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Giornata sesta - Novella settima

Madonna Filippa dal marito con un suo amante trovata, chiamata in giudicio, con una pronta e piacevol risposta sé

libera e fa lo statuto modificare.

Già si tacea la Fiammetta, e ciascun rideva ancora del nuovo argomento dallo Scalza usato a nobilitare sopra

ogn'altro i Baronci, quando la reina ingiunse a Filostrato che novellasse; ed egli a dir cominciò. Valorose donne, bella cosa è in ogni parte saper ben parlare, ma io la reputo bellissima quivi saperlo fare dove la

necessità il richiede. Il che sì ben seppe fare una gentil donna, della quale intendo di ragionarvi, che non

solamente festa e riso porse agli uditori, ma sé de'lacci di vituperosa morte disviluppò, come voi udirete. Nella terra di Prato fu già uno statuto, nel vero non men biasimevole che aspro, il quale, senza niuna distinzion

fare, comandava che così fosse arsa quella donna che dal marito fosse con alcuno suo amante trovata in adulterio,

come quella che per denari con qualunque altro uomo stata trovata fosse. E durante questo statuto avvenne che una gentil donna e bella e oltre ad ogn'altra innamorata, il cui nome fu

madonna Filippa, fu trovata nella sua propria camera una notte da Rinaldo de'Pugliesi suo marito nelle braccia di

Lazzarino de'Guazzagliotri, nobile giovane e bello di quella terra, il quale ella quanto sé medesima amava, ed era

da lui amata. La qual cosa Rinaldo vedendo, turbato forte, appena del correr loro addosso e di uccidergli si

ritenne; e se non fosse che di sé medesimo dubitava, seguitando l'impeto della sua ira, l'avrebbe fatto. Rattemperatosi adunque da questo, non si potè temperar da voler quello dello statuto pratese, che a lui non era

licito di fare, cioè la morte della sua donna. E per ciò avendo al fallo della donna provare assai convenevole

testimonianza, come il dì fu venuto, senza altro consiglio prendere, accusata la donna, la fece richiedere. La donna, che di gran cuore era, sì come generalmente esser soglion quelle che innamorate son da dovero, ancora

che sconsigliata da molti suoi amici e parenti ne fosse, del tutto dispose di comparire e di voler più tosto, la verità

confessando, con forte animo morire, che, vilmente fuggendo, per contumacia in essilio vivere e negarsi degna di

così fatto amante come colui era nelle cui braccia era stata la notte passata. E assai bene accompagnata di donne

e d'uomini, da tutti confortata al negare, davanti al podestà venuta, domandò con fermo viso e con salda voce

quello che egli a lei domandasse. Il podestà, riguardando costei e veggendola bellissima e di maniere laudevoli molto, e, secondo che le sue parole

testimoniavano, di grande animo, cominciò di lei ad aver compassione, dubitando non ella confessasse cosa per la

quale a lui convenisse, volendo il suo onor servare, farla morire. Ma pur, non potendo cessare di domandarla di

quello che apposto l'era, le disse: - Madonna, come voi vedete, qui è Rinaldo vostro marito, e duolsi di voi, la quale egli dice che ha con altro uomo

trovata in adulterio; e per ciò domanda che io, secondo che uno statuto che ci è vuole, faccendovi morire di ciò vi

punisca; ma ciò far non posso, se voi nol confessate, e per ciò guardate bene quello che voi rispondete, e ditemi

se vero è quello di che vostro marito v'accusa. La donna, senza sbigottire punto, con voce assai piacevole rispose: - Messere, egli è vero che Rinaldo è mio marito, e che egli questa notte passata mi trovò nelle braccia di

Lazzarino, nelle quali io sono, per buono e per perfetto amore che io gli porto, molte volte stata; né questo

negherei mai; ma come io son certa che voi sapete, le leggi deono esser comuni e fatte con consentimento di

coloro a cui toccano. Le quali cose di questa non avvengono, ché essa solamente le donne tapinelle costrigne, le

quali molto meglio che gli uomini potrebbero a molti sodisfare; e oltre a questo, non che alcuna donna, quando

fatta fu, ci prestasse consentimento, ma niuna ce ne fu mai chiamata; per le quali cose meritamente malvagia si

può chiamare. E se voi volete, in pregiudicio del mio corpo e della vostra anima, esser di quella esecutore, a voi sta; ma, avanti

che ad alcuna cosa giudicar procediate, vi prego che una piccola grazia mi facciate, cioè che voi il mio marito

domandiate se io ogni volta e quante volte a lui piaceva, senza dir mai di no, io di me stessa gli concedeva intera

copia o no. A che Rinaldo, senza aspettare che il podestà il domandasse, prestamente rispose che senza alcun dubbio la

donna ad ogni sua richiesta gli aveva di sé ogni suo piacer conceduto. - Adunque,- seguì prestamente la donna - domando io voi, messer podestà, se egli ha sempre di me preso quello

che gli è bisognato e piaciuto, io che doveva fare o debbo di quel che gli avanza? Debbolo io gittare ai cani? Non è

egli molto meglio servirne un gentile uomo che più che sé m'ama, che lasciarlo perdere o guastare? Eran quivi a così fatta essaminazione, e di tanta e sì famosa donna, quasi tutti i pratesi concorsi, li quali, udendo

così piacevol risposta, subitamente, dopo molte risa, quasi ad una voce tutti gridarono la donna aver ragione e dir

bene; e prima che di quivi si partissono, a ciò confortandogli il podestà, modificarono il crudele statuto e

lasciarono che egli s'intendesse solamente per quelle donne le quali per denari a'lor mariti facesser fallo. Per la qual cosa Rinaldo, rimaso di così matta impresa confuso, si partì dal giudicio; e la donna lieta e libera, quasi

dal fuoco risuscitata, alla sua casa se ne tornò gloriosa.


Giornata sesta - Novella ottava

Fresco conforta la nepote che non si specchi, se gli spiacevoli, come diceva, l'erano a veder noiosi.

La novella da Filostrato raccontata prima con un poco di vergogna punse li cuori delle donne ascoltanti, e con

onesto rossore né lor visi apparito ne dieder segno; e poi, l'una l'altra guardando, appena del ridere potendosi

astenere, sogghignando quella ascoltarono. Ma poi che esso alla fine ne fu venuto, la reina, ad Emilia voltatasi,

che ella seguitasse le 'mpose. La quale, non altrimenti che se da dormir si levasse, soffiando incominciò. Vaghe giovani, per ciò che un lungo pensiero molto di qui m'ha tenuta gran pezza lontana, per ubbidire alla nostra

reina, forse con molto minor novella, che fatto non avrei se qui l'animo avessi avuto, mi passerò, lo sciocco error

d'una giovane raccontandovi, con un piacevol motto corretto da un suo zio, se ella da tanto stata fosse che inteso

l'avesse. Uno adunque, che si chiamò Fresco da Celatico, aveva una sua nepote chiamata per vezzi Cesca, la quale, ancora

che bella persona avesse e viso (non però di quegli angelici che già molte volte vedemo), sé da tanto e sì nobile

reputava, che per costume aveva preso di biasimare e uomini e donne e ciascuna cosa che ella vedeva, senza

avere alcun riguardo a sé medesima, la quale era tanto più spiacevole, sazievole e stizzosa che alcuna altra, che a

sua guisa niuna cosa si poteva fare; e tanto, oltre a tutto questo, era altiera, che se stata fosse de'reali di Francia

sarebbe stato soperchio. E quando ella andava per via sì forte le veniva del cencio, che altro che torcere il muso

non faceva, quasi puzzo le venisse di chiunque vedesse o scontrasse Ora, lasciando stare molti altri suoi modi spiacevoli e rincrescevoli, avvenne un giorno che, essendosi ella in casa

tornata là dove Fresco era, e tutta piena di smancerie postaglisi presso a sedere, altro non faceva che soffiare;

laonde Fresco domandando le disse: - Cesca, che vuol dir questo che, essendo oggi festa, tu te ne sé così tosto tornata in casa? Al quale ella tutta cascante di vezzi rispose: - Egli è il vero che io me ne sono venuta tosto, per ciò che io non credo che mai in questa terra fossero e uomini e

femine tanto spiacevoli e rincrescevoli quanto sono oggi, e non ne passa per via uno che non mi spiaccia come la

mala ventura; e io non credo che sia al mondo femina a cui più sia noioso il vedere gli spiacevoli che è a me, e per

non vedergli così tosto me ne son venuta. Alla qual Fresco, a cui li modi fecciosi della nepote dispiacevan fieramente, disse: - Figliuola, se così ti dispiaccion gli spiacevoli, come tu dì, se tu vuoi viver lieta, non ti specchiare giammai. Ma ella, più che una canna vana e a cui di senno pareva pareggiar Salamone, non altramenti che un montone

avrebbe fatto, intese il vero motto di Fresco; anzi disse che ella si voleva specchiar come l'altre. E così nella sua

grossezza si rimase e ancor vi si sta.


Giornata sesta - Novella nona

Guido Cavalcanti dice con un motto onestamente villania a certi cavalier fiorentini li quali soprappresso l'aveano.

Sentendo la reina che Emilia della sua novella s'era diliberata e che ad altri non restava a dir che a lei, se non a

colui che per privilegio aveva il dir da sezzo, così a dir cominciò. Quantunque, leggiadre donne, oggi mi sieno da voi state tolte da due in su delle novelle delle quali io m'avea

pensato di doverne una dire, nondimeno me n'è pure una rimasa da raccontare, nella conclusione della quale si

contiene un sì fatto motto, che forse non ci se n'è alcuno di tanto sentimento contato. Dovete adunque sapere che né tempi passati furono nella nostra città assai belle e laudevoli usanze, delle quali

oggi niuna ve n'è rimasa, mercé dell'avarizia che in quella con le ricchezze è cresciuta, la quale tutte l'ha

discacciate. Tra le quali n'era una cotale, che in diversi luoghi per Firenze si ragunavano insieme i gentili uomini

delle contrade e facevano lor brigate di certo numero, guardando di mettervi tali che comportar potessono

acconciamente le spese, e oggi l'uno, doman l'altro, e così per ordine tutti mettevan tavola, ciascuno il suo dì, a

tutta la brigata; e in quella spesse volte onoravano e gentili uomini forestieri, quando ve ne capitavano, e ancora

de'cittadini; e similmente si vestivano insieme almeno una volta l'anno, e insieme i dì più notabili cavalcavano per

la città, e talora armeggiavano, e massimamente per le feste principali o quando alcuna lieta novella di vittoria o

d'altro fosse venuta nella città. Tra le quali brigate n'era una di messer Betto Brunelleschi, nella quale messer Betto è compagni s'eran molto

ingegnati di tirare Guido di messer Cavalcante de'Cavalcanti, e non senza cagione; per ciò che, oltre a quello che

egli fu un de'migliori loici che avesse il mondo e ottimo filosofo naturale (delle quali cose poco la brigata curava, sì

fu egli leggiadrissimo e costumato e parlante uomo molto, e ogni cosa che far volle e a gentile uom pertenente,

seppe meglio che altro uom fare; e con questo era ricchissimo, e a chiedere a lingua sapeva onorare cui nell'animo

gli capeva che il valesse. Ma a messer Betto non era mai potuto venir fatto d'averlo, e credeva egli co'suoi compagni che ciò avvenisse per

ciò che Guido alcuna volta speculando molto astratto dagli uomini diveniva. E per ciò che egli alquanto tenea della

oppinione degli epicuri, si diceva tra la gente volgare che queste sue speculazioni eran solo in cercare se trovar si

potesse che Iddio non fosse. Ora avvenne un giorno che, essendo Guido partito d'Orto San Michele e venutosene per lo corso degli Adimari

infino a San Giovanni, il quale spesse volte era suo cammino, essendo quelle arche grandi di marmo, che oggi

sono in Santa Reparata, e molte altre dintorno a San Giovanni, ed egli essendo tra le colonne del porfido che vi

sono e quelle arche e la porta di San Giovanni, che serrata era, messer Betto con sua brigata a caval venendo su

per la piazza di Santa Reparata, veggendo Guido là tra quelle sepolture, dissero: - Andiamo a dargli briga -; e

spronati i cavalli a guisa d'uno assalto sollazzevole gli furono, quasi prima che egli se ne avvedesse, sopra, e

cominciarongli a dire: - Guido tu rifiuti d'esser di nostra brigata; ma ecco, quando tu arai trovato che Iddio non sia, che avrai fatto? A'quali Guido, da lor veggendosi chiuso, prestamente disse: - Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace - ; e posta la mano sopra una di quelle arche, che

grandi erano, sì come colui che leggerissimo era, prese un salto e fussi gittato dall'altra parte, e sviluppatosi da

loro se n'andò. Costoro rimaser tutti guatando l'un l'altro, e cominciarono a dire che egli era uno smemorato e che quello che egli

aveva risposto non veniva a dir nulla, con ciò fosse cosa che quivi dove erano non avevano essi a far più che tutti

gli altri cittadini, né Guido meno che alcun di loro. Alli quali messer Betto rivolto disse: - Gli smemorati siete voi, se voi non l'avete inteso. Egli ci ha detta onestamente in poche parole la maggior

villania del mondo; per ciò che, se voi riguardate bene, queste arche sono le case de'morti, per ciò che in esse si

pongono e dimorano i morti; le quali egli dice che sono nostra casa, a dimostrarci che noi e gli altri uomini idioti e

non litterati siamo, a comparazion di lui e degli altri uomini scienziati, peggio che uomini morti, e per ciò, qui

essendo, noi siamo a casa nostra. Allora ciascuno intese quello che Guido aveva voluto dire e vergognossi né mai più gli diedero briga, e tennero per

innanzi messer Betto sottile e intendente cavaliere.


