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Giornata settima - Novella sesta

Madonna Isabella con Leonetto standosi, amata da un messer Lambertuccio, è da lui visitata; e tornando il marito

di lei, messer Lambertuccio con un coltello in mano fuor di casa ne manda, e il marito di lei poi Leonetto

accompagna.

Maravigliosamente era piaciuta a tutti la novella della Fiammetta, affermando ciascuno ottimamente la donna aver

fatto, e quel che si convenia al bestiale uomo; ma poi che finita fu, il re a Pampinea impose che seguitasse. La

quale incominciò a dire. Molti sono, li quali, semplicemente parlando, dicono che Amore trae altrui del senno e quasi chi ama fa divenire

smemorato. Sciocca oppinione mi pare; e assai le già dette cose l'hanno mostrato; e io ancora intendo di

dimostrarlo. Nella nostra città, copiosa di tutti i beni, fu già una giovane donna e gentile e assai bella, la qual fu moglie d'un

cavaliere assai valoroso e da bene. E come spesso avviene che s sempre non può l'uomo usare un cibo, ma

talvolta disidera di variare; non soddisfaccendo a questa donna molto il suo marito, s'innamorò d'un giovane, il

quale Leonetto era chiamato, assai piacevole e costumato, come che di gran nazion non fosse, ed egli similmente

s'innamorò di lei; e come voi sapete che rade volte è senza effetto quello che vuole ciascuna delle parti, a dare al

loro amor compimento molto tempo non si interpose. Ora avvenne che, essendo costei bella donna e avvenevole, di lei un cavalier chiamato messer Lambertuccio

s'innamorò forte, il quale ella, per ciò che spiacevole uomo e sazievole le parea, per cosa del mondo ad amar lui

disporre non si potea. Ma costui con ambasciate sollicitandola molto, e non valendogli, essendo possente uomo, la

mandò minacciando di vituperarla se non facesse il piacer suo. Per la qual cosa la donna, temendo e conoscendo

come fatto era, si condusse a fare il voler suo. Ed essendosene la donna, che madonna Isabella avea nome,

andata, come nostro costume è di state, a stare ad una sua bellissima possessione in contado, avvenne, essendo

una mattina il marito di lei cavalcato in alcun luogo per dovere stare alcun giorno, che ella mandò per Leonetto

che si venisse a star con lei, il quale lietissimo incontanente v'andò. Messer Lambertuccio, sentendo il marito della donna essere andato altrove, tutto solo montato a cavallo, a lei se

n'andò e picchiò alla porta. La fante della donna, vedutolo, n'andò incontanente a lei, che in camera era con Leonetto, e chiamatala le disse: - Madonna, messer Lambertuccio è qua giù tutto solo. La donna, udendo questo, fu la più dolente femina del mondo; ma, temendol forte, pregò Leonetto che grave non

gli fosse il nascondersi alquanto dietro alla cortina del letto, in fino a tanto che messer Lambertuccio se n'andasse. Leonetto, che non minor paura di lui avea che avesse la donna, vi si nascose; ed ella comandò alla fante che

andasse ad aprire a messer Lambertuccio: la quale apertogli, ed egli nella corte smontato d'un suo pallafreno e

quello appiccato ivi ad uno arpione, se ne salì suso. La donna, fatto buon viso e venuta infino in capo della scala,

quanto più potè in parole lietamente il ricevette e domandollo quello che egli andasse faccendo. Il cavaliere,

abbracciatala e baciatala, disse: - Anima mia, io intesi che vostro marito non c'era, sì ch'io mi son venuto a stare alquanto con essovoi. - E dopo

queste parole, entratisene in camera e serratisi dentro, cominciò messer Lambertuccio a prender diletto di lei. E così con lei standosi, tutto fuori della credenza della donna, avvenne che il marito di lei tornò; il quale quando la

fante alquanto vicino al palagio vide, così subitamente corse alla camera della donna e disse: - Madonna, ecco messer che torna: io credo che egli sia già giù nella corte. La donna, udendo questo e sentendosi

aver due uomini in casa, e conosceva che il cavaliere non si poteva nascondere per lo suo pallafreno che nella

corte era, si tenne morta. Nondimeno, subitamente gittatasi del letto in terra, prese partito, e disse a messer

Lambertuccio: - Messere, se voi mi volete punto di bene e voletemi da morte campare, farete quello che io vi dirò. Voi vi

recherete in mano il vostro coltello ignudo, e con un mal viso e tutto turbato ve n'andrete giù per le scale, e

andrete dicendo: - Io fo boto a Dio che io il coglierò altrove -; e se mio marito vi volesse ritenere o di niente vi

domandasse, non dite altro che quello che detto v'ho, e montato a cavallo, per niuna cagione seco ristate. Messer Lambertuccio disse che volentieri; e tirato fuori i coltello, tutto infocato nel viso tra per la fatica durata e

per l'ira avuta della tornata del cavaliere, come la donna gl'impose così fece. Il marito della donna, già nella corte

smontato, maravigliandosi del pallafreno e volendo su salire, vide messer Lambertuccio scendere, e maravigliossi

e delle parole e del viso di lui, e disse: - Che è questo messere? Messer Lambertuccio, messo il piè nella staffa e montato su, non disse altro, se non: - Al corpo di Dio, io il giugnerò altrove - ; e andò via. Il gentile uomo montato su trovò la donna sua in capo della scala tutta sgomentata e piena di paura, alla quale

egli disse: - Che cosa è questa? Cui va messer Lambertuccio così adirato minacciando? La donna, tiratasi verso la camera, acciò che Leonetto l'udisse, rispose: - Messere, io non ebbi mai simil paura a questa. Qua entro si fuggì un giovane, il quale io non conosco e che esser

Lambertuccio col coltello in man seguitava, e trovò per ventura questa camera aperta, e tutto tremante disse: -

Madonna, per Dio aiutatemi, ché io non sia nelle braccia vostre morto ». Io mi levai diritta, e come il voleva

domandare chi fosse e che avesse, ed ecco messer Lambertuccio venir su dicendo: - Dove se', traditore? - Io mi

parai in su l'uscio della camera, e volendo egli entrar dentro, il ritenni, ed egli in tanto fu cortese che, come vide

che non mi piaceva che egli qua entro entrasse, dette molte parole, se ne venne giù come voi vedeste. Disse allora il marito: - Donna, ben facesti: troppo ne sarebbe stato gran biasimo, se persona fosse stata qua entro uccisa; e messer

Lambertuccio fece gran villania a seguitar persona che qua entro fuggita fosse. Poi domandò dove fosse quel giovane. La donna rispose: - Messere, io non so dove egli si sia nascoso. Il cavaliere allora disse: - Ove se'tu? Esci fuori sicuramente. Leonetto che ogni cosa udita avea, tutto pauroso, come colui che paura aveva avuta da dovero, uscì fuori del luogo

dove nascoso s'era. Disse allora il cavaliere: - Che hai tu a fare con messer Lambertuccio? Il giovane rispose: - Messer, niuna cosa che sia in questo mondo; e per ciò io credo fermamente che egli non sia in buon senno, o che

egli m'abbia colto in iscambio; per ciò che, come poco lontano da questo palagio nella strada mi vide, così mise

mano al coltello, e disse: - Traditor, tu se'morto -. Io non mi posi a domandare per che cagione, ma quanto potei

cominciai a fuggire e qui me ne venni dove, mercé di Dio e di questa gentil donna, scampato sono. Disse allora il cavaliere: - Or via, non aver paura alcuna; io ti porrò a casa tua sano e salvo, e tu poi sappi far cercar quello che con lui hai

a fare. E, come cenato ebbero, fattol montare a cavallo, a Firenze il ne menò, e lasciollo a casa sua. Il quale, secondo

l'ammaestramento della donna avuto, quella sera medesima parlò con messer Lambertuccio occultamente, e sì

con lui ordinò, che quantunque poi molte parole ne fossero, mai per ciò il cavalier non s'accorse della beffa fattagli

dalla moglie.


