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Giornata quinta - Novella quarta

Ricciardo Manardi è trovato da messer Lizio da Valbona con la figliuola, la quale egli sposa, e col padre di lei

rimane in buona pace.

Tacendosi Elissa, le lode ascoltando dalle sue compagne date alla sua novella, impose la reina a Filostrato che

alcuna ne dicesse egli; il quale ridendo incominciò. Io sono stato da tante di voi tante volte morso, perché io materia da crudeli ragionamenti e da farvi piagner

v'imposi, che a me pare, a volere alquanto questa noia ristorare, esser tenuto di dover dire alcuna cosa per la

quale io alquanto vi faccia ridere; e per ciò uno amore, non da altra noia che di sospiri e d'una brieve paura con

vergogna mescolata, a lieto fin pervenuto, in una novelletta assai piccola intendo di raccontarvi. Non è adunque, valorose donne, gran tempo passato che in Romagna fu un cavaliere assai da bene e costumato, il

qual fu chiamato messer Lizio da Valbona, a cui per ventura vicino alla sua vecchiezza una figliuola nacque d'una

sua donna chiamata madonna Giacomina, la quale oltre ad ogn'altra della contrada, crescendo, divenne bella e

piacevole; e per ciò che sola era al padre e alla madre rimasa, sommamente da loro era amata e avuta cara e con

maravigliosa diligenza guardata, aspettando essi di far di lei alcun gran parentado. Ora usava molto nella casa di messer Lizio, e molto con lui si riteneva, un giovane bello e fresco della persona, il

quale era de'Manardi da Brettinoro, chiamato Ricciardo, del quale niun'altra guardia messer Lizio o la sua donna

prendevano, che fatto avrebbon d'un lor figliuolo. Il quale, una volta e altra veggendo la giovane bellissima e

leggiadra, e di laudevoli maniere e costumi e già da marito, di lei fieramente s'innamorò, e con gran diligenza il

suo amore teneva occulto. Del quale avvedutasi la giovane, senza schifar punto il colpo, lui similmente cominciò

ad amare; di che Ricciardo fu forte contento. E avendo molte volte avuta voglia di doverle alcuna parola dire, e dubitando taciutosi, pure una, preso tempo e

ardire, le disse: - Caterina, io ti priego che tu non mi facci morire amando. La giovane rispose subito: - Volesse Iddio che tu non facessi più morir me. Questa risposta molto di piacere e d'ardire aggiunse a Ricciardo, e dissele : - Per me non istarà mai cosa che a grado ti sia, ma a te sta il trovar modo allo scampo della tua vita e della mia. La giovane allora disse: - Ricciardo, tu vedi quanto io sia guardata, e per ciò da me non so veder come tu a me ti potessi venire; ma, se tu

sai veder cosa che io possa senza mia vergogna fare, dillami, e io la farò. Ricciardo, avendo più cose pensato, subitamente disse: - Caterina mia dolce, io non so alcuna via veder, se già tu non dormissi o potessi venire in su '1 verone che è

presso al giardino di tuo padre, dove se io sapessi che tu di notte fossi, senza fallo io m'ingegnere' di venirvi,

quantunque molto alto sia. A cui la Caterina rispose: - Se quivi ti dà il cuore di venire, io mi credo ben far sì che fatto mi verrà di dormirvi.

Ricciardo disse di sì. E questo detto, una volta sola si baciarono alla sfuggita, e andar via.

Il dì seguente, essendo già vicino alla fine di maggio, la giovane cominciò davanti alla madre a ramaricarsi che la

passata notte per lo soperchio caldo non aveva potuto dormire. Disse la madre: - O figliuola, che caldo fu egli? Anzi non fu egli caldo veruno A cui la Caterina disse: - Madre mia, voi dovreste dire - a mio parere - , e forse vi direste il vero; ma voi dovreste pensare quanto sieno

più calde le fanciulle che le donne attempate. La donna disse allora: - Figliuola mia, così è il vero; ma io non posso far caldo e freddo a mia posta, come tu forse vorresti. I tempi si

convengon pur sofferir fatti come le stagioni gli danno; forse quest'altra notte sarà più fresco, e dormirai meglio. - Ora Iddio il voglia,- disse la Caterina - ma non suole essere usanza che, andando verso la state, le notti si vadan

rinfrescando. - Dunque,- disse la donna - che vuoi tu che si faccia? Rispose la Caterina: - Quando a mio padre e a voi piacesse, io farei volentieri fare un letticello in su '1 verone che è allato alla sua

camera e sopra il suo giardino, e quivi mi dormirei, e udendo cantare l'usignuolo, e avendo il luogo più fresco,

molto meglio starei che nella vostra camera non fo. La madre allora disse: - Figliuola, confortati; io il dirò a tuo padre, e come egli vorrà così faremo. Le quali cose udendo messer Lizio dalla sua donna, per ciò che vecchio era e da questo forse un poco ritrosetto,

disse: - Che rusignuolo è questo a che ella vuol dormire? Io la farò ancora addormentare al canto delle cicale. Il che la Caterina sappiendo, più per isdegno che per caldo, non solamente la seguente notte non dormì, ma ella

non lasciò dormire la madre, pur del gran caldo dolendosi. Il che avendo la madre sentito, fu la mattina a messer Lizio e gli disse: - Messer, voi avete poco cara questa giovane. Che vi fa egli perché ella sopra quel veron si dorma? Ella non ha in

tutta notte trovato luogo di caldo, e oltre a ciò maravigliatevi voi perché egli le sia in piacere l'udir cantar

l'usignuolo, che è una fanciullina? I giovani son vaghi delle cose simiglianti a loro. Messer Lizio udendo questo disse: - Via, faccialevisi un letto tale quale egli vi cape, e fallo fasciar dattorno d'alcuna sargia, e dormavi, e oda cantar

l'usignuolo a suo senno. La giovane, saputo questo, prestamente vi fece fare un letto; e dovendovi la sera vegnente dormire, tanto attese

che ella vide Ricciardo, e fecegli un segno posto tra loro, per lo quale egli intese ciò che far si dovea. Messer Lizio, sentendo la giovane essersi andata al letto, serrato uno uscio che della sua camera andava sopra 'l

verone, similmente s'andò a dormire. Ricciardo, come d'ogni parte sentì le cose chete, con lo aiuto d'una scala salì sopra un muro, e poi d'in su quel

muro appiccandosi a certe morse d'un altro muro, con gran fatica e pericolo, se caduto fosse, pervenne in sul

verone, dove chetamente con grandissima festa dalla giovane fu ricevuto; e dopo molti baci si coricarono insieme,

e quasi per tutta la notte diletto e piacer presono l'un dell'altro, molte volte faccendo cantar l'usignuolo. Ed essendo le notti piccole e il diletto grande, e già al giorno vicino (il che essi non credevano), e sì ancora

riscaldati e sì dal tempo e sì dallo scherzare, senza alcuna cosa addosso s'addormentarono, avendo a Caterina col

destro braccio abbracciato sotto il collo Ricciardo, e con la sinistra mano presolo per quella cosa che voi tra gli

uomini più vi vergognate di nominare. E in cotal guisa dormendo, senza svegliarsi, sopravenne il giorno, e messer Lizio si levò; e ricordandosi la figliuola

dormire sopra '1 verone, chetamente l'uscio aprendo disse: - Lasciami vedere come l'usignuolo ha fatto questa notte dormir la Caterina. E andato oltre, pianamente levò alta la sargia della quale il letto era fasciato e Ricciardo e lei vide ignudi e scoperti

dormire abbracciati nella guisa di sopra mostrata; e avendo ben conosciuto Ricciardo, di quindi s'uscì, e andonne

alla camera della sua donna e chiamolla, dicendo: - Su tosto, donna, lievati e vieni a vedere, ché tua figliuola è stata sì vaga dell'usignuolo che ella è stata tanto alla

posta che ella l'ha preso e tienlosi in mano. Disse la donna: - Come può questo essere? Disse messer Lizio: - Tu il vedrai se tu vien tosto. La donna, affrettatasi di vestire, chetamente seguitò messer Lizio, e giunti amenduni al letto e levata la sargia,

potè manifestamente vedere madonna Giacomina come la figliuola avesse preso e tenesse l'usignuolo, il quale ella

tanto disiderava d'udir cantare. Di che la donna, tenendosi forte di Ricciardo ingannata, volle gridare e dirgli villania; ma messer Lizio le disse: - Donna, guarda che per quanto tu hai caro il mio amore tu non facci motto, ché in verità, poscia che ella l'ha

preso, egli sì sarà suo. Ricciardo è gentile uomo e ricco giovane; noi non possiamo aver di lui altro che buon

parentado; se egli si vorrà a buon concio da me partire, egli converra che primieramente la sposi; sì ch'egli si

troverrà aver messo l'usignuolo nella gabbia sua e non nell'altrui. Di che la donna racconsolata, veggendo il marito non esser turbato di questo fatto, e considerando che la figliuola

aveva avuta la buona notte ed erasi ben riposata e aveva l'usignuolo preso, si tacque. Né guari dopo queste parole stettero, che Ricciardo si svegliò, e veggendo che il giorno era chiaro, si tenne morto,

e chiamò la Caterina, dicendo: - Ohimè, anima mia, come faremo, ché il giorno è venuto e hammi qui colto? Alle quali parole messer Lizio, venuto oltre e levata la sargia, rispose: - Farete bene Quando Ricciardo li vide, parve che gli fosse il cuor del corpo strappato e levatosi a sedere in sul letto disse: - Signor mio, io vi cheggio mercé per Dio. Io conosco, sì come disleale e malvagio uomo, aver meritato morte, e

per ciò fate di me quello che più vi piace. Ben vi priego io, se esser può, che voi abbiate della mia vita mercè, e

che io non muoia. A cui messer Lizio disse: - Ricciardo, questo non meritò l'amore il quale io ti portava e la fede la quale io aveva in te; ma pur, poi che così è

e a tanto fallo t'ha trasportato la giovanezza, acciò che tu tolga a te la morte e a me la vergogna, prima che tu ti

muova, sposa per tua legittima moglie la Caterina, acciò che, come ella è stata questa notte tua, così sia mentre

ella viverà; e in questa guisa puoi e la mia pace e la tua salvezza acquistare; e ove tu non vogli così fare,

raccomanda a Dio l'anima tua. Mentre queste parole si dicevano, la Caterina lasciò l'usignuolo, e ricopertasi, cominciò fortemente a piagnere e a

pregare il padre che a Ricciardo perdonasse; e d'altra parte pregava Ricciardo che quel facesse che messer Lizio

volea, acciò che con sicurtà e lungo tempo potessono insieme di così fatte notti avere. Ma a ciò non furono troppi prieghi bisogno; per ciò che d'una parte la vergogna del fallo commesso e la voglia

dello emendare, e d'altra la paura del morire e il disiderio dello scampare, e oltre a questo l'ardente amore e

l'appetito del possedere la cosa amata, liberamente e senza alcuno indugio gli fecer dire sé esser apparecchiato a

far ciò che a messer Lizio piaceva. Per che messer Lizio, fattosi prestare a madonna Giacomina uno de'suoi anelli, quivi, senza mutarsi, in presenzia

di loro Ricciardo per sua moglie sposò la Caterina. La qual cosa fatta, messer Lizio e la donna partendosi dissono: - Riposatevi oramai, ché forse maggior bisogno n'avete che di levarvi. Partiti costoro, i giovani si rabbracciarono insieme, e non essendo più che sei miglia camminati la notte, altre due

anzi che si levassero ne camminarono, e fecer fine alla prima giornata. Poi levati, e Ricciardo avuto più ordinato ragionamento con messer Lizio, pochi dì appresso, sì come si convenia, in

presenzia degli amici e de'parenti da capo sposò la giovane, e con gran festa se ne la menò a casa, e fece

onorevoli e belle nozze, e poi con lei lungamente in pace e in consolazione uccellò agli usignuoli e di dì e di notte

quanto gli piacque.


Giornata quinta - Novella quinta

Guidotto da Cremona lascia a Giacomin da Pavia una fanciulla, e muorsi; la quale Giannol di Severino e Minghino

di Mingole amano in Faenza; azzuffansi insieme; riconoscesi la fanciulla esser sirocchia di Giannole, e dassi per

moglie a Minghino.

Aveva ciascuna donna, la novella dell'usignolo ascoltando, tanto riso, che ancora, quantunque Filostrato ristato

fosse di novellare, non per ciò esse di ridere si potevan tenere. Ma pur, poi che alquanto ebber riso, la reina disse : - Sicuramente, se tu ieri ci affliggesti, tu ci hai oggi tanto dileticate, che niuna meritamente più di te si dee

ramaricare. E avendo a Neifile le parole rivolte, le 'mpose che novellasse; la quale lietamente così cominciò a parlare. Poi che Filostrato ragionando in Romagna è intrato, a me per quella similmente gioverà d'andare alquanto

spaziandomi col mio novellare. Dico adunque che già nella città di Fano due lombardi abitarono, de'quali l'un fu chiamato Guidotto da Cremona e

l'altro Giacomin da Pavia, uomini omai attempati e stati nella lor gioventudine quasi sempre in fatti d'arme e

soldati. Dove, venendo a morte Guidotto, e niuno figliuolo avendo né altro amico o parente di cui più si fidasse che

di Giacomin facea, una sua fanciulla d'età forse di dieci anni, e ciò che egli al mondo avea, molto de'suoi fatti

ragionatogli, gli lasciò, e morissi. Avvenne in questi tempi che la città di Faenza, lungamente in guerra e in mala ventura stata, alquanto in miglior

disposizion ritornò, e fu a ciascun che ritornar vi volesse libarerete conceduto il potervi tornare; per la qual cosa

Giacomino, che altra volta dimorato v'era, e piacendogli la stanza, là con ogni sua cosa si tornò, e seco ne menò la

fanciulla lasciatagli da Guidotto, la quale egli come propria figliuola amava e trattava. La quale crescendo divenne bellissima giovane quanto alcuna altra che allora fosse nella città; e così come era

bella, era costumata e onesta. Per la qual cosa da diversi fu cominciata a vagheggiare, ma sopra tutti due giovani

assai leggiadri e da bene igualmente le posero grandissimo amore, in tanto che per gelosia insieme si

'ncominciarono ad avere in odio fuor di modo: e chiamavasi l'un Giannole di Severino, e l'altro Minghino di

Mingole. Né era alcuno di loro, essendo ella d'età di quindici anni, che volentieri non l'avesse per moglie presa, se

dà suoi parenti fosse stato sofferto; per che, veggendolasi per onesta cagione vietare, ciascuno a doverla, in quella

guisa che meglio potesse, avere, si diede a procacciare. Aveva Giacomino in casa una fante attempata e un fante che Crivello aveva nome, persona sollazzevole e

amichevole assai; col quale Giannole dimesticatosi molto, quando tempo gli parve, ogni suo amore discoperse,

pregandolo che a dovere il suo disidero ottenere gli fosse favorevole, gran cose se ciò facesse promettendogli. Al quale Crivello disse: - Vedi, in questo io non potrei per te altro adoperare se non che quando Giacomino andasse in alcuna parte a

cenare, metterti là dove ella fosse, per ciò che, volendole io dir parole per te, ella non mi starebbe mai ad

ascoltare. Questo s'el ti piace, io il ti prometto, e farollo; fa tu poi, se tu sai, quello che tu creda che bene stea. Giannole disse che più non volea, e in questa concordia rimase. Minghino d'altra parte aveva dimesticata la fante, e con lei tanto adoperato che ella avea più volte ambasciate

portate alla fanciulla, e quasi del suo amore l'aveva accesa; e oltre a questo gli aveva promesso di metterlo con

lei, come avvenisse che Giacomino per alcuna cagione da sera fuori di casa andasse. Avvenne adunque, non molto tempo appresso queste parole, che, per opera di Crivello, Giacomino andò con un

suo amico a cenare; e fattolo sentire a Giannole, compose con lui che, quando un certo cenno facesse, egli venisse

e troverrebbe l'uscio aperto. La fante d'altra parte, niente di questo sappiendo, fece sentire a Minghino che