Giornata sesta - Novella decima

Frate Cipolla promette a certi contadini di mostrar loro la penna dell'agnolo Gabriello; in luogo della quale

trovando carboni, quegli dice esser di quegli che arrostirono san Lorenzo.

Essendo ciascuno della brigata della sua novella riuscito, conobbe Dioneo che a lui toccava il dover dire; per la

qual cosa, senza troppo solenne comandamento aspettare, imposto silenzio a quegli che il sentito motto di Guido

lodavano, incominciò: Vezzose donne, quantunque io abbia per privilegio di poter di quel che più mi piace parlare, oggi io non intendo di

volere da quella materia separarmi della qual voi tutte avete assai acconciamente parlato; ma, seguitando le

vostre pedate, intendo di mostrarvi quanto cautamente con subito riparo uno de'frati di santo Antonio fuggisse

uno scorno che da due giovani apparecchiato gli era. Né vi dovrà esser grave perché io, per ben dir la novella

compiuta, alquanto in parlar mi distenda, se al sol guarderete il qual è ancora a mezzo il cielo. Certaldo, come voi forse avete potuto udire, è un castel di Val d'Elsa posto nel nostro contado, il quale,

quantunque piccol sia, già di nobili uomini e d'agiati fu abitato; nel quale, per ciò che buona pastura vi trovava,

usò un lungo tempo d'andare ogni anno una volta a ricoglier le limosine fatte loro dagli sciocchi un de'frati di

santo Antonio, il cui nome era frate Cipolla, forse non meno per lo nome che per altra divozione vedutovi

volontieri, con ciò sia cosa che quel terreno produca cipolle famose per tutta Toscana. Era questo frate Cipolla di persona piccolo, di pelo rosso e lieto nel viso e il miglior brigante del mondo: e oltre a

questo, niuna scienzia avendo, sì ottimo parlatore e pronto era, che chi conosciuto non l'avesse, non solamente un

gran rettorico l'avrebbe stimato, ma avrebbe detto esser Tulio medesimo o forse Quintiliano: e quasi di tutti quegli

della contrada era compare o amico o benivogliente. Il quale, secondo la sua usanza, del mese d'agosto tra l'altre v'andò una volta, e una domenica mattina, essendo

tutti i buoni uomini e le femine delle ville da torno venuti alla messa nella calonica, quando tempo gli parve,

fattosi innanzi disse: - Signori e donne, come voi sapete, vostra usanza è di mandare ogni anno à poveri del baron messer santo

Antonio del vostro grano e delle vostre biade, chi poco e chi assai, secondo il podere e la divozion sua, acciò ché il

beato santo Antonio vi sia guardia de'buoi e degli asini e de'porci e delle pecore vostre; e oltre a ciò solete pagare,

e spezialmente quegli che alla nostra compagnia scritti sono, quel poco debito che ogni anno si paga una volta.

Alle quali cose ricogliere io sono dal mio maggiore, cioè da messer l'abate, stato mandato, e per ciò, con la

benedizion di Dio, dopo nona, quando udirete sonare le campanelle, verrete qui di fuori della chiesa là dove io al

modo usato vi farò la predicazione, e bacerete la croce; e oltre a ciò, per ciò che divotissimi tutti vi conosco del

barone messer santo Antonio, di spezial grazia vi mostrerò una santissima e bella reliquia, la quale io medesimo

già recai dalle sante terre d'oltremare: e questa è una delle penne dell'agnol Gabriello, la quale nella camera della

Vergine Maria rimase quando egli la venne ad annunziare in Nazaret. E questo detto, si tacque e ritornossi alla messa. Erano, quando frate Cipolla queste cose diceva, tra gli altri molti nella chiesa due giovani astuti molto, chiamato

l'uno Giovanni del Bragoniera e l'altro Biagio Pizzini li quali, poi che alquanto tra sé ebbero riso della reliquia di

frate Cipolla, ancora che molto fossero suoi amici e di sua brigata, seco proposero di fargli di questa penna alcuna

beffa. E avendo saputo che frate Cipolla la mattina desinava nel castello con un suo amico, come a tavola il

sentirono così se ne scesero alla strada e all'albergo dove il frate era smontato se n'andarono con questo

proponimento: che Biagio dovesse tenere a parole il fante di frate Cipolla e Giovanni dovesse tralle cose del frate

cercare di questa penna, chente che ella si fosse, e torgliele, per vedere come egli di questo fatto poi dovesse al

popol dire. Aveva frate Cipolla un suo fante, il quale alcuni chiamavano Guccio Balena e altri Guccio Imbratta, e chi gli diceva

Guccio Porco: il quale era tanto cattivo, che egli non è vero che mai Lippo Topo ne facesse alcun cotanto. Di cui

spesse volte frate Cipolla era usato di motteggiare con la sua brigata e di dire: - Il fante mio ha in sé nove cose tali che, se qualunque è l'una di quelle fosse in Salamone o in Aristotile o in

Seneca, avrebbe forza di guastare ogni lor vertù, ogni lor senno, ogni lor santità. Pensate adunque che uom dee

essere egli, nel quale né vertù né senno né santità alcuna è, avendone nove. Ed, essendo alcuna volta domandato quali fossero queste nove cose, ed egli, avendole in rima messe, rispondeva: - Dirolvi: egli è tardo, sugliardo e bugiardo; negligente, disubidente e maldicente; trascutato, smemorato e

scostumato; senza che egli ha alcune altre taccherelle con queste, che si taccion per lo migliore. E quel che

sommamente è da rider de'fatti suoi è che egli in ogni luogo vuol pigliar moglie e tor casa a pigione; e avendo la

barba grande e nera e unta, gli par sì forte esser bello e piacevole, che egli s'avisa che quante femine il veggano

tutte di lui s'innamorino, ed essendo lasciato, a tutte andrebbe dietro perdendo la coreggia. E' il vero che egli m'è

d'un grande aiuto, per ciò che mai niun non mi vuol sì segreto parlare, che egli non voglia la sua parte udire; e se

avviene che io d'alcuna cosa sia domandato, ha sì gran paura che io non sappia rispondere, che prestamente

risponde egli e sì e no, come giudica si convenga. A costui, lasciandolo all'albergo, aveva frate Cipolla comandato che ben guardasse che alcuna persona non

toccasse le cose sue, e spezialmente le sue bisacce, per ciò che in quelle erano le cose sacre. Ma Guccio Imbratta, il quale era più vago di stare in cucina che sopra i verdi rami l'usignolo, e massimamente se

fante vi sentiva niuna, avendone in quella dell'oste una veduta, grassa e grossa e piccola e mal fatta, con un paio

di poppe che parean due ceston da letame e con un viso che parea de'Baronci, tutta sudata, unta e affumicata,

non altramenti che si gitti l'avoltoio alla carogna, lasciata la camera di frate Cipolla aperta e tutte le sue cose in

abbandono, là si calò. E ancora che d'agosto fosse, postosi presso al fuoco a sedere, cominciò con costei, che Nuta

aveva nome, a entrare in parole e dirle che egli era gentile uomo per procuratore e che egli aveva de'fiorini più di

millantanove, senza quegli che egli aveva a dare altrui, che erano anzi più che meno, e che egli sapeva tante cose

fare e dire, che domine pure unquanche. E senza riguardare a un suo cappuccio sopra il quale era tanto untume,

che avrebbe condito il calderon d'Altopascio, e a un suo farsetto rotto e ripezzato e intorno al collo e sotto le ditella

smaltato di sucidume, con più macchie e di più colori che mai drappi fossero tartereschi o indiani, e alle sue

scarpette tutte rotte e alle calze sdrucite, le disse, quasi stato fosse il siri di Castiglione, che rivestir la voleva e

rimetterla in arnese, e trarla di quella cattività di star con altrui e senza gran possession d'avere ridurla in

isperanza di miglior fortuna e altre cose assai; le quali quantunque molto affettuosamente le dicesse, tutte in

vento convertite, come le più delle sue imprese facevano, tornarono in niente. Trovarono adunque i due giovani Guccio Porco intorno alla Nuta occupato; della qual cosa contenti, per ciò che

mezza la lor fatica era cessata, non contradicendolo alcuno nella camera di frate Cipolla, la quale aperta trovarono,

entrati, la prima cosa che venne lor presa per cercare fu la bisaccia nella quale era la penna; la quale aperta,

trovarono in un gran viluppo di zendado fasciata una piccola cassettina; la quale aperta, trovarono in essa una

penna di quelle della coda d'un pappagallo, la quale avvisarono dovere esser quella che egli promessa avea di

mostrare a'certaldesi. E certo egli il poteva a quei tempi leggiermente far credere, per ciò che ancora non erano le morbidezze d'Egitto,

se non in piccola quantità, trapassate in Toscana, come poi in grandissima copia con disfacimento di tutta Italia

son trapassate: e dove che elle poco conosciute fossero, in quella contrada quasi in niente erano da gli abitanti

sapute; anzi, durandovi ancora la rozza onestà degli antichi, non che veduti avessero pappagalli ma di gran lunga

la maggior parte mai uditi non gli avean ricordare. Contenti adunque i giovani d'aver la penna trovata, quella tolsero e, per non lasciare la cassetta vota, vedendo

carboni in un canto della camera, di quegli la cassetta empierono; e richiusala e ogni cosa racconcia come trovata

avevano, senza essere stati veduti, lieti se ne vennero con la penna e cominciarono a aspettare quello che frate

Cipolla, in luogo della penna trovando carboni, dovesse dire. Gli uomini e le femine semplici che nella chiesa erano, udendo che veder dovevano la penna dell'agnol Gabriello

dopo nona, detta la messa, si tornarono a casa; e dettolo l'un vicino all'altro e l'una comare all'altra, come

desinato ebbero ogni uomo, tanti uomini e tante femine concorsono nel castello, che appena vi capeano, con

desiderio aspettando di veder questa penna. Frate Cipolla, avendo ben desinato e poi alquanto dormito, un poco dopo nona levatosi e sentendo la moltitudine

grande esser venuta di contadini per dovere la penna vedere, mandò a Guccio Imbratta che lassù con le

campanelle venisse e recasse le sua bisacce. Il quale, poi che con fatica dalla cucina e dalla Nuta si fu divelto, con

le cose addimandate con fatica lassù n'andò: dove ansando giunto, per ciò che il ber dell'acqua gli avea molto

fatto crescere il corpo, per comandamento di frate Cipolla andatone in su la porta della chiesa, forte incominciò le

campanelle a sonare. Dove, poi che tutto il popolo fu ragunato, frate Cipolla, senza essersi avveduto che niuna sua cosa fosse stata

mossa, cominciò la sua predica, e in acconcio de'fatti suoi disse molte parole; e dovendo venire al mostrar della

penna dell'agnolo Gabriello, fatta prima con grande solennità la confessione, fece accender due torchi, e

soavemente sviluppando il zendado, avendosi prima tratto il cappuccio, fuori la cassetta ne trasse. E dette

primieramente alcune parolette a laude e a commendazione dell'agnolo Gabriello e della sua reliquia, la cassetta

aperse. La quale come piena di carboni vide, non sospicò che ciò che Guccio Balena gli avesse fatto, per ciò che

nol conosceva da tanto, né il maladisse del male aver guardato che altri ciò non facesse, ma bestemmiò

tacitamente sé, che a lui la guardia delle sue cose aveva commessa, conoscendol, come faceva, negligente,

disubidente, trascurato e smemorato. Ma non per tanto, senza mutar colore, alzato il viso e le mani al cielo, disse

sì che da tutti fu udito: - O Iddio, lodata sia sempre la tua potenzia! Poi richiusa la cassetta e al popolo rivolto disse: - Signori e donne, voi dovete sapere che, essendo io ancora molto giovane, io fui mandato dal mio superiore in

quelle parti dove apparisce il sole, e fummi commesso con espresso comandamento che io cercassi tanto che io

trovassi i privilegi del Porcellana, li quali, ancora che a bollar niente costassero, molto più utili sono a altrui che a

noi. Per la qual cosa messom'io cammino, di Vinegia partendomi e andandomene per lo Borgo de'Greci e di quindi per

lo reame del Garbo cavalcando e per Baldacca, pervenni in Parione, donde, non senza sete, dopo alquanto per

venni in Sardigna. Ma perché vi vo io tutti i paesi cerchi da me divisando? Io capitai, passato il braccio di San