Giornata settima - Novella settima

Lodovico discuopre a madonna Beatrice l'amore il quale egli le porta; la qual manda Egano suo marito in un

giardino in forma di sé, e con Lodovico si giace; il quale poi levatosi, va e bastona Egano nel giardino.

Questo avvedimento di madonna Isabella da Pampinea raccontato fu da ciascun della brigata tenuto maraviglioso.

Ma Filomena, alla quale il re imposto aveva che secondasse, disse. Amorose donne, se io non ne sono ingannata, io ve ne credo uno non men bello raccontare, e prestamente. Voi dovete sapere che in Parigi fu già un gentile uomo fiorentino, il quale per povertà divenuto era mercatante, ed

eragli sì bene avvenuto della mercatantia, che egli ne era fatto ricchissimo, e avea della sua donna un figliuol

senza più, il quale egli aveva nominato Lodovico. E perché egli alla nobiltà del padre e non alla mercatantia si

traesse, non l'aveva il padre voluto mettere ad alcun fondaco, ma l'avea messo ad essere con altri gentili uomini al

servigio del re di Francia, là dove egli assai di be'costumi e di buone cose aveva apprese. E quivi dimorando, avvenne che certi cavalieri, li quali tornati erano dal Sepolcro, sopravvenendo ad un

ragionamento di giovani, nel quale Lodovico era, e udendogli fra sé ragionare delle belle donne di Francia e

d'Inghilterra e d'altre parti del mondo, cominciò l'un di loro a dir che per certo di quanto mondo egli aveva cerco e

di quante donne vedute aveva mai, una simigliante alla moglie d'Egano de'Galluzzi di Bologna, madonna Beatrice

chiamata, veduta non avea di bellezza; a che tutti i compagni suoi, che con lui insieme in Bologna l'avean veduta,

s'accordarono. Le quali cose ascoltando Lodovico, che d'alcuna ancora innamorato non s'era, s'accese in tanto disidero di doverla

vedere, che ad altro non poteva tenere il suo pensiere; e del tutto disposto d'andare infino a Bologna a vederla, e

quivi ancora dimorare, se ella gli piacesse, fece veduto al padre che al Sepolcro voleva andare; il che con

grandissima malagevolezza ottenne. Postosi adunque nome Anichino, a Bologna pervenne, e, come la fortuna volle, il dì seguente vide questa donna ad

una festa, e troppo più bella gli parve assai che stimato non avea; per che, innamoratosi ardentissimamente di lei,

propose di mai di Bologna non partirsi se egli il suo amore non acquistasse. E seco divisando che via dovesse a ciò

tenere, ogn'altro modo lasciando stare, avvisò che, se divenir potesse famigliar del marito di lei, il qual molti ne

teneva, per avventura gli potrebbe venir fatto quel che egli disiderava. Venduti adunque i suoi cavalli, e la sua famiglia acconcia in guisa che stava bene, avendo lor comandato che

sembiante facessero di non conoscerlo, essendosi accontato con l'oste suo, gli disse che volentier per servidore

d'un signore da bene, se alcun ne potesse trovare, starebbe. Al quale l'oste disse: - Tu se'dirittamente famiglio da dovere esser caro ad un gentile uomo di questa terra che ha nome Egano, il quale

molti ne tiene, e tutti li vuole appariscenti come tu se': io ne gli parlerò. E come disse così fece; e avanti che da Egano si partisse, ebbe con lui acconcio Anichino; il che quanto più poté

esser gli fu caro. E con Egano dimorando e avendo copia di vedere assai spesso la sua donna, tanto bene e sì a

grado cominciò a servire Egano, che egli gli pose tanto amore, che senza lui niuna cosa sapeva fare; e non

solamente di sé, ma di tutte le sue cose gli aveva commesso il governo. Avvenne un giorno che, essendo andato Egano ad uccellare e Anichino rimaso a casa, madonna Beatrice, che dello

amor di lui accorta non s'era ancora quantunque seco, lui e'suoi costumi guardando, più volte molto commendato

l'avesse e piacessele, con lui si mise a giucare a'scacchi; e Anichino, che di piacerle disiderava, assai

acconciamente faccendolo, si lasciava vincere, di che la donna faceva maravigliosa festa. Ed essendosi da vedergli

giucare tutte le femine della donna partite, e soli giucando lasciatigli, Anichino gittò un grandissimo sospiro. La donna guardatolo disse: - Che avesti, Anichino? Duolti così che io ti vinco? - Madonna, - rispose Anichino - troppo maggior cosa che questa non è fu cagion del mio sospiro. Disse allora la donna: - Deh dilmi per quanto ben tu mi vuogli. Quando Anichino si sentì scongiurare - per quanto ben tu mi vuogli - a colei la quale egli sopra ogn'altra cosa

amava, egli ne mandò fuori un troppo maggiore che non era stato il primo; per che la donna ancor da capo il

ripregò che gli piacesse di dirle qual fosse la cagione de'suoi sospiri. Alla quale Anichino disse: - Madonna, io temo forte che egli non vi sia noia, se io il vi dico; e appresso dubito che voi ad altra persona nol

ridiciate. A cui la donna disse: - Per certo egli non mi sarà grave, e renditi sicuro di questo, che cosa che tu mi dica, se non quanto ti piaccia, io

non dirò mai ad altrui. Allora disse Anichino: - Poi che voi mi promettete così, e io il vi dirò - ; e quasi colle lagrime in sugli occhi le disse chi egli era, quel che

di lei aveva udito e dove e come di lei s'era innamorato e come venuto e perché per servidor del marito di lei

postosi; e appresso umilemente, se esser potesse, la pregò che le dovesse piacere d'aver pietà di lui, e in questo

suo segreto e sì fervente disidero di compiacergli; e che, dove questo far non volesse, che ella, lasciandolo star

nella forma nella qual si stava, fosse contenta che egli l'amasse. O singular dolcezza del sangue bolognese! Quanto se'tu stata sempre da commendare in così fatti casi! Mai né di

lagrime né di sospir fosti vaga, e continuamente a'prieghi pieghevole e agli amorosi disideri arrendevol fosti. Se io

avessi degne lode da commendarti, mai sazia non se ne vedrebbe la voce mia! La gentil donna, parlando Anichino, il riguardava, e dando piena fede alle sue parole, con sì fatta forza ricevette

per li prieghi di lui il suo amore nella mente, che essa altressì cominciò a sospirare, e dopo alcun sospiro rispose: - Anichino mio dolce, sta di buon cuore; né doni né promesse né vagheggiare di gentile uomo né di signore né

d'alcuno altro (ché sono stata e sono ancor vagheggiata da molti) mai potè muovere l'animo mio tanto che io

alcuno n'amassi; ma tu m'hai fatta in così poco spazio, come le tue parole durate sono, troppo più tua divenir che

io non son mia. Io giudico che tu ottimamente abbi il mio amor guadagnato, e per ciò io il ti dono, e sì ti prometto

che io te ne farò godente avanti che questa notte che viene tutta trapassi. E acciò che questo abbia effetto, farai

che in su la mezza notte tu venghi alla camera mia; io lascerò l'uscio aperto; tu sai da qual parte del letto io

dormo; verrai là, e, se io dormissi, tanto mi tocca che io mi svegli, e io ti consolerò di così lungo disio come avuto

hai; e acciò che tu questo creda, io ti voglio dare un bacio per arra - ; e gittatogli il braccio in collo, amorosamente