Giacomino non vi cenava, e gli disse che presso della casa dimorasse sì, che quando vedesse un segno ch'ella

farebbe, egli venisse ed entrassesene dentro. Venuta la sera, non sappiendo i due amanti alcuna cosa l'un dell'altro, ciascun, sospettando dell'altro, con certi

compagni armati a dovere entrare in tenuta andò. Minghino co'suoi, a dovere il segno aspettare, si ripose in casa

d'un suo amico vicino della giovine; Giannole co'suoi alquanto dalla casa stette lontano. Crivello e la fante, non essendovi Giacomino, s'ingegnavano di mandare l'un l'altro via. Crivello diceva alla fante: - Come non ti vai tu a dormire oramai? Che ti vai tu pure avviluppando per casa? E la fante diceva a lui: - Ma tu perché non vai per signorto? Che aspetti tu oramai qui, poi hai cenato? E così l'uno non poteva l'altro far mutare di luogo. Ma Crivello, conoscendo l'ora posta con Giannole esser venuta, disse seco: - Che curo io di costei? Se ella non

istarà cheta, ella potrà aver delle sue-; e fatto il segno posto andò ad aprir l'uscio, e Giannole prestamente venuto

con due compagni andò dentro, e trovata la giovane nella sala la presono per menarla via. La giovane cominciò a resistere e a gridar forte, e la fante similmente. Il che sentendo Minghino, prestamente

co'suoi compagni là corse; e veggendo la giovane già fuori dell'uscio tirare, tratte le spade fuori, gridarono tutti: - Ahi traditori, voi siete morti; la cosa non andrà così: che forza è questa? -; e questo detto, gl'incominciarono a

ferire. E d'altra parte la vicinanza uscita fuori al romore e con lumi e con arme, cominciarono questa cosa a

biasimare e ad aiutar Minghino. Per che, dopo lunga contesa, Minghino tolse la giovane a Giannole, e rimisela in

casa di Giacomino. Né prima si partì la mischia che i sergenti del capitan della terra vi sopraggiunsero e molti di

costoro presero; e fra gli altri furono presi Minghino e Giannole e Crivello, e in prigione menatine. Ma poi

racquetata la cosa, e Giacomino essendo tornato; e, di questo accidente molto malinconoso, essaminando come

stato fosse e trovato che in niuna cosa la giovane aveva colpa, alquanto si diè più pace, proponendo seco, acciò

che più simil caso non avvenisse, di doverla come più tosto potesse maritare. La mattina venuta, i parenti dell'una parte e dell'altra avendo la verità del fatto sentita e conoscendo il male che

a'presi giovani ne poteva seguire, volendo Giacomino quello adoperare che ragionevolmente avrebbe potuto,

furono a lui, e con dolci parole il pregarono che alla ingiuria ricevuta dal poco senno de'giovani non guardasse

tanto, quanto all'amore e alla benivolenza la quale credevano che egli a loro che il pregavano portasse, offerendo

appresso sé medesimi e i giovani che il male avevan fatto ad ogni ammenda che a lui piacesse di prendere. Giacomino, il qual de'suoi dì assai cose vedute avea ed era di buon sentimento, rispose brievemente: - Signori, se io fossi a casa mia come io sono alla vostra, mi tengo io sì vostro amico, che né di questo né d'altro io

non farei se non quanto vi piacesse; e oltre a questo più mi debbo a'vostri piaceri piegare in quanto voi a voi

medesimi avete offeso, per ciò che questa giovane, forse come molti stimano, non è da Cremona né da Pavia, anzi

è faentina, come che io né ella né colui da cui io l'ebbi non sapessimo mai di cui si fosse figliuola; per che; di

quello che pregate tanto sarà per me fatto, quanto me ne imporrete. I valenti uomini, udendo costei esser di Faenza, si maravigliarono; e rendute grazie a Giacomino della sua liberale

risposta, il pregarono che gli piacesse di dover lor dire come costei alle mani venuta gli fosse, e come sapesse lei

esser faentina. A'quali Giacomin disse: - Guidotto da Cremona fu mio compagno e amico, e venendo a morte mi disse che quando questa città da

Federigo Imperatore fu presa, andataci a ruba ogni cosa, egli entrò co'suoi compagni in una casa, e quella trovò di

roba piena esser dagli abitanti abbandonata, fuor solamente da questa fanciulla, la quale d'età di due anni o in

quel torno, lui sagliente su per le scale chiamò padre; per la qual cosa a lui venuta di lei compassione, insieme

con tutte le cose della casa seco ne la portò a Fano, e quivi morendo, con ciò che egli avea costei mi lasciò,

imponendomi che, quando tempo fosse, io la maritassi e quello che stato fosse suo le dessi in dota; e venuta

nell'età da marito, non m'è venuto fatto di poterla dare a persona che mi piaccia; fare' '1 volentieri, anzi che altro

caso simile a quel di ier sera me n'avvenisse. Era quivi intra gli altri un Guiglielmino da Medicina, che con Guidotto era stato a questo fatto, e molto ben sapeva

la cui casa stata fosse quella che Guidotto avea rubata; e vedendolo ivi tra gli altri, gli s'accostò e disse: - Bernabuccio, odi tu ciò che Giacomin dice? Disse Bernabuccio: - Sì; e testé vi pensava più, per ciò ch'io mi ricordo che in quegli rimescolamenti io perdei una figlioletta di quella

età che Giacomin dice. A cui Guiglielmino disse: - Per certo questa è dessa, per ciò ch'io mi trovai già in parte ove io udii a Guidotto divisare dove la ruberia

avesse. fatta, e conobbi che la tua casa era stata; è per ciò rammemorati se ad alcun segnale riconoscer la

credessi, e fanne cercare, ché tu troverrai fermamente che ella è tua figliuola. Per che, pensando Bernabuccio, si ricordò lei dovere avere una margine a guisa d'una crocetta sopra l'orecchia

sinistra, stata d'una nascenza che fatta gli avea poco davanti a quello accidente tagliare; per che, senza alcuno

indugio pigliare, accostatosi a Giacomino che ancora era quivi, il pregò che in casa sua il menasse e veder gli

facesse questa giovane. Giacomino il vi menò volentieri, e lei fece venire dinanzi da lui. La quale come Bernabuccio vide, così tutto il viso

della madre di lei, che ancora bella donna era, gli parve vedere; ma pur, non stando a questo, disse a Giacomino

che di grazia voleva da lui poterle un poco levare i capelli sopra la sinistra orecchia; di che Giacomino fu contento. Bernabuccio, accostatosi a lei che vergognosamente stava, levati colla man dritta i capelli, la croce vide; laonde,

veramente conoscendo lei esser la sua figliuola, teneramente cominciò a piagnere e ad abbracciarla, come che ella

si contendesse; e volto a Giacomin disse: - Fratel mio, questa è mia figliuola; la mia casa fu quella che fu da Guidotto rubata, e costei nel furor subito vi fu

dentro dalla mia donna e sua madre dimenticata, e infino a qui creduto abbiamo che costei, nella casa che mi fu

quel dì stesso arsa, ardesse. La giovane, udendo questo e vedendolo uomo attempato e dando alle parole fede e da occulta virtù mossa,

sostenendo li suoi abbracciamenti, con lui teneramente cominciò a piagnere. Bernabuccio di presente mandò per la madre di lei e per altre sue parenti e per le sorelle e per li fratelli di lei, e a

tutti mostratala e narrando il fatto, dopo mille abbracciamenti fatta la festa grande, essendone Giacomino forte

contento, seco a casa sua ne la menò. Saputo questo il capitano della città, che valoroso uomo era, e conoscendo

che Giannole, cui preso tenea, figliuolo era di Bernabuccio e fratel carnale di costei, avvisò di volersi del fallo

commesso da lui mansuetamente passare; e intromessosi in queste cose con Bernabuccio e con Giacomino,

insieme a Giannole e a Minghino fece far pace; e a Minghino, con gran piacer di tutti i suoi parenti, diede per

moglie la giovane, il cui nome era Agnesa, e con loro insieme liberò Crivello e gli altri che impacciati v'erano per

questa cagione. E Minghino appresso lietissimo fece le nozze belle e grandi, e a casa menatalasi, con lei in pace e in bene poscia

più anni visse.


Giornata quinta - Novella sesta


Gian di Procida trovato con una giovane amata da lui, e stata data al re Federigo, per dovere essere arso con lei è

legato ad un palo; riconosciuto da Ruggieri de Loria, campa e divien marito di lei.


Finita la novella di Neifile, assai alle donne piaciuta, comandò la reina a Pampinea che a doverne alcuna dire si

disponesse. La qual prestamente, levato il chiaro viso, incomincio. Grandissime forze, piacevoli donne, son quelle d'amore, e a gran fatiche e a strabocchevoli e non pensati pericoli

gli amanti dispongono, come per assai cose raccontate e oggi e altre volte comprender si può; ma nondimeno

ancora con l'ardire d'un giovane innamorato m'aggrada di dimostrarlo . Ischia è una isola assai vicina di Napoli, nella quale fu già tra l'altre una giovinetta bella e lieta molto, il cui nome

fu Restituta, e figliuola d'un gentil uom dell'isola, che Marin Bolgaro avea nome, la quale un giovanetto, che d'una

isoletta ad Ischia vicina, chiamata Procida, era, e nominato Gianni, amava sopra la vita sua, ed ella lui. Il quale,

non che il giorno da Procida ad usare ad Ischia per vederla venisse, ma già molte volte di notte, non avendo

trovata barca, da Procida infino ad Ischia notando era andato, per poter vedere, se altro non potesse, almeno le

mura della sua casa. E durante questo amore così fervente, avvenne che, essendo la giovane un giorno di state tutta soletta alla

marina, di scoglio in iscoglio andando marine conche con un coltellino dalle pietre spiccando, s'avvenne in un

luogo fra gli scogli riposto, dove sì per l'ombra e sì per lo destro d'una fontana d'acqua freddissima che v'era,

s'erano certi giovani ciciliani, che da Napoli venivano, con una lor fregata raccolti. Li quali, avendo la giovane veduta bellissima e che ancor lor non vedea, e vedendola sola, fra sé diliberarono di

doverla pigliare e portarla via; e alla diliberazione seguitò l'effetto. Essi, quantunque ella gridasse molto, presala,

sopra la lor barca la misero, e andar via; e in Calavria pervenuti, furono a ragionamento di cui la giovane dovesse

essere, e in brieve ciaschedun la volea; per che, non trovandosi concordia fra loro, temendo essi di non venire a

peggio e per costei guastare i fatti loro, vennero a concordia di doverla donare a Federigo re di Cicilia, il quale era

allora giovane e di così fatte cose si dilettava; e a Palermo venuti, così fecero. Il re, veggendola bella, l'ebbe cara; ma, per ciò che cagionevole era alquanto della persona, infino a tanto che più

forte fosse, comandò che ella fosse messa in certe case bellissime d'un suo giardino, il quale chiamavan la Cuba, e

quivi servita, e così fu fatto. Il romore della rapita giovane fu in Ischia grande, e quello che più lor gravava, era che essi non potevan sapere

chi si fossero stati coloro che rapita l'avevano. Ma Gianni, al quale più che ad alcuno altro ne calea, non

aspettando di doverlo in Ischia sentire, sappiendo verso che parte n'era la fregata andata, fattane armare una, su

vi montò, e quanto più tosto potè, discorsa tutta la marina dalla Minerva infino alla Scalea in Calavria, e per tutto

della giovane investigando nella Scalea gli fu detto lei essere da marinari ciciliani portata via a Palermo. Là dove

Gianni, quanto più tosto potè, si fece portare, e quivi, dopo molto cercare, trovato che la giovane era stata donata

al re e per lui era nella Cuba guardata, fu forte turbato e quasi ogni speranza perde', non che di doverla mai

riavere, ma pur vedere. Ma pur, da amore ritenuto, mandatane la fregata, veggendo che da niun conosciuto v'era, si stette; e sovente

dalla Cuba passando, gliele venne per ventura veduta un dì ad una finestra ed ella vide lui, di che ciascun fu

contento assai. E veggendo Gianni che il luogo era solingo, accostatosi come potè, le parlò, e da lei informato della

maniera che a tenere avesse se più dappresso le volesse parlar, si partì, avendo prima per tutto considerata la

disposizione del luogo; e aspettata la notte, e di quella lasciata andar buona parte, là se ne tornò, e aggrappatosi

per parti che non vi si sarebbono appiccati i picchi, nel giardin se n'entrò, e in quello trovata una antennetta, alla

finestra dalla giovane insegnatagli l'appoggiò, e per quella assai leggiermente se ne salì. La giovane, parendole il suo onore avere omai perduto, per la guardia del quale ella gli era alquanto nel passato

stata salvatichetta, pensando a niuna persona più degnamente che a costui potersi donare e avvisando di poterlo

inducere a portarla via, seco aveva preso di compiacergli in ogni suo disidero; e per ciò aveva la finestra lasciata

aperta, acciò che egli prestamente dentro potesse passare. Trovatala adunque Gianni aperta, chetamente se n'entrò dentro, e alla giovane, che non dormiva, allato si corico'.

