo presero. Ma già inalzando il sole, parve a tutti di ritornare. Essi eran tutti di frondi di quercia inghirlandati, con le mani piene o d'erbe odorifere o di fiori; e chi scontrati gli

avesse, niun'altra cosa avrebbe potuto dire se non: - O costor non saranno dalla morte vinti, o ella gli ucciderà

lieti -. Così adunque, piede innanzi piede venendosene, cantando e cianciando e motteggiando, pervennero al palagio, do

ve ogni cosa ordinatamente disposta e li lor famigliari lieti e festeggianti trovarono. Quivi riposatisi alquanto, non

prima a tavola andarono che sei canzonette, più lieta l'una che l'altra, da'giovani e dalle donne cantate furono;

appresso alle quali, data l'acqua alle mani, tutti secondo il piacer . della reina gli mise il siniscalco a tavola, dove

le vivande . venute, allegri tutti mangiarono; e da quello levati, al carolare e al sonare si dierono per alquanto

spazio, e poi, co mandandolo la reina, chi volle s'andò a riposare. Ma già l'ora usitata venuta, ciascuno nel luogo

usato s'adunò a ragionare; dove la reina, a Filomena guardando, disse che principio desse alle novelle del

presente giorno, la qual sorridendo cominciò in questa guisa.


Giornata nona - Novella prima

Madonna Francesca, amata da uno Rinuccio e da uno Alessandro, e niuno amandone, col fare entrare l'un per

morto in una sepoltura, e l'altro quello trarne per morto, non potendo essi venire al fine imposto, cautamente se

gli leva da dosso

Madonna, assai m'aggrada, poi che vi piace, che per questo campo aperto e libero, nel quale la vostra

magnificenzia n'ha messi, del novellare, d'esser colei che corra il primo aringo, il quale se ben farò, non dubito che

quegli che appresso verranno non facciano bene e meglio. Molte volte s'è, o vezzose donne, ne'nostri ragionamenti mostrato quante e quali sieno le forze d'amore; né però

credo che pienamente se ne sia detto, né sarebbe ancora, se di qui ad uno anno d'altro che di ciò non parlassimo;

e per ciò che esso non solamente a vari dubbi di dover morire gli amanti conduce, ma quegli ancora ad entrare

nelle case de'morti per morti tira, m'aggrada di ciò raccontarvi, oltre a quelle che dette sono, una novella, nella

quale non solamente la potenzia d'amore comprenderete, ma il senno da una valorosa donna usato a torsi da

dosso due che contro al suo piacere l'amavan, cognoscerete. Dico adunque che nella città di Pistoia fu già una bellissima donna vedova, la quale due nostri fiorentini, che per

aver bando di Firenze a Pistoia dimoravano, chiamati l'uno Rinuccio Palermini e l'altro Alessandro Chiarmontesi,

senza sapere l'un dell'altro, per caso di costei presi, sommamente amavano, operando cautamente ciascuno ciò

che per lui si poteva, a dover l'amor di costei acquistare. Ed essendo questa gentil donna, il cui nome fu madonna Francesca de'Lazzari, assai sovente stimolata da

ambasciate e da prieghi di ciascun di costoro, e avendo ella ad esse men saviamente più volte gli orecchi porti, e

volendosi saviamente ritrarre e non potendo, le venne, acciò che la lor seccaggine si levasse da dosso, un

pensiero; e quel fu di volergli richiedere d'un servigio il quale ella pensò niuno dovergliele fare, quantunque egli

fosse possibile, acciò che, non faccendolo essi, ella avesse onesta o colorata ragione di più non volere le loro

ambasciate udire; e 'pensiero fu questo. Era, il giorno che questo pensier le venne, morto in Pistoia uno, il quale, quantunque stati fossero i suoi passati

gentili uomini, era reputato il piggiore uomo che, non che in Pistoia, ma in tutto il mondo fosse; e oltre a questo

vivendo era sì contraffatto e di sì divisato viso, che chi conosciuto non l'avesse, vedendol da prima, n'avrebbe

avuto paura; ed era stato sotterrato in uno avello fuori della chiesa dei frati minori; il quale ella avvisò dovere in

parte essere grande acconcio del suo proponimento. Per la qual cosa ella disse ad una sua fante: - Tu sai la noia e l'angoscia la quale io tutto il dì ricevo dall'ambasciate di questi due fiorentini, da Rinuccio e da

