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Giornata ottava - Novella quarta

Il proposto di Fiesole ama una donna vedova; non è amato da lei, e credendosi giacer con lei, giace con una sua

fante, e i fratelli della donna vel fanno trovare al vescovo suo.

Venuta era Elissa alla fine della sua novella, non senza gran piacere di tutta la compagnia avendola raccontata,

quando la reina, ad Emilia voltatasi, le mostrò voler che ella appresso d'Elissa la sua raccontasse, la quale

prestamente così cominciò. Valorose donne, quanto i preti e'frati e ogni cherico sieno sollecitatori delle menti nostre, in più novelle dette mi

ricorda essere mostrato; ma per ciò che dir non se ne potrebbe tanto che ancora più non ne fosse, io, oltre a

quelle, intendo di dirvene una d'un proposto, il quale, malgrado di tutto il mondo, voleva che una gentil donna

vedova gli volesse bene o volesse ella o no; la quale, si come molto savia, il trattò sì come egli era degno. Come ciascuna di voi sa, Fiesole, il cui poggio noi possiamo di quinci vedere, fu già antichissima città e grande,

come che oggi tutta disfatta sia, né per ciò è mai cessato che vescovo avuto non abbia, e ha ancora. Quivi vicino

alla maggior chiesa ebbe già una gentil donna vedova, chiamata monna Piccarda, un suo podere con una casa non

troppo grande; e per ciò che la più agiata donna del mondo non era, quivi la maggior parte dell'anno dimorava e

con lei due suoi fratelli, giovani assai dabbene e cortesi. Ora avvenne che, usando questa donna alla chiesa maggiore ed essendo ancora assai giovane e bella e piacevole,

di lei s'innamorò sì forte il proposto della chiesa, che più qua né più là non vedea. E dopo alcun tempo fu di tanto

ardire, che egli medesimo disse a questa donna il piacer suo, e pregolla che ella dovesse esser contenta del suo

amore e d'amar lui come egli lei amava. Era questo proposto d'anni già vecchio, ma di senno giovanissimo, baldanzoso e altiero, e di sè ogni gran cosa

presummeva, con suoi modi e costumi pieni di scede e di spiacevolezze, e tanto sazievole e rincrescevole che

niuna persona era che ben gli volesse; e se alcuno ne gli voleva poco, questa donna era colei, ché non solamente

non ne gli voleva punto, ma ella l'aveva più in odio che il mal del capo. Per che ella, sì come savia, gli rispose: - Messere, che voi m'amiate mi può esser molto caro, e io debbo amar voi e amerovvi volentieri; ma tra 'vostro

amore e 'mio niuna cosa disonesta dee cader mai. Voi siete mio padre spirituale e siete prete, e già v'appressate

molto bene alla vecchiezza, le quali cose vi debbono fare e onesto e casto; e d'altra parte io non son fanciulla, alla

quale questi innamoramenti steano oggimai bene, e son vedova; ché sapete quanta onestà nelle vedove si

richiede; e per ciò abbiatemi per iscusata, che al modo che voi mi richiedete io non v'amerò mai, né così voglio

essere amata da voi. Il proposto, per quella volta non potendo trarre da lei altro, non fece come sbigottito o vinto al primo colpo, ma,

usando la sua trascutata prontezza, la sollicitò molte volte e con lettere e con ambasciate, e ancora egli stesso

quando nella chiesa la vedeva venire. Per che, parendo questo stimolo troppo grave e troppo noioso alla donna, si

pensò di volerlosi levar da dosso per quella maniera la quale egli meritava, poscia che altramenti non poteva; ma

cosa alcuna far non volle, che prima co'fratelli no 'ragionasse. E detto loro ciò che il proposto verso lei operava, e

quello ancora che ella intendeva di fare, e avendo in ciò piena licenza da loro, ivi a pochi giorni andò alla chiesa

come usata era. La quale come il proposto vide, così se ne venne verso lei e, come far soleva, per un modo

parentevole seco entrò in parole. La donna, vedendol venire, e verso lui riguardando, gli fece lieto viso, e da una parte tiratisi, avendole il proposto

molte parole dette al modo usato, la donna dopo un gran sospiro disse - Messere, io ho udito assai volte che egli non è alcun castello sì forte che, essendo ogni dì combattuto, non venga

fatto d'esser preso una volta, il che io veggo molto bene in me essere avvenuto. Tanto, ora con dolci parole e ora

con una piacevolezza e ora con un'altra, mi siete andato d'attorno, che voi m'avete fatto rompere il mio

proponimento, e son disposta, poscia che io così vi piaccio, a volere esser vostra. Il proposto tutto lieto disse: - Madonna, gran mercè; e a dirvi il vero, io mi son forte maravigliato come voi vi siete tanto tenuta, pensando che

mai più di niuna non m'avvenne; anzi ho io alcuna volta detto: - Se le femine fossero d'ariento, elle non

varrebbon denaio, per ciò che niuna se ne terrebbe a martello - . Ma lasciamo andare ora questo: quando e dove

potrem noi essere insieme? A cui la donna rispose: - Signor mio dolce, il quando potrebbe essere qual ora più ci piacesse, perciò che io non ho marito a cui mi

convenga render ragion delle notti, ma io non so pensare il dove. Disse il proposto: - Come no? O in casa vostra? Rispose la donna: - Messer, voi sapete che io ho due fratelli giovani, li quali e di dì e di notte vengono in casa con lor brigate, e la

casa mia non è troppo grande, e per ciò esser non vi si potrebbe, salvo chi non volesse starvi a modo di mutolo,

senza far motto o zitto alcuno e al buio a modo di ciechi; vogliendo far così, si potrebbe, per ciò che essi non

s'impacciano nella camera mia; ma è la loro sì allato alla mia, che paroluzza sì cheta non si può dire che non si

senta. Disse allora il proposto: - Madonna, per questo non rimanga per una notte per due, intanto che io pensi dove noi possiamo essere in altra

parte con più agio. La donna disse: - Messere, questo stea pure a voi; ma d'una cosa vi priego: che questo stea segreto, che mai parola non se ne

sappia. Il proposto disse allora: - Madonna, non dubitate di ciò, e se esser puote, fate che istasera noi siamo insieme. La donna disse: - Piacemi - ; e datogli l'ordine come e quando venir dovesse, si partì e tornossi a casa. Aveva questa donna una sua fante, la qual non era però troppo giovane, ma ella aveva il più brutto viso e il più

contrafatto che si vedesse mai; ché ella aveva il naso schiacciato forte e la bocca torta e le labbra grosse e i denti

mal composti e grandi, e sentiva del guercio, né mai era senza mal d'occhi, con un color verde e giallo, che pareva

che non a Fiesole ma a Sinigaglia avesse fatta la state; e oltre a tutto questo era sciancata e un poco monca dal

lato destro; e il suo nome era Ciuta; e perché così cagnazzo viso avea, da ogn'uomo era chiamata Ciutazza. E

benché ella fosse contrafatta della persona, ella era pure alquanto maliziosetta. La quale la donna chiamò a sè e dissele: - Ciutazza, se tu mi vuoi fare un servigio stanotte, io ti donerò una bella camicia nuova. La Ciutazza, udendo ricordar la camicia, disse: - Madonna, se voi mi date una camicia, io mi gitterò nel fuoco, non che altro. - Or ben, - disse la donna - io voglio che tu giaccia stanotte con uno uomo entro il letto mio, e che tu gli faccia

carezze, e guarditi ben di non far motto, sì che tu non fossi sentita da'fratei miei, ché sai che ti dormono allato; e

poscia io ti darò la camicia. La Ciutazza disse: - Sì dormirò io con sei, non che con uno, se bisognerà. Venuta adunque la sera, messer lo proposto venne, come ordinato gli era stato, e i due giovani, come la donna

composto avea, erano nella camera loro e facevansi ben sentire; per che il proposto, tacitamente e al buio nella

camera della donna entratosene, se n'andò, come ella gli disse, al letto, e dall'altra parte la Ciutazza, ben dalla

donna informata di ciò che a far avesse. Messer lo proposto, credendosi aver la donna sua allato, si recò in braccio la Ciutazza, e cominciolla a baciar senza

dir parola, e la Ciutazza lui; e cominciossi il proposto a sollazzar con lei, la possession pigliando de'beni

lungamente disiderati. Quando la donna ebbe questo fatto, impose a'fratelli che facessero il rimanente di ciò che ordinato era; li quali,

chetamente della camera usciti, n'andarono verso la piazza, e fu lor la fortuna in quello che far volevano più

favorevole che essi medesimi non dimandavano; per ciò che, essendo il caldo grande, aveva domandato il vescovo

di questi due giovani, per andarsi infino a casa lor diportando e ber con loro. Ma come venir gli vide, così detto

loro il suo disidero, con loro si mise in via, e in una lor corticella fresca entrato, dove molti lumi accesi erano, con

gran piacer bevve d'un loro buon vino. E avendo bevuto, dissono i giovani: - Messer, poi che tanta di grazia n'avete fatto, che degnato siete di visitar questa nostra piccola casetta, alla quale

noi venavamo ad invitarvi, noi vogliam che vi piaccia di voler vedere una cosetta che noi vi vogliam mostrare. Il vescovo rispose che volentieri; per che l'un de'giovani, preso un torchietto acceso in mano e messosi innanzi,

seguitandolo il vescovo e tutti gli altri, si dirizzò verso la camera dove messer lo proposto giaceva con la Ciutazza.

Il quale, per giugner tosto, s'era affrettato di cavalcare, ed era, avanti che costor quivi venissero, cavalcato già

delle miglia più di tre; per che istanchetto, avendo, non ostante il caldo, la Ciutazza in braccio, si riposava. Entrato adunque con lume in mano il giovane nella camera, e il vescovo appresso e poi tutti gli altri, gli fu

mostrato il proposto con la Ciutazza in braccio. In questo destatosi messer lo proposto, e veduto il lume e questa

gente dattornosi, vergognandosi forte e temendo, mise il capo sotto i panni. Al quale il vescovo disse una gran

villania, e fecegli trarre il capo fuori e vedere con cui giaciuto era. Il proposto, conosciuto lo 'nganno della donna, sì per quello e sì per lo vituperio che aver gli parea, subito divenne

il più doloroso uomo che fosse mai; e per comandamento del vescovo rivestitosi, a patir gran penitenza del

peccato commesso con buona guardia ne fu mandato alla chiesa. Volle il vescovo appresso sapere come questo

fosse avvenuto, che egli quivi con la Ciutazza fosse a giacere andato. I giovani gli dissero ordinatamente ogni

cosa. Il che il vescovo udito, commendò molto la donna e i giovani altressì, che, senza volersi del sangue de'preti

imbrattar le mani, lui sì come egli era degno avean trattato. Questo peccato gli fece il vescovo piagnere quaranta dì, ma amore e isdegno gliele fecero piagnere più di

quarantanove, senza che, poi ad un gran tempo, egli non poteva mai andar per via che egli non fosse da'fanciulli

mostrato a dito, li quali dicevano: - Vedi colui che giacque con la Ciutazza - ; il che gli era sì gran noia, che egli ne fu quasi in su lo 'mpazzare. E in così fatta guisa la valente donna si tolse da dosso la noia dello impronto proposto; e la Ciutazza guadagnò la

camicia.