il baciò, e Anichin lei. Queste cose dette, Anichin, lasciata la donna, andò a fare alcune sue bisogne, aspettando con la maggior letizia

del mondo che la notte sopravvenisse. Egano tornò da uccellare, e come cenato ebbe, essendo stanco, s'andò a

dormire, e la donna appresso, e, come promesso avea, lasciò l'uscio della camera aperto. Al quale, all'ora che detta gli era stata, Anichin venne, e pianamente entrato nella camera e l'uscio riserrato

dentro, dal canto donde la donna dormiva se n'andò, e postale la mano in sul petto, lei non dormente trovò; la

quale come sentì Anichino esser venuto, presa la sua mano con amendune le sue e tenendol forte, volgendosi per

lo letto tanto fece che Egano che dormiva destò, al quale ella disse: - Io non ti volli iersera dir cosa niuna, per ciò che tu mi parevi stanco; ma dimmi, se Dio ti salvi, Egano, quale hai

tu per lo migliore famigliare e per lo più leale e per colui che più t'ami, di quegli che tu in casa hai? Rispose Egano: - Che è ciò, donna, di che tu mi domandi? Nol conosci tu? Io non ho, né ebbi mai alcuno, di cui io tanto mi fidassi

o fidi o ami, quant'io mi fido e amo Anichino; ma perché me ne domandi tu? Anichino, sentendo desto Egano e udendo di sé ragionare, aveva più volte a sé tirata la mano per andarsene,

temendo forte non la donna il volesse ingannare; ma ella l'aveva sì tenuto e teneva, che egli non s'era potuto

partire né poteva. La donna rispose ad Egano e disse: - Io il ti dirò. Io mi credeva che fosse ciò che tu di'e che egli più fede che alcuno altro ti portasse; ma me ha egli

sgannata, per ciò che, quando tu andasti oggi ad uccellare, egli rimase qui, e quando tempo gli parve, non si

vergognò di richiedermi che io dovessi, a'suoi piaceri acconsentirmi; e io, acciò che questa cosa non mi bisognasse

con troppe pruove mostrarti e per farlati toccare e vedere, risposi che io era contenta e che stanotte, passata

mezzanotte, io andrei nel giardino nostro e a piè del pino l'aspetterei. Ora io per me non intendo d'andarvi; ma, se

tu vuogli la fedeltà del tuo famiglio cognoscere, tu puoi leggiermente, mettendoti indosso una delle guarnacche

mie e in capo un velo, e andare laggiuso ad aspettare se egli vi verrà, ché son certa del sì. Egano udendo questo disse: - Per certo io il convengo vedere - ; e levatosi, come meglio seppe al buio, si mise una guarnacca della donna e un

velo in capo, e andossen nel giardino e a piè d'un pino cominciò ad attendere Anichino. La donna, come sentì lui levato e uscito della camera, così si levò e l'uscio di quella dentro serrò. Anichino, il quale la maggior paura che avesse mai avuta avea, e che quanto potuto avea s'era sforzato d'uscire

delle mani della donna e centomila volte lei e il suo amore e sé che fidato se n'era avea maladetto, sentendo ciò

che alla fine aveva fatto, fu il più contento uomo che fosse mai; ed essendo la donna tornata nel letto, come ella

volle, con lei si spogliò, e insieme presero piacere e gioia per un buono spazio di tempo. Poi, non parendo alla donna che Anichino dovesse più stare, il fece levar suso e rivestire, e sì gli disse: - Bocca mia dolce, tu prenderai un buon bastone e andra'tene al giardino, e faccendo sembianti d'avermi richiesta

per tentarmi, come se io fossi dessa, dirai villania ad Egano e sonera'mel bene col bastone, per ciò che di questo

ne seguirà maraviglioso diletto e piacere. Anichino levatosi e nel giardino andatosene con un pezzo di saligastro in mano, come fu presso al pino e Egano il

vide venire, così levatosi come con grandissima festa riceverlo volesse, gli si faceva incontro. Al quale Anichin

disse: - Ahi malvagia femina, dunque ci se'venuta, e hai creduto che io volessi o voglia al mio signor far questo fallo? Tu

sii la mal venuta per le mille volte! - ; e alzato il bastone, lo incominciò a sonare. Egano, udendo questo e veggendo il bastone, senza dir parola cominciò a fuggire, e Anichino appresso sempre

dicendo: - Via, che Dio vi metta in malanno, rea femina, ché io il dirò domatina ad Egano per certo. Egano avendone avute parecchie delle buone, come più tosto poté, se ne tornò alla camera; il quale la donna

domandò se Anichin fosse al giardin venuto. Egano disse: - Così non fosse egli, per ciò che, credendo esso che io fossi te, m'ha con un bastone tutto rotto, e dettami la

maggior villania che mai si dicesse a niuna cattiva femina; e per certo io mi maravigliava forte di lui che egli con

animo di far cosa che mi fosse vergogna t'avesse quelle parole dette; ma, per ciò che così lieta e festante ti vede,

ti volle provare. Allora disse la donna: - Lodato sia Iddio, che egli ha me provata con parole e te con fatti, e credo che egli possa dire che io comporti con

più pazienzia le parole che tu i fatti non fai. Ma poi che tanta fede ti porta, si vuole aver caro e fargli onore. Egano disse: - Per certo tu di'il vero. E, da questo prendendo argomento, era in oppinione d'avere la più leal donna e il più fedel servidore che mai

avesse alcun gentile uomo. Per la qual cosa, come che poi più volte con Anichino ed egli e la donna ridesser di

questo fatto, Anichino e la donna ebbero assai più agio, di quello per avventura che avuto non avrebbono, a far di

quello che loro era diletto e piacere, mentre ad Anichin piacque di dimorar con Egano in Bologna.


Giornata settima - Novella ottava

Un diviene geloso della moglie, ed ella, legandosi uno spago al dito la notte, sente il suo amante venire a lei. Il

marito se n'accorge, e mentre seguita l'amante, la donna mette in luogo di sé nel letto un'altra femina, la quale il

marito batte e tagliale le trecce, e poi va per li fratelli di lei, li quali, trovando ciò non esser vero, gli dicono

villania.

Stranamente pareva a tutti madonna Beatrice essere stata maliziosa in beffare il suo marito, e ciascuno affermava

dovere essere stata la paura d'Anichino grandissima, quando, tenuto forte dalla donna, l'udì dire che egli d'amore

l'aveva richesta; ma poi che il re vide Filomena tacersi, verso Neifile voltosi, disse: - Dite voi. La qual, sorridendo prima un poco, cominciò. Belle donne, gran peso mi resta se io vorrò con una bella novella contentarvi, come quelle che davanti hanno detto

contentate v'hanno; del quale con l'aiuto di Dio io spero assai bene scaricarmi. Dovete dunque sapere che nella nostra città fu già un ricchissimo mercatante chiamato Arriguccio Berlinghieri, il

quale scioccamente, sì come ancora oggi fanno tutto 'l dì i mercatanti pensò di volere ingentilire per moglie, e

prese una giovane gentil donna male a lui convenientesi, il cui nome fu monna Sismonda. La quale, per ciò che

egli, sì come i mercatanti fanno, andava molto dattorno e poco con lei dimorava, s'innamorò d'un giovane

chiamato Ruberto, il quale lungamente vagheggiata l'avea. E avendo presa sua dimestichezza e quella forse men discretamente usando, per ciò che sommamente le

dilettava, avvenne o che Arriguccio alcuna cosa ne sentisse, o come che s'andasse, egli ne diventò il più geloso

uom del mondo, e lascionne stare l'andar dattorno e ogni altro suo fatto, e quasi tutta la sua sollicitudine aveva