Alessandro; ora io non son disposta a dover loro del mio amore compiacere; e per torglimi da dosso, m'ho posto in

cuore, per le grandi profferte che fanno, di volergli in cosa provare, la quale io son certa che non faranno, e così

questa seccaggine torrò via: e odi come. Tu sai che stamane fu sotterrato al luogo de'frati minori lo Scannadio (così era chiamato quel reo uomo di cui dl

sopra dicemmo), del quale, non che morto, ma vivo, i più sicuri uomini di questa terra, vedendolo, avevan paura;

e però tu te n'andrai segretamente prima ad Alessandro, e sì gli dirai: - Madonna Francesca ti manda dicendo che

ora è venuto il tempo che tu puoi avere il suo amore, il qual tu hai cotanto disiderato, ed esser con lei, dove tu

vogli, in questa forma. A lei dee, per alcuna cagione che tu poi saprai, questa notte essere da un suo parente

recato a casa il corpo di Scannadio che stamane fu sepellito, ed ella, sì come quel la che ha di lui, così morto come

egli è, paura, nol vi vorrebbe; per che ella ti priega in luogo di gran servigio, che ti debbia piacere d'andare

stasera in su il primo sonno ed entrare in quella sepoltura dove Scannadio è sepellito, e metterti i suoi panni in

dosso, e stare come se tu desso fossi, infino a tanto che per te sia venuto, e senza alcuna cosa dire o motto fare,

di quella trarre ti lasci e recare a casa sua, dove ella ti riceverà, e con lei poi ti starai, e a tua posta ti potrai

partire, lasciando del rimanente il pensiero a lei - . E, se egli dice di volerlo fare, bene sta; dove dicesse di non

volerlo fare sì gli di'da mia parte che più dove io sia non apparisca, e come egli ha cara la vita, si guardi che più

né messo né ambasciata mi mandi. E appresso questo te n'andrai a Rinuccio Palermini, e sì gli dirai: - Madonna Francesca dice che è presta di volere

ogni tuo piacer fare, dove tu a lei facci un gran servigio, cioè che tu stanotte in su la mezza notte te ne vadi allo

avello dove fu stamane sotterrato Scannadio, e lui, senza dire alcuna parola di cosa che tu oda o senta, tragghi di

quello soavemente e rechigliele a casa. Quivi perché ella il voglia vedrai, e di lei avrai il piacer tuo; e dove questo

non ti piaccia di fare ella infino ad ora t'impone che tu mai più non le mandi né messo né ambasciata - . La fante n'andò ad amenduni, e ordinatamente a ciascuno, secondo che imposto le fu, disse. Alla quale risposto fu

da ognuno, che non che in una sepoltura, ma in inferno andrebber, quando le piacesse. La fante fe'la risposta alla

donna, la quale aspettò di vedere se sì fosser pazzi che essi il facessero. Venuta adunque la notte, essendo già primo sonno, Alessandro Chiarmontesi spogliatosi in farsetto, uscì di casa

sua per andare a stare in luogo di Scannadio nello avello, e andando gli venne un pensier molto pauroso

nell'animo, e cominciò a dir seco: - Deh, che bestia sono io? Dove vo io? che so io se i parenti di costei, forse

avvedutisi che io l'amo, credendo essi quel che non è, le fanno far questo per uccidermi in quello avello? Il che se

avvenisse, io m'avrei il danno, né mai cosa del mondo se ne saprebbe che lor nocesse. che so io se forse alcun mio

nimico que sto m'ha procacciato, il quale ella forse amando, di questo il vuol servire? - E poi dicea: - Ma pognam che niuna di queste cose sia, e che pure i suoi parenti a casa di lei portar mi debbano io

debbo credere che essi il corpo di Scannadio non vogliono per doverlosi tenere in braccio, o metterlo in braccio a

lei; anzi si dee credere che essi ne voglian far qualche strazio, sì come di colui che forse già d'alcuna cosa gli