La quale, prima che ad altro venissero, tutta la sua intenzion gli aperse, sommamente del trarla quindi e via

portarnela pregandolo. Alla qual Gianni disse niuna cosa quanto questa piacergli, e che senza alcun fallo, come da

lei si partisse, in sì fatta maniera in ordine il metterebbe che, la prima volta ch'el vi tornasse, via la menerebbe. E appresso questo, con grandissimo piacere abbracciatisi, quello diletto presero, oltre al quale niuno maggior ne

puote Amor prestare; e poi che quello ebbero più volte reiterato, senza accorgersene, nelle braccia l'un dell'altro

s'addormentarono. Il re, al quale costei era molto nel primo aspetto piaciuta, di lei ricordandosi, sentendosi bene della persona,

ancora che fosse al dì vicino, diliberò d'andare a starsi alquanto con lei; e con alcuno de'suoi servidori chetamente

se n'andò alla Cuba. E nelle case entrato, fatto pianamente aprir la camera nella qual sapeva che dormiva la

giovane, in quella con un gran doppiere acceso innanzi se n'entrò; e sopra il letto guardando, lei insieme con

Gianni ignudi e abbracciati vide dormire. Di che egli di subito si turbò fieramente e in tanta ira montò, senza dire

alcuna cosa, che a poco si tenne che quivi, con un coltello che allato avea, amenduni non gli uccise. Poi,

estimando vilissima cosa essere a qualunque uom si fosse, non che ad un re, due ignudi uccidere dormendo, si

ritenne, e pensò di volergli in publico e di fuoco far morire; e volto ad un sol compagno che seco aveva, disse: - Che ti par di questa rea femina, in cui io già la mia speranza aveva posta? - e appresso il domandò se il giovane

conoscesse, che tanto d'ardire aveva avuto, che venuto gli era in casa a far tanto d'oltraggio e di dispiacere. Quegli che domandato era rispose non ricordarsi d'averlo mai veduto. Partissi adunque il re turbato della camera, e comandò che i due amanti, così ignudi come erano, fosser presi e

legati, e come giorno chiaro fosse, fosser menati a Palermo e in su la piazza legati ad un palo con le reni l'uno

all'altro volte e infino ad ora di terza tenuti, acciò che da tutti potessero esser veduti, e appresso fossero arsi, sì

come avean meritato; e così detto, se ne tornò in Palermo nella sua camera assai cruccioso. Partito il re, subitamente furon molti sopra i due amanti, e loro non solamente svegliarono, ma prestamente senza

alcuna pietà presero e legarono. Il che veggendo i due giovani, se essi furon dolenti e temettero della lor vita e

piansero e ramaricaronsi, assai può esser manifesto. Essi furono, secondo il comandamento del re, menati in

Palermo e legati ad un palo nella piazza, e davanti agli occhi loro fu la stipa e '1 fuoco apparecchiata, per dovergli

ardere all'ora comandata dal re. Quivi subitamente tutti i palermitani e uomini e donne concorsero a vedere i due amanti: gli uomini tutti a

riguardare la giovane si traevano, e così come lei bella esser per tutto e ben fatta lodavano, così le donne, che a

riguardare il giovane tutte correvano, lui d'altra parte esser bello e ben fatto sommamente commendavano. Ma gli

sventurati amanti amenduni vergognandosi forte, stavano con le teste basse e il loro infortunio piagnevano, d'ora

in ora la crudel morte del fuoco aspettando. E mentre così infino all'ora determinata eran tenuti, gridandosi per tutto il fallo da lor commesso, e pervenendo

agli orecchi di Ruggier de Loria, uomo di valore inestimabile e allora ammiraglio del re, per vedergli se n'andò

verso il luogo dove erano legati; e quivi venuto, prima riguardò la giovane e commendolla assai di bellezza, e

appresso venuto il giovane a riguardare, senza troppo penare il riconobbe, e più verso lui fattosi il domandò se

Gianni di Procida fosse. Gianni, alzato il viso e riconoscendo l'ammiraglio, rispose: - Signor mio, io fui ben già colui di cui voi domandate, ma io sono per non esser più. Domandollo allora l'ammiraglio che cosa a quello l'avesse condotto; a cui Gianni rispose: - Amore, e l'ira del re. Fecesi l'ammiraglio più la novella distendere; e avendo ogni cosa udita da lui come stata era e partir volendosi, il

richiamò Gianni e dissegli: - Deh, signor mio, se esser può, impetratemi una grazia da chi così mi fa stare. Ruggieri domandò quale; a cui Gianni disse: - Io veggio che io debbo, e tostamente, morire; voglio adunque di grazia che, come io sono con questa giovane, la

quale io ho più che la mia vita amata ed ella me, con le reni a lei voltato ed ella a me, che noi siamo co'visi l'uno

all'altro rivolti, acciò che morendo io e vedendo il viso suo, io ne possa andar consolato. Ruggieri ridendo disse: - Volentieri io farò sì che tu la vedrai ancor tanto che ti rincrescerà. E partitosi da lui, comandò a coloro a'quali imposto era di dovere questa cosa mandare ad esecuzione, che senza

altro comandamento del re non dovessero più avanti fare che fatto fosse; e senza dimorare, al re se n'andò. Al

quale, quantunque turbato il vedesse, non lasciò di dire il parer suo, e dissegli: - Re, di che t'hanno offeso i due giovani li quali laggiù nella piazza hai comandato che arsi sieno? Il re gliele disse. Seguitò Ruggieri: - Il fallo commesso da loro il merita bene, ma non da te; e come i falli meritan punizione, così i benefici meritan

guiderdone, oltre alla grazia e alla misericordia. Conosci tu chi color sieno li quali tu vuogli che s'ardano? Il re rispose di no. Disse allora Ruggieri: - E io voglio che tu gli conosca, acciò che tu veggi quanto discretamente tu ti lasci agl'impeti dell'ira transportare.

Il giovane è figliuolo di Landolfo di Procida, fratel carnale di messer Gian di Procida, per l'opera del quale tu sé re e

signor di questa isola. La giovane è figliuola di Marin Bolgaro, la cui potenza fa oggi che la tua signoria non sia

cacciata d'Ischia. Costoro, oltre a questo, son giovani che lungamente si sono amati insieme, e da amor costretti,

e non da volere alla tua signoria far dispetto, questo peccato (se peccato dir si dee quel che per amor fanno i

giovani) hanno fatto. Perché dunque gli vuoi tu far morire, dove con grandissimi piaceri e doni gli dovresti

onorare? Il re, udendo questo e rendendosi certo che Ruggieri il ver dicesse, non solamente che egli a peggio dovere

operare procedesse, ma di ciò che fatto avea gl'increbbe; per che incontanente mandò che i due giovani fossero

dal palo sciolti e menati davanti da lui; e così fu fatto. E avendo intera la lor condizion conosciuta, pensò che con

onore e con doni fosse la ingiuria fatta da compensare; e fattigli onorevolmente rivestire, sentendo che di pari

consentimento era, a Gianni fece la giovinetta sposare, e fatti loro magnifichi doni, contenti gli rimandò a casa

loro, dove con festa grandissima ricevuti, lungamente in piacere e in gioia poi vissero insieme.


Giornata quinta - Novella settima

Teodoro, innamorato della Violante figliuola di messere Amerigo suo signore, la 'ngravida ed è alle forche

condannato; alle quali frustandosi essendo menato, dal padre riconosciuto e prosciolto, prende per moglie la

Violante.

Le donne, le quali tutte temendo stavan sospese ad udire se i due amanti fossero arsi, udendogli scampati,

lodando Iddio, tutte si rallegrarono; e la reina, udita la fine, alla Lauretta lo 'ncarico impose della seguente, la

quale lietamente prese a dire. Bellissime donne, al tempo che il buon re Guiglielmo la Cicilia reggeva, era nella isola un gentile uomo chiamato

messere Amerigo Abbate da Trapani, il quale, tra gli altri ben temporali, era di figliuoli assai ben fornito. Per che,

avendo di servidori bisogno e venendo galee di corsari genovesi di Levante, li quali costeggiando l'Erminia molti

fanciulli avevan presi, di quegli, credendogli turchi, alcun comperò; tra' quali, quantunque tutti gli altri paressero

pastori, n'era uno il quale gentilesco e di migliore aspetto che alcun altro pareva, ed era chiamato Teodoro. Il quale crescendo, come che egli a guisa di servo trattato fosse, nella casa pur co'figliuoli di messer Amerigo si

crebbe; e traendo più alla natura di lui che all'accidente, cominciò ad esser costumato e di bella maniera, intanto

che egli piaceva sì a messere Amerigo, che egli il fece franco; e credendo che turchio fosse, il fè battezzare e

chiamar Pietro, e sopra i suoi fatti il fece il maggiore, molto di lui confidandosi. Come gli altri figliuoli di messer Amerigo, così similmente crebbe una sua figliuola chiamata Violante, bella e

dilicata giovane; la quale, soprattenendola il padre a maritare, s'innamorò per avventura di Pietro; e amandolo e

faccendo de'suoi costumi e delle sue opere grande stima, pur si vergognava di discovrirgliele. Ma Amore questa

fatica le tolse, per ciò che, avendo Pietro più volte cautamente guatatala, sì s'era di lei innamorato, che bene alcun

non sentiva se non quanto la vedea; ma forte temea non di questo alcun s'accorgesse, parendogli far men che

bene. Di che la giovane, che volentier lui vedeva, s'avvide; e, per dargli più sicurtà, contentissima, sì come era, se

ne mostrava. E in questo dimorarono assai, non attentandosi di dire l'uno all'altro alcuna cosa, quantunque molto

ciascuno il disiderasse. Ma, mentre che essi così parimente nell'amorose fiamme accesi ardevano, la fortuna, come se diliberato avesse

questo voler che fosse, loro trovò via da cacciare la temorosa paura che gl'impediva. Aveva messer Amerigo, fuor di Trapani forse un miglio, un suo molto bel luogo, al quale la donna sua con la

figliuola e con altre femine e donne era usata sovente d'andare per via di diporto: dove essendo, un giorno che era

il caldo grande, andate, e avendo seco menato Pietro e quivi dimorando, avvenne, sì come noi veggiamo talvolta

di state avvenire, che subitamente il cielo si chiuse d'oscuri nuvoli; per la qual cosa la donna con la sua

compagnia, acciò che il malvagio tempo non le cogliesse quivi, si misero in via per tornare in Trapani, e

andavanne ratti quanto potevano. Ma Pietro che giovane era, e la fanciulla similmente, avanzavano nello andare la

madre di lei e l'altre compagne assai, forse non meno da amor sospinti che da paura di tempo; ed essendo già

tanto entrati innanzi alla donna e agli altri che appena si vedevano, avvenne che dopo molti tuoni subitamente

una gragnuola grossissima e spessa cominciò a venire, la quale la donna con la sua compagnia fuggì in casa d'un

lavoratore. Pietro e la giovane, non avendo più presto rifugio, se n'entrarono in una casetta antica e quasi tutta caduta, nella

quale persona non dimorava, e in quella sotto un poco di tetto, che ancora rimaso v'era, si ristrinsono amenduni, e

costrinseli la necessità del poco coperto a toccarsi insieme. Il qual toccamento fu cagione di rassicurare un poco

gli animi ad aprire gli amorosi disii. E prima cominciò Pietro a dire: - Or volesse Iddio che mai, dovendo io stare come io sto, questa grandine non ristesse. E la giovane disse: - Ben mi sarebbe caro. E da queste parole vennero a pigliarsi per mano e strignersi, e da questo ad abbracciarsi e poi a baciarsi,

grandinando tuttavia. E acciò che io ogni particella non racconti, il tempo non si racconciò prima che essi, l'ultime dilettazioni d'amor

conosciute, a dover segretamente l'un dell'altro aver piacere ebbero ordine dato. Il tempo malvagio cessò, e all'entrar della città, che vicina era, aspettata la donna, con lei a casa se ne tornarono.

Quivi alcuna volta, con assai discreto ordine e segreto, con gran consolazione insieme si ritrovarono; e sì andò la

bisogna che la giovane ingravidò, il che molto fu e all'uno e all'altro discaro; per che ella molte arti usò per

dovere, contro al corso della natura, disgravidare, né mai le poté venir fatto. Per la qual cosa Pietro, della vita di sé medesimo temendo, diliberato di fuggirsi, gliele disse; la quale udendolo

disse: - Se tu ti parti, senza alcun fallo io m'ucciderò. A cui Pietro, che molto l'amava, disse: - Come vuoi tu, donna mia, che io qui dimori? La tua gravidezza scoprirà il fallo nostro; a te fia perdonato

leggiermente, ma io misero sarò colui a cui del tuo peccato e del mio converrà portare la pena. Al quale la giovane disse: - Pietro, il mio peccato si saprà bene; ma sii certo che il tuo, se tu nol dirai, non si saprà mai. Pietro allora disse: - Poi che tu così mi prometti, io starò, ma pensa d'osservarlomi. La giovane, che, quanto più potuto avea, la sua pregnezza tenuta aveva nascosa, veggendo, per lo crescer che '1

corpo facea, più non poterla nascondere, con grandissimo pianto un dì il manifestò alla madre, lei per la sua salute

pregando. La donna, dolente senza misura, le disse una gran villania, e da lei volle sapere come andata fosse la cosa. La

giovane, acciò che a Pietro non fosse fatto male, compose una sua favola, in altre forme la verità rivolgendo. La

donna la si credette, e per celare il difetto della figliuola, ad una lor possessione la ne mandò. Quivi, sopravvenuto

il tempo del partorire, gridando la giovane come le donne fanno, non avvisandosi la madre di lei che quivi messer

Amerigo, che quasi mai usato non era, dovesse venire, avvenne che, tornando egli da uccellare e passando

lunghesso la camera dove la figliuola gridava, maravigliandosi, subitamente entrò dentro e domandò che questo

fosse. La donna, veggendo il marito sopravenuto, dolente levatasi, ciò che alla figliuola era intervenuto gli raccontò. Ma

egli, men presto a creder che la donna non era stata, disse ciò non dovere esser vero che ella non sapesse di cui

gravida fosse, e per ciò del tutto il voleva sapere; e dicendolo, essa potrebbe la sua grazia racquistare; se non,

pensasse senza alcuna misericordia di morire. La donna s'ingegnò, in quanto poteva, di dovere fare star contento il marito a quello che ella aveva creduto; ma

ciò era niente. Egli, salito in furore, con la spada ignuda in mano sopra la figliuola corse, la quale, mentre la madre

di lei il padre teneva in parole, aveva un figliuol maschio partorito, e disse: - O tu manifesta di cui questo parto si generasse, o tu morrai senza indugio. La giovane, la morte temendo, rotta la promessa fatta a Pietro, ciò che tra lui e lei stato era tutto aperse. Il che

udendo il cavaliere e fieramente divenuto fellone, appena d'ucciderla si ritenne; ma, poi che quello che l'ira gli

apparecchiava detto l'ebbe, rimontato a cavallo, a Trapani se ne venne, e ad uno messer Currado, che per lo re

v'era capitano, la ingiuria fattagli da Pietro contatagli, subitamente, non guardandosene egli, il fè pigliare; e

messolo al martorio, ogni cosa fatta confessò. Ed essendo dopo alcun dì dal capitano condannato che per la terra frustato fosse e poi appiccato per la gola; acciò

che una medesima ora togliesse di terra i due amanti e il lor figliuolo, messere Amerigo, al quale per avere a

morte con dotto Pietro non era l'ira uscita, mise veleno in un nappo con vino, e quello diede ad un suo famigliare e

un coltello ignudo con esso, e disse: - Va con queste due cose alla Violante, e sì le dì da mia parte che prestamente prenda qual vuole l'una di queste

due morti, o del veleno o del ferro, e ciò faccia senza indugio; se non, che io nel cospetto di quanti cittadini ci ha

la farò ardere, sì come ella ha meritato; e fatto questo, piglierai il figliuolo pochi dì fa da lei partorito, e percossogli

il capo al muro, il gitta a mangiare a'cani. Data dal fiero padre questa crudel sentenzia contro alla figliuola e al nepote, il famigliare, più a male che a ben

disposto, andò via. Pietro condennato, essendo dà famigliari menato alle forche frustando, passò, sì come a coloro che la brigata

guida vano piacque, davanti ad uno albergo dove tre nobili uomini d'Erminia erano, li quali dal re d'Erminia a

Roma ambasciadori eran mandati a trattar col papa di grandissime cose per un passaggio che far si dovea, e quivi

smontati per rinfrescarsi e riposarsi alcun dì, e molto stati onorati dà nobili uomini di Trapani, e spezialmente da

messere Amerigo. Costoro, sentendo passare coloro che Pietro menavano, vennero ad una finestra a vedere. Era Pietro dalla cintura in su tutto ignudo e con le mani legate di dietro, il quale riguardando l'uno de'tre

ambasciadori, che uomo antico era e di grande autorità, nominato Fineo, gli vide nel petto una gran macchia di

vermiglio, non tinta, ma naturalmente nella pelle infissa, a guisa che quelle sono che le donne qua chiamano rose.