Giornata ottava - Novella quinta

Tre giovani traggono le brache ad un giudice marchigiano in Firenze, mentre che egli, essendo al banco, teneva

ragione.

Fatto aveva Emilia fine al suo ragionamento, essendo stata la vedova donna commendata da tutti, quando la

reina, a Filostrato guardando, disse: - A te viene ora il dover dire. Per la qual cosa egli prestamente rispose sè essere apparecchiato, e cominciò. Dilettose donne, il giovane che Elissa poco avanti nominò, cioè Maso del Saggio, mi farà lasciare stare una novella

la quale io di dire intendeva, per dirne una di lui e d'alcuni suoi compagni, la quale ancora che disonesta non sia,

per ciò che vocaboli in essa s'usano che voi d'usar vi vergognate, nondimeno è ella tanto da ridere, che io la pur

dirò. Come voi tutte potete avere udito, nella nostra città vengono molto spesso rettori marchigiani, li quali

generalmente sono uomini di povero cuore e di vita tanto strema e tanto misera, che altro non pare ogni lor fatto

che una pidocchieria; e per questa loro innata miseria e avarizia, menan seco e giudici e notai, che paion uomini

levati più tosto dallo aratro o tratti dalla calzoleria, che delle scuole delle leggi. Ora, essendovene venuto uno per podestà, tra gli altri molti giudici che seco menò, ne menò uno il quale si facea

chiamare messer Niccola da San Lepidio, il qual pareva più tosto un magnano che altro a vedere, e fu posto costui

tra gli altri giudici ad udire le quistion criminali. E come spesso avviene che, bene che i cittadini non abbiano a fare cosa del mondo a Palagio, pur talvolta vi

vanno, avvenne che Maso del Saggio una mattina, cercando d'un suo amico, v'andò; e venutogli guardato là dove

questo messer Niccola sedeva, parendogli che fosse un nuovo uccellone, tutto il venne considerando. E, come che

egli gli vedesse il vaio tutto affumicato in capo e un pennaiuolo a cintola, e più lunga la gonnella che la guarnacca,

e assai altre cose tutte strane da ordinato e costumato uomo, tra queste una, ch'è più notabile che alcuna

dell'altre, al parer suo, ne gli vide, e ciò fu un paio di brache, le quali, sedendo egli e i panni per istrettezza

standogli aperti dinanzi, vide che il fondo loro in fino a mezza gamba gli aggiugnea. Per che, senza star troppo a guardarle, lasciato quello che andava cercando, incominciò a far cerca nuova, e trovò

due suoi compagni, de'quali l'uno aveva nome Ribi e l'altro Matteuzzo, uomini ciascun di loro non meno

sollazzevoli che Maso, e disse loro: - Se vi cal di me, venite meco infino a Palagio, ché io vi voglio mostrare il più nuovo squasimodeo che voi vedeste

mai. E con loro andatosene in Palagio, mostrò loro questo giudice e le brache sue. Costoro dalla lungi cominciarono a

ridere di questo fatto, e fattisi più vicini alle panche sopra le quali messer lo giudice stava, vider che sotto quelle

panche molto leggiermente si poteva andare, e oltre a ciò videro rotta l'asse sopra la quale messer lo giudicio

teneva i piedi, tanto che a grand'agio vi si poteva mettere la mano e '1 braccio. E allora Maso disse a'compagni: - Io voglio che noi gli traiamo quelle brache del tutto, per ciò che si può troppo bene. Aveva già ciascun de'compagni veduto come: per che, fra sè ordinato che dovessero fare e dire, la seguente

mattina vi ritornarono; ed essendo la corte molto piena d'uomini, Matteuzzo, che persona non se ne avvide, entrò

sotto il banco e andossene appunto sotto il luogo dove il giudice teneva i piedi. Maso dall'un de'lati accostatosi a

messer lo giudice, il prese per lo lembo della guarnacca, e Ribi accostatosi dall'altro e fatto il simigliante,

incominciò Maso a dire: - Messer, o messere; io vi priego per Dio, che, innanzi che cotesto ladroncello, che v'è costì dallato, vada altrove,

che voi mi facciate rendere un mio paio d'uose le quali egli m'ha imbolate, e dice pur di no, e io il vidi, non è

ancora un mese, che le faceva risolare. Ribi dall'altra parte gridava forte: - Messere, non gli credete, ché egli è un ghiottoncello, e perché egli sa che io son venuto a richiamarmi di lui

d'una valigia la quale egli m'ha imbolata, ed egli è testè venuto e dice dell'uose, che io m'aveva in casa infin vie

l'altrieri, e se voi non mi credeste, io vi posso dare per testimonia la trecca mia dallato, e la Grassa ventraiuola, e

un che va raccogliendo la spazzatura da Santa Maria a Verzaia, che '1 vide quando egli tornava di villa. Maso d'altra parte non lasciava dire a Ribi, anzi gridava, e Ribi gridava ancora. E mentre che il giudice stava ritto e

loro più vicino per intendergli meglio, Matteuzzo, preso tempo, mise la mano per lo rotto dell'asse, e pigliò il fondo

delle brache del giudice, e tirò giù forte. Le brache ne venner giuso incontanente, per ciò che il giudice era magro

e sgroppato. Il quale, questo fatto sentendo e non sappiendo che ciò si fosse, volendosi tirare i panni dinanzi e

ricoprirsi e porsi a sedere, Maso dall'un lato e Ribi dall'altro pur tenendolo e gridando forte: - Messer, voi fate villania a non farmi ragione, e non volermi udire, e volervene andare altrove; di così piccola

cosa, come questa è, non si dà libello in questa terra - ; e tanto in queste parole il tennero per li panni, che quanti

nella corte n'erano s'accorsero essergli state tratte le brache. Ma Matteuzzo, poi che alquanto tenute l'ebbe,

lasciatele, se n'uscì fuori e andossene senza esser veduto. Ribi, parendogli di aver assai fatto, disse: - Io fo boto a Dio d'aiutarmene al sindacato. E Maso dall'altra parte, lasciatagli la guarnacca disse: - No, io ci pur verrò tante volte, che io vi troverrò così impacciato come voi siete paruto stamane - ; e l'uno in qua

e l'altro in là, come più tosto poterono, si partirono. Messer lo giudice, tirate in su le brache in presenza d'ogni uomo, come se da dormir si levasse accorgendosi pure

allora del fatto, domandò dove fossero andati quegli che dell'uose e della valigia avevan quistione; ma, non

ritrovandosi, cominciò a giurare per le budella di Dio che e'gli conveniva cognoscere e saper se egli s'usava a

Firenze di trarre le brache a'giudici, quando sedevano al banco della ragione. Il podestà d'altra parte, sentitolo, fece un grande schiamazzio; poi per suoi amici mostratogli che questo non gli

era fatto se non per mostrargli che i fiorentini conoscevano che, dove egli doveva aver menati giudici, egli aveva

menati becconi per averne miglior mercato, per lo miglior si tacque, né più avanti andò la cosa per quella volta.


Giornata ottava - Novella sesta

Bruno e Buffalmacco imbolano un porco a Calandrino; fannogli fare la sperienzia da ritrovarlo con galle di gengiovo

e con vernaccia, e a lui ne danno due, l'una dopo l'altra, di quelle del cane confettate in aloè, e pare che l'abbia

avuto egli stesso; fannolo ricomperare, se egli non vuole che alla moglie il dicano.

Non ebbe prima la novella di Filostrato fine, della quale molto si rise, che la reina a Filomena impose che

seguitando dicesse; la quale incominciò. Graziose donne, come Filostrato fu dal nome di Maso tirato a dover dire la novella la quale da lui udita avete, così

né più né men son tirata io da quello di Calandrino e de'compagni suoi a dirne un'altra di loro, la qual, sì come io

credo, vi piacerà. Chi Calandrino, Bruno e Buffalmacco fossero non bisogna che io vi mostri, ché assai l'avete di sopra udito; e per

ciò, più avanti faccendomi, dico che Calandrino aveva un suo poderetto non guari lontano da Firenze, che in dote

aveva avuto della moglie, del quale tra l'altre cose che su vi ricoglieva, n'aveva ogn'anno un porco, ed era sua

usanza sempre colà di dicembre d'andarsene la moglie ed egli in villa, e ucciderlo e quivi farlo salare. Ora avvenne una volta tra l'altre che, non essendo la moglie ben sana, Calandrino andò egli solo ad uccidere il

porco; la qual cosa sentendo Bruno e Buffalmacco, e sappiendo che la moglie di lui non v'andava, se n'andarono

ad un prete loro grandissimo amico, vicino di Calandrino, a starsi con lui alcun dì. Aveva Calandrino, la mattina che costor giunsero il dì, ucciso il porco, e vedendogli col prete, gli chiamò e disse: - Voi siate i ben venuti. Io voglio che voi veggiate che massaio io sono; e menatigli in casa, mostrò loro questo

porco. Videro costoro il porco esser bellissimo, e da Calandrino intesero che per la famiglia sua il voleva salare. A cui