Giorgio, in Truffia e in Buffia, paesi molto abitati e con gran popoli; e di quindi pervenni in terra di Menzogna,

dove molti de'nostri frati e d'altre religioni trovai assai, li quali tutti il disagio andavan per l'amor di Dio schifando,

poco dell'altrui fatiche curandosi, dove la loro utilità vedessero seguitare, nulla altra moneta spendendo che senza

conio per quei paesi: e quindi passai in terra d'Abruzzi, dove gli uomini e le femine vanno in zoccoli su pe'monti,

rivestendo i porci delle lor busecchie medesime; e poco più là trovai gente che portano il pan nelle mazze e 'l vin

nelle sacca: da'quali alle montagne de'bachi pervenni, dove tutte le acque corrono alla 'ngiù. E in brieve tanto andai adentro, che io pervenni mei infino in India Pastinaca, là dove io vi giuro, per l'abito che io

porto addosso che io vidi volare i pennati, cosa incredibile a chi non gli avesse veduti; ma di ciò non mi lasci

mentire Maso del Saggio, il quale gran mercante io trovai là, che schiacciava noci e vendeva gusci a ritaglio. Ma non potendo quello che io andava cercando trovare, perciò che da indi in là si va per acqua, indietro

tornandomene, arrivai in quelle sante terre dove l'anno di state vi vale il pan freddo quattro denari, e il caldo v'è

per niente. E quivi trovai il venerabile padre messer Nonmiblasmete Sevoipiace, degnissimo patriarca di

Jerusalem. Il quale, per reverenzia dell'abito che io ho sempre portato del baron messer santo Antonio, volle che

io vedessi tutte le sante reliquie le quali egli appresso di sé aveva; e furon tante che, se io ve le volessi tutte

contare, io non ne verrei a capo in parecchie miglia, ma pure, per non lasciarvi sconsolate, ve ne dirò alquante. Egli primieramente mi mostrò il dito dello Spirito Santo così intero e saldo come fu mai, e il ciuffetto del serafino

che apparve a san Francesco, e una dell'unghie de'Gherubini, e una delle coste del Verbum caro fatti alle finestre,

e de'vestimenti della Santa Fé catolica, e alquanti de'raggi della stella che apparve à tre Magi in oriente, e un

ampolla del sudore di san Michele quando combatté col diavole, e la mascella della Morte di san Lazzaro e altre. E per ciò che io liberamente gli feci copia delle piagge di Monte Morello in volgare e d'alquanti capitoli del

Caprezio, li quali egli lungamente era andati cercando, mi fece egli partefice delle sue sante reliquie, e donommi

uno de'denti della santa Croce, e in una ampolletta alquanto del suono delle campane del tempio di Salomone e la

penna dell'agnol Gabriello, della quale già detto v'ho, e l'un de'zoccoli di san Gherardo da Villamagna (il quale io,

non ha molto, a Firenze donai a Gherardo di Bonsi, il quale in lui ha grandissima divozione) e diedemi de'carboni,

co'quali fu il beatissimo martire san Lorenzo arrostito; le quali cose io tutte di qua con meco divotamente le recai,

e holle tutte. E' il vero che il mio maggiore non ha mai sofferto che io l'abbia mostrate infino a tanto che certificato non s'è se

desse sono o no; ma ora che per certi miracoli fatti da esse e per lettere ricevute dal Patriarca fatto n'è certo m'ha

conceduta licenzia che io le mostri; ma io, temendo di fidarle altrui, sempre le porto meco. Vera cosa è che io porto la penna dell'agnol Gabriello, acciò che non si guasti, in una cassetta e i carboni co'quali

fu arrostito san Lorenzo in un'altra; le quali son sì simiglianti l'una all'altra, che spesse volte mi vien presa l'una

per l'altra, e al presente m'è avvenuto; per ciò che, credendomi io qui avere arrecata la cassetta dove era la

penna, io ho arrecata quella dove sono i carboni. Il quale io non reputo che stato sia errore, anzi mi pare esser

certo che volontà sia stata di Dio e che Egli stesso la cassetta de'carboni ponesse nelle mie mani, ricordandom'io

pur testé che la festa di san Lorenzo sia di qui a due dì. E per ciò, volendo Iddio che io, col mostrarvi i carboni

co'quali esso fu arrostito, raccenda nelle vostre anime la divozione che in lui aver dovete, non la penna che io

voleva, ma i benedetti carboni spenti dall'omor di quel santissimo corpo mi fe'pigliare. E per ciò, figliuoli

benedetti, trarretevi i cappucci e qua divotamente v'appresserete a vedergli. Ma prima voglio che voi sappiate che chiunque da questi carboni in segno di croce è tocco, tutto quello anno può

viver sicuro che fuoco nol cocerà che non si senta. E poi che così detto ebbe, cantando una laude di san Lorenzo, aperse la cassetta e mostrò i carboni; li quali poi

che alquanto la stolta moltitudine ebbe con ammirazione reverentemente guardati, con grandissima calca tutti

s'appressarono a frate Cipolla e, migliori offerte dando che usati non erano, che con essi gli dovesse toccare il

pregava ciascuno. Per la qual cosa frate Cipolla, recatisi questi carboni in mano, sopra li lor camisciotti bianchi e sopra i farsetti e

sopra li veli delle donne cominciò a fare le maggior croci che vi capevano, affermando che tanto quanto essi

scemavano a far quelle croci, poi ricrescevano nella cassetta, sì come egli molte volte aveva provato. E in cotal guisa, non senza sua grandissima utilità avendo tutti crociati i certaldesi, per presto accorgimento fece

coloro rimanere scherniti, che lui, togliendogli la penna, avevan creduto schernire. Li quali stati alla sua predica e

avendo udito il nuovo riparo preso da lui e quanto da lungi fatto si fosse e con che parole, avevan tanto riso che

eran creduti smascellare. E poi che partito si fu il vulgo, a lui andatisene, con la maggior festa del mondo ciò che

fatto avevan gli discoprirono, e appresso gli renderono la sua penna; la quale l'anno seguente gli valse non meno

che quel giorno gli fosser valuti i carboni.


Giornata sesta - Conclusione

Questa novella porse igualmente a tutta la brigata grandissimo piacere e sollazzo, e molto per tutti fu riso di fra

Cipolla e massimamente del suo pellegrinaggio e delle reliquie così da lui vedute come recate. La quale la reina

sentendo esser finita, e similmente la sua signoria, levata in piè, la corona si trasse e ridendo la mise in capo a

Dioneo, e disse: - Tempo è, Dioneo, che tu alquanto pruovi che carico sia l'aver donne a reggere e a guidare; sii dunque re, e sì

fattamente ne reggi, che del tuo reggimento nella fine ci abbiamo a lodare. Dioneo, presa la corona, ridendo rispose: - Assai volte già ne potete aver veduti, io dico delli re da scacchi, troppo più cari che io non sono; e per certo, se

voi m'ubbidiste come vero re si dee ubbidire, io vi farei goder di quello senza il che per certo niuna festa

compiutamente è lieta. Ma lasciamo star queste parole: io reggerò come io saprò. E fattosi, secondo il costume usato, venire il siniscalco, ciò che a fare avesse quanto durasse la sua signoria

ordinatamente gl'impose, e appresso disse: - Valorose donne, in diverse maniere ci s'è della umana industria e de'casi vari ragionato, tanto che, se donna

Licisca non fosse poco avanti qui venuta, la quale con le sue parole m'ha trovata materia à futuri ragionamenti di

domane, io dubito che io non avessi gran pezza penato a trovar tema da ragionare. Ella, come voi udiste, disse

che vicina non avea che pulcella ne fosse andata a marito; e soggiunse che ben sapeva quante e quali beffe le

maritate ancora facessero à mariti. Ma, lasciando stare la prima parte, che è opera fanciullesca, reputo che la

seconda debbia essere piacevole a ragionarne; e per ciò voglio che domane si dica, poi che donna Licisca data ce

n'ha cagione, delle beffe, le quali, o per amore o per salvamento di loro, le donne hanno già fatte à lor mariti,

senza essersene essi avveduti o sì. Il ragionare di sì fatta materia pareva ad alcuna delle donne che male a loro si convenisse, e pregavanlo che

mutasse la proposta già detta. Alle quali il re rispose: - Donne, io conosco ciò che io ho imposto non meno che facciate voi; e da imporlo non mi potè istorre quello che

voi mi volete mostrare, pensando che il tempo è tale che, guardandosi e gli uomini e le donne d'operar

disonestamente, ogni ragionare è conceduto. Or non sapete voi che, per la perversità di questa stagione, gli

giudici hanno lasciati i tribunali; le leggi, così le divine come le umane, tacciono; e ampia licenzia per conservar la

vita è conceduta a ciascuno? Per che, se alquanto s'allarga la vostra onestà nel favellare, non per dovere con le

opere mai alcuna cosa sconcia seguire, ma per dare diletto a voi e ad altrui, non veggo con che argomento da

concedere vi possa nello avvenire riprendere alcuno. Oltre a questo la nostra brigata, dal primo dì infino a questa ora stata onestissima, per cosa che detta ci si sia,

non mi pare che in atto alcuno si sia maculata, né si maculerà collo aiuto di Dio. Appresso, chi è colui che non

conosca la vostra onestà? La quale non che i ragionamenti sollazzevoli, ma il terrore della morte non credo che

potesse smagare. E a dirvi il vero, chi sapesse che voi vi cessaste da queste ciance ragionare alcuna volta, forse suspicherebbe che

voi in ciò non foste colpevoli, e per ciò ragionare non ne voleste. Senza che voi mi fareste un bello onore, essendo

io stato ubbidente a tutti, e ora avendomi vostro re fatto, mi voleste la legge porre in mano, e di quello non dire

che io avessi imposto. Lasciate adunque questa suspizione più atta à cattivi animi che à vostri, e con la buona

ventura pensi ciascuna di dirla bella. Quando le donne ebbero udito questo, dissero che così fosse come gli piacesse; per che il re per infino all'ora della

cena di fare il suo piacere diede licenzia a ciascuno. Era ancora il sol molto alto, per ciò che il ragionamento era stato brieve; per che, essendosi Dioneo con gli altri

giovani messo a giucare a tavole, Elissa, chiamate l'altre donne da una parte, disse: - Poi che noi fummo qui, ho io disiderato di menarvi in parte assai vicina di questo luogo, dove io non credo che

mai fosse alcuna di voi, e chiamavisi la Valle delle donne, né ancora vidi tempo da potervi quivi menare, se non

oggi, sì è alto ancora il sole; e per ciò, se di venirvi vi piace, io non dubito punto che, quando vi sarete, non siate

contentissime d'esservi state. Le donne risposono che erano apparecchiate; e chiamata una delle lor fanti, senza farne alcuna cosa sentire à

giovani, si misero in via; né guari più d'un miglio furono andate, che alla Valle delle donne pervennero. Dentro alla

quale per una via assai stretta, dall'una delle parti della quale correva un chiarissimo fiumicello, entrarono, e

viderla tanto bella e tanto dilettevole, e spezialmente in quel tempo che era il caldo grande, quanto più si potesse

divisare. E secondo che alcuna di loro poi mi ridisse, il piano che nella valle era, così era ritondo come se a sesta

fosse stato fatto, quantunque artificio della natura e non manual paresse; ed era di giro poco più che un mezzo

miglio, intorniato di sei montagnette di non troppa altezza, e in su la sommità di ciascuna si vedeva un palagio

quasi in forma fatto d'un bel castelletto. Le piaggie delle quali montagnette così digradando giù verso '1 piano

discendevano, come né teatri veggiamo dalla lor sommità i gradi infino all'infimo venire successivamente ordinati,

sempre ristrignendo il cerchio loro. Ed erano queste piaggie, quante alla plaga del mezzogiorno ne riguardavano, tutte di vigne, d'ulivi, di mandorli, di

ciriegi, di fichi e d'altre maniere assai d'alberi fruttiferi piene, senza spanna perdersene. Quelle le quali il carro di

tramontana guardava, tutte eran boschetti di querciuoli, di frassini e d'altri alberi verdissimi e ritti quanto più

esser poteano. Il piano appresso, senza aver più entrate che quella donde le donne venute v'erano, era pieno

d'abeti, di cipressi, d'allori e d'alcuni pini sì ben composti e sì bene ordinati, come se qualunque è di ciò il migliore

artefice gli avesse piantati; e fra essi poco sole o niente, allora che egli era alto, entrava infino al suolo, il quale

era tutto un prato d'erba minutissima e piena di fiori porporini e d'altri. E oltre a questo, quel che non meno che altro di diletto porgeva, era un fiumicello, il qual d'una delle valli, che

due di quelle montagnette dividea, cadeva giù per balzi di pietra viva, e cadendo faceva un romore ad udire assai

dilettevole, e sprizzando pareva da lungi ariento vivo che d'alcuna cosa premuta minutamente sprizzasse; e come