posta in guardar ben costei; né mai addormentato si sarebbe, se lei primieramente non avesse sentita entrar nel

letto; per la qual cosa la donna sentiva gravissimo dolore, per ciò che in guisa niuna col suo Ruberto esser poteva. Or pure, avendo molti pensieri avuti a dover trovare alcun modo d'esser con essolui, e molto ancora da lui

essendone sollicitata, le venne pensato di tenere questa maniera: che, con ciò fosse cosa che la sua camera fosse

lungo la via, ed ella si fosse molte volte accorta che Arriguccio assai ad addormentarsi penasse, ma poi dormiva

saldissimo, avvisò di dover far venire Ruberto in su la mezza notte all'uscio della casa sua e d'andargli ad aprire e

a starsi alquanto con essolui mentre il marito dormiva forte. E a fare che ella il sentisse quando venuto fosse, in

guisa che persona non se ne accorgesse, divisò di mandare uno spaghetto fuori della finestra della camera, il

quale con l'un de' capi vicino alla terra aggiugnesse, e l'altro capo mandatol basso infin sopra 'l palco e

conducendolo al letto suo, quello sotto i panni mettere, e quando essa nel letto fosse, legarlosi al dito grosso del

piede. E appresso, mandato questo a dire a Ruberto, gl'impose che, quando venisse, dovesse lo spago tirare, ed ella, se

il marito dormisse, il lascerebbe andare e andrebbegli ad aprire; e s'egli non dormisse, ella il terrebbe fermo e

tirerebbelo a sé, acciò che egli non aspettasse: la qual cosa piacque a Ruberto, e assai volte andatovi, alcuna gli

venne fatto d'esser con lei, e alcuna no. Ultimamente, continuando costoro questo artificio così fatto, avvenne una notte che, dormendo la donna e

Arriguccio stendendo il piè per lo letto, gli venne questo spago trovato; per che, postavi la mano e trovatolo al dito

della donna legato, disse seco stesso: - Per certo questo dee essere qualche inganno -. E avvedutosi poi che lo

spago usciva fuori per la finestra, l'ebbe per fermo; per che, pianamente tagliatolo dal dito della donna, al suo il

legò, e stette attento per vedere quel che questo volesse dire. Né stette guari che Ruberto venne, e tirato lo spago, come usato era, Arriguccio si sentì, e non avendoselo ben

saputo legare, e Ruberto avendo tirato forte ed essendogli lo spago in man venuto, intese di doversi aspettare, e

così fece. Arriguccio, levatosi prestamente e prese sue armi, corse all'uscio, per dover vedere chi fosse costui, e per fargli

male. Ora era Arriguccio, con tutto che fosse mercatante, un fiero e un forte uomo; e giunto all'uscio e non

aprendolo soavemente come soleva far la donna, e Ruberto che aspettava sentendolo, s'avvisò esser quello che

era, cioè che colui che l'uscio apriva fosse Arriguccio; per che prestamente cominciò a fuggire, e Arriguccio a

seguitarlo. Ultimamente, avendo Ruberto un gran pezzo fuggito e colui non cessando di seguitarlo, essendo altressì Ruberto

armato, tirò fuori la spada e rivolsesi, e incominciarono l'uno a volere offendere e l'altro a difendersi. La donna, come Arriguccio aprì la camera, svegliatasi e trovatosi tagliato lo spago dal dito, incontanente s'accorse

che 'l suo inganno era scoperto; e sentendo Arriguccio esser corso dietro a Ruberto, prestamente levatasi,

avvisandosi ciò che doveva potere avvenire, chiamò la fante sua, la quale ogni cosa sapeva, e tanto la predicò, che

ella in persona di sé nel suo letto la mise, pregandola che, senza farsi conoscere, quel le busse pazientemente

ricevesse che Arriguccio le desse, per ciò che ella ne le renderebbe sì fatto merito, che ella non avrebbe cagione

donde dolersi. E spento il lume che nella camera ardeva, di quella s'uscì, e nascosa in una parte della casa

cominciò ad aspettare quello che dovesse avvenire. Essendo tra Arriguccio e Ruberto la zuffa, i vicini della contrada, sentendola e levatisi, cominciarono loro a dir

male; e Arriguccio, per tema di non esser conosciuto, senza aver potuto sapere chi il giovane si fosse o d'alcuna

cosa offenderlo, adirato e di mal talento, lasciatolo stare, se ne tornò verso la casa sua; e pervenuto nella camera

adiratamente cominciò a dire: - Ove se'tu, rea femina? Tu hai spento il lume perché io non ti truovi, ma tu l'hai fallita. E andatosene al letto, credendosi la moglie pigliare, prese la fante, e quanto egli potè menare le mani e'piedi,

tante pugna e tanti calci le diede, che tutto il viso l'ammaccò; e ultimamente le tagliò i capegli, sempre dicendole

la maggior villania che mai a cattiva femina si dicesse. La fante piagneva forte, come colei che aveva di che; e ancora che ella alcuna volta dicesse: - Ohimè, mercé per

Dio; oh, non più - ; era sì la voce dal pianto rotta, e Arriguccio impedito dal suo furore, che discerner non poteva

più quella esser d'un'altra femina che della moglie Battutala adunque di santa ragione e tagliatile i capegli, come dicemmo, disse: - Malvagia femina, io non intendo di toccarti altramenti, ma io andrò per li tuoi fratelli e dirò loro le tue buone

opere; e appresso che essi vengan per te e faccianne quello che essi credono che loro onor sia, e menintene; ché

per certo in questa casa non starai tu mai più. E così detto, uscito della camera, la serrò di fuori e andò tutto sol via. Come monna Sismonda, che ogni cosa udita aveva, sentì il marito essere andato via, così, aperta la camera e

racceso il lume, trovò la fante sua tutta pesta che piagneva forte; la quale, come poté il meglio, racconsolò, e nella

camera di lei la rimise, dove poi chetamente fattala servire e governare, sì di quello d'Arriguccio medesimo la

sovvenne che ella si chiamò per contenta. E come la fante nella sua camera rimessa ebbe, così prestamente il letto della sua rifece, e quella tutta racconciò e

rimise in ordine, come se quella notte niuna persona giaciuta vi fosse, e raccese la lampana e sé rivestì e

racconciò, come se ancora al letto non si fosse andata; e accesa una lucerna e presi suoi panni, in capo della scala

si pose a sedere, e cominciò a cucire e ad aspettare quello a che il fatto dovesse riuscire. Arriguccio, uscito di casa sua, quanto più tosto potè n'andò alla casa de'fratelli della moglie, e quivi tanto picchiò

che fu sentito e fugli aperto. Li fratelli della donna, che eran tre, e la madre di lei, sentendo che Arriguccio era,

tutti si levarono, e fatto accendere de' lumi vennero a lui e domandaronlo quello che egli a quella ora e così solo

andasse cercando. A' quali Arriguccio, cominciandosi dallo spago che trovato aveva legato al dito del piè di monna Sismonda, infino

all'ultimo di ciò che trovato e fatto avea, narrò loro; e per fare loro intera testimonianza di ciò che fatto avesse, i

capelli che alla moglie tagliati aver credeva lor pose in mano, aggiugnendo che per lei venissero e quel ne

facessero che essi credessero che al loro onore appartenesse, per ciò che egli non intendeva di mai più in casa

tenerla. I fratelli della donna, crucciati forte di ciò che udito avevano e per fermo tenendolo, contro a lei inanimati, fatti

accender de'torchi, con intenzione di farle un mal giuoco, con Arriguccio si misero in via e andaronne a casa sua. Il

che veggendo la madre di loro, piagnendo gl'incominciò a seguitare, or l'uno e or l'altro pregando che non