La qual veduta, subitamente nella memoria gli corse un suo figliuolo, il quale, già eran quindici anni passati, dà

corsali gli era stato sopra la marina di Laiazzo tolto, né mai n'avea potuto saper novella; e considerando l'età del

cattivello che frustato era, avvisò, se vivo fosse il suo figliuolo, dovere di cotale età essere di quale colui pareva; e

cominciò a sospicar per quel segno non costui desso fosse; e pensossi, se desso fosse, lui ancora doversi del nome

suo e di quel del padre e della lingua erminia ricordare. Per che, come gli fu vicino, chiamò: - O Teodoro. La qual voce Pietro udendo, subitamente levò il capo. Al quale Fineo in erminio parlando disse: - Onde fosti? E cui figliuolo? Li sergenti che il menavano, per reverenza del valente uomo, il fermarono, sì che Pietro rispose: - Io fui d'Erminia, figliuolo d'uno che ebbe nome Fineo, qua picciol fanciullo trasportato da non so che gente. Il che Fineo udendo, certissimamente conobbe lui essere il figliuolo che perduto avea; per che, piagnendo co'suoi

compagni discese giuso, e lui tra tutti i sergenti corse ad abbracciare; e gittatogli addosso un mantello d'un

ricchissimo drappo che in dosso avea, pregò colui che a guastare il menava, che gli piacesse d'attendere tanto

quivi, che di doverlo rimenare gli venisse il comandamento. Colui rispose che l'attenderebbe volentieri. Aveva già Fineo saputa la cagione per che costui era menato a morire, sì come la fama l'aveva portata per tutto;

per che prestamente co'suoi compagni e con la lor famiglia n'andò a messer Currado, e sì gli disse: - Messere, colui il quale voi mandate a morire come servo, è libero uomo e mio figliuolo, ed è presto di torre per

moglie colei la qual si dice che della sua virginità ha privata; e però piacciavi di tanto indugiare la esecuzione che

saper si possa se ella lui vuol per marito, acciò che contro alla legge, dove ella il voglia, non vi troviate aver fatto. Messer Currado, udendo colui esser figliuolo di Fineo, si maravigliò; e vergognatosi alquanto del peccato della

Fortuna, confessato quello esser vero che diceva Fineo, prestamente il fè ritornare a casa, e per messere Amerigo

mandò, e queste cose gli disse. Messer Amerigo, che già credeva la figliuola e '1 nepote esser morti, fu il più dolente uom del mondo di ciò che

fatto avea, conoscendo, dove morta non fosse, si potea molto bene ogni cosa stata emendare; ma nondimeno

mandò correndo là dove la figliuola era, acciò che, se fatto non fosse il suo comandamento, non si facesse. Colui che andò, trovò il famigliare stato da messere Amerigo mandato, che, avendole il coltello e '1 veleno posto

innanzi, perché ella così tosto non eleggeva, le dicea villania e volevala costrignere di pigliare l'uno. Ma, udito il

comandamento del suo signore, lasciata star lei, a lui se ne ritornò e gli disse come stava l'opera. Di che messer

Amerigo contento, andatosene là dove Fineo era, quasi piagnendo, come seppe il meglio, di ciò che intervenuto

era si scusò e domandonne perdono, affermando sé, dove Teodoro la sua figliuola per moglie volesse, esser molto

contento di dargliele. Fineo ricevette le scuse volentieri e rispose: - Io intendo che mio figliuolo la vostra figliuola prenda; e dove egli non volesse, vada innanzi la sentenzia data di

lui. Essendo adunque e Fineo e messer Amerigo in concordia, là ove Teodoro era ancora tutto pauroso della morte e

lieto di avere il padre ritrovato, il domandarono intorno a questa cosa del suo volere. Teodoro, udendo che la Violante, dove egli volesse, sua moglie sarebbe, tanta fu la sua letizia, che d'inferno gli

parve saltare in paradiso, e disse che questo gli sarebbe grandissima grazia, dove a ciascun di lor piacesse. Mandossi adunque alla giovane a sentire del suo volere; la quale, udendo ciò che di Teodoro era avvenuto ed era

per avvenire, dove più dolorosa che altra femina la morte aspettava, dopo molto, alquanta fede prestando alle

parole, un poco si rallegrò e rispose che, se ella il suo disidero di ciò seguisse, niuna cosa più lieta le poteva

avvenire che d'essere moglie di Teodoro; ma tuttavia farebbe quello che il padre le comandasse. Così adunque in concordia fatta sposare la giovane, festa si fece grandissima con sommo piacere di tutti i

cittadini. La giovane, confortandosi e faccendo nudrire il suo piccol figliuolo, dopo non molto tempo ritornò più

bella che mai; e levata del parto, e davanti a Fineo, la cui tornata da Roma s'aspettò, venuta, quella reverenza gli

fece che a padre; ed egli, forte contento di sì bella nuora, con grandissima festa e allegrezza fatte fare le lor

nozze, in luogo di figliuola la ricevette e poi sempre la tenne. E dopo alquanti dì il suo figliuolo e lei e il suo picciol

nepote, montati in galea, seco ne menò a Laiazzo, dove con riposo e con piacere de'due amanti, quanto la vita lor

durò dimorarono.


Giornata quinta - Novella ottava

Nastagio degli Onesti, amando una de'Traversari, spende le sue ricchezze senza essere amato. Vassene, pregato

da'suoi, a Chiassi; quivi vede cacciare ad un cavaliere una giovane e ucciderla e divorarla da due cani. Invita i

parenti suoi e quella donna amata da lui ad un desinare, la quale vede questa medesima giovane sbranare; e

temendo di simile avvenimento prende per marito Nastagio.

Come Lauretta si tacque, così, per comandamento della reina, cominciò Filomena. Amabili donne, come in noi è la pietà commendata, così ancora in noi è dalla divina giustizia rigidamente la

crudeltà vendicata; il che acciò che io vi dimostri e materia vi dea di cacciarla del tutto da voi, mi piace di dirvi

una novella non men di compassion piena che dilettevole. In Ravenna, antichissima città di Romagna, furon già assai nobili e ricchi uomini, tra' quali un giovane chiamato

Nastagio degli Onesti, per la morte del padre di lui e d'un suo zio, senza stima rimaso ricchissimo. Il quale, sì

come de'giovani avviene, essendo senza moglie, s'innamorò d'una figliuola di messer Paolo Traversaro, giovane

troppo più nobile che esso non era, prendendo speranza con le sue opere di doverla trarre ad amar lui; le quali,

quantunque grandissime, belle e laudevoli fossero, non solamente non gli giovavano, anzi pareva che gli

nocessero, tanto cruda e dura e salvatica gli si mostrava la giovinetta amata, forse per la sua singular bellezza o

per la sua nobiltà sì altiera e disdegnosa divenuta, che né egli né cosa che gli piacesse le piaceva. La qual cosa era tanto a Nastagio gravosa a comportare, che per dolore più volte, dopo molto essersi doluto, gli

venne in disidero d'uccidersi. Poi, pur tenendosene, molte volte si mise in cuore di doverla del tutto lasciare stare,

o, se potesse, d'averla in odio come ella aveva lui. Ma invano tal proponimento prendeva, per ciò che pareva che

quanto più la speranza mancava, tanto più moltiplicasse il suo amore. Perseverando adunque il giovane e nello amare e nello spendere smisuratamente, parve a certi suoi amici e

parenti che egli sé e '1 suo avere parimente fosse per consumare; per la qual cosa più volte il pregarono e

consigliarono che si dovesse di Ravenna partire e in alcuno altro luogo per alquanto tempo andare a dimorare; per

ciò che, così faccendo, scemerebbe l'amore e le spese. Di questo consiglio più volte fece beffe Nastagio; ma pure,

essendo da loro sollicitato, non potendo tanto dir di no, disse di farlo; e fatto fare un grande apparecchiamento,

come se in Francia o in Ispagna o in alcuno altro luogo lontano andar volesse, montato a cavallo e da suoi molti

amici accompagnato di Ravenna uscì e andossene ad un luogo forse tre miglia fuor di Ravenna, che si chiama

Chiassi; e quivi, fatti venir padiglioni e trabacche disse a coloro che accompagnato l'aveano che star si volea e che

essi a Ravenna se ne tornassono. Attendatosi adunque quivi Nastagio, cominciò a fare la più bella vita e la più

magnifica che mai si facesse, or questi e or quegli altri invitando a cena e a desinare, come usato s'era. Ora avvenne che uno venerdì quasi all'entrata di maggio essendo un bellissimo tempo, ed egli entrato in pensier

della sua crudel donna, comandato a tutta la sua famiglia che solo il lasciassero, per più potere pensare a suo

piacere, piede innanzi piè sé medesimo trasportò, pensando, infino nella pigneta. Ed essendo già passata presso

che la quinta ora del giorno, ed esso bene un mezzo miglio per la pigneta entrato, non ricordandosi di mangiare

né d'altra cosa, subitamente gli parve udire un grandissimo pianto e guai altissimi messi da una donna; per che,

rotto il suo dolce pensiero, alzò il capo per veder che fosse, e maravigliossi nella pigneta veggendosi; e oltre a ciò,

davanti guardandosi vide venire per un boschetto assai folto d'albuscelli e di pruni, correndo verso il luogo dove

egli era, una bellissima giovane ignuda, scapigliata e tutta graffiata dalle frasche e dà pruni, piagnendo e gridando

forte mercè; e oltre a questo le vide a'fianchi due grandi e fieri mastini, li quali duramente appresso correndole,

spesse volte crudelmente dove la giugnevano la mordevano, e dietro a lei vide venire sopra un corsiere nero un

cavalier bruno, forte nel viso crucciato, con uno stocco in mano, lei di morte con parole spaventevoli e villane

minacciando. Questa cosa ad una ora maraviglia e spavento gli mise nell'animo, e ultimamente compassione della sventurata

donna, dalla qual nacque disidero di liberarla da sì fatta angoscia e morte, se el potesse. Ma, senza arme

trovandosi, ricorse a prendere un ramo d'albero in luogo di bastone, e cominciò a farsi incontro a'cani e contro al

cavaliere. Ma il cavalier che questo vide, gli gridò di lontano: - Nastagio, non t'impacciare, lascia fare a'cani e a me quello che questa malvagia femina ha meritato. E così dicendo, i cani, presa forte la giovane né fianchi, la fermarono, e il cavaliere sopraggiunto smontò da

cavallo. Al quale Nastagio avvicinatosi disse: - Io non so chi tu ti sé, che me così cognosci; ma tanto ti dico che gran viltà è d'un cavaliere armato volere

uccidere una femina ignuda, e averle i cani alle coste messi come se ella fosse una fiera salvatica; io per certo la

difenderò quant'io potrò. Il cavaliere allora disse: - Nastagio, io fui d'una medesima terra teco, ed eri tu ancora piccol fanciullo quando io, il quale fui chiamato

messer Guido degli Anastagi, era troppo più innamorato di costei, che tu ora non sé di quella de'Traversari, e per

la sua fierezza e crudeltà andò sì la mia sciagura, che io un dì con questo stocco, il quale tu mi vedi in mano,

come disperato m'uccisi, e sono alle pene etternali dannato. Né stette poi guari tempo che costei, la qual della

mia morte fu lieta oltre misura, morì, e per lo peccato della sua crudeltà e della letizia avuta de'miei tormenti, non

pentendosene, come colei che non credeva in ciò aver peccato ma meritato, similmente fu ed è dannata alle pene

del ninferno. Nel quale come ella discese, così ne fu e a lei e a me per pena dato, a lei di fuggirmi davanti e a me,

che già cotanto l'amai, di seguitarla come mortal nimica, non come amata donna; e quante volte io la giungo,

tante con questo stocco, col quale io uccisi me, uccido lei e aprola per ischiena, e quel cuor duro e freddo, nel qual

mai né amor né pietà poterono entrare, con l'altre interiora insieme, sì come tu vedrai incontanente, le caccia di

corpo, e dolle mangiare a questi cani. Né sta poi grande spazio che ella, sì come la giustizia e la potenzia d'Iddio vuole, come se morta non fosse stata,

risurge e da capo incomincia la dolorosa fugga, e i cani e io a seguitarla; e avviene che ogni venerdì in su questa

ora io la giungo qui, e qui ne fo lo strazio che vedrai; e gli altri dì non creder che noi riposiamo, ma giungola in

altri luoghi né quali ella crudelmente contro a me pensò o operò; ed essendole d'amante divenuto nimico, come tu

vedi, me la conviene in questa guisa tanti anni seguitare quanti mesi ella fu contro a me crudele. Adunque

lasciami la divina giustizia mandare ad esecuzione, né ti volere opporre a quello che tu non potresti contrastare. Nastagio, udendo queste parole, tutto timido divenuto e quasi non avendo pelo addosso che arricciato non fosse,

tirandosi addietro e riguardando alla misera giovane, cominciò pauroso ad aspettare quello che facesse il cavaliere.