giù al piccol pian pervenia così quivi in un bel canaletto raccolta infino al mezzo del piano velocissima discorreva,

e ivi faceva un picciol laghetto quale talvolta per modo di vivaio fanno né lor giardini i cittadini che di ciò hanno

destro. Ed era questo laghetto non più profondo che sia una statura d'uomo infino al petto lunga, e senza avere in

sé mistura alcuna, chiarissimo il suo fondo mostrava esser duna minutissima ghiaia, la qual tutta, chi altro non

avesse avuto a fare, avrebbe, volendo, potuta annoverare. Nè solamente nell'acqua riguardando vi si vedeva il

fondo, ma tanto pesce in qua e in là andar discorrendo, che oltre al diletto era una maraviglia. Nè da altra ripa era

chiuso che dal suolo del prato, tanto d'intorno a quel più bello, quanto più dello umido sentiva di quello. L'acqua,

la quale alla sua capacità soprabbondava, un altro canaletto riceveva, per lo qual fuori del valloncello uscendo alle

parti più basse sen correva. In questo adunque venute le giovani donne, poi che per tutto riguardato ebbero e molto commendato il luogo,

essendo il caldo grande e vedendosi il pelaghetto chiaro davanti e senza alcun sospetto d'esser vedute, diliberaron

di volersi bagnare. E comandato alla lor fante che sopra la via per la quale quivi s'entrava dimorasse, e guardasse

se alcun venisse, e loro il facesse sentire tutte e sette si spogliarono ed entrarono in esso, il quale non altrimenti li

lor corpi candidi nascondeva, che farebbe una vermiglia rosa un sottil vetro. Le quali essendo in quello, né per ciò

niuna turbazion d'acqua nascendone, cominciarono come potevano ad andare in qua in là di dietro à pesci, i quali

male avevan dove nascondersi, e a volerne con esso le mani pigliare. E poi che in così fatta festa, avendone presi alcuni, dimorate furono alquanto, uscite di quello, si rivestirono, e

senza poter più commendare il luogo che commendato l'avessero, parendo lor tempo da dover tornar verso casa,

con soave passo, molto della bellezza del luogo parlando, in cammino si misero. E al palagio giunte ad assai buona

ora, ancora quivi trovarono i giovani giucando dove lasciati gli aveano. Alli quali Pampinea ridendo disse: - Oggi vi pure abbiam noi ingannati. - E come? - disse Dioneo - cominciate voi prima a far de'fatti che a dir delle parole? Disse Pampinea: - Signor nostro, sì - ; e distesamente gli narrò donde venivano, e come era fatto il luogo, e quanto di quivi

distante, e ciò che fatto avevano. Il re, udendo contare la bellezza del luogo, disideroso di vederlo, prestamente fece comandar la cena; la qual poi

che con assai piacer di tutti fu fornita, li tre giovani colli lor famigliari, lasciate le donne, se n'andarono a questa

valle, e ogni cosa considerata, non essendovene alcuno di loro stato mai più, quella per una delle belle cose del

mondo lodarono. E poi che bagnati si furono e rivestiti, per ciò che troppo tardi si faceva, se ne tornarono a casa,

dove trovarono le donne che facevano una carola ad un verso che facea la Fiammetta, e con loro, fornita la carola,

entrati in ragionamenti della Valle delle donne, assai di bene e di lode ne dissero. Per la qual cosa il re, fattosi venire il siniscalco, gli comandò che la seguente mattina là facesse che fosse

apparecchiato, e portatovi alcun letto, se alcun volesse o dormire o giacersi di meriggiana. Appresso questo, fatto

venire de'lumi e vino e confetti, e alquanto riconfortatisi, comandò che ogn'uomo fosse in sul ballare. E avendo per

suo volere Panfilo una danza presa, il re rivoltatosi verso Elissa le disse piacevolmente: - Bella giovane, tu mi facesti oggi onore della corona, e io il voglio questa sera a te fare della canzone; e per ciò

una fa che ne dichi qual più ti piace. A cui Elissa sorridendo rispose che volentieri, e con soave voce cominciò in cotal guisa:

Amor, s'io posso uscir de'tuoi artigli, appena creder posso che alcun altro uncin più mai mi pigli.

Io entrai giovinetta en la tua guerra, quella credendo somma e dolce pace, e ciascuna mia arme posi in terra, come sicuro chi si fida face tu, disleal tiranno, aspro e rapace, tosto mi fosti addosso con le tue armi e co'crude'roncigli.

Poi, circundata delle tue catene, a quel, che nacque per la morte mia, piena d'amare lagrime e di pene presa mi desti, e hammi in sua balia; ed è sì cruda la sua signoria, che giammai non l'ha mosso sospir né pianto alcun che m'assottigli.

Li prieghi miei tutti glien porta il vento, nullo n'ascolta né ne vuole udire; per che ogn'ora cresce '1 mio tormento, onde 'l viver m'è noia, né so morire. Deh dolgati, signor, del mio languire, fa tu quel ch'io non posso; dalmi legato dentro à tuoi vincigli.

Se questo far non vuogli, almeno sciogli, i legami annodati da speranza. Deh! io ti priego, signor, che tu vogli; ché, se tu 'l fai, ancor porto fidanza di tornar bella qual fu mia usanza, e il dolor rimosso, di bianchi fiori ornarmi e di vermigli.

Poi che con un sospiro assai pietoso Elissa ebbe alla sua canzon fatta fine, ancor che tutti si maravigliasser di tali

parole, niuno per ciò ve n'ebbe che potesse avvisare chi di così cantar le fosse stato cagione. Ma il re, che in buona

tempera era, fatto chiamar Tindaro, gli comandò che fuor traesse la sua cornamusa, al suono della quale esso fece

fare molte . danze. Ma, essendo già buona parte di notte passata, a ciascun disse ch'andasse a dormire.


Finisce la sesta giornata del Decameron


Incomincia la settima giornata nella quale, sotto il reggimento di Dioneo, si ragiona delle beffe, le quali, o per

amore o per salvamento di loro, le donne hanno già fatte a'lor mariti, senza essersene avveduti o sì.


Giornata settima - Introduzione


Ogni stella era già delle parti d'oriente fuggita, se non quella sola, la qual noi chiamiamo Lucifero, che ancor

luceva nella biancheggiante aurora, quando il siniscalco levatosi, con una gran salmeria n'andò nella Valle delle

donne, per quivi disporre ogni cosa secondo l'ordine e il comandamento avuto dal suo signore. Appresso alla quale

andata non stette guari a levarsi il re, il quale lo strepito de'caricanti e delle bestie aveva desto, e levatosi fece le

donne e'giovani tutti parimente levare. Né ancora spuntavano li raggi del sole bene bene, quando tutti entrarono in cammino; né era ancora lor paruto

alcuna volta tanto gaiamente cantar gli usignuoli e gli altri uccelli quanto quella mattina pareva; da' canti de'

quali accompagnati infino nella Valle delle donne n'andarono, dove da molti più ricevuti, parve loro che essi della

lor venuta si rallegrassero. Quivi intorniando quella e riproveggendo tutta da capo, tanto parve loro più bella che il dì passato, quanto l'ora

del dì era più alla bellezza di quella conforme. E poi che col buon vino e con confetti ebbero il digiun rotto acciò

che di canto non fossero dagli uccelli avanzati, cominciarono a cantare, e la valle insieme con essoloro, sempre

quelle medesime canzoni dicendo che essi dicevano; alle quali tutti gli uccelli, quasi non volessero esser vinti,

dolci e nuove note aggiugnevano. Ma poi che l'ora del mangiar fu venuta, messe le tavole sotto i vivaci allori e agli altri belli arbori vicine al bel

laghetto, come al re piacque, così andarono a sedere, e mangiando, i pesci notar vedean per lo lago a grandissime

schiere; il che, come di riguardare, così talvolta dava cagione di ragionare. Ma poi che venuta fu la fine del

desinare, e le vivande e le tavole furon rimosse, ancora più lieti che prima, cominciarono a cantare e dopo questo

a sonare e a carolare. Quindi, essendo in più luoghi per la piccola valle fatti letti, e tutti dal discreto siniscalco di sarge francesche e di

capoletti intorniati e chiusi, con licenzia del re, a cui piacque, si potè andare a dormire; e chi dormir non volle,

degli altri lor diletti usati pigliar poteva a suo piacere. Ma, venuta già l'ora che tutti levati erano e tempo era da

riducersi a novellare, come il re volle, non guari lontano al luogo dove mangiato aveano, fatti in su l'erba tappeti

distendere e vicini al lago a seder postisi, comandò il re ad Emilia che cominciasse. La qual lietamente così

cominciò a dir sorridendo.


Giornata settima - Novella prima

Gianni Lotteringhi ode di notte toccar l'uscio suo; desta la moglie, ed ella gli fa accredere che egli è la fantasima;

vanno ad incantare con una orazione, e il picchiar si rimane.


Signor mio, a me sarebbe stato carissimo, quando stato fosse piacere a voi, che altra persona che io avesse a così

bella materia, come è quella di che parlar dobbiamo, dato cominciamento; ma, poi che egli v'aggrada che io tutte

l'altre assicuri, e io il farò volentieri. E ingegnerommi, carissime donne, di dir cosa che vi possa essere utile

nell'avvenire, per ciò che, se così son l'altre come io, tutte siamo paurose, e massimamente della fantasima, la

quale sallo Iddio che io non so che cosa si sia, né ancora alcuna trovai che 'l sapesse, come che tutte ne temiamo

igualmente. A quella cacciar via, quando da voi venisse, notando bene la mia novella, potrete una santa e buona

orazione e molto a ciò valevole apparare. Egli fu già in Firenze nella contrada di San Brancazio uno stamaiuolo, il qual fu chiamato Gianni Lotteringhi, uomo

più avventurato nella sua arte che savio in altre cose, per ciò che, tenendo egli del semplice, era molto spesso

fatto capitano de'laudesi di Santa Maria Novella, e aveva a ritenere la scuola loro, e altri così fatti uficietti aveva

assai sovente, di che egli da molto più si teneva; e ciò gli avvenia per ciò che egli molto spesso, sì come agiato

uomo, dava di buone pietanze a' frati. Li quali, per ciò che qual calze e qual cappa e quale scapolare ne traevano spesso, gli insegnavano di buone

orazioni e davangli il paternostro in volgare e la canzone di santo Alesso e il lamento di san Bernardo e la lauda di

donna Matelda e cotali altri ciancioni, li quali egli aveva molto cari, e tutti per la salute dell'anima sua se gli

serbava molto diligentemente. Ora aveva costui una bellissima donna e vaga per moglie, la quale ebbe nome monna Tessa e fu figliuola di

Mannuccio dalla Cuculia, savia e avveduta molto. La quale, conoscendo la semplicità del marito, essendo

innamorata di Federigo di Neri Pegolotti, il quale bello e fresco giovane era, ed egli di lei, ordinò con una sua fante

che Federigo le venisse a parlare ad un luogo molto bello che il detto Gianni aveva in Camerata, al quale ella si

stava tutta la state; e Gianni alcuna volta vi veniva la sera a cenare e ad albergo, e la mattina se ne tornava a

bottega e talora a' laudesi suoi. Federigo, che ciò senza modo disiderava, preso tempo, un dì che imposto gli fu, in su '1 vespro se n'andò lassù, e

non venendovi la sera Gianni, a grande agio e con molto piacere cenò e albergò con la donna; ed ella, standogli in

braccio, la notte gl'insegnò da sei delle laude del suo marito. Ma, non intendendo essa che questa fosse così l'ultima volta come stata era la prima, né Federigo altressì, acciò

che ogni volta non convenisse che la fante avesse ad andar per lui, ordinarono insieme a questo modo: che egli

ognindì, quando andasse o tornasse da un suo luogo che alquanto più su era, tenesse mente in una vigna la quale

allato alla casa di lei era, ed egli vedrebbe un teschio d'asino in su un palo di quelli della vigna, il quale quando col

muso volto vedesse verso Firenze, sicuramente e senza alcun fallo la sera di notte se ne venisse a lei, e se non

trovasse l'uscio aperto, pianamente picchiasse tre volte, ed ella gli aprirebbe; e quando vedesse il muso del

teschio volto verso Fiesole, non vi venisse, per ciò che Gianni vi sarebbe. E in questa maniera faccendo, molte

volte insieme si ritrovarono. Ma tra l'altre volte una avvenne che, dovendo Federigo cenar con monna Tessa, avendo ella fatti cuocere due

grossi capponi, avvenne che Gianni, che venir non vi doveva, molto tardi vi venne; di che la donna fu molto

dolente, ed egli ed ella cenarono un poco di carne salata che da parte aveva fatta lessare; e alla fante fece portare

in una tovagliuola bianca i due capponi lessi e molte uova fresche e un fiasco di buon vino in un suo giardino, nel

quale andar si potea senza andar per la casa, e dov'ella era usa di cenare con Federigo alcuna volta, e dissele che

a piè d'un pesco, che era allato ad un pratello, quelle cose ponesse. E tanto fu il cruccio che ella ebbe, che ella non si ricordò di dire alla fante che tanto aspettasse che Federigo

venisse, e dicessegli che Gianni v'era e che egli quelle cose dell'orto prendesse. Per che, andatisi ella e Gianni al

letto, e similmente la fante, non stette guari che Federigo venne e toccò una volta pianamente la porta, la quale sì

vicina alla camera era che Gianni incontanente il sentì, e la donna altressì; ma, acciò che Gianni nulla suspicar

potesse di lei, di dormire fece sembiante. E stando un poco, Federigo picchiò la seconda volta; di che Gianni maravigliandosi punzecchiò un poco la donna, e

disse: - Tessa, odi tu quel ch'io? E' pare che l'uscio nostro sia tocco -. La donna, che molto meglio di lui udito l'avea, fece vista di svegliarsi, e disse: - Come di'? Eh? - - Dico, - disse Gianni - ch'e' pare che l'uscio nostro sia tocco -. Disse la donna: - Tocco? Ohimè, Gianni mio, or non sai tu quello ch'egli è? Egli è la fantasima, della quale io ho avuta a queste

notti la maggior paura che mai s'avesse, tale che, come io sentita l'ho, ho messo il capo sotto né mai ho avuto

ardir di trarlo fuori sì è stato dì chiaro -. Disse allora Gianni: - Va, donna, non aver paura, se ciò è, ché io dissi dianzi il "Te lucis" e la " 'ntemerata" e tante altre buone

orazioni, quando al letto ci andammo, e anche segnai il letto di canto in canto al nome del Padre, del Figlio e dello