dovessero queste cose così subitamente credere, senza vederne altro o saperne; per ciò che il marito poteva per

altra cagione esser crucciato con lei e averle fatto male, e ora apporle questo per iscusa di sé; dicendo ancora che

ella si maravigliava forte come ciò potesse essere avvenuto, per ciò che ella conosceva ben la sua figliuola, sì

come colei che infino da piccolina l'aveva allevata; e molte altre parole simiglianti. Pervenuti adunque a casa d'Arriguccio ed entrati dentro, cominciarono a salir le scale. Li quali monna Sismonda

sentendo venire, disse: - Chi è là? Alla quale l'un de'fratelli rispose: - Tu il saprai bene, rea femina, chi è. Disse allora monna Sismonda: - Ora che vorrà dir questo? Domine, aiutaci. - E levatasi in piè disse: - Fratelli miei, voi siate i benvenuti; che andate voi cercando a questa ora quincentro tutti e tre? Costoro, avendola veduta a sedere e cucire e senza alcuna vista nel viso d'essere stata battuta, dove Arriguccio

aveva detto che tutta l'aveva pesta, alquanto nella prima giunta si maravigliarono e rifrenarono l'impeto della loro

ira, e domandaronla come stato fosse quello di che Arriguccio di lei si doleva, minacciandola forte se ogni cosa non

dicesse loro. La donna disse: - Io non so ciò che io mi vi debba dire, né di che Arriguccio di me vi si debba esser doluto. Arriguccio, vedendola, la guatava come smemorato, ricordandosi che egli l'aveva dati forse mille punzoni per lo

viso e graffiatogliele e fattole tutti i mali del mondo, e ora la vedeva come se di ciò niente fosse stato. In brieve i fratelli le dissero ciò che Arriguccio loro aveva detto, e dello spago e delle battiture e di tutto. La donna, rivolta ad Arriguccio, disse: - Ohimè, marito mio, che è quel ch'io odo? Perché fai tu tener me rea femina con tua gran vergogna, dove io non

sono, e te malvagio uomo e crudele di quello che tu non se'? E quando fostù questa notte più in questa casa, non

che con meco? O quando mi battesti tu? Io per me non me ne ricordo. Arriguccio cominciò a dire: - Come, rea femina, non ci andammo noi iersera al letto insieme? Non ci tornai io, avendo corso dietro all'amante

tuo? Non ti diedi io di molte busse, e taglia'ti i capegli? La donna rispose: - In questa casa non ti coricasti tu iersera. Ma lasciamo stare di questo, ché non ne posso altra testimonianza fare

che le mie vere parole, e veniamo a quello che tu di', che mi battesti e tagliasti i capegli. Me non battestù mai, e

quanti n'ha qui e tu altressì mi ponete mente se io ho segno alcuno per tutta la persona di battitura; né ti

consiglierei che tu fossi tanto ardito che tu mano addosso mi ponessi, ché, alla croce di Dio, io ti sviserei. Né i

capegli altressì mi tagliasti, che io sentissi o vedessi; ma forse il facesti che io non me n'avvidi: lasciami vedere se

io gli ho tagliati o no. E, levatisi suoi veli di testa, mostrò che tagliati non gli avea, ma interi. Le quali cose e vedendo e udendo i fratelli e la madre, cominciarono verso d'Arriguccio a dire: - Che vuoi tu dire, Arriguccio? Questo non è già quello che tu ne venisti a dire che avevi fatto; e non sappiam noi

come tu ti proverrai il rimanente. Arriguccio stava come trasognato e voleva pur dire; ma, veggendo che quello ch'egli credea poter mostrare non

era così, non s'attentava di dir nulla. La donna, rivolta verso i fratelli, disse: - Fratei miei, io veggio che egli è andato cercando che io faccia quello che io non volli mai fare, cioè ch'io vi

racconti le miserie e le cattività sue, e io il farò. Io credo fermamente che ciò che egli v'ha detto gli sia intervenuto

e abbial fatto; e udite come. Questo valente uomo, al qual voi nella mia mala ora per moglie mi deste, che si chiama mercatante e che vuole

esser creduto e che dovrebbe esser più temperato che uno religioso e più onesto che una donzella, son poche sere

che egli non si vada inebbriando per le taverne, e or con questa cattiva femina e or con quella rimescolando; e a

me si fa infino a mezza notte e talora infino a matutino aspettare, nella maniera che mi trovaste. Son certa che,

essendo bene ebbro, si mise a giacere con alcuna sua trista, e a lei destandosi trovò lo spago al piede e poi fece

tutte quelle sue gagliardie che egli dice, e ultimamente tornò a lei e battella e tagliolle i capegli; e non essendo

ancora ben tornato in sé, si credette, e son certa che egli crede ancora, queste cose aver fatte a me; e se voi il

porrete ben mente nel viso, egli è ancora mezzo ebbro. Ma tuttavia, che che egli s'abbia di me detto, io non voglio

che voi il vi rechiate se non come da uno ubriaco; e poscia che io gli perdono io, gli perdonate voi altressì. La madre di lei, udendo queste cose, cominciò a fare romore e a dire: - Alla croce di Dio, figliuola mia, cotesto non si votrebbe fare; anzi si vorrebbe uccidere questo can fastidioso e

sconoscente, ché egli non ne fu degno d'avere una figliuola fatta come se'tu. Frate, bene sta!; Basterebbe se egli

t'avesse ricolta del fango. Col malanno possa egli essere oggimai, se tu dei stare al fracidume delle parole di un

mercantuzzo di feccia d'asino, che venutici di contado e usciti delle troiate, vestiti di romagnuolo, con le calze a

campanile e con ]a penna in culo, come egli hanno tre soldi, vogliono le figliuole de'gentili uomini e delle buone

donne per moglie, e fanno arme e dicono: -I' son de'cotali - e - quei di casa mia fecer così. - Ben vorrei che'miei

figliuoli n'avesser seguito il mio consiglio, ché ti potevano così orrevolmente acconciare in casa i conti Guidi con un

pezzo di pane, ed essi vollon pur darti a questa bella gioia, che, dove tu se'la miglior figliuola di Firenze e la più

onesta, egli non s'è vergognato di mezza notte di dir che tu sii puttana, quasi noi non ti conoscessimo; ma, alla fè

di Dio, se me ne fosse creduto, se ne gli darebbe sì fatta gastigatoia che gli putirebbe. E, rivolta a' figliuoli, disse: - Figliuoli miei, io il vi dicea bene che questo non doveva potere essere. Avete voi udito come il buono vostro

cognato tratta la sirocchia vostra? Mercatantuolo di quattro denari che egli è! Ché, se io fossi come voi, avendo

detto quello che egli ha di lei e faccendo quello che egli fa, io non mi terrei mai né contenta né appagata, se io

nollo levassi di terra; e se io fossi uomo come io son femina, io non vorrei che altri ch'io se ne 'mpacciasse.

Domine, fallo tristo: ubriaco doloroso che non si vergogna! I giovani, vedute e udite queste cose, rivoltisi ad Arriguccio, gli dissero la maggior villania che mai a niun cattivo

uom si dicesse; e ultimamente dissero: - Noi ti perdoniam questa si come ad ebbro; ma guarda che per la vita tua da quinci innanzi simili novelle noi non

sentiamo più, ché per certo, se più nulla ce ne viene agli orecchi, noi ti pagheremo di questa e di quella - ; e così

detto, se n'andarono. Arriguccio, rimaso come uno smemorato, seco stesso non sappiendo se quello che fatto avea era stato vero o s'egli

aveva sognato, senza più farne parola, lasciò la moglie in pace. La qual, non solamente colla sua sagacità fuggì il

pericol sopra stante ma s'aperse la via a poter fare nel tempo avvenire ogni suo piacere, senza paura alcuna più

aver del marito.