Il quale, finito il suo ragionare, a guisa d'un cane rabbioso, con lo stocco in mano corse addosso alla giovane, la

quale inginocchiata e dà due mastini tenuta forte gli gridava mercè; e a quella con tutta sua forza diede per

mezzo il petto e passolla dall'altra parte. Il qual colpo come la giovane ebbe ricevuto, così cadde boccone, sempre

piagnendo e gridando; e il cavaliere, messo mano ad un coltello, quella aprì nelle reni, e fuori trattone il cuore e

ogni altra cosa d'attorno, a'due mastini il gittò, li quali affamatissimi incontanente il mangiarono. Né stette guari

che la giovane, quasi niuna di queste cose stata fosse, subitamente si levò in piè e cominciò a fuggire verso il

mare, e i cani appresso di lei sempre lacerandola; e il cavaliere, rimontato a cavallo e ripreso il suo stocco, la

cominciò a seguitare, e in picciola ora si dileguarono in maniera che più Nastagio non gli potè vedere. Il quale, avendo queste cose vedute, gran pezza stette tra pietoso e pauroso, e dopo alquanto gli venne nella

mente questa cosa dovergli molto poter valere, poi che ogni venerdì avvenia; per che, segnato il luogo, a'suoi

famigli se ne tornò, e appresso, quando gli parve, mandato per più suoi parenti e amici, disse loro: - Voi m'avete lungo tempo stimolato che io d'amare questa mia nemica mi rimanga e ponga fine al mio spendere,

e io son presto di farlo dove voi una grazia m'impetriate, la quale è questa: che venerdì che viene voi facciate sì

che messer Paolo Traversaro e la moglie e la figliuola e tutte le donne lor parenti, e altre chi vi piacerà, qui sieno a

desinar meco. Quello per che io questo voglia, voi il vedrete allora. A costor parve questa assai piccola cosa a dover fare e promissongliele; e a Ravenna tornati, quando tempo fu,

coloro invitarono li quali Nastagio voleva, e come che dura cosa fosse il potervi menare la giovane da Nastagio

amata, pur v'andò con gli altri insieme. Nastagio fece magnificamente apprestare da mangiare, e fece ]e tavole

mettere sotto i pini d'intorno a quel luogo dove veduto aveva lo strazio della crudel donna; e fatti mettere gli

uomini e le donne a tavola, sì ordinò, che appunto la giovane amata da lui fu posta a sedere dirimpetto al luogo

dove doveva il fatto intervenire. Essendo adunque già venuta l'ultima vivanda, e il romore disperato della cacciata giovane da tutti fu cominciato

ad udire. Di che maravigliandosi forte ciascuno e domandando che ciò fosse, e niun sappiendol dire, levatisi tutti

diritti e riguardando che ciò potesse essere, videro la dolente giovane e 'l cavaliere è cani; ne guari stette che essi

tutti furon quivi tra loro. Il romore fu fatto grande e a'cani e al cavaliere, e molti per aiutare la giovane si fecero innanzi; ma il cavaliere,

parlando loro come a Nastagio aveva parlato, non solamente gli fece indietro tirare, ma tutti gli spaventò e

riempiè di maraviglia; e faccendo quello che altra volta aveva fatto, quante donne v'avea (ché ve ne avea assai

che parenti erano state e della dolente giovane e del cavaliere e che si ricordavano e dell'amore e della morte di

lui) tutte così miseramente piagnevano come se a sé medesime quello avesser veduto fare. La qual cosa al suo termine fornita, e andata via la donna e 'l cavaliere, mise costoro che ciò veduto aveano in

molti e vari ragionamenti; ma tra gli altri che più di spavento ebbero, fu la crudel giovane da Nastagio amata, la

quale ogni cosa distintamente veduta avea e udita, e conosciuto che a sé più che ad altra persona che vi fosse

queste cose toccavano, ricordandosi della crudeltà sempre da lei usata verso Nastagio; per che già le parea fuggir

dinanzi da lui adirato e avere i mastini a'fianchi. E tanta fu la paura che di questo le nacque, che, acciò che questo a lei non avvenisse, prima tempo non si vide (il

quale quella medesima sera prestato le fu) che ella, avendo l'odio in amore tramutato, una sua fida cameriera

segretamente a Nastagio mandò, la quale da parte di lei il pregò che gli dovesse piacer d'andare a lei, per ciò

ch'ella era presta di far tutto ciò che fosse piacer di lui. Alla qual Nastagio fece rispondere che questo gli era a

grado molto, ma che, dove piacesse, con onor di lei voleva il suo piacere, e questo era sposandola per moglie. La giovane, la qual sapeva che da altrui che da lei rimaso non era che moglie di Nastagio stata non fosse, gli fece

risponder che le piacea. Per che, essendo ella medesima la messaggera, al padre e alla madre disse che era

contenta d'esser sposa di Nastagio, di che essi furon contenti molto; e la domenica seguente Nastagio sposatala e

fatte le sue nozze, con lei più tempo lietamente visse. E non fu questa paura cagione solamente di questo bene, anzi sì tutte le ravignane donne paurose ne divennero,

che sempre poi troppo più arrendevoli a'piaceri degli uomini furono, che prima state non erano.


Giornata quinta - Novella nona

Federigo degli Alberighi ama e non è amato e in cortesia spendendo si consuma e rimangli un sol falcone, il quale,

non avendo altro dà a mangiare alla sua donna venutagli a casa; la quale, ciò sappiendo, mutata d'animo, il

prende per marito e fallo ricco.

Era già di parlar ristata Filomena, quando la reina, avendo veduto che più niuno a dover dire, se non Dioneo per lo

suo privilegio, v'era rimaso, con lieto viso disse: A me omai appartiene di ragionare; e io, carissime donne, d'una novella simile in parte alla precedente il farò

volentieri, non acciò solamente che conosciate quanto la vostra vaghezza possa né cuor gentili, ma perché

apprendiate d'esser voi medesime, dove si conviene, donatrici de'vostri guiderdoni, senza lasciarne sempre esser

la Fortuna guidatrice. La quale non discretamente, ma, come s'avviene, moderatamente il più delle volte dona. Dovete adunque sapere che Coppo di Borghese Domenichi, il quale fu nella nostra città, e forse ancora è, uomo di

grande e di reverenda autorità né dì nostri, e per costumi e per vertù molto più che per nobiltà di sangue

chiarissimo e degno d'eterna fama, essendo già d'anni peno, spesso volte delle cose passate co'suoi vicini e con

altri si dilettava di ragionare: la qual cosa egli meglio e con più ordine e con maggior memoria e ornato parlare

che altro uomo seppe fare. Era usato di dire, tra l'altre sue belle cose, che in Firenze fu già un giovane chiamato

Federigo di messer Filippo Alberighi, in opera d'arme e in cortesia pregiato sopra ogni altro donzel di Toscana. Il

quale, sì come il più de'gentili uomini avviene, d'una gentil donna chiamata monna Giovanna s'innamorò, né suoi

tempi tenuta delle più belle donne e delle più leggiadre che in Firenze fossero; e acciò che egli l'amor di lei

acquistar potesse, giostrava, armeggiava, faceva feste e donava, e il suo senza alcun ritegno spendeva; ma ella,

non meno onesta che bella, niente di queste cose per lei fatte né di colui si curava che le faceva. Spendendo adunque Federigo oltre a ogni suo potere molto e niente acquistando, sì come di leggiere adiviene, le

ricchezze mancarono e esso rimase povero, senza altra cosa che un suo poderetto piccolo essergli rimasa, delle

rendite del quale strettissimamente vivea, e oltre a questo un suo falcone de'miglior del mondo. Per che, amando

più che mai né parendo gli più potere essere cittadino come disiderava, a Campi, là dove il suo poderetto era, se

n'andò a stare. Quivi, quando poteva uccellando e senza alcuna persona richiedere, pazientemente la sua povertà

comportava. Ora avvenne un dì che, essendo così Federigo divenuto allo stremo, che il marito di monna Giovanna infermò, e

veggendosi alla morte venire fece testamento, e essendo ricchissimo, in quello lasciò suo erede un suo figliuolo

già grandicello e appresso questo, avendo molto amata monna Giovanna, lei, se avvenisse che il figliuolo senza

erede legittimo morisse, suo erede substituì, e morissi. Rimasa adunque vedova monna Giovanna, come usanza è delle nostre donne, l'anno di state con questo suo

figliuolo se n'andava in contado a una sua possessione assai vicina a quella di Federigo. Per che avvenne che

questo garzoncello s'incominciò a dimesticare con Federigo e a dilettarsi d'uccelli e di cani; e avendo veduto molte

volte il falcon di Federigo volare e stranamente piacendogli, forte disiderava d'averlo ma pure non s'attentava di

domandarlo, veggendolo a lui esser cotanto caro. E così stando la cosa, avvenne che il garzoncello infermò: di che la madre dolorosa molto, come colei che più non

n'avea e lui amava quanto più si poteva, tutto il dì standogli dintorno non restava di confortarlo e spesse volte il

domandava se alcuna cosa era la quale egli disiderasse, pregandolo gliele dicesse, che per certo, se possibile fosse

a avere, procaccerebbe come l'avesse. Il giovanetto, udite molte volte queste proferte, disse: - Madre mia, se voi fa che io abbia il falcone di Federigo, io mi credo prestamente guerire. La donna, udendo questo, alquanto sopra sé stette e cominciò a pensar quello che far dovesse. Ella sapeva che

Federigo lungamente l'aveva amata, né mai da lei una sola guatatura aveva avuta, per che ella diceva: - Come

manderò io o andrò a domandargli questo falcone che è, per quel che io oda, il migliore che mai volasse e oltre a

ciò il mantien nel mondo? E come sarò io sì sconoscente, che a un gentile uomo al quale niuno altro diletto è più

rimaso, io questo gli voglia torre? E in così fatto pensiero impacciata, come che ella fosse certissima d'averlo se '1 domandasse, senza sapere che

dover dire, non rispondeva al figliuolo ma si stava. Ultimamente tanto la vinse l'amor del figliuolo, che ella seco dispose, per contentarlo che che esser ne dovesse, di

non mandare ma d'andare ella medesima per esso e di recargliele e risposegli: - Figliuol mio, confortati e pensa di guerire di forza, ché io ti prometto che la prima cosa che io farò domattina, io

andrò per esso e sì il ti recherò. Di che il fanciullo lieto il dì medesimo mostrò alcun miglioramento. La donna la mattina seguente, presa un'altra donna in compagnia, per modo di diporto se n'andò alla piccola

casetta di Federigo e fecelo adimandare. Egli, per ciò che non era tempo, né era stato a quei dì, d'uccellare, era in

un suo orto e faceva certi suoi lavorietti acconciare; il quale, udendo che monna Giovanna il domandava alla porta,

maravigliandosi forte, lieto là corse. La quale vedendol venire, con una donnesca piacevolezza levataglisi incontrò, avendola già Federigo

reverentemente salutata, disse: - Bene stea Federigo! - e seguitò: -Io sono venuta a ristorarti de'danni li quali tu hai già avuti per me amandomi

più che stato non ti sarebbe bisogno: e il ristoro è cotale che io intendo con questa mia compagna insieme

destinar teco dimesticamente stamane. Alla qual Federigo umilmente rispose: - Madonna, niun danno mi ricorda mai avere ricevuto per voi ma tanto di bene che, se io mai alcuna cosa valsi,

per lo vostro valore e per l'amore che portato v'ho adivenne. E per certo questa vostra liberale venuta m'è troppo

più cara che non sarebbe se da capo mi fosse dato da spendere quanto per adietro ho già speso, come che a

povero oste siate venuta. E così detto, vergognosamente dentro alla sua casa la ricevette e di quella nel suo giardino la condusse, e quivi

non avendo a cui farle tenere compagnia a altrui, disse: - Madonna, poi che altri non c'è, questa buona donna moglie di questo lavoratore vi terrà compagnia tanto che io

vada a far metter la tavola. Egli, con tutto che la sua povertà fosse strema, non s'era ancor tanto avveduto quanto bisogno gli facea che egli

avesse fuor d'ordine spese le sue ricchezze, ma questa mattina niuna cosa trovandosi di che potere onorar la

donna, per amor della quale egli già infiniti uomini onorati avea, il fé ravedere. E oltre modo angoscioso, seco

stesso maledicendo la sua fortuna, come uomo che fuor di sé fosse or qua e or là trascorrendo, né denari né pegno

trovandosi, essendo l'ora tarda e il disiderio grande di pure onorar d'alcuna cosa la gentil donna e non volendo,

non che altrui, ma il lavorator suo stesso richiedere gli corse agli occhi il suo buon falcone, il quale nella sua

saletta vide sopra la stanga per che, non avendo a che altro ricorrere, presolo e trovatolo grasso, pensò lui esser

degna vivanda di cotal donna. E però, senza più pensare, tiratogli il collo, a una sua fanticella il fé prestamente,

pelato e acconcio, mettere in uno schedone e arrostir diligentemente; e messa la tavola con tovaglie bianchissime,

delle quali alcuna ancora avea, con lieto viso ritornò alla donna nel suo giardino e il desinare, che per lui far si

potea, disse essere apparecchiato. Laonde la donna con la sua compagna levatasi andarono a tavola e, senza saper che si mangiassero, insieme con

Federigo, il quale con somma fede le serviva, mangiarono il buon falcone. E levate da tavola e alquanto con

piacevoli ragionamenti con lui dimorate, parendo alla donna tempo di dire quello per che andata era, così

benignamente verso Federigo cominciò a parlare: - Federigo, ricordandoti tu della tua preterita vita e della mia onestà, la quale per avventura tu hai reputata

durezza e crudeltà, io non dubito punto che tu non ti debbi maravigliare della mia presunzione sentendo quello

per che principalmente qui venuta sono; ma se figliuoli avessi o avessi avuti, per li quali potessi conoscere di

quanta forza sia l'amor che lor si porta, mi parrebbe esser certa che in parte m'avresti per iscusata. Ma come che tu non n'abbia, io che n'ho uno, non posso però le leggi comuni d'altre madri fuggire; le cui forze

seguir convenendomi, mi conviene, oltre al piacer mio e oltre a ogni convenevolezza e dovere, chiederti un dono il

quale io so che sommamente t'è caro: e è ragione, per ciò che niuno altro diletto, niuno altro diporto, niuna

consolazione lasciata t'ha la sua strema fortuna, e questo dono è il falcon tuo, del quale il fanciul mio è sì forte

invaghito, che, se io non gliene porto, io temo che egli non aggravi tanto nella infermità la quale ha, che poi ne

segua cosa per la quale io il perda. E per ciò ti priego, non per l'amore che tu mi porti, al quale tu di niente sé

tenuto, ma per la tua nobiltà, la quale in usar cortesia s'è maggiore che in alcuno altro mostrata, che ti debba

piacere di donarlomi, acciò che io per questo dono possa dire d'avere ritenuto in vita il mio figliuolo e per quello

averloti sempre obligato. Federigo, udendo ciò che la donna adomandava e sentendo che servir non ne la potea per ciò che mangiar gliele

avea dato, cominciò in presenza di lei a piagnere anzi che alcuna parola risponder potesse. Il quale pianto la

donna prima credette che da dolore di dover da sé di partire il buon falcone divenisse più che d'altro, e quasi fu

per dire che nol volesse; ma pur sostenutasi, aspettò dopo il pianto la risposta di Federigo, il qual così disse: - Madonna poscia che a Dio piacque che io in voi ponessi il mio amore, in assai cose m'ho reputata la fortuna

contraria e sonmi di lei doluto; ma tutte sono state leggieri a rispetto di quello che ella mi fa al presente, di che io

mai pace con lei aver non debbo, pensando che voi qui alla mia povera casa venuta siete, dove, mentre che ricca

fu, venir non degnaste, e da me un picciol don vogliate, e ella abbia sì fatto, che io donar nol vi possa: e perché

questo esser non possa vi dirò brievemente. Come io udii che voi, la vostra mercé, meco desinar volavate, avendo riguardo alla vostra eccellenzia e al vostro

valore, reputai degna e convenevole cosa che con più cara vivanda secondo la mia possibilità io vi dovessi onorare,

che con quelle che generalmente per l'altre persone s'usano: per che, ricordandomi del falcon che mi domandate e

della sua bontà, degno cibo da voi il reputai, e questa mattina arrostito l'avete avuto in sul tagliere , il quale io per

ottimamente allogato avea; ma vedendo ora che in altra maniera il disideravate, m'è sì gran duolo che servire non

ve ne posso, che mai pace non me ne credo dare. E questo detto, le penne e i piedi e 'l becco le fe'in testimonianza di ciò gittare davanti. La qual cosa la donna

vedendo e udendo, prima il biasimò d'aver per dar mangiare a una femina ucciso un tal falcone, e poi la grandezza

dell'animo suo, la quale la povertà non avea potuto né potea rintuzzare, molto seco medesima commendò. Poi,

rimasa fuori dalla speranza d'avere il falcone e per quello della salute del figliuolo entrata in forse, tutta

malinconosa si dipartì e tornossi al figliuolo. Il quale, o per malinconia che il falcone aver non potea o per la

'nfermità che pure a ciò il dovesse aver condotto, non trapassar molti giorni che egli con grandissimo dolor della

madre di questa vita passò. La quale, poi che piena di lagrime e d'amaritudine fu stata alquanto, essendo rimasa ricchissima e ancora giovane,

più volte fu dà fratelli costretta a rimaritarsi. La quale, come che voluto non avesse, pur veggendosi infestare,

ricordatasi del valore di Federigo e della sua magnificenzia ultima, cioè d'avere ucciso un così fatto falcone per

onorarla, disse a'fratelli: - Io volentieri, quando vi piacesse, mi starei; ma se a voi pur piace che io marito prenda, per certo io non ne

prenderò mai alcuno altro, se io non ho Federigo degli Alberighi. Alla quale i fratelli, faccendosi beffe di lei, dissero: - Sciocca, che è ciò che tu dì? come vuoi tu lui che non ha cosa al mondo? A'quali ella rispose: - Fratelli miei, io so bene che così è come voi dite, ma io voglio avanti uomo che abbia bisogno di ricchezza che

ricchezza che abbia bisogno d'uomo. Li fratelli, udendo l'animo di lei e conoscendo Federigo da molto, quantunque povero fosse, sì come ella volle, lei

con tutte le sue ricchezze gli donarono. Il quale così fatta donna e cui egli cotanto amata avea per moglie

vedendosi, e oltre a ciò ricchissima, in letizia con lei, miglior massaio fatto, terminò gli anni suoi.