Spirito Santo, che temere non ci bisogna, ché ella non ci può, per potere ch'ella abbia, nuocere -. La donna, acciò che Federigo per avventura altro sospetto non prendesse e con lei si turbasse, diliberò del tutto di

doversi levare e di fargli sentire che Gianni v'era, e disse al marito: - Bene sta, tu di'tue parole tu, io per me non mi terrò mai salva né sicura, se noi non la 'ncantiamo, poscia che tu

ci se'-. Disse Gianni: - O come s'incanta ella? - Disse la donna: - Ben la so io incantare; ché l'altrieri, quando io andai a Fiesole alla perdonanza, una di quelle romite, che è,

Gianni mio, pur la più santa cosa che Iddio tel dica per me, vedendomene così paurosa, m'insegnò una santa e

buona orazione, e disse che provata l'avea più volte avanti che romita fosse, e sempre l'era giovato. Ma sallo Iddio

che io non avrei mai avuto ardire d'andare sola a provarla; ma ora che tu ci se', io vo' che noi andiamo ad

incantarla -. Gianni disse che molto gli piacea; e levatisi, se ne vennero amenduni pianamente all'uscio, al quale ancor di fuori

Federigo, già sospettando, aspettava. E giunti quivi, disse la donna a Gianni: - Ora sputerai, quando io il ti dirò -. Disse Gianni: - Bene -. E la donna cominciò l'orazione, e disse: - Fantasima, fantasima che di notte vai, a coda ritta ci venisti, a coda ritta te n'andrai; va nell'orto a piè del pesco

grosso, troverai unto bisunto e cento cacherelli della gallina mia; pon bocca al fiasco e vatti via, e non far male né

a me né a Gianni mio -; e così detto, disse al marito: - Sputa, Gianni -; e Gianni sputò. E Federigo, che di fuori era e questo udiva, già di gelosia uscito, con tutta la malinconia, aveva si gran voglia di

ridere che scoppiava; e pianamente, quando Gianni sputava, diceva: - I denti -. La donna, poi che in questa guisa ebbe tre volte la fantasima incantata, al letto se ne tornò col marito. Federigo, che con lei di cenar s'aspettava, non avendo cenato e avendo bene le parole della orazione intese, se

n'andò nell'orto e a piè del pesco grosso trovati i due capponi e '1 vino e l'uova, a casa se ne gli portò e cenò a

grande agio. E poi dell'altre volte, ritrovandosi con la donna, molto di questa incantazione rise con essolei. Vera cosa è che alcuni dicono che la donna aveva ben volto il teschio dello asino verso Fiesole, ma un lavoratore,

per la vigna passando, v'aveva entro dato d'un bastone e fattol girare intorno intorno, ed era rimaso volto verso

Firenze, e per ciò Federigo, credendo esser chiamato, v'era venuto; e che la donna aveva fatta l'orazione in questa

guisa: - Fantasima, fantasima, vatti con Dio, che la testa dell'asino non vols'io, ma altri fu, che tristo il faccia

Iddio, e io son qui con Gianni mio -; per che, andatosene, senza albergo e senza cena era la notte rimaso. Ma una mia vicina, la quale è una donna molto vecchia, mi dice che l'una e l'altra fu vera, secondo che ella aveva,

essendo fanciulla, saputo; ma che l'ultimo non a Gianni Lotteringhi era avvenuto, ma ad uno che si chiamò Gianni

di Nello, che stava in porta San Piero, non meno sofficiente lavaceci che fosse Gianni Lotteringhi. E per ciò, donne mie care, nella vostra elezione sta di torre qual più vi piace delle due, o volete amendune. Elle

hanno grandissima virtù a così fatte cose, come per esperienzia avete udito; apparatele, e potravvi ancor giovare.


Giornata settima - Novella seconda

Peronella mette un suo amante in un doglio, tornando il marito a casa; il quale avendo il marito venduto, ella dice

che venduto l'ha ad uno che dentro v'è a vedere se saldo gli pare. Il quale saltatone fuori, il fa radere al marito, e

poi portarsenelo a casa sua.

Con grandissime risa fu la novella d'Emilia ascoltata e l'orazione per buona e per santa commendata da tutti; la

quale al suo fine venuta essendo, comandò il re a Filostrato che seguitasse, il quale incominciò. Carissime donne mie, elle son tante le beffe che gli uomini vi fanno, e spezialmente i mariti, che, quando alcuna

volta avviene che donna niuna alcuna al marito ne faccia, voi non dovreste solamente esser contente che ciò fosse

avvenuto o di risaperlo o d'udirlo dire ad alcuno, ma il dovreste voi medesime andare dicendo per tutto, acciò che

per gli uomini si conosca che, se essi sanno, e le donne d'altra parte anche sanno: il che altro che utile essere non

vi può; per ciò che, quando alcun sa che altri sappia, egli non si mette troppo leggiermente a volerlo ingannare. Chi dubita dunque che ciò che oggi intorno a questa materia diremo, essendo risaputo dagli uomini, non fosse lor

grandissima cagione di raffrenamento al beffarvi, conoscendo che voi similmente, volendo, ne sapreste fare? E'

adunque mia intenzion di dirvi ciò che una giovinetta, quantunque di bassa condizione fosse, quasi in un

momento di tempo, per salvezza di sé al marito facesse. Egli non è ancora guari che in Napoli un povero uomo prese per moglie una bella e vaga giovinetta chiamata

Peronella, ed esso con l'arte sua, che era muratore, ed ella filando, guadagnando assai sottilmente, la lor vita

reggevano come potevano il meglio. Avvenne che un giovane de'leggiadri, veggendo un giorno questa Peronella e piacendogli molto, s'innamorò di lei,

e tanto in un modo e in uno altro la sollicitò, che con essolei si dimesticò. E a potere essere insieme presero tra sé

questo ordine: che, con ciò fosse cosa che il marito di lei si levasse ogni mattina per tempo per andare a lavorare

o a trovar lavorio, che il giovane fosse in parte che uscir lo vedesse fuori; ed essendo la contrada, che Avorio si

chiama, molto solitaria, dove stava, uscito lui, egli in casa di lei se n'entrasse; e così molte volte fecero. Ma pur tra l'altre avvenne una mattina che, essendo il buono uomo fuori uscito, e Giannello Scrignario, ché così

aveva nome il giovane, entratogli in casa e standosi con Peronella, dopo alquanto, dove in tutto il dì tornar non

soleva, a casa se ne tornò, e trovato l'uscio serrato dentro, picchiò, e dopo il picchiare cominciò seco a dire: - O Iddio, lodato sia tu sempre; ché, benché tu m'abbi fatto povero, almeno m'hai tu consolato di buona e onesta

giovane di moglie. Vedi come ella tosto serrò l'uscio dentro, come io ci uscii, acciò che alcuna persona entrar non

ci potesse che noia le desse . Peronella, sentito il marito, ché al modo del picchiare il conobbe, disse: - Ohimè, Giannel mio, io son morta, ché ecco il marito mio, che tristo il faccia Iddio, che ci tornò, e non so che

questo si voglia dire, ché egli non ci tornò mai più a questa otta; forse che ti vide egli quando tu c'entrasti. Ma,

per l'amore di Dio, come che il fatto sia, entra in cotesto doglio che tu vedi costì, e io gli andrò ad aprire, e

veggiamo quello che questo vuol dire di tornare stamane così tosto a casa. Giannello prestamente entrò nel doglio, e Peronella andata all'uscio aprì al marito, e con un malviso disse: - Ora questa che novella è, che tu così tosto torni a casa stamane? Per quello che mi paia vedere, tu non vuogli

oggi far nulla, ché io ti veggio tornare co'ferri tuoi in mano; e, se tu fai così, di che viverem noi? Onde avrem noi

del pane? Credi tu che io sofferi che tu m'impegni la gonnelluccia e gli altri miei pannicelli? che non fo il dì e la

notte altro che filare, tanto che la carne mi s'è spiccata dall'unghia, per potere almeno aver tanto olio che n'arda la

nostra lucerna. Marito, marito, egli non ci ha vicina che non se ne maravigli e che non facci beffe di me di tanta

fatica quanta è quella che io duro; e tu mi torni a casa con le mani spenzolate, quando tu dovresti esser a

lavorare. E così detto, incominciò a piagnere e a dir da capo: - Ohimè, lassa me, dolente me, in che mal'ora nacqui, in che mal punto ci venni! ché avrei potuto avere un

giovane così da bene e nol volli, per venire a costui che non pensa cui egli s'ha recata a casa. L'altre si danno buon

tempo con gli amanti loro, e non ce n'ha niuna che non n'abbia chi due e chi tre, e godono e mostrano a'mariti la

luna per lo sole; e io, misera me!, perché son buona e non attendo a così fatte novelle, ho male e mala ventura; io

non so perché io non mi pigli di questi amanti come fanno l'altre. Intendi sanamente, marito mio, che se io volessi

far male, io troverrei ben con cui, ché egli ci son de'ben leggiadri che m'amano e voglionmi bene e hannomi

mandato proferendo di molti denari, o voglionmi bene e hannomi mandato proferendo di molti denari, o voglio io

robe o gioie, né mai mel sofferse il cuore, per ciò che io non fui figliuola di donna da ciò; e tu mi torni a casa

quando tu dei essere a lavorare. Disse il marito: - Deh donna, non ti dar malinconia, per Dio; tu dei credere che io conosco chi tu se', e pure stamane me ne sono

in parte avveduto. Egli è il vero ch'io andai per lavorare, ma egli mostra che tu nol sappi, come io medesimo nol

sapeva: egli è oggi la festa di santo Galeone, e non si lavora, e per ciò mi sono tornato a questa ora a casa; ma io

ho nondimeno proveduto e trovato modo che noi avremo del pane per più d'un mese, ché io ho venduto a costui

che tu vedi qui con me co il doglio, il quale tu sai che, già è cotanto, ha tenuta la casa impacciata, e dammene

cinque gigliati. Disse allora Peronella: - E tutto questo è del dolor mio: tu che se'uomo e vai attorno, e dovresti sapere delle cose del mondo, hai

venduto un doglio cinque gigliati, il quale io feminella che non fu'mai appena fuor dell'uscio, veggendo lo 'mpaccio

che in casa ci dava, l'ho venduto sette ad un buono uomo, il quale, come tu qui tornasti, v'entrò dentro per vedere

se saldo era. Quando il marito udì questo, fu più che contento, e disse a colui che venuto era per esso: - Buon uomo, vatti con Dio; ché tu odi che mia mogliere l'ha venduto sette, dove tu non me ne davi altro che

cinque. Il buono uomo disse: - In buona ora sia - ; e andossene. E Peronella disse al marito: - Vien su tu, poscia che tu ci se', e vedi con lui insieme i fatti nostri. Giannello, il quale stava con gli orecchi levati per vedere se di nulla gli bisognasse temere o provvedersi, udite le

parole di Peronella, prestamente si gittò fuor del doglio, e quasi niente sentito avesse della tornata del marito,

cominciò a dire: - Dove se', buona donna? Al quale il marito, che già veniva, disse: - Eccomi, che domandi tu? Disse Giannello: - Qual se'tu? Io vorrei la donna con la quale io feci il mercato di questo doglio. Disse il buono uomo: - Fate sicuramente meco, ché io son suo marito. Disse allora Giannello: - Il doglio mi par ben saldo, ma egli mi pare che voi ci abbiate tenuta entro feccia, ché egli è tutto impiastricciato

di non so che cosa sì secca, che io non ne posso levar con l'unghie, e però nol torrei se io nol vedessi prima netto. Disse allora Peronella: - No, per quello non rimarrà il mercato; mio marito il netterà tutto. E il marito disse: - Sì bene - ; e posti giù i ferri suoi, e ispogliatosi in camicione, si fece accendere un lume e dare una radimadia, e

fuvvi entrato dentro e cominciò a radere. E Peronella, quasi veder volesse ciò che facesse, messo il capo per la

bocca del doglio, che molto grande non era, e oltre a questo l'un de'bracci con tutta la spalla, cominciò a dire: - Radi quivi, e quivi, e anche colà - ; e: - Vedine qui rimaso un micolino. E mentre che così stava e al marito insegnava e ricordava, Giannello, il quale appieno non aveva quella mattina il

suo disidero ancor fornito quando il marito venne, veggendo che come volea non potea, s'argomentò di fornirlo

come potesse; e a lei accostatosi, che tutta chiusa teneva la bocca del doglio, e in quella guisa che negli ampi

campi gli sfrenati cavalli e d'amor caldi le cavalle di Partia assaliscono, ad effetto recò il giovinil desiderio, il quale

quasi in un medesimo punto ebbe perfezione e fu raso il doglio, ed egli scostatosi, e la Peronella tratto il capo del

doglio, e il marito uscitone fuori. Per che Peronella disse a Giannello: - Te'questo lume, buono uomo, e guata se egli è netto a tuo modo. Giannello, guardatovi dentro, disse che stava bene, e che egli era contento; e datigli sette gigliati, a casa sel fece

portare.