Giornata settima - Novella nona

Lidia moglie di Nicostrato ama Pirro, il quale, acciò che credere il possa, le chiede tre cose, le quali ella gli fa tutte;

e oltre a questo in presenza di Nicostrato si sollazza con lui, e a Nicostrato fa credere che non sia vero quello che

ha veduto.

Tanto era piaciuta la novella di Neifile, che né di ridere né di ragionar di quella si potevano le donne tenere,

quantunque il re più volte silenzio loro avesse imposto, avendo comandato a Panfilo che la sua dicesse. Ma pur,

poi che tacquero, così Panfilo incominciò. Io non credo, reverende donne, che niuna cosa sia, quantunque sia grave e dubbiosa, che a far non ardisca chi

ferventemente ama. La qual cosa quantunque in assai novelle sia stato dimostrato, nondimeno io il mi credo molto

più, con una che dirvi intendo, mostrare, dove udirete d'una donna, alla qua le nelle sue opere fu troppo più

favorevole la fortuna, che la ragione avveduta; e per ciò non consiglierei io alcuna che dietro alle pedate di colei,

di cui dire intendo, s'arrischiasse d'andare, per ciò che non sempre è la fortuna in un modo disposta, né sono al

mondo tutti gli uomini abbagliati igualmente. In Argo, antichissima città di Grecia, per li suoi passati re molto più famosa che grande, fu già uno nobile uomo, il

quale appellato fu Nicostrato, a cui già vicino alla vecchiezza la fortuna concedette per moglie una gran donna,

non meno ardita che bella, detta per nome Lidia. Teneva costui, sì come nobile uomo e ricco, molta famiglia e cani e uccelli, e grandissimo diletto prendea nelle

cacce; e aveva tra gli altri suoi famigliari un giovinetto leggiadro e adorno e bello della persona e destro a

qualunque cosa avesse voluta fare, chiamato Pirro; il quale Nicostrato oltre ad ogni altro amava e più di lui si

fidava. Di costui Lidia s'innamorò forte, tanto che né dì né notte in altra parte che con lui aver poteva il pensiere; del

quale amore, o che Pirro non s'avvedesse o non volesse, niente mostrava se ne curasse, di che la donna

intollerabile noia portava nell'animo. E disposta del tutto di fargliele sentire, chiamò a sé una sua cameriera

nomata Lusca, della quale ella si confidava molto, e sì le disse: - Lusca, li benefici li quali tu hai da me ricevuti ti debbono fare a me obediente e fedele; e per ciò guarda che

quello che io al presente ti dirò niuna persona senta giammai se non colui al quale da me ti fia imposto. Come tu

vedi, Lusca, io son giovane e fresca donna, e piena e copiosa di tutte quelle cose che alcuna può disiderare; e

brievemente, fuor che d'una, non mi posso rammaricare, e questa è che gli anni del mio marito son troppi, se

co'miei si misurano, per la qual cosa di quello che le giovani donne prendono più piacere io vivo poco contenta; e

pur come l'altre disiderandolo, è buona pezza che io diliberai meco di non volere, se la fortuna m'è stata poco

amica in darmi così vecchio marito, essere io nimica di me medesima in non saper trovar modo a' miei diletti e

alla mia salute; e per avergli così compiuti in questo come nell'altre cose, ho per partito preso di volere, sì come di

ciò più degno che alcun altro, che il nostro Pirro co'suoi abbracciamenti gli supplisca, e ho tanto amore in lui

posto, che io non sento mai bene se non tanto quanto io il veggio o di lui penso; e se io senza indugio non mi

ritruovo seco, per certo io me ne credo morire. E per ciò, se la mia vita t'è cara, per quel modo che miglior ti

parrà, il mio amore gli significherai e sì 'l pregherai da mia parte che gli piaccia di venire a me quando tu per lui

andrai. La cameriera disse di farlo volentieri; e come prima tempo e luogo le parve, tratto Pirro da parte, quanto seppe il

meglio l'ambasciata gli fece della sua donna. La qual cosa udendo Pirro, si maravigliò forte, sì come colui che mai

d'alcuna cosa avveduto non s'era, e dubitò non la donna ciò facesse dirgli per tentarlo; per che subito e

ruvidamente rispose: - Lusca, io non posso credere che queste parole vengano dalla mia donna, e per ciò guarda quel che tu parli; e se

pure da lei venissero, non credo che con l'animo dir te le faccia; e se pur con l'animo dir le facesse, il mio signore

mi fa più onore che io non vaglio; io non farei a lui sì fatto oltraggio per la vita mia; e però guarda che tu più di sì

fatte cose non mi ragioni. La Lusca, non sbigottita per lo suo rigido parlare, gli disse: - Pirro, e di queste e d'ogn'altra cosa che la mia donna m'imporrà ti parlerò io quante volte ella il mi comanderà, o

piacere o noia ch'egli ti debbia essere; ma tu se' una bestia. E turbatetta con le parole di Pirro se ne tornò alla donna, la quale udendole disiderò di morire, e dopo alcun giorno

riparlò alla cameriera e disse: - Lusca, tu sai che per lo primo colpo non cade la quercia; per che a me pare che tu da capo ritorni a colui che in

mio pregiudicio nuovamente vuol divenir leale, e, prendendo tempo convenevole, gli mostra interamente il mio

ardore e in tutto t'ingegna di far che la cosa abbia effetto; però che, se così s'intralasciasse, io ne morrei ed egli si

crederebbe esser stato tentato; e dove il suo amor cerchiamo, ne seguirebbe odio. La cameriera confortò la donna, e cercato di Pirro, il trovò lieto e ben disposto, e sì gli disse: - Pirro, io ti mostrai, pochi dì sono, in quanto fuoco la tua donna e mia stea per l'amor che ella ti porta, e ora da

capo te ne rifò certo, che, dove tu in su la durezza che l'altrieri dimostrasti dimori, vivi sicuro che ella viverà poco;

per che io ti priego che ti piaccia di consolarla del suo disiderio; e dove tu pure in su la tua ostinazione stessi

duro, là dove io per molto savio t'aveva, io t'avrò per uno scioccone. Che gloria ti può egli esser maggiore che una

così fatta donna, così bella, così gentile e così ricca, te sopra ogni altra cosa ami? Appresso questo, quanto ti

puo'tu conoscere alla fortuna obligato, pensando che ella t'abbia parata dinanzi così fatta cosa, e a'disideri della

tua giovinezza atta, e ancora un così fatto rifugio a'tuoi bisogni! Qual tuo pari conosci tu che per via di diletto

meglio stea che starai tu, se tu sarai savio? Quale altro troverai tu che in arme, in cavalli, in robe e in denari possa

star come tu starai, volendo il tuo amor concedere a costei? Apri adunque l'animo alle mie parole e in te ritorna; e ricordati che una volta senza più suole avvenire che la

Fortuna si fa altrui incontro col viso lieto e col grembo aperto; la quale chi allora non sa ricevere, poi, trovandosi

povero e mendico, di sé e non di lei s'ha a rammaricare. E oltre a questo non si vuol quella lealtà tra'servidori

usare e'signori, che tra gli amici e pari si conviene; anzi gli deono così i servidori trattare, in quel che possono,

come essi da loro trattati sono. Speri tu, se tu avessi o bella moglie o madre o figliuola o sorella che a Nicostrato

piacesse, che egli andasse la lealtà ritrovando che tu servar vuoi a lui della sua donna? Sciocco se' se tu 'l credi:

abbi di certo, se le lusinghe e'prieghi non bastassono, che che ne dovesse a te parere, e'vi si adoperrebbe la forza.