Giornata quinta - Novella decima

Pietro di Vinciolo va a cenare altrove; la donna sua si fa venire un garzone; torna Pietro; ella il nasconde sotto una

cesta da polli; Pietro dice essere stato trovato in casa d'Ercolano, con cui cenava, un giovane messovi dalla

moglie; la donna biasima la moglie d'Ercolano; uno asino per isciagura pon piede in su le dita di colui che era

sotto la cesta; egli grida; Pietro corre là, vedelo cognosce lo 'nganno della moglie con la quale ultimamente

rimane in concordia per la sua tristezza.

Il ragionare della reina era al suo fine venuto, essendo lodato da tutti Iddio che degnamente avea guiderdonato

Federigo, quando Dioneo, che mai comandamento non aspettava, incominciò. Io non so s'io mi dica che sia accidental vizio e per malvagità di costumi né mortali sopravenuto, o se pure è della

natura peccato, il rider più tosto delle cattive cose che delle buone opere, e spezialmente quando quelle cotali a

noi non pertengono. E per ciò che la fatica, la quale altra volta ho impresa e ora son per pigliare, a niuno altro fine

riguarda se non a dovervi torre malinconia, e riso e allegrezza porgervi, quantunque la materia della mia seguente

novella, innamorate giovani, sia in parte meno che onesta, però che diletto può porgere, ve la pur dirò; e voi,

ascoltandola, quello ne fate che usate siete di fare quando né giardini entrate, che, distesa la dilicata mano,

cogliete le rose e lasciate le spine stare; il che farete, lasciando il cattivo uomo con la mala ventura stare con la

sua disonestà, e liete riderete degli amorosi inganni della sua donna, compassione avendo all'altrui sciagure, dove

bisogna. Fu in Perugia, non è ancora molto tempo passato, un ricco uomo chiamato Pietro di Vinciolo, il quale, forse più per

ingannare altrui e diminuire la generale oppinion di lui avuta da tutti i perugini, che per vaghezza che egli

n'avesse, prese moglie; e fu la fortuna conforme al suo appetito in questo modo, che la moglie la quale egli prese

era un giovane compressa, di pelo rosso e accesa, la quale due mariti più tosto che uno avrebbe voluti, là dove

ella s'avvenne a uno che molto più ad altro che a lei l'animo avea disposto. Il che ella in processo di tempo conoscendo, e veggendosi bella e fresca, e sentendosi gagliarda e poderosa, prima

se ne cominciò forte a turbare e ad averne col marito di sconce parole alcuna volta, e quasi continuo mala vita;

poi, veggendo che questo, suo consumamento più tosto che ammendamento della cattività del marito potrebbe

essere, seco stessa disse: - Questo dolente abbandona me, per volere con le sue disonestà andare in zoccoli per

l'asciutto, e io m'ingegnerò di portare altrui in nave per lo piovoso. Io il presi per marito e diedigli grande e buona

dota, sappiendo che egli era uomo e credendol vago di quello che sono e deono esser vaghi gli uomini; e se io non

avessi creduto ch'è fosse stato uomo, io non lo avrei mai preso. Egli che sapeva che io era femina, perché per

moglie mi prendeva se le femine contro all'animo gli erano? Questo non è da sofferire. Se io non avessi voluto

essere al mondo, io mi sarei fatta monaca; e volendoci essere, come io voglio e sono, se io aspetterò diletto o

piacere di costui, io potrò per avventura invano aspettando invecchiare, e quando io sarò vecchia, ravvedendomi,

indarno mi dorrò d'avere la mia giovinezza perduta, alla qual dover consolare m'è egli assai buono maestro e

dimostratore in farmi dilettare di quello che egli si diletta; il qual diletto fia a me laudevole, dove biasimevole è

forte a lui; io offenderò le leggi sole, dove egli offende le leggi e la natura -. Avendo adunque la buona donna così fatto pensiero avuto, e forse più d'una volta, per dare segretamente a ciò

effetto, si dimesticò con una vecchia, che pareva pur santa Verdiana che dà beccare alle serpi; la quale sempre

co'paternostri in mano andava ad ogni perdonanza, né mai d'altro che della vita de'Santi Padri ragionava e delle

piaghe di san Francesco, e quasi da tutti era tenuta una santa. E quando tempo le parve, l'aperse la sua intenzion

compiutamente; a cui la vecchia disse: - Figliuola mia, sallo Iddio che sa tutte le cose, che tu molto ben fai; e quando per niuna altra cosa il facessi, sì 'I

dovresti far tu e ciascuna giovane per non perdere il tempo della vostra giovinezza, perciò che niun dolore è pari a

quello, a chi conoscimento ha, che è d'avere il tempo perduto. E da che diavol siam noi poi, quando noi siam

vecchie, se non da guardare la cenere intorno al focolare? Se niuna il sa o ne può rendere testimonianza, io sono

una di quelle; che ora che vecchia sono, non senza grandissime e amare punture d'animo conosco, e senza pro, il

tempo che andar lasciai; e benché io nol perdessi tutto (ché non vorrei che tu credessi che io fossi stata una

milensa), io pur non feci ciò che io avrei potuto fare; di che quand'io mi ricordo, veggendomi fatta come tu mi

vedi, che non troverrei chi mi desse fuoco a cencio, Dio il sa che dolore io sento. Degli uomini non avvien così: essi nascon buoni a mille cose, non pure a questa, e la maggior parte sono da molto

più vecchi che giovani; ma le femine a niuna altra cosa che a far questo e figliuoli ci nascono, e per questo son

tenute care. E se tu non te ne avvedessi ad altro, sì te ne dei tu avvedere a questo, che noi siam sempre

apparecchiate a ciò, che degli uomini non avviene; e oltre a questo una femina stancherebbe molti uomini, dove

molti uomini non possono una femina stancare. E per ciò che a questo siam nate, da capo ti dico che tu farai

molto bene a rendere al marito tuo pan per focaccia, sì che l'anima tua non abbia in vecchiezza che rimproverare

alle carni. Di questo mondo ha ciascun tanto quanto egli se ne toglie, spezialmente le femine, alle quali si conviene troppo

più d'adoperare il tempo quando l'hanno, che agli uomini, per ciò che tu puoi vedere, quando c'invecchiamo, né

marito né altri ci vuol vedere anzi ci cacciano in cucina a dir delle favole con la gatta, e a noverare le pentole e le

scodelle; e peggio, che noi siamo messe in canzone e dicono: - Alle giovani i buon bocconi, e alle vecchie gli

stranguglioni -: e altre lor cose assai ancora dicono. E acciò che io non ti tenga più in parole, ti dico infino ad ora che tu non potevi a persona del mondo scoprire

l'animo tuo che più utile ti fosse di me; per ciò che egli non è alcun sì forbito, al quale io non ardisca di dire ciò

che bisogna, né sì duro o zotico, che io non ammorbidisca bene e rechilo a ciò che io vorrò. Fa pure che tu mi

mostri qual ti piace, e lascia poi fare a me; ma una cosa ti ricordo, figliuola mia, che io ti sia raccomandata, per

ciò che io son povera persona, e io voglio infino ad ora che tu sii partefice di tutte le mie perdonanze e di quanti

paternostri io dirò, acciò che Iddio gli faccia lume e candela a'morti tuoi-; e fece fine. Rimase adunque la giovane in questa concordia colla vecchia, che se veduto le venisse un giovinetto, il quale per

quella contrada molto spesso passava, del quale tutti i segni le disse, che ella sapesse quello che avesse a fare; e

datale un pezzo di carne salata, la mandò con Dio. La vecchia, non passar molti dì, occultamente le mise colui, di cui ella detto l'aveva, in camera, e ivi a poco tempo

un altro, secondo che alla giovane donna ne venivan piacendo, la quale in cosa che far potesse intorno a ciò,

sempre del marito temendo, non ne lasciava a far tratto. Avvenne che, dovendo una sera andare a cena il marito con un suo amico, il quale aveva nome Ercolano, la

giovane impose alla vecchia che facesse venire a lei un garzone, che era de'più belli e de'più piacevoli di Perugia;

la quale prestamente così fece. Ed essendosi la donna col giovane posti a tavola per cenare, ed ecco Pietro chiamò

all'uscio che aperto gli fosse. La donna, questo sentendo, si tenne morta; ma pur volendo, se potuto avesse, celare il giovane, non avendo

accorgimento di mandarlo o di farlo nascondere in altra parte, essendo una sua loggetta vicina alla camera nella

quale cenavano, sotto una cesta da polli, che v'era, il fece ricoverare, e gittovvi suso un pannaccio d'un saccone

che aveva fatto il dì votare; e questo fatto, prestamente fece aprire al marito. Al quale entrato in casa ella disse: - Molto tosto l'avete voi trangugiata questa cena. Pietro rispose: - Non l'abbiam noi assaggiata. - E come è stato così?- disse la donna. Pietro allora disse: - Dirolti: essendo noi già posti a tavola Ercolano e la moglie e io, e noi sentimmo presso di noi starnutire, di che

noi né la prima volta né la seconda ce ne curammo; ma quegli che starnutito avea, starnutendo ancora la terza

volta e la quarta e la quinta e molte altre, tutti ci fece maravigliare; di che Ercolano, che alquanto turbato con la

moglie per ciò che gran pezza ci avea fatti stare all'uscio senza aprirci, quasi con furia disse: - Questo che vuol

dire? Chi è questi che così starnutisce? - e levatosi da tavola andò verso una scala la quale assai vicina v'era, sotto

la quale era un chiuso di tavole vicino al piè della scala, da riporvi, chi avesse voluto, alcuna cosa, come tutto dì

veggiamo che fanno far coloro che le lor case acconciano. E parendogli che di quindi venisse il suono dello starnuto, aperse un usciuolo il qual v'era, e come aperto l'ebbe,

subitamente n'uscì fuori il maggior puzzo di solfo del mondo, benché davanti, essendocene venuto puzzo e

rammaricaticene, aveva detto la donna: - Egli è che dianzi io imbiancai miei veli col solfo, e poi la tegghiuzza,

sopra la quale sparto l'avea perché il fummo ricevessero, io la misi sotto quella scala, sì che ancora ne viene -. E

poi che Ercolano aperto ebbe l'usciuolo e sfogato fu alquanto il puzzo, guardando dentro vide colui il quale

starnutito avea e ancora starnutiva, a ciò la forza del solfo strignendolo; e come che egli starnutisse, gli avea già il

solfo sì il petto serrato, che poco a stare avea che né starnutito né altro non avrebbe mai. Ercolano, vedutolo, gridò: - Or veggio, donna, quello per che poco avanti, quando ce ne venimmo, tanto tenuti

fuor della porta, senza esserci aperto, fummo; ma non abbia io mai cosa che mi piaccia, se io non te ne pago -. Il

che la donna udendo, e vedendo che '1 suo peccato era palese, senza alcuna scusa fare, levatasi da tavola si

fuggì, né so ove se n'andasse. Ercolano, non accorgendosi che la moglie si fuggia, più volte disse a colui che

starnutiva che egli uscisse fuori; ma quegli, che già più non poteva, per cosa che Ercolano dicesse non si movea;

laonde Ercolano, presolo per l'uno de'piedi, nel tirò fuori, e correva per un coltello per ucciderlo; ma io, temendo

per me medesimo la signoria, levatomi, non lo lasciai uccidere né fargli alcun male, anzi gridando e difendendolo,

fui cagione che quivi de'vicini trassero, li quali, preso il già vinto giovane, fuori della casa il portarono non so dove;

per le quali cose la nostra cena turbata, io non solamente non la ho trangugiata, anzi non l'ho pure assaggiata,

come io dissi. Udendo la donna queste cose, conobbe che egli erano dell'altre così savie come ella fosse, quantunque talvolta

sciagura ne cogliesse ad alcuna, e volentieri avrebbe con parole la donna d'Ercolano difesa; ma, per ciò che col

biasimare il fallo altrui le parve dovere a'suoi far più libera via, cominciò a dire: - Ecco belle cose; ecco buona e santa donna che costei dee essere; ecco fede d'onesta donna, ché mi sarei

confessata da lei, sì spirital mi pareva! e peggio, che, essendo ella oggimai vecchia, dà molto buono essemplo alle

giovani. Che maladetta sia l'ora che ella nel mondo venne, ed ella altressì che viver si lascia, perfidissima e rea

femina che ella dee essere, universal vergogna e vitupero di tutte le donne di questa terra; la quale, gittata via la

sua onestà e la fede promessa al suo marito e l'onor di questo mondo, lui, che è così fatto uomo e così onorevole

cittadino, e che così bene la trattava, per un altro uomo non s'è vergognata di vituperare, e sé medesima insieme

con lui. Se Dio mi salvi, di così fatte femine non si vorrebbe aver misericordia; elle si vorrebbero occidere; elle si

vorrebbon vive vive mettere nel fuoco e farne cenere. Poi, del suo amico ricordandosi, il quale ella sotto la cesta assai presso di quivi aveva, cominciò a confortare Pietro

che s'andasse al letto, per ciò che tempo n'era. Pietro, che maggior voglia aveva di mangiare che di dormire, domandava pur se da cena cosa alcuna vi fosse. A cui la donna rispondeva: - Sì, da cena ci ha! Noi siamo molto usate di far da cena, quando tu non ci sé! Sì, che io sono la moglie

d'Ercolano! Deh che non vai? Dormi per istasera: quanto farai meglio! Avvenne che, essendo la sera certi lavoratori di Pietro venuti con certe cose dalla villa, e avendo messi gli asini

loro, senza dar lor bere, in una stalletta la quale allato alla loggetta era, l'un degli asini che grandissima sete avea,

tratto il capo del capestro, era uscito della stalla, e ogni cosa andava fiutando, se forse trovasse dell'acqua; e così

andando s'avvenne per me la cesta sotto la quale era il giovinetto. Il quale avendo, per ciò che carpone gli conveniva stare, alquanto le dita dell'una mano stese in terra fuor della

cesta, tanta fu la sua ventura, o sciagura che vogliam dire, che questo asino ve gli pose su piede; laonde egli,

grandissimo dolor sentendo, mise un grande strido. Il quale udendo Pietro si maravigliò, e avvidesi ciò esser