Giornata settima - Novella terza

Frate Rinaldo si giace colla comare; truovalo il marito in camera con lei, e fannogli credere che egli incantava i

vermini al figlioccio

Non seppe sì Filostrato parlare oscuro delle cavalle partice, che l'avvedute donne non lo intendessono e alquanto

non ne ridessono, sembiante faccendo di rider d'altro. Ma poi che il re conobbe la sua novella finita, ad Elissa

impose che ragionasse. La quale, disposta ad ubbidire, incominciò. Piacevoli donne, lo 'ncantar della fantasima d'Emilia m'ha fatto tornare alla memoria una novella d'un'altra

incantagione, la quale quantunque così bella non sia come fu quella, per ciò che altra alla nostra materia non me

ne occorre al presente, la racconterò. Voi dovete sapere che in Siena fu già un giovane assai leggiadro e d'orrevole famiglia, il quale ebbe nome Rinaldo;

e amando sommamente una sua vicina e assai bella donna e moglie d'un ricco uomo, e sperando, se modo

potesse avere di parlarle senza sospetto, dovere aver da lei ogni cosa che egli disiderasse, non vedendone alcuno

ed essendo la donna gravida, pensossi di volere suo compar divenire; e accontatosi col marito di lei, per quel

modo che più onesto gli parve gliele di se, e fu fatto. Essendo adunque Rinaldo di madonna Agnesa divenuto compare e avendo alquanto d'albitrio più colorato di

poterle parlare, assicuratosi, quello della sua intenzione con parole le fece conoscere che ella molto davanti negli

atti degli occhi suoi avea conosciuto; ma poco per ciò gli valse, quantunque d'averlo udito non dispiacesse alla

donna. Addivenne non guari poi, che che si fosse la cagione, che Rinaldo si fece frate, e chente che egli trovasse la

pastura, egli perseverò in quello. E avvegna che egli alquanto, di que tempi che frate si fece, avesse dall'un de'lati

posto l'amore che alla sua comar portava e certe altre sue vanità, pure in processo di tempo, senza lasciar l'abito,

se le riprese, e cominciò a dilettarsi d'apparere e di vestir di buon panni e d'essere in tutte le sue cose

leggiadretto e ornato, e a fare delle canzoni e de'sonetti e delle ballate, e a cantare, e tutto pieno d'altre cose a

queste simili. Ma che dico io di frate Rinaldo nostro, di cui parliamo? Quali son quegli che così non facciano? Ahi vitupero del

guasto mondo! Essi non si vergognano d'apparir grassi, d'apparir coloriti nel viso, d'apparir morbidi ne'vestimenti

e in tutte le cose loro; e non come colombi, ma come galli tronfi, con la cresta levata, pettoruti procedono; e, che

è peggio (lasciamo stare d'aver le lor celle piene d'alberelli di lattovari e d'unguenti colmi, di scatole di vari

confetti piene, d'ampolle e di guastadette con acque lavorate e con olii, di bottacci di malvagìa e di greco e d'altri

vini preziosissimi traboccanti, in tanto che non celle di frati, ma botteghe di speziali o d'unguentari appaiono più

tosto a' riguardanti), essi non si vergognano che altri sappia loro esser gottosi, e credonsi che altri non conosca e

sappia che i digiuni assai, le vivande grosse e poche e il viver sobriamente faccia gli uomini magri e sottili e il più

sani; e se pure infermi ne fanno, non almeno di gotte gl'infermano, alle quali si suole per medicina dare la castità

e ogni altra cosa a vita di modesto frate appartenente. E credonsi che altri non conosca, oltra la sottil vita, le

vigilie lunghe, l'orare e il disciplinarsi dover gli uomini pallidi e afflitti rendere; e che né san Domenico né san

Francesco, senza aver quattro cappe per uno, non di tintillani né d'altri panni gentili, ma di lana grossa fatte e di

natural colore, a cacciare il freddo e non ad apparere si vestissero. Alle quali cose Iddio provegga, come all'anime

de'semplici che gli nutricano fa bisogno. Così adunque ritornato frate Rinaldo ne'primi appetiti, cominciò a visitare molto spesso la comare; e cresciutagli

baldanza, con più instanzia che prima non faceva la cominciò a sollicitare a quello che egli di lei disiderava. La buona donna, veggendosi molto sollicitare, e parendole frate Rinaldo forse più bello che non soleva, essendo un

dì molto da lui infestata, a quello ricorse che fanno tutte quelle che voglia hanno di concedere quello che è

addimandato, e disse: - Come! frate Rinaldo, o fanno così fatte cose i frati? A cui frate Rinaldo rispose: - Madonna, qualora io avrò questa cappa fuor di dosso, che me la traggo molto agevolmente, io vi parrò uno uomo

fatto come gli altri, e non frate. La donna fece bocca da ridere, e disse: - Ohimè trista, voi siete mio compare; come si farebbe questo? Egli sarebbe troppo gran male; e io ho molte volte

udito che egli è troppo gran peccato; e per certo, se ciò non fosse, io farei ciò che voi voleste. A cui frate Rinaldo disse: - Voi siete una sciocca, se per questo lasciate. Io non dico che non sia peccato, ma de'maggiori perdona Iddio a

chi si pente. Ma ditemi, chi è più parente del vostro figliuolo, o io che il tenni a battesimo, o vostro marito che il

generò? La donna rispose: - E più suo parente mio marito. - E voi dite il vero, - disse il frate - ; e vostro marito non si giace con voi? - Mai sì, - rispose la donna. - Adunque, - disse il frate - e io che son men parente di vostro figliuolo che non è vostro marito, così mi debbo

poter giacere con voi come vostro marito. La donna, che loica non sapeva e di piccola levatura aveva bisogno, o credette o fece vista di credere che il frate

dicesse vero, e rispose: - Chi saprebbe rispondere alle vostre savie parole? - ; e appresso, non ostante il

comparatico, si recò a dovere fare i suoi piaceri; né incominciarono pure una volta, ma sotto la coverta del

comparatico avendo più agio, perché la sospezione era minore, più e più volte si ritrovarono insieme. Ma tra l'altre una n'avvenne che, essendo frate Rinaldo venuto a casa la donna, e vedendo quivi niuna persona

essere, altri che una fanticella della donna, assai bella e piacevoletta, mandato il compagno suo con essolei nel

palco di sopra ad insegnarle il paternostro, egli colla donna, che il fanciullin suo avea per mano, se n'entrarono

nella camera, e dentro serratisi, sopra un lettuccio da sedere, che in quella era, s'incominciarono a trastullare. E in questa guisa dimorando, avvenne che il compar tornò, e senza esser sentito da alcuno, fu all'uscio della

camera, e picchiò e chiamò la donna. Ma donna Agnesa, questo sentendo, disse: - Io son morta, ché ecco il marito mio; ora si pure avvedrà egli qual sia la cagione della nostra dimestichezza. Era frate Rinaldo spogliato, cioè senza cappa e senza scapolare, in tonicella, il quale questo udendo disse: - Voi dite vero: se io fossi pur vestito, qualche modo ci avrebbe; ma, se voi gli aprite ed egli mi truovi così, niuna

scusa ci potrà essere. La donna, da subito consiglio aiutata, disse: - Or vi vestite; e vestito che voi siete, recatevi in braccio vostro figlioccio, e ascolterete bene ciò che io gli dirò, sì

che le vostre parole poi s'accordino con le mie, e lasciate fare a me. Il buono uomo non era ristato appena di picchiare, che la moglie rispose: - Io vengo a te; - e levatasi, con un buon viso se n'andò all'uscio della camera e aperselo, e disse: - Marito mio, ben ti dico che frate Rinaldo nostro compare ci si venne, e Iddio il ci mandò; ché per certo, se

venuto non ci fosse, noi avremmo oggi perduto il fanciul nostro. Quando il bescio sanctio udì questo, tutto svenne e disse: - Come? - O marito mio, - disse la donna - e'gli venne dianzi di subito uno sfinimento, che io mi credetti ch'e'fosse morto.

e non sapeva né che mi far né che mi dire; se non che frate Rinaldo nostro compare ci venne in quella, e

recatoselo in collo disse: - Comare, questi son vermini che egli ha in corpo, li quali gli s'appressano al cuore e

ucciderebbonlo troppo bene; ma non abbiate paura, ché io gl'incanterò e farògli morir tutti, e innanzi che io mi

parta di qui voi vedrete il fanciul sano come voi vedeste mai -. E per ciò che tu ci bisognavi per dir certe orazioni,

e non ti seppe trovar la fante, sì le fece dire al compagno suo nel più alto luogo della nostra casa, ed egli e io qua

entro ce n'entrammo. E per ciò che altri che la madre del fanciullo non può essere a così fatto servigio, perché altri

non c'impacciasse, qui ci serrammo, e ancora l'ha egli in braccio, e credom'io che egli non aspetti se non che il

compagno suo abbia compiuto di dire l'orazioni, e sarebbe fatto, per ciò che il fanciullo è già tutto tornato in sé. Il santoccio credendo queste cose, tanto l'affezion del figliuol lo strinse, che egli non pose l'animo allo 'nganno

fattogli dalla moglie, ma, gittato un gran sospiro, disse: - Io il voglio andare a vedere. Disse la donna: - Non andare, ché tu guasteresti ciò che s'è fatto; aspettati, io voglio vedere se tu vi puoi andare, e chiamerotti. Frate Rinaldo, che ogni cosa udito avea, ed erasi rivestito a bello agio e avevasi recato il fanciullo in braccio, come

ebbe disposte le cose a suo modo, chiamò: - O comare, non sento io costà il compare? Rispose il santoccio: - Messer sì. - Adunque, - disse frate Rinaldo - venite qua. Il santoccio andò là. Al quale frate Rinaldo disse: - Tenete il vostro figliuolo per la grazia di Dio sano, dove io credetti, ora fu, che voi nol vedeste vivo a vespro; e

farete di far porre una statua di cera della sua grandezza a laude di Dio dinanzi alla figura di messer santo

Ambruogio, per li meriti del quale Iddio ve n'ha fatta grazia. Il fanciullo, veggendo il padre, corse a lui e fecegli festa. 3` come i fanciulli piccoli fanno; il quale recatoselo in

braccio, lagrimando non altramenti che se della fossa il traesse, il cominciò a baciare e a render grazie al suo

compare che guerito gliele avea. Il compagno di frate Rinaldo, che non un paternostro, ma forse più di quattro n'aveva insegnati alla fanticella, e

donatale una borsetta di refe bianco, la quale a lui aveva donata una monaca, e fattala sua divota, avendo udito il

santoccio alla camera della moglie chiamare, pianamente era venuto in parte della quale e vedere e udire ciò che

vi si facesse poteva; veggendo la cosa in buoni termini, se ne venne giuso, ed entrato nella camera disse: - Frate Rinaldo, quelle quattro orazioni che m'imponeste, io l'ho dette tutte. A cui frate Rinaldo disse: - Fratel mio, tu hai buona lena e hai fatto bene. Io per me, quando mio compar venne, non n'aveva dette che due;

ma Domenedio tra per la tua fatica e per la mia ci ha fatta grazia che il fanciullo è guerito. Il santoccio fece venire di buoni vini e di confetti, e fece onore al suo compare e al compagno di ciò che essi

avevano maggior bisogno che d'altro. Poi, con loro insieme uscito di casa, gli accomandò a Dio; e senza alcuno

indugio fatta fare la imagine di cera, la mandò ad appiccare con l'altre dinanzi alla figura di santo Ambruogio, ma

non a quel di Melano.