Trattiamo adunque loro e le lor cose come essi noi e le nostre trattano. Usa il beneficio della Fortuna; non la

cacciare, falleti incontro e lei vegnente ricevi, ché per certo, se tu nol fai, lasciamo stare la morte la quale senza

fallo alla tua donna ne seguirà, ma tu ancora te ne penterai tante volte che tu ne vorrai morire. Pirro, il qual più fiate sopra le parole che la Lusca dette gli avea avea ripensato, per partito avea preso che, se ella

più a lui ritornasse, di fare altra risposta e del tutto recarsi a compiacere alla donna, dove certificar si potesse che

tentato non fosse; e per ciò rispose: - Vedi, Lusca, tutte le cose che tu mi di'io le conosco vere, ma io conosco d'altra parte il mio signore molto savio e

molto avveduto, e ponendomi tutti i suoi fatti in mano, io temo forte che Lidia con consiglio e voler di lui questo

non faccia per dovermi tentare; e per ciò, dove tre cose ch'io domanderò voglia fare a chiarezza di me, per certo

niuna cosa mi comanderà poi che io prestamente non faccia. E quelle tre cose che io voglio son queste:

primieramente che in presenzia di Nicostrato ella uccida il suo buono sparviere; appresso ch'ella mi mandi una

ciocchetta della barba di Nicostrato; e ultimamente un dente di quegli di lui medesimo de' migliori. Queste cose parvono alla Lusca gravi e alla donna gravissime; ma pure Amore, (che è buono confortatore e gran

maestro di consigli, le fece diliberar di farlo, e per la sua cameriera gli mandò dicendo che quello che egli aveva

addimandato pienamente fornirebbe, e tosto; e oltre a ciò, per ciò che egli così savio reputava Nicostrato, disse

che in presenzia di lui con Pirro si sollazzerebbe e a Nicostrato farebbe credere che ciò non fosse vero. Pirro adunque cominciò ad aspettare quello che far dovesse la gentil donna; la quale, avendo ivi a pochi dì

Nicostrato dato un gran desinare, sì come usava spesse volte di fare, a certi gentili uomini, ed essendo già levate

le tavole, vestita d'uno sciamito verde e ornata molto, e uscita della sua camera, in quella sala venne dove costoro

erano, e veggente Pirro e ciascuno altro, se n'andò alla stanga sopra la quale lo sparviere era cotanto da Nicostrato

tenuto caro, e scioltolo, quasi in mano sel volesse levare, e presolo per li geti, al muro il percosse e ucciselo. E gridando verso lei Nicostrato: - Ohimè, donna, che hai tu fatto? - niente a lui rispose; ma, rivolta a'gentili

uomini che con lui avevan mangiato, disse: - Signori, mal prenderei vendetta d'un re che mi facesse dispetto, se

d'uno sparvier non avessi ardir di pigliarla. Voi dovete sapere che questo uccello tutto il tempo da dover essere

prestato dagli uomini al piacer delle donne lungamente m'ha tolto; per ciò che, sì come l'aurora suole apparire,

così Nicostrato s'è levato, e salito a cavallo col suo sparviere in mano n'è andato alle pianure aperte a vederlo

volare; e io, qual voi mi vedete, sola e mal contenta nel letto mi sono rimasa; per la qual cosa ho più volte avuta

voglia di far ciò che io ho ora fatto, né altra cagione m'ha di ciò ritenuta se non l'aspettar di farlo in presenzia

d'uomini che giusti giudici sieno alla mia querela, sì come io credo che voi sarete. I gentili uomini che l'udivano, credendo non altramente esser fatta la sua affezione a Nicostrato che sonasser le

parole, ridendo ciascuno e verso Nicostrato rivolti che turbato era cominciarono a dire: - Deh! come la donna ha ben fatto a vendicare la sua ingiuria con la morte dello sparviere! - e con diversi motti

sopra così fatta materia, essendosi già la donna in camera ritornata, in riso rivolsero il cruccio di Nicostrato. Pirro, veduto questo, seco medesimo disse: - Alti principii ha dati la donna a' miei felici amori; faccia Iddio che

ella perseveri -. Ucciso adunque da Lidia lo sparviere, non trapassar molti giorni che, essendo ella nella sua camera insieme con

Nicostrato, faccendogli carezze, con lui cominciò a cianciare, ed egli per sollazzo alquanto tiratala per li capelli, le

diè cagione di mandare ad effetto la seconda cosa a lei domandata da Pirro; e prestamente lui per un picciolo

lucignoletto preso della sua barba e ridendo, sì forte il tirò che tutto del mento gliele divelse. Di che ramaricandosi Nicostrato, ella disse: - Or che avesti, che fai cotal viso per ciò che io t'ho tratti forse sei peli della barba? Tu non sentivi quel ch'io,

quando tu mi tiravi testeso i capelli. E così d'una parola in una altra continuando il lor sollazzo, la donna cautamente guardò la ciocca della barba che

tratta gli avea, e il dì medesimo la mandò al suo caro amante. Della terza cosa entrò la donna in più pensiero; ma pur, sì come quella che era d'alto ingegno e Amor la faceva vie

più, s'ebbe pensato che modo tener dovesse a darle compimento. E avendo Nicostrato due fanciulli datigli da' padri loro acciò che in casa sua, per ciò che gentili uomini erano,

apparassono alcun costume, dei quali, quando Nicostrato mangiava, l'uno gli tagliava innanzi e l'altro gli dava

bere, fattigli chiamare amenduni, fece lor vedere che la bocca putiva loro e ammaestrogli che quando a Nicostrato

servissono, tirassono il capo indietro il più che potessono, né questo mai dicessero a persona. I giovanetti, credendole, cominciarono a tenere quella maniera che la donna aveva lor mostrata. Per che ella una

volta domandò Nicostrato: - Se'ti tu accorto di ciò che questi fanciulli fanno quando ti servono? Disse Nicostrato: - Mai sì, anzi gli ho io voluti domandare perché il facciano. A cui la donna disse: - Non fare, ché io il ti so dire io, e holti buona pezza taciuto per non fartene noia; ma ora che io m'accorgo che

altri comincia ad avvedersene, non è più da celarloti. Questo non ti avviene per altro, se non che la bocca ti pute

fieramente, e non so qual si sia la cagione, per ciò che ciò non soleva essere; e questa è bruttissima cosa, avendo

tu ad usare con gentili uomini; e per ciò si vorrebbe veder modo di curarla. Disse allora Nicostrato: - Che potrebbe ciò essere? Avrei io in bocca dente niun guasto? A cui Lidia disse: - Forse che sì - ; e menatolo ad una finestra, gli fece aprire la bocca, e poscia che ella ebbe d'una patte e d'altra

riguardato, disse: - O Nicostrato, e come il puoi tu tanto aver patito? Tu n'hai uno da questa parte, il quale, per quel che mi paia,

non solamente è magagnato, ma egli è tutto fracido, e fermamente, se tu il terrai guari in bocca, egli guasterà

quegli che son da lato; per che io ti consiglierei che tu nel cacciassi fuori, prima che l'opera andasse più innanzi. Disse allora Nicostrato: - Da poi che egli ti pare, ed egli mi piace; mandisi senza più indugio per un maestro il qual mel tragga. Al quale la donna disse: - Non piaccia a Dio che qui per questo venga maestro; e'mi pare che egli stea in maniera, che senza alcun

maestro io medesima tel trarrò ottimamente. E d'altra parte questi maestri son sì crudeli a far questi servigi, che

il cuore nol mi patirebbe per niuna maniera di vederti o di sentirti tra le mani a niuno; e per ciò del tutto io voglio

fare io medesima; ché almeno, se egli ti dorrà troppo, ti lascerò io incontanente, quello che il maestro non