Brun disse: - Deh! come tu se'grosso! Vendilo, e godianci i denari; e a mogliata dì che ti sia stato imbolato. Calandrino disse: - No, ella nol crederrebbe, e caccerebbemi fuor di casa; non v'impacciate, ché io nol farei mai. Le parole furono assai, ma niente montarono. Calandrino gl'invitò a cena cotale alla trista, sì che costoro non vi

vollon cenare, e partirsi da lui. Disse Bruno a Buffalmacco: - Vogliangli noi imbolare stanotte quel porco? Disse Buffalmacco: - O come potremmo noi? Disse Bruno: - Il come ho io ben veduto, se egli nol muta di là ove egli era testé. - Adunque,- disse Buffalmacco - faccianlo; perché nol faremo noi? E poscia cel goderemo qui insieme col domine. Il prete disse che gli era molto caro. Disse allora Bruno: - Qui si vuole usare un poco d'arte: tu sai, Buffalmacco, come Calandrino è avaro e come egli bee volentieri

quando altri paga; andiamo e meniallo alla taverna, e quivi il prete faccia vista di pagare tutto per onorarci e non

lasci pagare a lui nulla; egli si ciurmerà, e verracci troppo ben fatto poi, per ciò che egli è solo in casa. Come Brun

disse, così fecero. Calandrino, veggendo che il prete nol lasciava pagare, si diede in sul bere, e benché non ne gli

bisognasse troppo, pur si caricò bene; ed essendo già buona ora di notte quando dalla taverna si partì, senza

volere altramenti cenare, se n'entrò in casa, e credendosi aver serrato l'uscio, il lasciò aperto e andossi al letto. Buffalmacco e Bruno se n'andarono a cenare col prete, e, come cenato ebbero, presi loro argomenti per entrare in

casa Calandrino là onde Bruno aveva divisato, là chetamente n'andarono; ma, trovando aperto l'uscio, entrarono

dentro, e ispiccato il porco, via a casa del prete nel portarono, e ripostolo, se n'andarono a dormire. Calandrino, essendogli il vino uscito del capo, si levò la mattina, e, come scese giù, guardò e non vide il porco suo,

e vide l'uscio aperto; per che, domandato questo e quell'altro se sapessero chi il porco s'avesse avuto, e non

trovandolo, incominciò a fare il romore grande: ohisé, dolente sé, che il porco gli era stato imbolato. Bruno e Buffalmacco levatisi, se n'andarono verso Calandrino, per udir ciò che egli del porco dicesse. Il qual, come

gli vide, quasi piagnendo chiamatigli, disse: - Ohimè, compagni miei, che il porco mio m'è stato imbolato. Bruno, accostatoglisi, pianamente gli disse: - Maraviglia, che se'stato savio una volta. - Ohimè,- disse Calandrino - ché io dico da dovero. - Così di',- diceva Bruno - grida forte sì, che paia bene che sia stato cosi. Calandrino gridava allora più forte e diceva: - Al corpo di Dio, che io dico da dovero che egli m'è stato imbolato. E Bruno diceva: - Ben di', ben di': e'si vuol ben dir così, grida forte fatti ben sentire, sì che egli paia vero. Disse Calandrino: - Tu mi faresti dar l'anima al nimico. Io dico che tu non mi credi, se io non sia impiccato per la gola, che egli m'è

stato imbolato. Disse allora Bruno: - Deh! come dee potere esser questo? Io il vidi pure ieri costì. Credimi tu far credere che egli sia volato? Disse Calandrino: - Egli è come io ti dico. - Deh! - disse Bruno - può egli essere? - Per certo,- disse Calandrino - egli è così, di che io son diserto e non so come io mi torni a casa: mogliema nol mi

crederà, e se ella il mi pur crede, io non avrò uguanno pace con lei. Disse allora Bruno: - Se Dio mi salvi, questo è mal fatto, se vero è; ma tu sai, Calandrino, che ieri io t'insegnai dir così: io non vorrei

che tu ad un'ora ti facessi beffe di moglieta e di noi. Calandrino incominciò a gridare e a dire: - Deh perché mi farete disperare e bestemmiare Iddio e'santi e ciò che v'è? Io vi dico che il porco m'è stato sta

notte imbolato. Disse allora Buffalmacco: - Se egli è pur così, vuolsi veder via, se noi sappiamo, di riaverlo. - E che via - disse Calandrino - potrem noi trovare? Disse allora Buffalmacco: - Per certo egli non c'è venuto d'India niuno a torti il porco; alcuno di questi tuoi vicini dee essere stato; e per ciò,

se tu gli potessi ragunare, io so fare la esperienza del pane e del formaggio e vederemmo di botto chi l'ha avuto. - Sì,- disse Bruno ben farai con pane e con formaggio a certi gentilotti che ci ha dattorno, ché son certo che alcun

di loro l'ha avuto, e avvederebbesi del fatto, e non ci vorrebber venire. - Come è dunque da fare? - disse Buffalmacco. Rispose Bruno: - Vorrebbesi fare con belle galle di gengiovo e con bella vernaccia, e invitargli a bere. Essi non sel penserebbono e

verrebbono; e così si possono benedire le galle del gengiovo, come il pane e 'cacio. Disse Buffalmacco: - Per certo tu di'il vero; e tu, Calandrino, che di'? Vogliallo fare? Disse Calandrino: - Anzi ve ne priego io per l'amor di Dio; ché, se io sapessi pur chi l'ha avuto, sì mi parrebbe esser mezzo

consolato. - Or via, - disse Bruno - io sono acconcio d'andare infino a Firenze per quelle cose in tuo servigio, se tu mi dai i

denari. Aveva Calandrino forse quaranta soldi, li quali egli gli diede. Bruno, andatosene a Firenze ad un suo amico speziale, comperò una libbra di belle galle di gengiovo, e fecene far

due di quelle del cane, le quali egli fece confettare in uno aloè patico fresco; poscia fece dar loro le coverte del

zucchero, come avevan l'altre, e per non ismarrirle o scambiarle, fece lor fare un certo segnaluzzo per lo quale egli

molto bene le conoscea, e comperato un fiasco d'una buona vernaccia, se ne tornò in villa a Calandrino e dissegli: - Farai che tu inviti domattina a ber con teco tutti coloro di cui tu hai sospetto; egli è festa, ciascun verrà

volentieri, e io farò stanotte insieme con Buffalmacco la 'ncantagione sopra le galle, e recherolleti domattina a

casa, e per tuo amore io stesso le darò, e farò e dirò ciò che fia da dire e da fare. Calandrino così fece. Ragunata adunque una buona brigata tra di giovani fiorentini, che per la villa erano, e di lavoratori, la mattina

vegnente, dinanzi alla chiesa intorno all'olmo, Bruno e Buffalmacco vennono con una scatola di galle e col fiasco

del vino, e fatti stare costoro in cerchio, disse Bruno: - Signori, e'mi vi convien dir la cagione per che voi siete qui, acciò che, se altro avvenisse che non vi piacesse, voi

non v'abbiate a ramaricar di me. A Calandrino, che qui è, fu ier notte tolto un suo bel porco, né sa trovare chi

avuto se l'abbia; e per ciò che altri che alcun di noi che qui siamo non gliele dee potere aver tolto, esso, per

ritrovar chi avuto l'ha, vi dà a mangiar queste galle una per uno, e bere. E infino da ora sappiate che chi avuto

avrà il porco, non potrà mandar giù la galla, anzi gli parrà più amara che veleno, e sputeralla; e per ciò, anzi che

questa vergogna gli sia fatta in presenza di tanti, è forse il meglio che quel cotale che avuto l'avesse, in penitenzia

il dica al sere, e io mi rimarrò di questo fatto. Ciascun che v'era disse che ne voleva volentier mangiare; per che Bruno, ordinatigli e messo Calandrino tra loro,

cominciatosi all'un de'capi, cominciò a dare a ciascun la sua, e, come fu per mei Calandrino, presa una delle

canine, gliele pose in mano. Calandrino prestamente la si gittò in bocca e cominciò a masticare; ma sì tosto come

la lingua sentì l'aloè, così Calandrino, non potendo l'amaritudine sostenere, la sputò fuori. Quivi ciascun guatava nel viso l'uno all'altro, perveder chi la sua sputasse; e non avendo Bruno ancora compiuto

di darle, non faccendo sembianti d'intendere a ciò, s'udì dir dietro: - Eja, Calandrino, che vuol dir questo? - per

che prestamente rivolto, e veduto che Calandrino la sua aveva sputata, disse: - Aspettati, forse che alcuna altra cosa gliele fece sputare: tenne un'altra -; e presa la seconda, gliele mise in

bocca, e fornì di dare l'altre che a dare aveva. Calandrino, se la prima gli era paruta amara, questa gli parve amarissima; ma pur vergognandosi di sputarla,

alquanto masticandola la tenne in bocca, e tenendola cominciò a gittar le lagrime che parevan nocciuole, sì eran

grosse; e ultimamente, non potendo più, la gittò fuori come la prima aveva fatto. Buffalmacco faceva dar bere alla brigata, e Bruno; li quali, insieme con gli altri questo vedendo, tutti dissero che

per certo Calandrino se l'aveva imbolato egli stesso; e furonvene di quegli che aspramente il ripresono. Ma pur, poi che partiti si furono, rimasi Bruno e Buffalmacco con Calandrino, gl'incominciò Buffalmacco a dire: - Io l'aveva per lo certo tuttavia che tu te l'avevi avuto tu, e a noi volevi mostrare che ti fosse stato imbolato, per

non darci una volta bere de'denari che tu n'avesti. Calandrino, il quale ancora non aveva sputata l'amaritudine dello aloè, incominciò a giurare che egli avuto non

l'avea. Disse Buffalmacco: - Ma che n'avesti, sozio, alla buona fè? Avestine sei? Calandrino, udendo questo, s'incominciò a disperare. A cui Brun disse: - Intendi sanamente, Calandrino, che egli fu tale nella brigata che con noi mangiò e bevve, che mi disse che tu

avevi quinci su una giovinetta che tu tenevi a tua posta, e davile ciò che tu potevi rimedire, e che egli aveva per

certo che tu l'avevi mandato questo porco. Tu sì hai apparato ad esser beffardo! Tu ci menasti una volta giù per lo

Mugnone ricogliendo pietre nere, e quando tu ci avesti messo in galea senza biscotto, e tu te ne venisti; e poscia

ci volevi far credere che tu l'avessi trovata; e ora similmente ti credi co'tuoi giuramenti far credere altressì che il

porco, che tu hai donato o ver venduto, ti sia stato imbolato. Noi sì siamo usi delle tue beffe e conoscialle; tu non

ce ne potresti far più; e per ciò, a dirti il vero, noi ci abbiamo durata fatica in far l'arte, per che noi intendiamo che

tu ci doni due paia di capponi, se non che noi diremo a monna Tessa ogni cosa. Calandrino, vedendo che creduto non gli era, parendogli avere assai dolore, non volendo anche il riscaldamento

della moglie, diede a costoro due paia di capponi. Li quali, avendo essi salato il porco, portatisene a Firenze,

lasciaron Calandrino col danno e con le beffe.