Giornata settima - Novella quarta

Tofano chiude una notte fuor di casa la moglie, la quale, non potendo per prieghi rientrare, fa vista di gittarsi in un

pozzo e gittavi una gran pietra. Tofano esce di casa e corre là, ed ella in casa le n'entra e serra lui di fuori, e

sgridandolo il vitupera.

Il re, come la novella d'Elissa sentì aver fine, così senza indugio verso la Lauretta rivolto le dimostrò che gli piacea

che ella dicesse; per che essa, senza stare, così cominciò. O Amore, chenti e quali sono le tue forze! Chenti i consigli e chenti gli avvedimenti! Qual filosofo, quale artista

mai avrebbe potuto o potrebbe mostrare quegli argomenti, quegli avvedimenti, quegli dimostramenti che fai tu

subitamente a chi seguita le tue orme? Certo la dottrina di qualunque altro è tarda a rispetto della tua, sì come

assai bene com prender si può nelle cose davanti mostrate. Alle quali, amorose donne, io una n'aggiugnerò da una

semplicetta donna adoperata, tale che io non so chi altri se l'avesse potuta mostrare che Amore. Fu adunque già in Arezzo un ricco uomo, il quale fu Tofano nominato. A costui fu data per moglie una bellissima

donna, il cui nome fu monna Ghita, della quale egli, senza saper perché, prestamente divenne geloso. Di che la

donna avvedendosi prese sdegno, e più volte avendolo della cagione della sua gelosia addomandato, né egli

alcuna avendone saputa assegnare, se non cotali generali e cattive, cadde nell'animo alla donna di farlo morire del

male del quale senza cagione aveva paura. Ed essendosi avveduta che un giovane, secondo il suo giudicio molto da bene, la vagheggiava, discretamente con

lui s'incominciò ad intendere. Ed essendo già tra lui e lei tanto le cose innanzi, che altro che dare effetto con opera

alle parole non vi mancava, pensò la donna di trovare similmente modo a questo. E avendo già tra'costumi cattivi

del suo marito conosciuto lui dilettarsi di bere, non solamente gliele cominciò a commendare, ma artatamente a

sollicitarlo a ciò molto spesso. E tanto ciò prese per uso, che, quasi ogni volta che a grado l'era, infino allo

inebriarsi bevendo il conducea; e quando bene ebbro il vedea, messolo a dormire, primieramente col suo amante

si ritrovò, e poi sicuramente più volte di ritrovarsi con lui continuò. E tanto di fidanza nella costui ebbrezza prese,

che non solamente avea preso ardire di menarsi il suo amante in casa, ma ella talvolta gran parte della notte

s'andava con lui a dimorare alla sua, la qual di quivi non era guari lontana. E in questa maniera la innamorata donna continuando, avvenne che il doloroso marito si venne accorgendo che

ella, nel confortare lui a bere, non beveva però essa mai; di che egli prese sospetto non così fosse come era, cioè

che la donna lui inebriasse per poter poi fare il piacer suo mentre egli addormentato fosse. E volendo di questo, se

così fosse, far pruova, senza avere il dì bevuto, una sera tornò a casa mostrandosi il più ebbro uomo, e nel parlare

e ne'modi, che fosse mai; il che la donna credendo né estimando che più bere gli bisognasse a ben dormire, il

mise prestamente a letto. E fatto ciò, secondo che alcuna volta era usata di fare, uscita di casa, alla casa del suo

amante se n'andò, e quivi infino alla mezza notte dimorò. Tofano, come la donna non vi sentì, così si levò, e andatosene alla sua porta, quella serrò dentro e posesi alle

finestre, acciò che tornare vedesse la donna e le facesse manifesto che egli si fosse accorto delle maniere sue; e

tanto stette che la donna tornò. La quale, tornando a casa e trovandosi serrata di fuori, fu oltre modo dolente, e

cominciò a tentare se per forza potesse l'uscio aprire. Il che poi che Tofano alquanto ebbe sofferto, disse: - Donna, tu ti fatichi invano, per ciò che qua entro non potrai tu entrare. Va, tornati là dove infino ad ora se'stata,

e abbi per certo che tu non ci tornerai mai, infino a tanto che io di questa cosa, in presenza de'parenti tuoi e

de'vicini, te n'avrò fatto quello onore che ti si conviene. La donna lo 'ncominciò a pregar per l'amor di Dio che piacer gli dovesse d'aprirle. per ciò che ella non veniva

donde s'avvisava, ma da vegghiare con una sua vicina, per ciò che le notti eran grandi ed ella non le poteva

dormir tutte, né sola in casa vegghiare. Li prieghi non giovavano nulla, per ciò che quella bestia era pur disposto a volere che tutti gli aretin sapessero la

loro vergogna, laddove niun la sapeva. La donna, veggendo che il pregar non le valeva, ricorse al minacciare e

disse: - Se tu non m'apri, io ti farò il più tristo uom che viva. A cui Tofano rispose: - E che mi potresti tu fare? La donna, alla quale Amore aveva già aguzzato co'suoi consigli lo 'ngegno, rispose: - Innanzi che io voglia sofferire la vergogna che tu mi vuoi fare ricevere a torto, io mi gitterò in questo pozzo che

qui è vicino, nel quale poi essendo trovata morta, niuna persona sarà che creda che altri che tu, per ebbrezza, mi

v'abbia gittata; e così o ti converrà fuggire e perdere ciò che tu hai ed essere in bando, o converrà che ti sia

tagliata la testa, sì come a micidial di me che tu veramente sarai stato. Per queste parole niente si mosse Tofano dalla sua sciocca oppinione. Per la qual cosa la donna disse: - Or ecco, io non posso più sofferire questo tuo fastidio; Dio il ti perdoni; farai riporre questa mia rocca che io

lascio qui. E questo detto, essendo la notte tanto oscura che appena si sarebbe potuto veder l'un l'altro per la via, se n'andò

la donna verso il pozzo, e presa una grandissima pietra che a piè del pozzo era, gridando: - Iddio, perdonami - , la

lasciò cadere entro nel pozzo. La pietra giugnendo nell'acqua fece un grandissimo romore; il quale come Tofano

udì, credette fermamente che essa gittata vi si fosse; per che, presa la secchia con la fune, subitamente si gittò di

casa per aiutarla, e corse al pozzo. La donna, che presso all'uscio della sua casa nascosa s'era, come il vide correre

al pozzo, così ricoverò in casa e serrossi dentro e andossene alle finestre e cominciò a dire: - Egli si vuole

inacquare quando altri il bee, non poscia la notte.- Tofano, udendo costei, si tenne scornato e tornossi all'uscio; e non potendovi entrare, le cominciò a dire che gli

aprisse. Ella, lasciato stare il parlar piano come infino allora aveva fatto, quasi gridando cominciò a dire: - Alla croce di Dio, ubriaco fastidioso, tu non c'enterrai stanotte; io non posso più sofferire questi tuoi modi; egli

convien che io faccia vedere ad ogn'uomo chi tu se' e a che ora tu torni la notte a casa. Tofano d'altra parte crucciato le 'ncominciò a dir villania e a gridare; di che i vicini, sentendo il romore, si

levarono, e uomini e donne, e fecersi alle finestre e domandarono che ciò fosse. La donna cominciò piagnendo a dire: - Egli è questo reo uomo, il quale mi torna ebbro la sera a casa, o

s'addormenta per le taverne e poscia torna a questa otta; di che io avendo lungamente sofferto e dettogli molto

male e non giovandomi, non potendo più sofferire, ne gli ho voluta fare questa vergogna di serrarlo fuor di casa,

per vedere se egli se ne ammenderà. Tofano bestia, d'altra parte, diceva come il fatto era stato, e minacciava forte. La donna co'suoi vicini diceva: - Or vedete che uomo egli è! Che direste voi se io fossi nella via come è egli, ed

egli fosse in casa come sono io? In fè di Dio che io dubito che voi non credeste che egli dicesse il vero. Ben potete

a questo conoscere il senno suo. Egli dice appunto che io ho fatto ciò che io credo che egli abbia fatto egli. Egli mi

credette spaventare col gittare non so che nel pozzo; ma or volesse Iddio che egli vi si fosse gittato da dovero e

affogato, sì che il vino, il quale egli di soperchio ha bevuto, si fosse molto bene inacquato. I vicini, e gli uomini e le donne, cominciaro a riprender tutti Tofano, e a dar la colpa a lui e a dirgli villania di ciò

che contro alla donna diceva; e in brieve tanto andò il romore di vicino in vicino, che egli pervenne infino a'parenti

della donna. Li quali venuti là, e udendo la cosa e da un vicino e da altro, presero Tofano e diedergli tante busse che tutto il

ruppono. Poi, andati in casa, presero le cose della donna e con lei si ritornarono a casa loro, minacciando Tofano di

peggio. Tofano, veggendosi mal parato, e che la sua gelosia l'aveva mal condotto, sì come quegli che tutto 'l suo ben

voleva alla donna, ebbe alcuni amici mezzani, e tanto procacciò che egli con buona pace riebbe la donna a casa

sua alla quale promise di mai più non esser geloso; e oltre a ciò le diè licenza che ogni suo piacer facesse, ma sì

saviamente, che egli non se ne avvedesse. E così, a modo del villan matto, dopo danno fe' patto. E viva amore, e

muoia soldo e tutta la brigata.


Giornata settima - Novella quinta

Un geloso in forma di prete confessa la moglie, al quale ella dà a vedere che ama un prete che viene a lei ogni

notte; di che mentre che il geloso nascostamente prende guardia all'uscio, la donna per lo tetto si fa venire un suo

amante, e con lui si dimora.

Posto avea fine la Lauretta al suo ragionamento, e avendo già ciascun commendata la donna che ella bene avesse

fatto e come a quel cattivo si conveniva, il re, per non perder tempo, verso la Fiammetta voltatosi, piacevolmente

il carico le 'mpose del novellare; per la qual cosa ella così cominciò. Nobilissime donne, la precedente novella mi tira a dovere io similmente ragionar d'un geloso, estimando che ciò

che si fa loro dalle loro donne, e massimamente quando senza cagione ingelosiscono, esser ben fatto. E se ogni

cosa avessero i componitori delle leggi guardata, giudico che in questo essi dovessero alle donne non altra pena

avere constituta che essi constituirono a colui che alcuno offende sé difendendo; per ciò che i gelosi sono

insidiatori della vita delle giovani donne e diligentissimi cercatori della lor morte. Esse stanno tutta la settimana rinchiuse e attendono alle bisogne familiari e domestiche, disiderando, come

ciascun fa, d'aver poi il dì delle feste alcuna consolazione, alcuna quiete, e di potere alcun diporto pigliare, sì come

prendono i lavoratori dei campi, gli artefici delle città e i reggitori delle corti; come fece Iddio, che il dì settimo da

tutte le sue fatiche si riposò; e come vogliono le leggi sante e le civili, le quali, allo onor di Dio e al ben comune di

ciascun riguardando, hanno i dì delle fatiche distinti da quegli del riposo. Alla qual cosa fare niente i gelosi

consentono, anzi quegli dì che a tutte l'altre son lieti, fanno ad esse, più serrate e più rinchiuse tenendole, esser

più miseri e più dolenti; il che quanto e qual consumamento sia delle cattivelle quelle sole il sanno che l'hanno

provato. Perché, conchiudendo, ciò che una donna fa ad un marito geloso a torto, per certo non condennare ma

commendare si dovrebbe. Fu adunque in Arimino un mercatante, ricco e di possessioni e di denari assai, il quale avendo una bellissima

donna per moglie, di lei divenne oltre misura geloso: né altra cagione a questo avea se non che, come egli molto

l'amava e molto bella la teneva e conosceva che ella con tutto il suo studio s'ingegnava di piacergli, così estimava

che ogn'uomo l'amasse, e che ella a tutti paresse bella e ancora che ella s'ingegnasse così di piacere altrui come a

lui. E così ingelosito tanta guardia ne prendeva e sì stretta la tenea, che forse assai son di quegli che a capital

pena son dannati, che non sono da'pregionieri con tanta guardia servati. La donna, lasciamo stare che a nozze o a festa o a chiesa andar potesse, o il piè della casa trarre in alcun modo,

ma ella non osava farsi ad alcuna finestra né fuor della casa guardare per alcuna cagione; per la qual cosa la vita

sua era pessima, ed essa tanto più impaziente sosteneva questa noia, quanto meno si sentiva nocente. Per che, veggendosi a torto fare ingiuria al marito, s avvisò, a consolazion di sé medesima, di trovar modo (se

alcuno ne potesse trovare) di far sì che a ragione le fosse fatto. E per ciò che a finestra far non si potea, e così

modo non avea di potersi mostrare contenta dello amore d'alcuno che atteso l'avesse per la sua contrada

passando, sappiendo che nella casa la quale era allato alla sua aveva alcun giovane e bello e piacevole, si pensò,