diservì. Costei dice che di cosa che io senta io non faccia motto. se essi mi cacciasser gli occhi o mi traessero i

denti o mozzasermi le mani o facessermi alcuno altro così fatto giuoco, a che sare'io? Come potre'io star cheto? E

se io favello, e'mi conosceranno e per avventura mi faranno male; ma come che essi non me ne facciano, io non

avrò fatto nulla, ché essi non mi lasceranno con la donna; e la donna dirà poi che io abbia rotto il suo

comandamento e non farà mai cosa che mi piaccia -. E così dicendo, fu tutto che tornato a casa; ma pure il grande amore il sospinse innanzi con argomenti contrari a

questi e di tanta forza, che allo avello il condussero. Il quale egli aperse, ed entratovi dentro e spogliato Scannadio

e sé rivestito e l'avello sopra sé richiuso e nel luogo di Scannadio postosi, gl'incominciò a tornare a mente chi

costui era stato, e le cose che già aveva udite dire che di notte erano intervenute, non che nelle sepolture

de'morti, ma ancora altrove; e tutti i peli gli s'incominciarono ad arricciare ad dosso, e parevagli tratto tratto che

Scannadio si dovesse levar ritto e quivi scannar lui. Ma da fervente amore aiutato, questi e gli altri paurosi pensier

vincendo, stando come se egli il morto fosse, cominciò ad aspettare che di lui dovesse intervenire. Rinuccio, appressandosi la mezza notte, uscì di casa sua per far quello che dalla sua donna gli era stato mandato a

dire; e andando, in molti e vari pensieri entrò delle cose possibili ad intervenirgli; sì come di poter col corpo sopra

le spalle di Scannadio venire alle mani della signoria ed esser come malioso condennato al fuoco; o di dovere, se

egli si risapesse, venire in odio de'suoi parenti; e d'altri simili, da'quali tutto che rattenuto fu. Ma poi, rivolto, disse: - Deh! dirò io di no della prima cosa che questa gentil donna, la quale io ho cotanto amata e

amo, m'ha richiesto, e spezialmente dovendone la sua grazia acquistare? Non, ne dovess'io di certo morire, che io

non me ne metta a fare ciò che promesso l'ho -; e andato avanti giunse alla sepoltura e quella leggermente

aperse. Alessandro, sentendola aprire, ancora che gran paura avesse, stette pur cheto. Rinuccio, entrato dentro,

credendosi il corpo di Scannadio prendere, prese Alessandro pe'piedi e lui fuor ne tirò, e in su le spalle levatoselo,

verso la casa della gentil donna cominciò ad andare; e così andando e non riguardandolo altramenti, spesse volte

il percoteva ora in un canto e ora in un altro d'alcune panche che allato alla via erano; e la notte era sì buia e sì

oscura che egli non poteva discernere ove s'andava. Ed essendo già Rinuccio a piè dell'uscio della gentil donna, la quale alle finestre con la sua fante stava per sentire

se Rinuccio Alessandro recasse, già da sé armata in modo da mandargli amenduni via, avvenne che la famiglia

della signoria, in quella contrada ripostasi e chetamente standosi aspettando di dover pigliare uno sbandito,

sentendo lo scalpiccio che Rinuccio coi piè faceva, subitamente tratto fuori un lume per veder che si fare e dove

andarsi, e mossi i pavesi e le lance, gridò: - Chi è là? La quale Rinuccio conoscendo, non avendo tempo da troppa lunga diliberazione, lasciatosi cadere Alessandro,

quanto le gambe nel poteron portare andò via. Alessandro, levatosi prestamente, con tutto che i panni del morto

avesse in dosso, li quali erano molto lunghi, pure andò via altressì. La donna, per lo lume tratto fuori dalla famiglia, ottimamente veduto aveva Rinuccio con Alessandro dietro alle

spalle, e similmente aveva scorto Alessandro esser vestito dei panni di Scannadio, e maravigliossi molto del

grande ardire di ciascuno; ma con tutta la maraviglia rise assai del veder gittar giuso Alessandro, e del vedergli

poscia fuggire. Ed essendo di tale accidente molto lieta e lodando Iddio che dallo 'mpaccio di costoro tolta l'avea,