Giornata ottava - Novella settima

Uno scolare ama una donna vedova, la quale, innamorata d'altrui, una notte di verno il fa stare sopra la neve ad

aspettarsi; la quale egli poi, con un suo consiglio, di mezzo luglio ignuda tutto un dì la fa stare in su una torre alle

mosche e a'tafani e al sole.

Molto avevan le donne riso del cattivello di Calandrino, e più n'avrebbono ancora, se stato non fosse che loro in

crebbe di vedergli torre ancora i capponi, a color che tolto gli aveano il porco. Ma poi che la fine fu venuta, la reina

a Pampinea impose che dicesse la sua; ed essa prestamente così cominciò. Carissime donne, spesse volte avviene che l'arte è dall'arte schernita, e per ciò è poco senno il dilettarsi di

schernire altrui. Noi abbiamo per più novellette dette riso molto delle beffe state fatte, delle quali niuna vendetta esserne stata

fatta s'è raccontato; ma io intendo di farvi avere alquanta compassione d'una giusta retribuzione ad una nostra

cittadina renduta, alla quale la sua beffa presso che con morte, essendo beffata, ritornò sopra il capo. E questo

udire non sarà senza utilità di voi, per ciò che meglio di beffare altrui vi guarderete, e farete gran senno. Egli non sono ancora molti anni passati, che in Firenze fu una giovane del corpo bella e d'animo altiera e di

legnaggio assai gentile, de'beni della fortuna convenevolmente abondante e nominata Elena; la quale rimasa del

suo marito vedova, mai più rimaritar non si volle, essendosi ella d'un giovinetto bello e leggiadro a sua scelta

innamorata; e da ogni altra sollicitudine sviluppata, con l'opera d'una sua fante, di cui ella si fidava molto, spesse

volte con lui con maraviglioso diletto si dava buon tempo. Avvenne che in questi tempi un giovane chiamato Rinieri, nobile uomo della nostra città, avendo lungamente

studiato a Parigi, non per vender poi la sua scienzia a minuto, come molti fanno, ma per sapere la ragion delle

cose e la cagion d'esse (il che ottimamente sta in gentile uomo), tornò da Parigi a Firenze; e quivi onorato molto

sì per la sua nobiltà e sì per la sua scienzia, cittadinescamente viveasi. Ma, come spesso avviene, coloro ne'quali è più l'avvedimento delle cose profonde più tosto da amore essere

incapestrati, avvenne a questo Rinieri. Al quale, essendo egli un giorno per via di diporto andato ad una festa,

davanti agli occhi si parò questa Elena, vestita di nero sì come le nostre vedove vanno, piena di tanta bellezza al

suo giudicio e di tanta piacevolezza, quanto alcuna altra ne gli fosse mai paruta vedere; e seco estimò colui

potersi beato chiamare, al quale Iddio grazia facesse lei potere ignuda nelle braccia tenere. E una volta e altra

cautamente riguardatala, e conoscendo che le gran cose e care non si possono senza fatica acquistare, seco

diliberò del tutto di porre ogni pena e ogni sollicitudine in piacere a costei, acciò che per lo piacerle il suo amore

acquistasse, e per questo il potere aver copia di lei. La giovane donna, la quale non teneva gli occhi fitti in inferno, ma, quello e più tenendosi che ella era,

artificiosamente movendogli si guardava dintorno, e prestamente conosceva chi con diletto la riguardava, accortasi

di Rinieri, in sé stessa ridendo disse: - Io non ci sarò oggi venuta in vano, ché, se io non erro, io avrò preso un

paolin per lo naso - . E cominciatolo con la coda dell'occhio alcuna volta a guardare, in quanto ella poteva,

s'ingegnava di dimostrar gli che di lui le calesse; d'altra parte, pensandosi che quanti più n'adescasse e prendesse

col suo piacere, tanto di maggior pregio fosse la sua bellezza, e massimamente a colui al quale ella insieme col

suo amore l'aveva data. Il savio scolare, lasciati i pensier filosofici da una parte, tutto l'animo rivolse a costei; e, credendosi doverle

piacere, la sua casa apparata, davanti v'incominciò a passare, con varie cagioni colorando l'andate. Al qual la

donna, per la cagion già detta di ciò seco stessa vanamente gloriandosi, mostrava di vederlo assai volentieri; per

la qual cosa lo scolare, trovato modo, s'accontò con la fante di lei, e il suo amor le scoperse, e la pregò che con la

sua donna operasse sì che la grazia di lei potesse avere. La fante promise largamente e alla sua donna il raccontò, la quale con le maggior risa del mondo l'ascoltò, e disse: - Hai veduto dove costui è venuto a perdere il senno che egli ci ha da Parigi recato? Or via, diangli di quello

ch'e'va cercando. Dira'gli, qualora egli ti parla più, che io amo molto più lui che egli non ama me; ma che a me si

convien di guardar l'onestà mia, sì che io con l'altre donne possa andare a fronte scoperta, di che egli, se così è

savio come si dice, mi dee molto più cara avere. Ahi cattivella, cattivella, ella non sapeva ben, donne mie, che cosa è il mettere in aia con gli scolari! La fante, trovatolo, fece quello che dalla donna sua le fu imposto. Lo scolar lieto procedette a più caldi prieghi e a scriver lettere e a mandar doni, e ogni cosa era ricevuta, ma in

dietro non venivan risposte se non generali; e in questa guisa il tenne gran tempo in pastura. Ultimamente, avendo ella al suo amante ogni cosa scoperta ed egli essendosene con lei alcuna volta turbato e

alcuna gelosia presane, per mostrargli che a torto di ciò di lei sospicasse, sollicitandola lo scolare molto, la sua

fante gli mandò, la quale da sua parte gli disse che ella tempo mai non aveva avuto da poter fare cosa che gli

piacesse poi che del suo amore fatta l'aveva certa, se non che per le feste del Natale che s'appressava ella sperava

di potere esser con lui; e per ciò la seguente sera alla festa, di notte, se gli piacesse, nella sua corte se ne venisse,

dove ella per lui, come prima potesse, andrebbe. Lo scolare, più che altro uom lieto, al tempo impostogli andò alla casa della donna, e messo dalla fante in una

corte e dentro serratovi, quivi la donna cominciò ad aspettare. La donna, avendosi quella sera fatto venire il suo amante e con lui lietamente avendo cenato, ciò che fare quella

notte intendeva gli ragionò, aggiugnendo: - E potrai vedere quanto e quale sia l'amore, il quale io ho portato e porto a colui del quale scioccamente hai

gelosia presa. Queste parole ascoltò l'amante con gran piacer d'animo disideroso di vedere per opera ciò che la donna con parole

gli dava ad intendere. Era per avventura il dì davanti a quello nevicato forte, e ogni cosa di neve era coperta; per

la qual cosa lo scolare fu poco nella corte dimorato, che egli cominciò a sentir più freddo che voluto non avrebbe;

ma, aspettando di ristorarsi, pur pazientemente il sosteneva. La donna al suo amante disse dopo alquanto: - Andiancene in camera, e da una finestretta guardiamo ciò che colui, di cui tu se'divenuto geloso, fa, e quello che

egli risponderà alla fante, la quale io gli ho mandata a favellare. Andatisene adunque costoro ad una finestretta, e veggendo senza esser veduti, udiron la fante da un'altra

favellare allo scolare e dire: - Rinieri, madonna è la più dolente femina che mai fosse, per ciò che egli ci è stasera venuto uno de'suoi fratelli e

ha molto con lei favellato, e poi volle cenar con lei, e ancora non se n'è andato; ma io credo che egli se n'andrà

tosto; e per questo non è ella potuta venire a te, ma tosto verrà oggimai; ella ti priega che non ti incresca

l'aspettare. Lo scolare, credendo questo esser vero, rispose: - Dirai alla mia donna che di me niun pensier si dea in fino a tanto che ella possa con suo acconcio per me venire;

ma che questo ella faccia come più tosto può. La fante, dentro tornatasi se n'andò a dormire. La donna allora disse al suo amante: - Ben, che dirai? Credi tu che io, se quel ben gli volessi che tu temi, sofferissi che egli stesse là giù ad

agghiacciare? - e questo detto, con l'amante suo, che già in parte era contento, se n'andò a letto, e grandissima

pezza stettero in festa e in piacere, del misero iscolare ridendosi e faccendosi beffe. Lo scolare, andando per la corte, sé esercitava per riscaldarsi, né aveva dove porsi a sedere né dove fuggire il

sereno, e maladiceva la lunga dimora del fratel con la donna; e ciò che udiva credeva che uscio fosse che per lui

dalla donna s'aprisse; ma invano sperava. Essa infino vicino della mezza notte col suo amante sollazzatasi, gli disse: - Che ti pare, anima mia, dello scolare nostro? Qual ti par maggiore o il suo senno o l'amore ch'io gli porto? Faratti

il freddo che io gli fo patire uscir del petto quello che per li miei motti vi t'entrò l'altrieri? L'amante rispose: - Cuor del corpo mio, sì, assai conosco che così come tu se'il mio bene e il mio riposo e il mio diletto e tutta la mia

speranza, così sono io la tua. - Adunque,- diceva la donna - or mi bacia ben mille volte, a veder se tu di'vero.- Per la qual cosa l'amante,

abbracciandola stretta, non che mille, ma più di cento milia la baciava. E poi che in cotale ragionamento stati

furono alquanto, disse la donna: - Deh! levianci un poco, e andiamo a vedere se 'l fuoco è punto spento, nel quale questo mio novello amante tutto

il dì mi scrivea che ardeva. E levati, alla finestretta usata n'andarono, e nella corte guardando, videro lo scolare fare su per la neve una carola

trita al suon d'un batter di denti, che egli faceva per troppo freddo, sì spessa e ratta, che mai simile veduta non

aveano. Allora disse la donna: - Che dirai, speranza mia dolce? Parti che io sappia far gli uomini carolare senza suono di trombe o di cornamusa? A cui l'amante ridendo rispose: - Diletto mio grande, sì. Disse la donna: - Io voglio che noi andiamo infin giù all'uscio: tu ti starai cheto e io gli parlerò, e udirem quello che egli dirà; e per