se pertugio alcun fosse nel muro che la sua casa divideva da quella, di dovere per quello tante volte guatare, che

ella vedrebbe il giovane in atto da potergli parlare, e di donargli il suo amore, se egli il volesse ricevere; e se modo

vi si potesse vedere, di ritrovarsi con lui alcuna volta, e in questa maniera trapassare la sua malvagia vita infino a

tanto che il fistolo uscisse da dosso al suo marito. E venendo ora in una parte e ora in una altra, quando il marito non v'era, il muro della casa guardando, vide per

avventura in una parte assai segreta di quella il muro alquanto da una fessura esser aperto; per che, riguardando

per quella, ancora che assai male discerner potesse dall'altra parte, pur s'avvide che quivi era una camera dove

capitava la fessura, e seco disse: - Se questa fosse la camera di Filippo - (cioè del giovane suo vicino) - io sarei

mezza fornita -.E cautamente da una sua fante, a cui di lei incresceva, ne fece spiare, e trovò che veramente il

giovane in quella dormiva tutto solo; per che, visitando la fessura spesso, e, quando il giovane vi sentiva,

faccendo cader pietruzze e cotali fuscellini, tanto fece che, per veder che ciò fosse, il giovane venne quivi. Il quale

ella pianamente chiamò; ed egli che la sua voce conobbe, le rispose; ed ella, avendo spazio, in brieve tutto

l'animo suo gli aprì. Di che il giovane contento assai, sì fece che dal suo lato il pertugio si fece maggiore, tuttavia

in guisa faccendo che alcuno avvedere non se ne potesse; e quivi spesse volte insieme si favellavano e toccavansi

la mano, ma più avanti per la solenne guardia del geloso non si poteva. Ora, appressandosi la festa del Natale, la donna disse al marito che, se gli piacesse, ella voleva andar la mattina

della pasqua alla chiesa e confessarsi e comunicarsi come fanno gli altri cristiani. Alla quale il geloso disse: - E che peccati ha'tu fatti, che tu ti vuoi confessare? Disse la donna: - Come! Credi tu che io sia santa, perché tu mi tenghi rinchiusa? Ben sai che io fo de'peccati come l'altre persone

che ci vivono, ma io non gli vo'dire a te, ché tu non se'prete. Il geloso prese di queste parole sospetto e pensossi di voler saper che peccati costei avesse fatti e avvisossi del

modo nel quale ciò gli verrebbe fatto; e rispose che era contento, ma che non volea che ella andasse ad altra

chiesa che alla cappella loro; e quivi andasse la mattina per tempo e confessassesi o dal cappellan loro o da quel

prete che il cappellan le desse e non da altrui, e tornasse di presente a casa. Alla donna pareva mezzo avere

inteso; ma, senza altro dire, rispose che sì farebbe. Venuta la mattina della pasqua, la donna si levò in su l'aurora e acconciossi e andossene alla chiesa impostale dal

marito. Il geloso d'altra parte levatosi se n'andò a quella medesima chiesa e fuvvi prima di lei; e avendo già col

prete di là entro composto ciò che far voleva, messasi prestamente una delle robe del prete indosso con un

cappuccio grande a gote, come noi veggiamo che i preti portano, avendosel tirato un poco innanzi, si mise a stare

in coro. La donna venuta alla chiesa fece domandare il prete. Il prete venne, e udendo dalla donna che confessar si volea,

disse che non potea udirla, ma che le manderebbe un suo compagno; e andatosene, mandò il geloso nella sua

malora. Il quale molto contegnoso vegnendo, ancora che egli non fosse molto chiaro il dì ed egli s'avesse molto

messo il cappuccio innanzi agli occhi, non si seppe sì occultare che egli non fosse prestamente conosciuto dalla

donna; la quale, questo vedendo, disse seco medesima: - Lodato sia Iddio, che costui di geloso è divenuto prete;

ma pure lascia fare, ché io gli darò quello che egli va cercando -. Fatto adunque sembiante di non conoscerlo, gli

si pose a sedere a'piedi. Messer lo geloso s'avea messe alcune petruzze in bocca, acciò che esse alquanto la favella gli 'mpedissero, sì che

egli a quella dalla moglie riconosciuto non fosse, parendogli in ogn'altra cosa sì del tutto esser divisato che esser

da lei riconosciuto a niun partito credeva. Or venendo alla confessione, tra l'altre cose che la donna gli disse, avendogli prima detto come maritata era, si fu

che ella era innamorata d'un prete, il quale ogni notte con lei s'andava a giacere. Quando il geloso udì questo, e'gli parve che gli fosse dato d'un coltello nel cuore; e se non fosse che volontà lo

strinse di saper più innanzi, egli avrebbe la confessione abbandonata andatosene. Stando adunque fermo

domandò la donna: - E come? Non giace vostro marito con voi? La donna rispose: - Messer sì. - Adunque, - disse '1 geloso - come vi puote anche il prete giacere? - Messere, - disse la donna - il prete con che arte il si faccia non so, ma egli non è in casa uscio sì serrato che,

come egli il tocca, non s'apra; e dicemi egli che, quando egli è venuto a quello della camera mia, anzi che egli

l'apra, egli dice certe parole per le quali il mio marito incontanente s'addormenta, e come addormentato il sente,

così apre l'uscio e viensene dentro e stassi con meco, e questo non falla mai. Disse allora il geloso: - Madonna, questo è mal fatto, e del tutto egli ve ne conviene rimanere. A cui la donna disse: - Messere, questo non crederrei io mai poter fare, per ciò che io l'amo troppo. - Dunque, - disse il geloso - non vi potrò io assolvere. A cui la donna disse: - Io ne son dolente: io non venni qui per dirvi le bugie; se io il credessi poter fare, io il vi direi. Disse allora il geloso: - In verità, madonna, di voi m'incresce, ché io vi veggio a questo partito perder l'anima; ma io, in servigio di voi,

ci voglio durar fatica in far mie orazioni speziali a Dio in vostro nome, le quali forse vi gioveranno; e sì vi manderò

alcuna volta un mio cherichetto, a cui voi direte se elle vi saranno giovate o no; e se elle vi gioveranno, sì

procederemo innanzi. A cui la donna disse: - Messer, cotesto non fate voi che voi mi mandiate persona a casa, ché, se il mio marito il risapesse, egli è sì forte

geloso che non gli trarrebbe del capo tutto il mondo che per altro che per male vi si venisse, e non avrei ben con

lui di questo anno. A cui il geloso disse: - Madonna, non dubitate di questo, ché per certo io terrò sì fatto modo, che voi non ne sentirete mai parola da lui. Disse allora la donna: - Se questo vi dà il cuore di fare, io son contenta - ; e fatta la confessione e presa la penitenzia, e da'piè

levataglisi, se n'andò a udire la messa. Il geloso soffiando con la sua mala ventura s'andò a spogliare i panni del prete, e tornossi a casa, disideroso di

trovar modo da dovere il prete e la moglie trovare insieme, per fare un mal giuoco e all'uno e all'altro. La donna

tornò dalla chiesa, e vide bene nel viso al marito che ella gli aveva data la mala pasqua; ma egli, quanto poteva,

s'ingegnava di nasconder ciò che fatto avea e che saper gli parea. E avendo seco stesso diliberato di dover la notte vegnente star presso all'uscio della via ad aspettare se il prete

venisse, disse alla donna: - A me conviene questa sera essere a cena e ad albergo altrove, e per ciò serrerai ben l'uscio da via e quello da

mezza scala e quello della camera, e quando ti parrà t'andrai a letto. La donna rispose: - In buon'ora. E quando tempo ebbe se n'andò alla buca e fece il cenno usato, il quale come Filippo sentì, così di presente a quel

venne. Al quale la donna disse ciò che fatto avea la mattina, e quello che il marito appresso mangiare l'aveva

detto, e poi disse: - Io son certa che egli non uscirà di casa, ma si metterà a guardia dell'uscio; e per ciò truova modo che su per lo

tetto tu venghi stanotte di qua, sì che noi siamo insieme. Il giovane, contento molto di questo fatto, disse: - Madonna, lasciate far me. Venuta la notte, il geloso con sue armi tacitamente si nascose in una camera terrena, e la donna avendo fatti

serrar tutti gli usci, e massimamente quello da mezza scala, acciò che il geloso su non potesse venire, quando

tempo le parve, il giovane per via assai cauta dal suo lato se ne venne, e andaronsi a letto, dandosi l'un dell'altro

piacere e buon tempo; e venuto il dì, il giovane se ne tornò in casa sua. Il geloso, dolente e senza cena, morendo di freddo, quasi tutta la notte stette con le sue armi allato all'uscio ad

aspettare se il prete venisse; e appressandosi il giorno, non potendo più vegghiare, nella camera terrena si mise a

dormire. Quindi vicin di terza levatosi, essendo già l'uscio della casa aperto faccendo sembiante di venire altronde, se ne

salì in casa sua e desinò. E poco appresso mandato un garzonetto, a guisa che stato fosse il cherico del prete che

confessata l'avea, la mandò dimandando se colui cui ella sapeva più venuto vi fosse. La donna, che molto bene conobbe il messo, rispose che venuto non v'era quella notte, e che, se così facesse, che

egli le potrebbe uscir di mente, quantunque ella non volesse che di mente l'uscisse. Ora che vi debbo dire? Il geloso stette molte notti per volere giugnere il prete all'entrata, e la donna

continuamente col suo amante dandosi buon tempo. Alla fine il geloso, che più sofferir non poteva, con turbato

viso domandò la moglie ciò che ella avesse al prete detto la mattina che confessata s'era. La donna rispose che

non gliele voleva dire, per ciò che ella non era onesta cosa né convenevole. A cui il geloso disse: - Malvagia femina, a dispetto di te io so ciò che tu gli dicesti; e convien del tutto che io sappia chi è il prete di cui

tu tanto se'innamorata e che teco per suoi incantesimi ogni notte si giace, o io ti segherò le veni. La donna disse che non era vero che ella fosse innamorata d'alcun prete. - Come! - disse il geloso - non dicestù così e così al prete che ti confessò? La donna disse: - Non che egli te l'abbia ridetto, ma egli basterebbe, se tu fossi stato presente, mai sì, che io gliele dissi. - Dunque, - disse il geloso - dimmi chi è questo prete, e tosto. La donna cominciò a sorridere, e disse: - Egli mi giova molto quando un savio uomo è da una donna semplice menato come si mena un montone per le

corna in beccheria; benché tu non se'savio, né fosti da quella ora in qua che tu ti lasciasti nel petto entrare il

maligno spirito della gelosia, senza saper perché; e tanto quanto tu se'più sciocco e più bestiale, cotanto ne

diviene la gloria mia minore. Credi tu, marito mio, che io sia cieca degli occhi della testa, come tu se'cieco di quegli della mente? Certo no; e

vedendo conobbi chi fu il prete che mi confessò, e so che tu fosti desso tu; ma io mi puosi in cuore di darti quello

che tu andavi cercando, e dieditelo. Ma, se tu fussi stato savio come esser ti pare, non avresti per quel modo

tentato di sapere i segreti della tua buona donna, e, senza prender vana sospezion, ti saresti avveduto di ciò che

ella ti confessava così essere il vero, senza avere ella in cosa alcuna peccato. Io ti dissi che io amava un prete: e non eri tu, il quale io a gran torto amo, fatto prete? Dissiti che niuno uscio

della mia casa gli si poteva tener serrato quando meco giacer volea: e quale uscio ti fu mai in casa tua tenuto

quando tu colà dove io fossi se'voluto venire? Dissiti che il prete si giaceva ogni notte con meco: e quando fu che

tu meco non giacessi? E quante volte il tuo cherico a me mandasti, tante sai quante tu meco non fosti, ti mandai a

dire che il prete meco stato non era. Quale smemorato altri che tu, che alla gelosia tua t'hai lasciato accecare, non

avrebbe queste cose intese? E se' ti stato in casa a far la notte la guardia all'uscio, e a me credi aver dato a vedere

che tu altrove andato sii a cena e ad albergo. Ravvediti oggimai, e torna uomo come tu esser solevi, e non far far beffe di te a chi conosce i modi tuoi come fo

io, e lascia star questo solenne guardar che tu fai; ché io giuro a Dio, se voglia me ne venisse di porti le corna, se

tu avessi cento occhi come tu n'hai due, e'mi darebbe il cuore di fare i piacer miei in guisa che tu non te ne

avvedresti. Il geloso cattivo, a cui molto avvedutamente pareva avere il segreto della donna sentito, udendo questo, si tenne

scornato; e senza altro rispondere, ebbe la donna per buona e per savia; e quando la gelosia gli bisognava del

tutto se la spogliò, così come, quando bisogno non gli era, se l'aveva vestita. Per che la savia donna, quasi

licenziata ai suoi piaceri, senza far venire il suo amante su per lo tetto, come vanno le gatte, ma pur per l'uscio,

discretamente operando, poi più volte con lui buon tempo e lieta vita si diede.

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