se ne tornò dentro e andossene in camera, affermando con la fante senza alcun dubbio ciascun di costoro amarla

molto, poscia quello avevan fatto, sì come appariva, che ella loro aveva imposto. Rinuccio, dolente e bestemmiando la sua sventura, non se ne tornò a casa per tutto questo, ma, partita di quella

contrada la famiglia, colà tornò dove Alessandro aveva gittato, e cominciò brancolone a cercare se egli il

ritrovasse, per fornire il suo servigio, ma non trovandolo, e avvisando la famiglia quindi averlo tolto, dolente a casa

se ne tornò. Alessandro, non sappiendo altro che farsi, sena aver conosciuto chi portato se l'avesse, dolente di tale sciagura,

similmente a casa sua se n'andò. La mattina, trovata aperta la sepoltura di Scannadio né dentro vedendovisi, perciò che nel fondo l'aveva

Alessandro voltato, tutta Pistoia ne fu in vari ragionamenti, estimando gli sciocchi lui da'diavoli essere stato

portato via. Nondimeno ciascun de'due amanti, significato alla donna ciò che fatto avea e quello che era intervenuto, e con

questo scusandosi se fornito non avean pienamente il suo comandamento, la sua grazia e il suo amore

addimandava. La qual mostrando a niun ciò voler credere, con recisa risposta di mai per lor niente voler fare, poi

che essi ciò che essa ad dimandato avea non avean fatto, se gli tolse da dosso


Giornata nona - Novella seconda

Levasi una badessa in fretta e al buio per trovare una sua monaca, a lei accusata, col suo amante nel letto; ed

essendo con lei un prete, credendosi il saltero de'veli aver posto in capo, le brache del prete vi si pose; le quali

vedendo l'accusata e fattalane accorgere, fu diliberata, ed ebbe agio di starsi col suo amante.

Già si tacea Filomena, e il senno della donna a torsi da dosso coloro li quali amar non volea da tutti era stato

commendato, e così in contrario non amor ma pazzia era stata tenuta da tutti l'ardita presunzione degli amanti,

quando la reina ad Elissa vezzosamente disse: - Elissa, segui. La quale prestamente incominciò. Carissime donne, saviamente si seppe madonna Francesca, come detto è, liberar dalla noia sua; ma una giovane

monaca, aiutandola la fortuna, sé da un soprastante pericolo, leggiadramente parlando, diliberò. E, come voi

sapete, assai sono li quali, essendo stoltissimi, maestri degli altri si fanno e gastigatori, li quali, sì come voi

potrete com prendere per la mia novella, la fortuna alcuna volta e meritamente vitupera; e ciò addivenne alla

badessa, sotto la cui obbedienza era la monaca della quale debbo dire. Sapere adunque dovete in Lombardia essere un famosissimo monistero di santità e di religione, nel quale, tra

l'altre donne monache che v'erano, v'era una giovane di sangue nobile e di maravigliosa bellezza dotata, la quale,

Isabetta chiamata, essendo un dì ad un suo parente alla grata venuta, d'un bel giovane che con lui era

s'innamorò. Ed esso, lei veggendo bellissima, già il suo disidero avendo con gli occhi concetto, similmente di lei

s'accese; e non senza gran pena di ciascuno questo amore un gran tempo senza frutto sostennero. Ultimamente, essendone ciascun sollicito, venne al giovane veduta una via da potere alla sua monaca

occultissimamente andare; di che ella contentandosi, non una volta ma molte, con gran piacer di ciascuno, la

visitò. Ma continuandosi questo, avvenne una notte che egli da una delle donne di là entro fu veduto, senza

avvedersene egli o ella, dall'Isabetta partirsi e andarsene. Il che costei con alquante altre comunicò. E prima

ebber consiglio d'accusarla alla badessa, la quale madonna Usimbalda ebbe nome, buona e santa donna secondo

la oppinione delle donne monache e di chiunque la conoscea; poi pensarono, acciò che la negazione non avesse

luogo, di volerla far cogliere col giovane alla badessa. E così taciutesi, tra sé le vigilie e le guardie segretamente