avventura n'avrem non men festa che noi abbiam di vederlo. E aperta la camera chetamente, se ne scesero all'uscio, e quivi, senza aprir punto, la donna con voce sommessa

da un pertugetto che v'era il chiamò. Lo scolare, udendosi chiamare, lodò Iddio, credendosi troppo bene entrar dentro; e accostatosi all'uscio disse: - Eccomi qui, madonna: aprite per Dio, ché io muoio di freddo. La donna disse: - O sì che io so che tu se'uno assiderato; e anche è il freddo molto grande, perché costì sia un poco di neve! Già

so io che elle sono molto maggiori a Parigi. Io non ti posso ancora aprire, per ciò che questo mio maladetto

fratello, che ier sera ci venne meco a cenare, non se ne va ancora; ma egli se n'andrà tosto, e io verrò

incontanente ad aprirti. Io mi son testé con gran fatica scantonata da lui, per venirti a confortare che l'aspettar

non t'incresca. Disse lo scolare: - Deh! madonna, io vi priego per Dio che voi m'apriate, acciò che io possa costì dentro stare al coperto, per ciò che

da poco in qua s'è messa la più folta neve del mondo, e nevica tuttavia; e io v'attenderò quanto vi sarà a grado. Disse la donna: - Ohimè, ben mio dolce, che io non posso ché questo uscio fa sì gran romore quando s'apre, che leggermente

sarei sentita da fratelmo, se io t'aprissi; ma io voglio andare a dirgli che se ne vada, acciò che io possa poi tornare

ad aprirti. Disse lo scolare: - Ora andate tosto; e priegovi che voi facciate fare un buon fuoco, acciò che, come io enterrò dentro, io mi possa

riscaldare, ché io son tutto divenuto sì freddo che appena sento di me. Disse la donna: - Questo non dee potere essere, se quello è vero che tu m'hai più volte scritto, cioè che tu per l'amor di me ardi

tutto; ma io son certa che tu mi beffi. Ora io vo: aspettati, e sia di buon cuore. L'amante, che tutto udiva e aveva sommo piacere, con lei nel letto tornatosi, poco quella notte dormirono, anzi

quasi tutta in lor diletto e in farsi beffe dello scolare consumarono. Lo scolare cattivello (quasi cicogna divenuto, sì forte batteva i denti) accorgendosi d'esser beffato, più volte tentò

l'uscio se aprir lo potesse, e riguardò se altronde ne potesse uscire; né vedendo il come, faccendo le volte del

leone, maladiceva la qualità del tempo, la malvagità della donna e la lunghezza della notte, insieme con la sua

simplicità; e sdegnato forte verso di lei, il lungo e fervente amor portatole subitamente in crudo e acerbo odio

transmutò, seco gran cose e varie volgendo a trovar modo alla vendetta, la quale ora molto più disiderava, che

prima d'esser con la donna non avea disiato. La notte, dopo molta e lunga dimoranza, s'avvicinò al dì, e cominciò l'alba ad apparire. Per la qual cosa la fante

della donna ammaestrata, scesa giù, aperse la corte, e mostrando d'aver compassion di costui, disse: - Mala ventura possa egli avere che iersera ci venne. Egli n'ha tutta notte tenute in bistento, e te ha fatto

agghiacciare; ma sai che è? Portatelo in pace, ché quello che stanotte non è potuto essere sarà un'altra volta; so

io bene che cosa non potrebbe essere avvenuta, che tanto fosse dispiaciuta a madonna. Lo scolare sdegnoso, sì come savio, il quale sapeva niun'altra cosa le minacce essere che arme del minacciato,

serrò dentro al petto suo ciò che la non temperata volontà s'ingegnava di mandar fuori, e con voce sommessa,

senza punto mostrarsi crucciato, disse: - Nel vero io ho avuta la piggior notte che io avessi mai, ma bene ho conosciuto che di ciò non ha la donna alcuna

colpa, per ciò che essa medesima, sì come pietosa di me, infin quaggiù venne a scusar sé e a confortar me; e

come tu di', quello che stanotte non è stato sarà un'altra volta; raccomandalemi e fatti con Dio. E quasi tutto rattrappato, come potè a casa sua se ne tornò; dove, essendo stanco e di sonno morendo, sopra il

letto si gittò a dormire, donde tutto quasi perduto delle braccia e delle gambe si destò. Per che, mandato per

alcun medico e dettogli il freddo che avuto avea, alla sua salute fe'provedere. Li medici con grandissimi argomenti e con presti aiutandolo, appena dopo alquanto di tempo il poterono de'nervi

guerire e far sì che si distendessero; e se non fosse che egli era giovane e sopravveniva il caldo, egli avrebbe

avuto troppo da sostenere. Ma ritornato sano e fresco, dentro il suo odio servando, vie più che mai si mostrava

innamorato della vedova sua. Ora avvenne, dopo certo spazio di tempo, che la fortuna apparecchiò caso da poter lo scolare al suo disiderio

sodisfare; per ciò che, essendosi il giovane che dalla vedova era amato (non avendo alcun riguardo all'amore da

lei portatogli), innamorato di un'altra donna, e non volendo né poco né molto dire né far cosa che a lei fosse a

piacere, essa in lagrime e in amaritudine si consumava. Ma la sua fante, la qual gran compassion le portava, non

trovando modo da levar la sua donna dal dolor preso per lo perduto amante, vedendo lo scolare al modo usato per

la contrada passare, entrò in uno sciocco pensiero, e ciò fu che l'amante della donna sua ad amarla come far solea

si dovesse poter riducere per alcuna nigromantica operazione, e che di ciò lo scolare dovesse essere gran maestro,

e disselo alla sua donna. La donna poco savia, senza pensare che, se lo scolare saputo avesse nigromantia, per sé adoperata l'avrebbe,

pose l'animo alle parole della sua fante, e subitamente le disse che da lui sapesse se fare il volesse, e sicuramente

gli promettesse che per merito di ciò, ella farebbe ciò che a lui piacesse. La fante fece l'ambasciata bene e diligentemente, la quale udendo lo scolare, tutto lieto seco medesimo disse: -

Iddio lodato sie tu: venuto è il tempo che io farò col tuo aiuto portar pena alla malvagia femina della ingiuria

fattami in premio del grande amore che io le portava - . E alla fante disse: - Dirai alla mia donna che di questo non stea in pensiero, che, se il suo amante fosse in India, io gliele farò

prestamente venire e domandar mercé di ciò che contro al suo piacere avesse fatto; ma il modo che ella abbia a

tenere intorno a ciò, attendo di dire a lei, quando e dove più le piacerà; e così le di', e da mia parte la conforta. La fante fece la risposta, e ordinossi che in Santa Lucia del Prato fossero insieme. Quivi venuta la donna e lo scolare, e soli insieme parlando, non ricordandosi ella che lui quasi alla morte condotto

avesse, gli disse apertamente ogni suo fatto e quello che disiderava, e pregollo per la sua salute. A cui lo scolar

disse: - Madonna, egli è il vero che tra l'altre cose che io apparai a Parigi si fu nigromantia, della quale per certo io so ciò

che n'è, ma per ciò che ella è di grandissimo dispiacer di Dio, io avea giurato di mai né per me né per altrui

adoperarla. E il vero che l'amore il quale io vi porto è di tanta forza, che io non so come io mi nieghi cosa che voi

vogliate che io faccia; e per ciò, se io ne dovessi per questo solo andare a casa del diavolo, sì son presto di farlo,

poi che vi piace. Ma io vi ricordo che ella è più malagevole cosa a fare che voi per avventura non v'avvisate; e massimamente quando una donna vuole rivocare uno uomo ad amar sé o l'uomo una

donna, per ciò che questo non si può far se non per la propria persona a cui appartiene; e a far ciò convien che chi

'l fa sia di sicuro animo, per ciò che di notte si convien fare e in luoghi solitari e senza compagnia; le quali cose io

non so come voi vi siate a far disposta. A cui la donna, più innamorata che savia, rispose: - Amor mi sprona per sì fatta maniera, che niuna cosa è la quale io non facessi per riaver colui che a torto m'ha

abbandonata; ma tuttavia, se ti piace, mostrami in che mi convenga esser sicura. Lo scolare, che di mal pelo avea taccata la coda, disse: - Madonna, a me converrà fare una imagine di stagno in nome di colui il qual voi disiderate di racquistare, la quale

quando io v'arò mandata, converrà che voi, essendo la luna molto scema, ignuda in un fiume vivo, in sul primo

sonno e tutta sola, sette volte con lei vi bagniate; e appresso, così ignuda, n'andiate sopra ad un albero, o sopra

una qualche casa disabitata; e, volta a tramontana con la imagine in mano, sette volte diciate certe parole che io

vi darò scritte; le quali come dette avrete, verranno a voi due damigelle delle più belle che voi vedeste mai, e sì vi

saluteranno e piacevolmente vi domanderanno quel che voi vogliate che si faccia. A queste farete che voi diciate

bene e pienamente i disideri vostri; e guardatevi che non vi venisse nominato un per un altro; e come detto

l'avrete, elle si partiranno, e voi ve ne potrete scendere al luogo dove i vostri panni avrete lasciati e rivestirvi e

tornarvene a casa. E per certo, egli non sarà mezza la seguente notte, che il vostro amante piagnendo vi verrà a

dimandar mercé e misericordia; e sappiate che mai da questa ora innanzi egli per alcuna altra non vi lascierà. La donna, udendo queste cose e intera fede prestandovi, parendole il suo amante già riaver nelle braccia, mezza

lieta divenuta disse: - Non dubitare, che queste cose farò io troppo bene, e ho il più bel destro da ciò del mondo; ché io ho un podere

verso il Vai d'Arno di sopra, il quale è assai vicino alla riva del fiume, ed egli è testé di luglio, che sarà il bagnarsi

dilettevole. E ancora mi ricorda esser non guari lontana dal fiume una torricella disabitata, se non che per cotali

scale di castagnuoli che vi sono, salgono alcuna volta i pastori sopra un battuto che v'è, a guardar di lor bestie

smarrite (luogo molto solingo e fuor di mano), sopra la quale io salirò, e quivi il meglio del mondo spero di fare

quello che m'imporrai. Lo scolare, che ottimamente sapeva e il luogo della donna e la torricella, contento d'esser certificato della sua