farebbe. Fattisi adunque venire i ferri da tal servigio e mandato fuori della camera ogni persona, solamente seco la Lusca

ritenne; e dentro serratesi, fece distender Nicostrato sopra un desco, e messegli le tanaglie in bocca, e preso uno

de'denti suoi, quantunque egli forte per dolor gridasse, tenuto fermamente dall'una, fu dall'altra per viva forza un

dente tirato fuori; e quel serbatosi, e presone un altro il quale sconciamente magagnato Lidia aveva in mano, a lui

doloroso e quasi mezzo morto il mostrarono, dicendo: - Vedi quello che tu hai tenuto in bocca già è cotanto. Egli credendoselo, quantunque gravissima pena sostenuta avesse e molto se ne ramaricasse, pur, poi che fuor

n'era, gli parve esser guarito; e con una cosa e con altra riconfortato, essendo la pena alleviata, s'uscì della

camera. La donna, preso il dente, tantosto al suo amante il mandò; il quale già certo del suo amore, sé ad ogni suo piacere

offerse apparecchiato. La donna, disiderosa di farlo più sicuro, e parendole ancora ogn'ora mille che con lui fosse,

volendo quello che profferto gli avea attenergli, fatto sembiante d'essere inferma ed essendo un dì appresso

mangiare da Nicostrato visitata, non veggendo con lui altri che Pirro, il pregò per alleggiamento della sua noia, che

aiutar la dovessero ad andare infino nel giardino. Per che Nicostrato dall'un de'lati e Pirro dall'altro presala, nel giardin la portarono e in un pratello a piè d'un bel

pero la posarono; dove stati alquanto sedendosi, disse la donna, che già aveva fatto informar Pirro di ciò che

avesse a fare: - Pirro, io ho gran disiderio d'aver di quelle pere, e però montavi suso e gittane giù alquante. Pirro, prestamente salitovi, cominciò a gittar giù delle pere; e mentre le gittava cominciò a dire: - Eh, messere, che è ciò che voi fate? E voi, madonna, come non vi vergognate di sofferirlo in mia presenza?

Credete voi che io sia cieco? Voi eravate pur testé così forte malata; come siete voi così tosto guerita che voi

facciate tai cose? Le quali se pur far volete, voi avete tante belle camere; perché non in alcuna di quelle a far

queste cose ve n'andate? E' sarà più onesto che farlo in mia presenza. La donna, rivolta al marito, disse: - Che dice Pirro? Farnetica egli? Disse allora Pirro: - Non farnetico no, madonna; non credete voi che i veggia? Nicostrato si maravigliava forte, e disse: - Pirro, veramente io credo che tu sogni. Al quale Pirro rispose: - Signor mio, non sogno né mica, né voi anche non sognate; anzi vi dimenate ben sì che, se così si dimenasse

questo pero, egli non ce ne rimarrebbe su niuna. Disse la donna allora: - Che può questo essere? Potrebbe egli esser vero che gli paresse ver ciò ch'e'dice? Se Dio mi salvi, se io fossi

sana come io fu'già, che io vi sarrei suso, per vedere che maraviglie sien queste che costui dice che vede. Pirro d'in sul pero pur diceva, e continuava queste novelle; al qual Nicostrato disse: - Scendi giù - ; ed egli scese; a cui egli disse: - Che di' tu che vedi? Disse Pirro: - Io credo che voi m'abbiate per smemorato o per trasognato; vedeva voi addosso alla donna vostra, poi pur dir

mel conviene; e poi discendendo io vi vidi levare e porvi così dove voi siete a sedere. - Fermamente, - disse Nicostrato - eri tu in questo smemorato, ché noi non ci siamo, poi che in sul pero salisti,

punto mossi, se non come tu vedi. Al qual Pirro disse: - Perché ne facciam noi quistione? Io vi pur vidi; e se io vi vidi, io vi vidi in sul vostro. Nicostrato più ogn'ora si maravigliava, tanto che egli disse: - Ben vo'vedere se questo pero è incantato, e che chi v'è su vegga le maraviglie - ; e montovvi su. Sopra il quale

come egli fu, la donna insieme con Pirro s'incominciarono a sollazzare; il che Nicostrato veggendo cominciò a

gridare: - Ahi rea femina, che è quel che tu fai? E tu Pirro, di cui io più mi fidava? - e così dicendo cominciò a scendere del

pero. La donna e Pirro dicevano: - Noi ci seggiamo - e lui veggendo discendere, a seder si tornarono in quella guisa che lasciati gli avea. Come

Nicostrato fu giù e vide costoro dove lasciati gli avea, così lor cominciò a dir villania. Al quale Pirro disse: - Nicostrato, ora veramente confesso io che, come voi diciavate davanti, che io falsamente vedessi mentre fui

sopra 'l pero; né ad altro il conosco se non a questo, che io veggio e so che voi falsamente avete veduto. E che io

dica il vero, niun'altra cosa vel mostri, se non l'aver riguardo e pensare a che ora la vostra donna, la quale è

onestissima e più savia che altra volendo di tal cosa farvi oltraggio, si recherebbe a farlo davanti agli occhi vostri.

Di me non vo'dire, che mi lascerei prima squartare che io il pur pensassi, non che io il venissi a fare in vostra

presenza. Per che di certo la magagna di questo transvedere dee procedere dal pero; per ciò che tutto il mondo

non m'avrebbe fatto discredere che voi qui non foste colla donna vostra carnalmente giaciuto, se io non udissi dire

a voi che egli vi fosse paruto che io facessi quello che io so certissimamente che io non pensai, non che io facessi

mai. La donna appresso, che quasi tutta turbata s'era levata in piè, cominciò a dire: - Sia con la mala ventura, se tu m'hai per sì poco sentita, che, se io volessi attendere a queste tristezze che tu

di'che vedevi, io le venissi a fare dinanzi agli occhi tuoi. Sii certo di questo che qualora volontà me ne venisse, io

non verrei qui, anzi mi crederrei sapere essere in una delle nostre camere, in guisa e in maniera che gran cosa mi

parrebbe che tu il risapessi giammai. Nicostrato, al qual vero parea ciò che dicea l'uno e l'altro che essi quivi dinanzi a lui mai a tale atto non si

dovessero esser condotti, lasciate stare le parole e le riprensioni di tal maniera, cominciò a ragionar della novità

del fatto e del miracolo della vista che così si cambiava a chi su vi montava. Ma la donna, che della oppinione che Nicostrato mostrava d'avere avuta di lei si mostrava turbata, disse: - Veramente questo pero non ne farà mai più niuna, né a me né ad altra donna, di queste vergogne, se io potrò; e

perciò, Pirro, corri e va e reca una scure, e ad una ora te e me vendica tagliandolo, come che molto meglio

sarebbe a dar con essa in capo a Nicostrato, il quale senza considerazione alcuna così tosto si lasciò abbagliar gli

occhi dello 'ntelletto; ché, quantunque a quegli che tu hai in testa paresse ciò che tu di, per niuna cosa dovevi nel

giudicio della tua mente comprendere o consentire che ciò fosse. Pirro prestissimo andò per la scure e tagliò il pero; il quale come la donna vide caduto, disse verso Nicostrato: - Poscia che io veggio abbattuto il nimico della mia onestà, la mia ira è ita via - ; e a Nicostrato, che di ciò la

pregava, benignamente perdonò, imponendogli che più non gli avvenisse di presummere, di colei che più che sé

l'amava, una così fatta cosa giammai. Così il misero marito schernito con lei insieme e col suo amante nel palagio se ne tornarono, nel quale poi molte

volte Pirro di Lidia, ed ella di lui, con più agio presero piacere e di letto. Dio ce ne dea a noi.

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