dentro alla casa; per che, uscito della camera, e sentendo ancora costui rammaricarsi, non avendogli ancora

l'asino levato il piè d'in su le dita, ma premendol tuttavia forte, disse: -Chi è là?- e corso alla cesta, e quella

levata, vide il giovinetto, il quale, oltre al dolore avuto delle dita premute dal piè dell'asino, tutto di paura tremava

che Pietro alcun male non gli facesse. Il quale essendo da Pietro riconosciuto, sì come colui a cui Pietro per la sua cattività era andato lungamente

dietro, essendo da lui domandato - che fai tu qui? - niente a ciò gli rispose, ma pregollo che per l'amor di Dio non

gli dovesse far male. A cui Pietro disse: - Leva su, non dubitare che io alcun mal ti faccia, ma dimmi, come tu sé qui e perché? Il giovinetto gli disse ogni cosa. Il qual Pietro, non meno lieto d'averlo trovato che la sua donna dolente, presolo

per mano, con seco nel menò nella camera nella quale la donna con la maggior paura del mondo l'aspettava; alla

quale Pietro postosi a seder dirimpetto disse: - Or tu maladicevi così testé la moglie d'Ercolano e dicevi che arder si vorrebbe e che ella era vergogna di tutte

voi: come non dicevi di te medesima? O, se di te dir non volevi, come ti sofferiva l'animo di dir di lei, sentendoti

quel medesimo aver fatto che ella fatto avea? Certo niuna altra cosa vi ti induceva, se non che voi siete tutte così

fatte, e con l'altrui colpe guatate di ricoprire i vostri falli; che venir possa fuoco da cielo che tutte v'arda,

generazion pessima che voi siete. La donna, veggendo che nella prima giunta altro male che di parole fatto non l'avea, e parendole conoscere lui

tutto gogolare per ciò che per man tenea un così bel giovinetto, prese cuore e disse: - Io ne son molto certa che tu vorresti che fuoco venisse da cielo che tutte ci ardesse, sì come colui che sé così

vago di noi come il can delle mazze; ma alla croce di Dio egli non ti verrà fatto. Ma volentieri farei un poco ragione

con essoteco per sapere di che tu ti ramarichi; e certo io starei pur bene se tu alla moglie d'Ercolano mi volessi

agguagliare, la quale è una vecchia picchiapetto spigolistra e ha da lui ciò che ella vuole, e tienla cara come si dee

tener moglie, il che a me non avviene. Ché, posto che io sia da te ben vestita e ben calzata, tu sai bene come io

sto d'altro e quanto tempo egli è che tu non giacesti con meco; e io vorrei innanzi andar con gli stracci in dosso e

scalza ed esser ben trattata da te nel letto, che aver tutte queste cose, trattandomi come tu mi tratti. E intendi

sanamente, Pietro, che io son femina come l'altre, e ho voglia di quel che l'altre; sì che, perché io me ne procacci,

non avendone da te, non è da dirmene male; almeno ti fo io cotanto d'onore, che io non mi pongo né con ragazzi

né con tignosi. Pietro s'avvide che le parole non erano per venir meno in tutta notte; per che, come colui che poco di lei si curava,

disse: - Or non più, donna; di questo ti contenterò io bene; farai tu gran cortesia di far che noi abbiamo da cena qualche

cosa: ché mi pare che questo garzone, altressì ben com'io, non abbia ancor cenato. - Certo no, - disse la donna - che egli non ha ancor cenato, ché quando tu nella tua mala ora venisti, ci ponavam

noi a tavola per cenare. - Or va dunque, - disse Pietro - fa che noi ceniamo, e appresso io disporrò di questa cosa in guisa che tu non

t'avrai che ramaricare. La donna levata su, udendo il marito contento, prestamente fatta rimetter la tavola, fece venir la cena la quale

apparecchiata avea, e insieme col suo cattivo marito e col giovane lietamente cenò. Dopo la cena, quello che Pietro si divisasse a sodisfacimento di tutti e tre, m'è uscito di mente. So io ben cotanto

che la mattina vegnente infino in su la piazza fu il giovane, non assai certo qual più stato si fosse la notte o moglie

o marito, accompagnato. Per che così vi vo' dire, donne mie care, che chi te la fa, fagliele; e se tu non puoi,

tienloti a mente fin che tu possa, acciò che quale asin dà in parete tal riceva.


Giornata quinta - Conclusione

Essendo adunque la novella di Dioneo finita, meno per vergogna dalle donne risa che per poco diletto, e la reina

conoscendo che il fine del suo reggimento era venuto, levatasi in piè e trattasi la corona dello alloro, quella

piacevolmente mise in capo ad Elissa, dicendole: - A voi, madonna, sta omai il comandare. Elissa, ricevuto l'onore, sì come per addietro era stato fatto, così fece ella; ché dato col siniscalco primieramente

ordine a ciò che bisogno facea per lo tempo della sua signoria, con contentamento della brigata disse: - Noi abbiamo già molte volte udito che con be' motti e con risposte pronte o con avvedimenti presti molti hanno

già saputo con debito morso rintuzzare gli altrui denti o i sopravegnenti pericoli cacciar via; e per ciò che la

materia è bella, e può essere utile, voglio che domane, con l'aiuto di Dio, infra questi termini si ragioni, cioè di chi,

con alcuno leggiadro motto tentato, si riscosse, o con pronta risposta o avvedimento fuggì perdita, pericolo o

scorno. Questo fu commendato molto da tutti; per la qual cosa la reina, levatasi in piè, loro tutti infino all'ora della cena

licenziò. L'onesta brigata, vedendo la reina levata, tutta si dirizzò, e, secondo il modo usato, ciascuno a quello che più

diletto gli era si diede. Ma essendo già di cantare le cicale ristate, fatto ogn'uom richiamare, a cena andarono; la

quale con lieta festa fornita, a cantare e a sonare tutti si diedero E avendo già, con volere della reina, Emilia una

danza presa, a Dioneo fu comandato che cantasse una canzone; il quale prestamente cominciò: "Monna Aldruda,

levate la coda, ché buone novelle vi reco". Di che tutte le donne cominciarono a ridere, e massimamente la reina,

la quale gli comandò che quella lasciasse e dicessene un'altra. Disse Dioneo: - Madonna, se io avessi cembalo, io direi: "Alzatevi i panni, monna Lapa"; o "Sotto l'ulivello è l'erba"; o voleste voi

che io dicessi: "L'onda del mare mi fa sì gran male"? ma io non ho cembalo, e per ciò vedete voi qual voi volete di

queste altre. Piacerebbevi: "Escici fuor che sia tagliato, com'un maio in su la campagna"? Disse la reina: - No, dinne un'altra. - Dunque, - disse Dioneo - dirò io; "Monna Simona imbotta imbotta è non è del mese d'ottobre". La reina ridendo disse: - Deh in mal'ora, dinne una bella, se tu vogli, ché noi non vogliam cotesta. Disse Dioneo: - No, madonna, non ve ne fate male; pur qual più vi piace? Io ne so più di mille. O volete: "Questo mio nicchio

s'io nol picchio"; o, "Deh fa'pian, marito mio"; o, "Io mi comperai un gallo delle lire cento". La reina allora un poco turbata, quantunque tutte l'altre ridessero, disse: - Dioneo, lascia il motteggiare, e dinne una bella; e se non, tu potresti provare come io mi so adirare. Dioneo, udendo questo, lasciate star le ciance, presta mente in cotal guisa cominciò a cantare:

Amor, la vaga luce, che move dà begli occhi di costei, servo m'ha fatto di te e di lei.

Mosse dà suoi begli occhi lo splendore, che pria la fiamma tua nel cor m'accese, per li miei trapassando; e quanto fosse grande il tuo valore, il bel viso di lei mi fè palese; il quale immaginando, mi sentii gir legando ogni virtù e sottoporla a lei, fatta nuova cagion de'sospir miei.

Così de'tuoi adunque divenuto son, signor caro, e ubbidiente aspetto dal tuo poter merzede; ma non so ben se 'ntero è conosciuto l'alto disio che messo m'hai nel petto, né la mia intera fede, da costei che possiede sì la mia mente, che io non torrei pace, fuor che da essa, né vorrei.

Per ch'io ti priego, dolce signor mio, che gliel dimostri, e faccile sentire alquanto del tuo foco in servigio di me, ché vedi ch'io già mi consumo amando, e nel martire mi sfaccio a poco a poco; e poi, quando fia loco, me raccomanda a lei, come tu dei, ché teco a farlo volentier verrei.

Da poi che Dioneo, tacendo, mostrò la sua canzone esser finita, fece la reina assai dell'altre dire, avendo

nondimeno commendata molto quella di Dioneo. Ma, poi che alquanto della notte fu trapassata, e la reina

sentendo già il caldo del dì esser vinto dalla freschezza della notte, comandò che ciascuno infino al dì seguente a

suo piacere s'andasse a riposare.


Finisce la quinta giornata del Decameron


Incomincia la sesta giornata nella quale sotto il reggimento d'Elissa, si ragiona di chi con alcuno leggiadro motto,

tentato, si riscosse, o con pronta risposta o avvedimento fuggì perdita o pericolo o scorno


Giornata sesta - Introduzione

Aveva la luna, essendo nel mezzo del cielo, perduti i raggi suoi, e già, per la nuova luce vegnente, ogni parte del

nostro mondo era chiara, quando la reina levatasi, fatta la sua compagnia chiamare, alquanto con lento passo dal

bel palagio, su per la rugiada spaziandosi, s'allontanarono, d'una e d'altra cosa vari ragionamenti tenendo, e della

più bellezza e della meno delle raccontate novelle disputando, e ancora de'vari casi recitati in quelle rinnovando le

risa infino a tanto che, già più alzandosi il sole e cominciandosi a riscaldare, a tutti parve di dover verso casa

tornare; per che, voltati i passi, là se ne vennero. E quivi, essendo già le tavole messe, e ogni cosa d'erbucce odorose e di be'fiori seminata, avanti che il caldo

surgesse più, per comandamento della reina si misero a mangiare. E questo con festa fornito, avanti che altro

facessero, alquante canzonette belle e leggiadre cantate, chi andò a dormire e chi a giucare a scacchi e chi a

tavole. E Dioneo insieme con Lauretta di Troiolo e di Criseida cominciarono a cantare. E già l'ora venuta del dovere a concistoro tornare, fatti tutti dalla reina chiamare, come usati erano, dintorno alla

fonte si posero a sedere. E volendo già la reina comandare la prima novella, avvenne cosa che ancora addivenuta

non v'era, cioè che per la reina e per tutti fu un gran romore udito, che per le fanti e famigliari si faceva in cucina.

Laonde, fatto chiamare il siniscalco, e domandato qual gridasse e qual fosse del romore la cagione, rispose che il

romore era tra Licisca e Tindaro; ma la cagione egli non sapea, sì come colui che pure allora giugnea per fargli star

cheti, quando per parte di lei era stato chiamato. Al quale la reina comandò che incontanente quivi facesse venire

la Licisca e Tindaro; li quali venuti, domandò la reina qual fosse la cagione del loro romore. Alla quale volendo Tindaro rispondere, la Licisca, che attempatetta era e anzi superba che no, e in sul gridar

riscaldata, voltatasi verso lui con un mal viso disse: - Vedi bestia d'uom che ardisce, dove io sia, a parlare prima di me! Lascia dir me -; e alla reina rivolta disse: - Madonna, costui mi vuol far conoscere la moglie di Sicofante; e né più né meno, come se io con lei usata non

fossi, mi vuol dare a vedere che la notte prima che Sicofante giacque con lei, messer Mazza entrasse in Monte

Nero per forza e con ispargimento di sangue; e io dico che non è vero, anzi v'entrò paceficamente e con gran

piacere di quei d'entro. Ed è ben sì bestia costui, che egli si crede troppo bene che le giovani sieno così sciocche,

che elle stieno a perdere il tempo loro, stando alla bada del padre e dei fratelli, che delle sette volte le sei

soprastanno tre o quattro anni più che non debbono a maritarle. Frate, bene starebbono, se elle s'indugiasser

tanto! Alla fè di Cristo (ché debbo sapere quello che io mi dico quando io giuro) io non ho vicina che pulcella ne

sia andata a marito; e anche delle maritate, so io ben quante e quali beffe elle fanno à mariti; e questo pecorone

mi vuol far conoscere le femine, come se io fossi nata ieri. Mentre la Licisca parlava, facevan le donne sì gran risa, che tutti i denti si sarebbero loro potuti trarre. E la reina

l'aveva ben sei volte imposto silenzio; ma niente valea: ella non ristette mai infino a tanto che ella ebbe detto ciò

che le piacque. Ma poi che fatto ebbe alle parole fine, la reina ridendo, volta a Dioneo, disse: - Dioneo, questa è quistion da te; e per ciò farai, quando finite fieno le nostre novelle che tu sopr'essa dei

sentenzia finale. Alla qual Dioneo prestamente rispose: - Madonna, la sentenzia è data senza udirne altro; e dico che la Licisca ha ragione, e credo che così sia com'ella

dice; e Tindaro è una bestia. La qual cosa la Licisca udendo, cominciò a ridere, e a Tindaro rivolta, disse: - Occi ben lo diceva io; vatti con Dio; credi tu saper più di me tu, che non hai ancora rasciutti gli occhi? Gran

mercé, non ci son vivuta invano io, no. E, se non fosse che la reina con un mal viso le 'mpose silenzio e comandolle che più parola né romor facesse se

esser non volesse scopata, e lei e Tindaro mandò via, niuna altra cosa avrebbero avuta a fare in tutto quel giorno

che attendere a lei. Li quali poi che partiti furono, la reina impose a Filomena che alle novelle desse principio. La

quale lietamente così cominciò.


Giornata sesta - Novella prima

Un cavaliere dice a madonna Oretta di portarla con una novella a cavallo, e malcompostamente dicendola, è da lei

pregato che a piè la ponga.