intenzion, disse: - Madonna, io non fu'mai in coteste contrade, e per ciò non so il podere né la torricella; ma, se così sta come voi

dite, non può essere al mondo migliore. E per ciò, quando tempo sarà, vi manderò la imagine e l'orazione; ma ben

vi priego che, quando il vostro disiderio avrete e conoscerete che io v'avrò ben servita, che vi ricordi di me e

d'attenermi la promessa. A cui la donna disse di farlo senza alcun fallo; e preso da lui commiato, se ne tornò a casa. Lo scolar lieto di ciò che il suo avviso pareva dovere avere effetto, fece una imagine con sue cateratte, e scrisse

una sua favola per orazione; e, quando tempo gli parve, la mandò alla donna e mandolle a dire che la notte

vegnente senza più indugio dovesse far quello che detto l'avea; e appresso segretamente con un suo fante se

n'andò a casa d'un suo amico che assai vicino stava alla torricella, per dovere al suo pensiero dare effetto. La donna d'altra parte con la sua fante si mise in via e al suo podere se n'andò; e come la notte fu venuta, vista

faccendo d'andarsi al letto, la fante ne mandò a dormire, e in su l'ora del primo sonno, di casa chetamente uscita,

vicino alla torricella sopra la riva d'Arno se n'andò, e molto dattorno guatatosi, né veggendo né sentendo alcuno,

spogliatasi e i suoi panni sotto un cespuglio nascosi, sette volte con la imagine si bagnò, e appresso, ignuda con la

imagine in mano, verso la torricella n'andò. Lo scolare, il quale in sul fare della notte, col suo fante tra salci e altri alberi presso della torricella nascoso s'era, e

aveva tutte queste cose vedute, e passandogli ella quasi allato così ignuda, ed egli veggendo lei con la bianchezza

del suo corpo vincere le tenebre della notte, e appresso riguardandole il petto e l'altre parti del corpo, e vedendole

belle e seco pensando quali infra piccol termine dovean divenire, sentì di lei alcuna compassione; e d'altra parte lo

stimolo della carne l'assalì subitamente e fece tale in piè levare che si giaceva, e con fortavalo che egli da guato

uscisse e lei andasse a prendere e il suo piacer ne facesse; e vicin fu ad essere tra dall'uno e dal l'altro vinto. Ma

nella memoria tornandosi chi egli era, e qual fosse la 'ngiuria ricevuta, e perché e da cui, e per ciò nel lo sdegno

raccesosi, e la compassione e il carnale appetito cacciati, stette nel suo proponimento fermo, e lasciolla andare. La donna, montata in su la torre e a tramontana rivolta, cominciò a dire le parole datele dallo scolare; il quale,

poco appresso nella torricella entrato, chetamente a poco a poco levò quella scala che saliva in sul battuto dove la

donna era, e appresso aspettò quello che ella dovesse dire e fare. La donna, detta sette volte la sua orazione, cominciò ad aspettare le due damigelle, e fu sì lungo l'aspettare

(senza che fresco le faceva troppo più che voluto non avrebbe) che ella vide l'aurora apparire; per che, dolente

che avvenuto non era ciò che lo scolare detto l'avea, seco disse: - Io temo che costui non m'abbia voluto dare una

notte chente io diedi a lui; ma, se per ciò questo m'ha fatto, mal s'è saputo vendicare, ché questa non è stata

lunga per lo terzo che fu la sua, senza che il I freddo fu d'altra qualità - . E perché il giorno quivi non la cogliesse,

cominciò a volere smontare della torre, ma ella trovò non esservi la scala. Allora, quasi come se il mondo sotto i piedi venuto le fosse meno, le fuggì l'animo, e vinta cadde sopra il battuto

della torre. E poi che le forze le ritornarono, miseramente cominciò a piagnere e a dolersi; e assai ben conoscendo

questa dovere essere stata opera dello scolare, s'incominciò a ramaricare d'avere altrui offeso, e appresso d'essersi

troppo fidata di colui, il quale ella doveva meritamente creder nimico; e in ciò stette lunghissimo spazio. Poi, riguardando se via alcuna da scender vi fosse e non veggendola, ricominciato il pianto, entrò in uno amaro

pensiero, a sé stessa dicendo:- O sventurata, che si dirà da'tuoi fratelli, da'parenti e da'vicini, e generalmente da

tutti i fiorentini, quando si saprà che tu sii qui trovata ignuda? La tua onestà, stata cotanta, sarà conosciuta essere

stata falsa; e se tu volessi a queste ce avrebbe, il maladetto scolare, che tutti i fatti tuoi sa, non ti lascerà

mentire. Ahi misera te, che ad una ora avrai perduto il male amato giovane e il tuo onore! - E dopo questo venne

in tanto dolore, che quasi fu per gittarsi della torre in terra. Ma, essendosi già levato il sole ed ella alquanto più dall'una delle parti più al muro accostatasi della torre,

guardando se alcuno fanciullo quivi colle bestie s'accostasse cui essa potesse mandare per la sua fante, avvenne

che lo scolare, avendo a piè d'un cespuglio dormito alquanto, destandosi la vide ed ella lui. Alla quale lo scolare

disse: - Buon dì, madonna; sono ancor venute le damigelle? La donna, vedendolo e udendolo, ricominciò a piagner forte e pregollo che nella torre venisse, acciò che essa

potesse parlargli. Lo scolare le fu di questo assai cortese. La donna, postasi a giacer boccone sopra il battuto, il capo solo fece alla cateratta di quello, e piagnendo disse: - Rinieri, sicuramente, se io ti diedi la mala notte, tu ti se'ben di me vendicato, per ciò che, quantunque di luglio

sia, mi sono io creduta questa notte, stando ignuda, assiderare; senza che io ho tanto pianto e lo 'nganno che io ti

feci e la mia sciocchezza che ti credetti, che maraviglia è come gli occhi mi sono in capo rimasi. E per ciò io ti

priego, non per amor di me, la qual tu amar non dei, ma per amor di te, che se'gentile uomo, che ti basti, per

vendetta della ingiuria la quale io ti feci, quello che infino a questo punto fatto hai, e faccimi i miei panni recare, e

che io possa di quassù discendere, e non mi voler tor quello che tu poscia vogliendo render non mi potresti, cioè

l'onor mio; ché, se io tolsi a te l'esser con meco quella notte, io, ognora che a grado ti fia, te ne posso render

molte per quella una. Bastiti adunque questo, e come a valente uomo, sieti assai l'esserti potuto vendicare e

l'averlomi fatto conoscere; non volere le tue forze contro ad una femina esercitare; niuna gloria è ad una aquila

l'aver vinta una colomba; dunque, per l'amor di Dio e per onor di te, t'incresca di me. Lo scolare, con fiero animo seco la ricevuta ingiuria rivolgendo, e veggendo piagnere e pregare, ad una ora aveva

piacere e noia nello animo; piacere della vendetta, la quale più che altra cosa disiderata avea; e noia sentiva,

movendolo la umanità sua a compassion della misera. Ma pur, non potendo la umanità vincere la fierezza dello

appetito, rispose: - Madonna Elena, se i miei prieghi (li quali nel vero io non seppi bagnare di lagrime né far melati come tu ora sai

porgere i tuoi) m'avessero impetrato, la notte che io nella tua corte di neve piena moriva di freddo, di potere

essere stato messo da te pure un poco sotto il coperto, leggier cosa mi sarebbe al presente i tuoi esaudire; ma se

cotanto or più che per lo passato del tuo onor ti cale, ed etti grave il costà su ignuda dimorare, porgi cotesti

prieghi a colui nelle cui braccia non t'increbbe, quella notte che tu stessa ricordi, ignuda stare, me sentendo per la

tua corte andare i denti battendo e scalpitando la neve, e a lui ti fa aiutare, a lui ti fa i tuoi panni recare, a lui ti fa

por la scala per la qual tu scenda, in lui t'ingegna di mettere tenerezza del tuo onore, per cui quel medesimo, e

ora e mille altre volte, non hai dubitato di mettere in periglio. Come nol chiami tu che ti venga ad aiutare? E a cui appartiene egli più che a lui? Tu se'sua: e quali cose guarderà

egli o aiuterà, se egli non guarda e aiuta te? Chiamalo, stolta che tu se', e prova se l'amore il quale tu gli porti e il

tuo senno col suo ti possono dalla mia sciocchezza liberare, la qual, sollazzando con lui, domandasti quale gli

pareva maggiore o la mia sciocchezza o l'amor che tu gli portavi. Né essere a me ora cortese di ciò che io non

disidero, né negare il mi puoi se io il disiderassi; al tuo amante le tue notti riserba, se egli avviene che tu di qui

viva ti parti; tue sieno e di lui; io n'ebbi troppo d'una, e bastimi d'essere stato una volta schernito. E ancora, la tua astuzia usando nel favellare, t'ingegni col commendarmi la mia benivolenzia acquistare, e

chiamimi gentile uomo e valente, e tacitamente, che io come magnanimo mi ritragga dal punirti della tua

malvagità, t'ingegni di fare; ma le tue lusinghe non m'adombreranno ora gli occhi dello 'ntelletto, come già fecero

le tue disleali promessioni; io mi conosco, né tanto di me stesso apparai mentre dimorai a Parigi, quanto tu in una

sola notte delle tue mi facesti conoscere. Ma, presupposto che io pur magnammo fossi, non se'tu di quelle in cui la magnanimità debba i suoi effetti

mostrare; la fine della penitenzia, nelle salvatiche fiere come tu se', e similmente della vendetta, vuole esser la

morte, dove negli uomini quel dee bastare che tu dicesti. Per che, quatunque io aquila non sia, te non colomba,

ma velenosa serpe conoscendo, come antichissimo nimico con ogni odio e con tutta la forza di perseguire intendo,

con tutto che questo che io ti fo non si possa assai propiamente vendetta chiamare, ma più tosto gastigamento, in

quanto la vendetta dee trapassare l'offesa, e questo non v'aggiugnerà; per ciò che se io vendicar mi volessi,

riguardando a che partito tu ponesti l'anima mia, la tua vita non mi basterebbe, togliendolati, né cento altre alla

tua simiglianti, per ciò che io ucciderei una vile e cattiva e rea feminetta. E da che diavol (togliendo via cotesto tuo pochetto di viso, il quale pochi anni guasteranno riempiendolo di crespe)