partirono per incoglier costei. Or, non guardandosi l'Isabetta da questo, né alcuna cosa sappiendone, avvenne che ella una notte vel fece venire;

il che tantosto sepper quelle che a ciò badavano. Le quali, quando a loro parve tempo, essendo già buona pezza di

notte, in due si divisero, e una parte se ne mise a guardia del l'uscio della cella dell'Isabetta, e un'altra n'andò

correndo alla camera della badessa; e picchiando l'uscio, a lei che già rispondeva, dissero: - Su, madonna, levatevi tosto, ché noi abbiam trovato che l'Isabetta ha un giovane nella cella. Era quella notte la badessa accompagnata d'un prete, il quale ella spesse volte in una cassa si faceva venire. La

quale, udendo questo, temendo non forse le monache per troppa fretta o troppo volonterose, tanto l'uscio

sospignessero che egli s'aprisse, spacciatamente si levò suso, e come il meglio seppe si vestì al buio, e credendosi

tor certi veli piegati, li quali in capo portano e chiamanli il saltero, le venner tolte le brache del prete; e tanta fu la

fretta, che, senza avvedersene, in luogo del saltero le si gittò in capo e uscì fuori, e prestamente l'uscio si riserrò

dietro, dicendo: - Dove è questa maladetta da Dio? - e con l'altre, che sì focose e sì attente erano a dover far trovare in fallo

l'Isabetta, che di cosa che la badessa in capo avesse non s'avvedieno, giunse all'uscio della cella, e quello,

dall'altre aiutata, pinse in terra; ed entrate dentro, nel letto trovarono i due amanti abbracciati, li quali, da cosi

subito soprapprendimento storditi, non sappiendo che farsi, stettero fermi. La giovane fu incontanente dall'altre monache presa, e per comandamento della badessa menata in capitolo. Il

giovane s'era rimaso; e vestitosi, aspettava di veder che fine la cosa avesse, con intenzione di fare un mal giuoco

a quante giugner ne potesse, se alla sua giovane novità niuna fosse fatta, e di lei menarne con seco. La badessa, postasi a sedere in capitolo, in presenzia di tutte le monache, le quali solamente alla colpevole

riguardavano, incominciò a dirle la maggior villania che mai a femina fosse detta, sì come a colei la quale la

santità, l'onestà e la buona fama del monistero con le sue sconce e vituperevoli opere, se di fuor si sapesse,

contaminate avea; e dietro alla villania aggiugneva gravissime minacce. La giovane, vergognosa e timida, sì come colpevole, non sapeva che si rispondere, ma tacendo, di sé metteva

compassion nell'altre; e, multiplicando pur la badessa in novelle, venne alla giovane alzato il viso e veduto ciò che

la badessa aveva in capo, e gli usolieri che di qua e di là pendevano. Di che ella, avvisando ciò che era, tutta rassicurata disse: - Madonna, se Iddio v'aiuti, annodatevi la cuffia, e poscia mi dite ciò che voi volete. La badessa, che non la intendeva, disse: - Che cuffia, rea femina? Ora hai tu viso di motteggiare? Parti egli aver fatta cosa che i motti ci abbian luogo? Allora la giovane un'altra volta disse: - Madonna, io vi priego che voi v'annodiate la cuffia, poi dite a me ciò che vi piace. Laonde molte delle monache

levarono il viso al capo della badessa, ed ella similmente ponendovisi le mani, s'accorsero perché l'Isabetta così

diceva. Di che la badessa, avvedutasi del suo medesimo fallo e vedendo che da tutte veduto era né aveva

ricoperta, mutò sermone, e in tutta altra guisa che fatto non avea cominciò a parlare, e conchiudendo venne

impossibile essere il potersi dagli stimoli della carne difendere; e per ciò chetamente, come infino a quel dì fatto

s'era, disse che ciascuna si desse buon tempo quando potesse. E liberata la giovane, col suo prete si tornò a dormire, e l'Isabetta col suo amante. Il qual poi molte volte, in

dispetto di quelle che di lei avevano invidia, vi fe'venire. L'altre che senza amante erano, come seppero il meglio,

segretamente procacciaron lor ventura.

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