se'tu più che qualunque altra dolorosetta fante? Dove per te non rimase di far morire un valente uomo, come tu

poco avanti mi chiamasti, la cui vita ancora potrà più in un dì essere utile al mondo, che centomilia tue pari non

potranno mentre il mondo durar dee. Insegnerotti adunque con questa noia che tu sostieni che cosa sia lo schernir

gli uomini che hanno alcun sentimento, e che cosa sia lo schernir gli scolari; e darotti materia di giammai più in

tal follia non cader, se tu campi. Ma, se tu n'hai così gran voglia di scendere, ché non te ne gitti tu in terra? E ad una ora con lo aiuto di Dio

fiaccandoti tu il collo, uscirai della pena nella quale esser ti pare, e me farai il più lieto uomo del mondo. Ora io

non ti vo'dir più; io seppi tanto fare che io costà su ti feci salire; sappi tu ora tanto fare che tu ne scenda, come tu

mi sapesti beffare. Parte che lo scolare questo diceva, la misera donna piagneva continuo, e il tempo se n'andava, sagliendo tuttavia

il sol più alto. Ma poi che ella il sentì tacer, disse: - Deh! crudele uomo, se egli ti fu tanto la maladetta notte grave e parveti il fallo mio così grande che né ti posson

muovere a pietate alcuna la mia giovane bellezza, le amare lagrime né gli umili prieghi, almeno muovati alquanto

e la tua severa rigidezza diminuisca questo solo mio atto, l'essermi di te nuovamente fidata e l'averti ogni mio

segreto scoperto col quale ho dato via al tuo disidero in potermi fare del mio peccato conoscente; con ciò sia cosa

che, senza fidarmi io di te, niuna via fosse a te a poterti di me vendicare, il che tu mostri con tanto ardore aver

disiderato. Deh! lascia l'ira tua e perdonami omai: io sono, quando tu perdonar mi vogli e di quinci farmi discendere, acconcia

d'abbandonar del tutto il disleal giovane e te solo aver per amadore e per signore, quantunque tu molto la mia

bellezza biasimi, brieve e poco cara mostrandola; la quale, chente che ella, insieme con quella dell'altre, si sia, pur

so che, se per altro non fosse da aver cara, si è per ciò che vaghezza e trastullo e diletto è della giovanezza degli

uomini; e tu non se'vecchio. E quantunque io crudelmente da te trattata sia, non posso per ciò credere che tu

volessi vedermi fare così disonesta morte, come sarebbe il gittarmi a guisa di disperata quinci giù dinanzi agli

occhi tuoi, a'quali, se tu bugiardo non eri come sei diventato, già piacqui cotanto. Deh! increscati di me per Dio e

per pietà: il sole s'incomincia a riscaldar troppo, e come il troppo freddo questa notte m'offese, così il caldo

m'incomincia a far grandissima noia. A cui lo scolare, che a diletto la teneva a parole, rispose: - Madonna, la tua fede non si rimise ora nelle mie mani per amor che tu mi portassi, ma per racquistare quello che

tu perduto avevi; e per ciò niuna cosa merita altro che maggior male; e mattamente credi, se tu credi questa sola

via senza più essere, alla disiderata vendetta da me, opportuna stata. Io n'aveva mille altre, e mille lacciuoli, col

mostrar d'amarti, t'aveva tesi intorno a'piedi, né guari di tempo era ad andare, che di necessità, se questo

avvenuto non fosse, ti convenia in uno incappare; né potevi incappare in alcuno, che in maggior pena e vergogna

che questa non ti fia caduta non fossi; e questo presi non per agevolarti, ma per esser più tosto lieto. E dove tutti

mancati mi fossero, non mi fuggiva la penna, con la quale tante e sì fatte cose di te scritte avrei e in sì fatta

maniera, che, avendole tu risapute (ché l'avresti), avresti il dì mille volte disiderato di mai non esser nata. Le forze della penna sono troppo maggiori che coloro non estimano che quelle con conoscimento provate non

hanno. Io giuro a Dio (e se egli di questa vendetta, che io di te prendo, mi faccia allegro infin la fine, come nel

cominciamento m'ha fatto) che io avrei di te scritte cose che, non che dell'altre persone, ma di te stessa

vergognandoti, per non poterti vedere t'avresti cavati gli occhi; e per ciò non rimproverare al mare d'averlo fatto

crescere il piccolo ruscelletto. Del tuo amore, o che tu sii mia, non ho io, come già dissi, alcuna cura; sieti pur di colui di cui stata se', se tu puoi,

il quale, come io già odiai, così al presente amo, riguardando a ciò che egli ha ora verso te operato. Voi v'andate

innamorando e disiderate l'amor de'giovani, per ciò che alquanto con le carni più vive e con le barbe più nere gli

vedete, e sopra sé andare e carolare e giostrare; le quali cose tutte ebber coloro che più alquanto attempati sono,

e quel sanno che coloro hanno ad imparare. E oltre a ciò, gli stimate miglior cavalieri e far di più miglia le lor

giornate che gli uomini più maturi. Certo io confesso che essi con maggior forza scuotono i pilliccioni, ma gli attempati, sì come esperti, sanno meglio

i luoghi dove stanno le pulci; e di gran lunga è da eleggere più tosto il poco e saporito che il molto e insipido; e il

trottar forte rompe e stanca altrui, quantunque sia giovane, dove il soavemente andare, ancora che alquanto più

tardi altrui meni allo albergo, egli il vi conduce almen riposato. Voi non v'accorgete, animali senza intelletto, quanto di male sotto quella poca di bella apparenza stea nascoso.

Non sono i giovani d'una contenti, ma quante ne veggono tante ne disiderano, di tante par loro esser degni; per

che essere non può stabile il loro amore; e tu ora ne puoi per pruova esser verissima testimonia. E par loro esser

degni d'essere reveriti e careggiati dalle loro donne; né altra gloria hanno maggiore che il vantarsi di quelle che

hanno avute; il qual fallo già sotto a'frati, che nol ridicono, ne mise molte. Benché tu dichi che mai i tuoi amori

non seppe altri che la tua fante e io, tu il sai male, e mal credi se così credi. La sua contrada quasi di niun'altra

cosa ragiona, e la tua; ma le più volte è l'ultimo, a cui cotali cose agli orecchi pervengono, colui a cui elle

appartengono. Essi ancora vi rubano, dove dagli attempati v'è donato. Tu adunque, che male eleggesti, sieti di colui a cui tu ti desti, e me, il quale schernisti, lascia stare ad altrui, ché

io ho trovata donna da molto più che tu non se', che meglio n'ha conosciuto che tu non facesti. E acciò che tu del

disidero degli occhi miei possi maggior certezza nell'altro mondo portare che non mostra che tu in questo prenda

dalle mie parole, gittati giù pur tosto, e l'anima tua, sì come io credo, già ricevuta nel le braccia del diavolo, potrà

vedere se gli occhi miei d'averti veduta strabocchevolmente cadere si saranno turbati o no. Ma per ciò che io credo

che di tanto non mi vorrai far lieto, ti dico che, se il sole ti comincia a scaldare, ricorditi del freddo che tu a me

facesti patire, e se con cotesto caldo il mescolerai, senza fallo il sol sentirai temperato. La sconsolata donna, veggendo che pure a crudel fine riuscivano le parole dello scolare, ricominciò a piagnere e

disse: - Ecco, poi che niuna mia cosa di me a pietà ti muove, muovati l'amore, il qual tu porti a quella donna che più

savia di me di'che hai trovata, e da cui tu di'che se'amato, e per amor di lei mi perdona e i miei panni mi reca, ché

io rivestir mi possa, e quinci mi fa smontare. Lo scolare allora cominciò a ridere; e veggendo che già la terza era di buona ora passata, rispose: - Ecco, io non so ora dir di no, per tal donna me n'hai pregato; insegnamegli, e io andrò per essi e farotti di costà

su scendere. La donna, ciò credendo, alquanto si confortò, e insegnogli il luogo dove aveva i panni posti. Lo scolare, della torre

uscito, comandò al fante suo che di quindi non si partisse, anzi vi stesse vicino, e a suo poter guardasse che alcun

non v'entrasse dentro infino a tanto che egli tornato fosse; e questo detto, se n'andò a casa del suo amico, e quivi

a grande agio desinò, e appresso, quando ora gli parve, s'andò a dormire. La donna, sopra la torre rimasa, quantunque da sciocca speranza un poco riconfortata fosse, pure oltre misura

dolente si dirizzò a sedere, e a quella parte del muro dove un poco d'ombra era s'accostò, e cominciò

accompagnata da amarissimi pensieri ad aspettare; e ora pensando e ora piagnendo, e ora sperando e or

disperando della tornata dello scolare co'panni, e d'un pensiero in altro saltando, sì come quella che dal dolore era

vinta, e che niente la notte passata aveva dormito, s'addormentò. Il sole, il quale era ferventissimo, essendo già al mezzo giorno salito, feriva alla scoperta e al diritto sopra il tenero

e dilicato corpo di costei e sopra la sua testa, da niuna cosa coperta, con tanta forza, che non solamente le cosse

le carni tanto quanto ne vedea, ma quelle minuto minuto tutte l'aperse; e fu la cottura tale, che lei che

profondamente dormiva constrinse a destarsi. E sentendosi cuocere e alquanto movendosi, parve nel muoversi che tutta la cotta pelle le s'aprisse e ischiantasse,

come veggiamo avvenire d'una carta di pecora abbruciata, se altri la tira; e oltre a questo le doleva sì forte la

testa, che pareva che le si spezzasse, il che niuna maraviglia era. E il battuto della torre era fervente tanto, che

ella né co'piedi né con altro vi poteva trovar luogo; per che, senza star ferma, or qua or là si tramutava piagnendo.

E oltre a questo, non faccendo punto di vento, v'erano mosche e tafani in grandissima quantità abondanti, li quali,

ponendolesi sopra le carni aperte, sì fieramente la stimolavano, che ciascuna le pareva una puntura d'uno

spontone per che ella di menare le mani attorno non restava niente, sé, la sua vita, il suo amante e lo scolare

sempre maladicendo. E così essendo dal caldo inestimabile, dal sole, dalle mosche e da'tafani, e ancor dalla fame, ma molto più dalla

sete, e per aggiunta da mille noiosi pensieri angosciata e stimolata e trafitta, in piè dirizzata, cominciò a guardare

se vicin di sé o vedesse o udisse alcuna persona, disposta del tutto, che che avvenire ne le dovesse, di chiamarla e

di domandare aiuto. Ma anche questo l'aveva la sua nimica fortuna tolto. I lavoratori eran tutti partiti de'campi per lo caldo, avvegna

che quel dì niuno ivi appresso era andato a lavorare, sì come quegli che allato alle lor case tutti le lor biade

battevano; per che niuna altra cosa udiva che cicale, e vedeva Arno, il qual, porgendole disiderio delle sue acque,

non iscemava la sete ma l'accresceva. Vedeva ancora in più luoghi boschi e ombre e case, le quali tutte

similmente l'erano angoscia disiderando. Che direm più della sventurata vedova? Il sol di sopra e il fervor del battuto di sotto e le trafitture delle mosche e

de'tafani da lato sì per tutto l'avean concia, che ella, dove la notte passata con la sua bianchezza vinceva le

tenebre, allora rossa divenuta come robbia, e tutta di sangue chiazata, sarebbe paruta, a chi veduta l'avesse, la

più brutta cosa del mondo. E così dimorando costei, senza consiglio alcuno o speranza, più la morte aspettando che altro, essendo già la

mezza nona passata, lo scolare, da dormir levatosi e della sua donna ricordandosi, per veder che di lei fosse se ne

tornò alla torre, e il suo fante, che ancora era digiuno, ne mandò a mangiare; il quale avendo la donna sentito,

debole e della grave noia angosciosa, venne sopra la cateratta, e postasi a sedere, piagnendo cominciò a dire: - Rinieri, ben ti se'oltre misura vendico, ché se io feci te nella mia corte di notte agghiacciare, tu hai me di giorno

sopra questa torre fatta arrostire, anzi ardere, e oltre a ciò di fame e di sete morire; per che io ti priego per solo

Iddio che qua su salghi, e poi che a me non soffera il cuore di dare a me stessa la morte, dallami tu, ché io la

disidero più che altra cosa, tanto e tale è il tormento che io sento. E se tu questa grazia non mi vuoi fare, almeno

un bicchier d'acqua mi fa venire, che io possa bagnarmi la bocca, alla quale non bastano le mie lagrime, tanta è

l'asciugaggine e l'arsura la quale io v'ho dentro. Ben conobbe lo scolare alla voce la sua debolezza, e ancor vide in parte il corpo suo tutto riarso dal sole, per le

quali cose e per gli umili suoi prieghi un poco di compassione gli venne di lei; ma non per tanto rispose: - Malvagia donna, delle mie mani non morrai tu già, tu morrai pur delle tue, se voglia te ne verrà; e tanta acqua

avrai da me a sollevamento del tuo caldo, quanto fuoco io ebbi da te ad alleggiamento del mio freddo. Di tanto mi

dolgo forte, che la 'nfermità del mio freddo col caldo del letame puzzolente si convenne curare, ove quella del tuo

caldo col freddo della odorifera acqua rosa si curerà; e dove io per perdere i nervi e la persona fui, tu da questo

caldo scorticata, non altramenti rimarrai bella che faccia la serpe lasciando il vecchio cuoio. - O misera me!- disse la donna - queste bellezze in così fatta guisa acquistate dea Iddio a quelle persone che mal

mi vogliono; ma tu, più crudele che ogni altra fiera, come hai potuto sofferire di straziarmi a questa maniera? Che

più doveva io aspettar da te o da alcuno altro, se io tutto il tuo parentado sotto crudelissimi tormenti avessi

uccisi? Certo io non so qual maggior crudeltà si fosse potuta usare in un traditore che tutta una città avesse

messa ad uccisione, che quella alla qual tu m'hai posta a farmi arrostire al sole e manicare alle mosche; e oltre a

questo non un bicchier d'acqua volermi dare, che a'micidiali dannati dalla ragione, andando essi alla morte, è dato

ber molte volte del vino, pur che essi ne domandino. Ora ecco, poscia che io veggo te star fermo nella tua acerba

crudeltà, né poterti la mia passione in parte alcuna muovere, con pazienzia mi disporrò alla morte ricevere, acciò

che Iddio abbia misericordia della anima mia, il quale io priego che con giusti occhi questa tua operazion riguardi. E queste parole dette, si trasse con gravosa sua pena verso il mezzo del battuto, disperandosi di dovere da così

ardente caldo campare; e non una volta ma mille, oltre agli altri suoi dolori, credette di sete ispasimare, tuttavia

piagnendo forte e della sua sciagura dolendosi. Ma essendo già vespro e parendo allo scolare avere assai fatto, fatti prendere i panni di lei e inviluppare nel

mantello del fante, verso la casa della misera donna se n'andò, e quivi sconsolata e trista e senza consiglio la

fante di lei trovò sopra la porta sedersi, alla quale egli disse: - Buona femina, che è della donna tua? A cui la fante rispose: - Messere, io non so; io mi credeva stamane trovarla nel letto dove iersera me l'era paruta vedere andare; ma io

non la trovai né quivi né altrove, né so che si sia divenuta, di che io vivo con grandissimo dolore; ma voi, messere,

saprestemene dir niente? A cui lo scolar rispose: - Così avess'io avuta te con lei insieme là dove io ho lei avuta, acciò che io t'avessi della tua colpa così punita

come io ho lei della sua! Ma fermamente tu non mi scapperai dalle mani, che io non ti paghi sì dell'opere tue che

mai di niuno uomo farai beffe che di me non ti ricordi.- E questo detto, disse al suo fante: - Dalle cotesti panni e dille che vada per lei, s'ella vuole. Il fante fece il suo comandamento; per che la fante, presigli e riconosciutigli, udendo ciò che detto l'era, temette

forte non l'avessero uccisa, e appena di gridar si ritenne; e subitamente, piagnendo, essendosi già lo scolar

partito, con quegli verso la torre n'andò correndo. Aveva per isciagura uno lavoratore di questa donna quel dì due suoi porci smarriti, e andandoli cercando, poco

dopo la partita dello scolare a quella torricella pervenne, e andando guatando per tutto se i suoi porci vedesse,

sentì il miserabile pianto che la sventurata donna faceva, per che salito su quanto potè, gridò: - Chi piagne là su? La donna conobbe la voce del suo lavoratore, e chiamatol per nome gli disse: - Deh! vammi per la mia fante, e fa sì che ella possa qua su a me venire. Il lavoratore, conosciutala, disse: - Ohimè! madonna: o chi vi portò costà su? La fante vostra v'è tutto dì oggi andata cercando; ma chi avrebbe mai

pensato che voi doveste essere stata qui? E presi i travicelli della scala, la cominciò a dirizzar come star dovea e a legarvi con ritorte i bastoni a traverso. E

in questo la fante di lei sopravenne, la quale, nella torre entrata, non potendo più la voce tenere, battendosi a

palme cominciò a gridare: - Ohimè, donna mia dolce, ove siete voi? La donna udendola, come più forte potè, disse: - O sirocchia mia, io son qua su; non piagnere, ma recami tosto i panni miei. Quando la fante l'udì parlare, quasi tutta riconfortata, salì su per la scala già presso che racconcia dal lavoratore, e

aiutata da lui in sul battuto pervenne; e vedendo la donna sua, non corpo umano ma più tosto un cepperello

innarsicciato parere, tutta vinta, tutta spunta, e giacere in terra ignuda, messesi l'unghie nel viso cominciò a

piagnere sopra di lei, non altramenti che se morta fosse. Ma la donna la pregò per Dio che ella tacesse e lei

rivestire aiutasse. E avendo da lei saputo che niuna persona sapeva dove ella stata fosse, se non coloro che i panni

portati l'aveano e il lavoratore che al presente v'era, alquanto di ciò racconsolata, gli pregò per Dio che mai ad

alcuna persona di ciò niente dicessero. Il lavoratore dopo molte novelle, levatasi la donna in collo, che andar non poteva, salvamente infin fuor della torre

la condusse. La fante cattivella, che di dietro era rimasa, scendendo meno avvedutamente, smucciandole il piè, cadde della

scala in terra e ruppesi la coscia, e per lo dolor sentito cominciò a mugghiar che pareva un leone. Il lavoratore, posata la donna sopra ad uno erbaio, andò a vedere che avesse la fante, e trovatala con la coscia

rotta, similmente nello erbaio la recò, e allato alla donna la pose. La quale veggendo questo a giunta degli altri

suoi mali avvenuto, e colei avere rotta la coscia da cui ella sperava essere aiutata più che da altrui, dolorosa senza

modo ricominciò il suo pianto tanto miseramente, che non solamente il lavoratore non la potè racconsolare, ma

egli altressì cominciò a piagnere. Ma, essendo già il sol basso, acciò che quivi non gli cogliesse la notte, come alla sconsolata donna piacque, n'andò

alla casa sua, e quivi chiamati due suoi fratelli e la moglie, e là tornati con una tavola, su v'acconciarono la fante e

alla casa ne la portarono; e riconfortata la donna con un poco d'acqua fresca e con buone parole, levatalasi il

lavoratore in collo, nella camera di lei la portò. La moglie del lavoratore, datole mangiar pan lavato e poi spogliatala, nel letto la mise, e ordinarono che essa e la

fante fosser la notte portate a Firenze; e così fu fatto. Quivi la donna, che aveva a gran divizia lacciuoli, fatta una sua favola tutta fuor dell'ordine delle cose avvenute, sì

di sé e sì della sua fante fece a'suoi fratelli e alle sirocchie e ad ogn'altra persona credere che per indozzamenti di

demoni questo loro fosse avvenuto. I medici furon presti, e non senza grandissima angoscia e affanno della donna che tutta la pelle più volte

appiccata lasciò alle lenzuola, lei d'una fiera febbre e degli altri accidenti guerirono, e similmente la fante della

coscia. Per la qual cosa la donna, dimenticato il suo amante, da indi innanzi e di beffare e d'amare si guardò saviamente.

E lo scolare, sentendo alla fante la coscia rotta, parendogli avere assai intera vendetta, lieto, senza altro dirne, se

ne passò. Così adunque alla stolta giovane addivenne delle sue beffe, non altramente con uno scolare credendosi

frascheggiare che con un altro avrebbe fatto; non sappiendo bene che essi, non dico tutti ma la maggior parte,

sanno dove il diavolo tien la coda. E per ciò guardatevi, donne, dal beffare, e gli scolari spezialmente.

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