Giovani donne, come né lucidi sereni sono le stelle ornamento del cielo e nella primavera i fiori de'verdi prati, e

de'colli i rivestiti albuscelli, così de'laudevoli costumi e de'ragionamenti belli sono i leggiadri motti, li quali, per ciò

che brievi sono, tanto stanno meglio alle donne che agli uomini, quanto più alle donne che agli uomini il molto

parlar si disdice. E' il vero che, qual si sia la cagione, o la malvagità del nostro ingegno o inimicizia singulare che à nostri secoli sia

portata dà cieli, oggi poche o non niuna donna rimasa ci è, la qual ne sappi né tempi opportuni dire alcuno, o, se

detto l'è, intenderlo come si conviene: general vergogna di tutte noi. Ma per ciò che già sopra questa materia

assai da Pampinea fu detto, più oltre non intendo di dirne. Ma per farvi avvedere quanto abbiano in sé di bellezza

à tempi detti, un cortese impor di silenzio fatto da una gentil donna ad un cavaliere mi piace di raccontarvi. Sì come molte di voi o possono per veduta sapere o possono avere udito, egli non è ancora guari che nella nostra

città fu una gentile e costumata donna e ben parlante, il cui valore non meritò che il suo nome si taccia. Fu

adunque chiamata madonna Oretta, e fu moglie di messer Geri Spina; la quale per avventura essendo in contado,

come noi siamo, e da un luogo ad un altro andando per via di diporto insieme con donne e con cavalieri, li quali a

casa sua il dì avuti avea a desinare, ed essendo forse la via lunghetta di là onde si partivano a colà dove tutti a piè

d'andare intendevano disse uno de'cavalieri della brigata: - Madonna Oretta, quando voi vogliate, io vi porterò, gran parte della via che ad andare abbiamo, a cavallo, con

una delle belle novelle del mondo. Al quale la donna rispose: - Messere, anzi ve ne priego io molto, e sarammi carissimo. Messer lo cavaliere, al quale forse non stava meglio la spada allato che '1 novellar nella lingua, udito questo,

cominciò una sua novella, la quale nel vero da sé era bellissima; ma egli or tre e quattro e sei volte replicando una

medesima parola, e ora indietro tornando, e talvolta dicendo: - Io non dissi bene - ; e spesso né nomi errando, un

per un altro ponendone, fieramente la guastava; senza che egli pessimamente, secondo le qualità delle persone e

gli atti che accadevano, proffereva. Di che a madonna Oretta, udendolo, spesse volte veniva un sudore e uno

sfinimento di cuore, come se inferma fosse stata per terminare; la qual cosa poi che più sofferir non potè,

conoscendo che il cavaliere era entrato nel pecoreccio, né era per riuscirne, piacevolmente disse: - Messere, questo vostro cavallo ha troppo duro trotto; per che io vi priego che vi piaccia di pormi a piè. Il cavaliere, il qual per avventura era molto migliore intenditore che novellatore, inteso il motto, e quello in festa e

in gabbo preso, mise mano in altre novelle, e quella che cominciata avea e mai seguita, senza finita lasciò stare.


Giornata sesta - Novella seconda Cisti fornaio con una sola parola fa raveder messer Geri Spina d'una sua trascutata domanda

Molto fu da ciascuna delle donne e degli uomini il parlar di madonna Oretta lodato, il qual comandò la reina a

Pampinea che seguitasse; per che ella così cominciò: Belle donne, io non so da me medesima vedere che più in questo si pecchi, o la natura apparecchiando a una

nobile anima un vil corpo, o la fortuna apparecchiando a un corpo dotato d'anima nobile vil mestiero, sì come in

Cisti nostro cittadino e in molti ancora abbiamo potuto vedere avvenire; il qual Cisti, d'altissimo animo fornito, la

fortuna fece fornaio. E certo io maladicerei e la natura parimente e la fortuna, se io non conoscessi la natura esser discretissima e la

fortuna aver mille occhi, come che gli sciocchi lei cieca figurino. Le quali io avviso che, sì come molto avvedute,

fanno quello che i mortali spesse volte fanno, li quali, incerti de'futuri casi, per le loro oportunità le loro più care

cose né più vili luoghi delle lor case, sì come meno sospetti sepelliscono, e quindi né maggiori bisogni le traggono,

avendole il vil luogo più sicuramente servate che la bella camera non avrebbe. E così le due ministre del mondo

spesso le lor cose più care nascondono sotto l'ombra dell'arti reputate più vili, acciò che di quelle alle necessità

traendole più chiaro appaia il loro splendore. Il che quanto in poca cosa Cisti fornaio il dichiarasse, gli occhi dello

'ntelletto rimettendo a messer Geri Spina, il quale la novella di madonna Oretta contata, che sua moglie fu, m'ha

tornata nella memoria, mi piace in una novelletta assai piccola dimostrarvi. Dico adunque che, avendo Bonifazio papa, appo il quale messer Geri Spina fu in grandissimo stato, mandati in

Firenze certi suoi nobili ambasciadori per certe sue gran bisogne, essendo essi in casa di messer Geri smontati, e

egli con loro insieme i fatti del Papa trattando, avvenne che, che se ne fosse cagione, messer Geri con questi

ambasciadori del Papa tutti a piè quasi ogni mattina davanti a Santa Maria Ughi passavano, dove Cisti fornaio il

suo forno aveva e personalmente la sua arte esserceva. Al quale quantunque la fortuna arte assai umile data avesse, tanto in quella gli era stata benigna, che egli n'era

ricchissimo divenuto, e senza volerla mai per alcuna altra abbandonare splendidissimamente vivea, avendo tra

l'altre sue buone cose sempre i migliori vini bianchi e vermigli che in Firenze si trovassero o nel contado. Il quale,

veggendo ogni mattina davanti all'uscio suo passar messer Geri e gli ambasciadori del Papa, e essendo il caldo

grande, s'avisò che gran cortesia sarebbe il dar lor bere del suo buon vin bianco; ma avendo riguardo alla sua

condizione e a quella di messer Geri, non gli pareva onesta cosa il presummere d'invitarlo ma pensossi di tener

modo il quale inducesse messer Geri medesimo a invitarsi. E avendo un farsetto bianchissimo indosso e un grembiule di bucato innanzi sempre, li quali più tosto mugnaio

che fornaio il dimostravano, ogni mattina in su l'ora che egli avvisava che messer Geri con gli ambasciadori dover

passare si faceva davanti all'uscio suo recare una secchia nuova e stagnata d'acqua fresca e un picciolo orcioletto

bolognese nuovo del suo buon vin bianco e due bicchieri che parevano d'ariento, sì eran chiari: e a seder postosi,

come essi passavano, e egli, poi che una volta o due spurgato s'era, cominciava a ber sì saporitamente questo suo

vino, che egli n'avrebbe fatta venir voglia a'morti. La qual cosa avendo messer Geri una e due mattine veduta, disse la terza: - Chente è, Cisti? è buono? - Cisti, levato prestamente in piè, rispose: - Messer sì, ma quanto non vi potre'io dare a intendere, se voi non assaggiaste -. Messer Geri, al quale o la qualità o affanno più che l'usato avuto o forse il saporito bere, che a Cisti vedeva fare,

sete avea generata, volto agli ambasciadori sorridendo disse: - Signori, egli è buono che noi assaggiamo del vino di questo valente uomo: forse che è egli tale, che noi non ce

ne penteremo -; e con loro insieme se n'andò verso Cisti. Il quale, fatta di presente una bella panca venire di fuori dal forno, gli pregò che sedessero; e alli lor famigliari,

che già per lavare i bicchieri si facevano innanzi, disse: - Compagni, tiratevi indietro e lasciate questo servigio fare a me, ché io so non meno ben mescere che io sappia

infornare; e non aspettaste voi d'assaggiarne gocciola! E così detto, esso stesso, lavati quatro bicchieri belli e nuovi e fatto venire un piccolo orcioletto del suo buon vino

diligentemente diede bere a messer Geri e a'compagni, alli quali il vino parve il migliore che essi avessero gran

tempo davanti bevuto; per che, commendatol molto, mentre gli ambasciador vi stettero, quasi ogni mattina con

loro insieme n'andò a ber messer Geri. A'quali, essendo espediti e partir dovendosi, messer Geri fece un magnifico convito al quale invitò una parte

de'più orrevoli cittadini, e fecevi invitare Cisti, il quale per niuna condizione andar vi volle. Impose adunque

messer Geri a uno de'suoi famigliari che per un fiasco andasse del vin di Cisti e di quello un mezzo bicchier per

uomo desse alle prime mense. Il famigliare, forse sdegnato perché niuna volta bere aveva potuto del vino, tolse un gran fiasco. Il quale come

Cisti vide, disse: - Figliuolo, messer Geri non ti manda a me. Il che raffermando più volte il famigliare né potendo altra risposta avere, tornò a messer Geri e sì gliele disse; a

cui messer Geri disse: - Tornavi e digli che sì fo: e se egli più così sponde, domandalo a cui io ti mando. Il famigliare tornato disse: - Cisti, per certo messer Geri mi manda pure a te. Al quale Cisti rispose: - Per certo, figliuol, non fa. - Adunque -, disse il famigliare - a cui mi manda? Rispose Cisti: - Ad Arno. Il che rapportando il famigliare a messer Geri, subito gli occhi gli s'apersero dello 'ntelletto e disse al famigliare: - Lasciami vedere che fiasco tu vi porti -; e vedutol disse: - Cisti dice vero -; e dettagli villania gli fece torre un fiasco convenevole. Il quale Cisti vedendo disse: - Ora so io bene che egli ti manda a me -, e lietamente glielo impiè. E poi quel medesimo dì fatto il botticello riempiere d'un simil vino e fattolo soavemente portare a casa di messer

Geri, andò appresso, e trovatolo gli disse: - Messere, io non vorrei che voi credeste che il gran fiasco stamane m'avesse spaventato; ma, parendomi che vi

fosse uscito di mente ciò che io a questi dì co'miei piccoli orcioletti v'ho dimostrato, ciò questo non sia vin da

famiglia, vel volli staman raccordare. Ora, per ciò che io non intendo d'esservene più guardiano tutto ve l'ho fatto

venire: fatene per innanzi come vi piace. Messer Geri ebbe il dono di Cisti carissimo e quelle grazie gli rendè che a ciò credette si convenissero, e sempre

poi per da molto l'ebbero e per amico.


Giornata sesta - Novella terza

Monna Nonna de'Pulci con una presta risposta al meno che onesto motteggiare del vescovo di Firenze silenzio

impone.

Quando Pampinea la sua novella ebbe finita, poi che da tutte la risposta e la liberalità di Cisti molto fu

commendata, piacque alla reina che Lauretta dicesse appresso, la quale lietamente così a dire cominciò. Piacevoli donne, prima Pampinea e ora Filomena assai del vero toccarono della nostra poca virtù e della bellezza

de'motti; alla quale per ciò che tornar non bisogna, oltre a quello che de'motti è stato detto, vi voglio ricordare

essere la natura de'motti cotale, che essi come la pecora morde deono così mordere l'uditore, e non come '1 cane;

per ciò che, se come il cane mordesse il motto, non sarebbe motto ma villania. La qual cosa ottimamente fecero e le parole di madonna Oretta e la risposta di Cisti. E' il vero che, se per risposta si dice, e il risponditore morda come cane, essendo come da cane prima stato morso,

non par da riprendere, come, se ciò avvenuto non fosse, sarebbe; e per ciò è da guardare e come e quando e con

cui e similmente dove si motteggia. Alle quali cose poco guardando già un nostro prelato, non minor morso

ricevette che '1 desse; il che in una piccola novella vi voglio mostrare. Essendo vescovo di Firenze messer Antonio d'Orso, valoroso e savio prelato, venne in Firenze un gentile uom

catalano, chiamato messer Dego della Ratta, maliscalco per lo re Ruberto. Il quale, essendo del corpo bellissimo e

vie più che grande vagheggiatore, avvenne che fra l'altre donne fiorentine una ne gli piacque, la quale era assai

bella donna ed era nepote d'un fratello del detto vescovo. E avendo sentito che il marito di lei, quantunque di buona famiglia fosse, era avarissimo e cattivo, con lui

compose di dovergli dare cinquecento fiorin d'oro, ed egli una notte con la moglie il lasciasse giacere; per che,

fatti dorare popolini d'ariento, che allora si spendevano, giaciuto con la moglie, come che contro al piacer di lei

fosse, gliele diede. Il che poi sappiendosi per tutto, rimasero al cattivo uomo il danno e le beffe; e il vescovo,

come savio, s'infinse di queste cose niente sentire. Per che, usando molto insieme il vescovo e '1 maliscalco, avvenne che il dì di San Giovanni, cavalcando l'uno

allato all'altro, veggendo le donne per la via onde il palio si corre, il vescovo vide una giovane, la quale questa

pestilenzia presente ci ha tolta donna, il cui nome fu monna Nonna de'Pulci, cugina di messere Alesso Rinucci, e

cui voi tutte doveste conoscere; la quale, essendo allora una fresca e bella giovane e parlante e di gran cuore, di

poco tempo avanti in Porta San Piero a marito venutane, la mostrò al maliscalco; e poi essendole presso, posta la

mano sopra la spalla del maliscalco, disse: - Nonna, che ti par di costui? Crederrestil vincere? Alla Nonna parve che quelle parole alquanto mordessero la sua onestà, o la dovesser contaminar negli animi di

coloro, che molti v'erano, che l'udirono. Per che, non intendendo a purgar questa contaminazione, ma a render

colpo per colpo, prestamente rispose: - Messere, è forse non vincerebbe me, ma vorrei buona moneta. La qual parola udita il maliscalco e 'l vescovo, sentendosi parimente trafitti, l'uno siccome facitore della disonesta

cosa nella nepote del fratel del vescovo, e l'altro sì come ricevitore nella nepote del proprio fratello, senza guardar

l'un l'altro, vergognosi e taciti se n'andarono, senza più quel giorno dirle alcuna cosa. Così adunque, essendo la giovane stata morsa, non le si disdisse il mordere altrui motteggiando.


Giornata sesta - Novella quarta

Chichibio, cuoco di Currado Gianfigliazzi, con una presta parola a sua salute l'ira di Currado volge in riso, e sé

campa dalla mala ventura minacciatagli da Currado.


Tacevasi già la Lauretta, e da tutti era stata sommamente commendata la Nonna, quando la reina a Neifile impose

che seguitasse; la qual disse. Quantunque il pronto ingegno, amorose donne, spesso parole presti e utili e belle, secondo gli accidenti, à dicitori,

la fortuna ancora, alcuna volta aiutatrice de'paurosi, sopra la lor lingua subitamente di quelle pone, che mai ad

animo riposato per lo dicitor si sarebber sapute trovare; il che io per la mia novella intendo di dimostrarvi. Currado Gianfiglia sì come ciascuna di voi e udito e veduto puote avere, sempre della nostra città è stato nobile

cittadino, liberale e magnifico, e vita cavalleresca tenendo, continuamente in cani e in uccelli s'è dilettato, le sue

opere maggiori al presente lasciando stare. Il quale con un suo falcone avendo un dì presso a Peretola una gru

ammazata, trovandola grassa e giovane, quella mandò ad un suo buon cuoco, il quale era chiamato Chichibio, ed

era viniziano, e sì gli mandò dicendo che a cena l'arrostisse e governassela bene. Chichibio, il quale come riuovo bergolo era così pareva, acconcia la gru, la mise a fuoco e con sollicitudine a

cuocerla cominciò. La quale essendo già presso che cotta grandissimo odor venendone, avvenne che una feminetta

della contrada, la qual Brunetta era chiamata e di cui Chichibio era forte innamorato, entrò nella cucina; e

sentendo l'odor della gru e veggendola, pregò caramente Chichibio che ne le desse una coscia. Chichibio le rispose cantando e disse: - "Voi non l'avrì da mi, donna Brunetta, voi non l'avrì da mi". Di che donna Brunetta essendo un poco turbata, gli disse: - In fè di Dio, se tu non la mi dai, tu non avrai mai da me cosa che ti piaccia - ; e in brieve le parole furon molte.

Alla fine Chichibio, per non crucciar la sua donna, spiccata l'una delle cosce alla gru, gliele diede. Essendo poi davanti a Currado e ad alcun suo forestiere messa la gru senza coscia, e Currado maravigliandosene,

fece chiamare Chichibio e domandollo che fosse divenuta l'altra coscia della gru. Al quale il vinizian bugiardo

subitamente rispose: - Signor mio, le gru non hanno se non una coscia e una gamba. Currado allora turbato disse: - Come diavol non hanno che una coscia e una gamba? Non vid'io mai più gru che questa? Chichibio seguitò: - Egli è, messer, com'io vi dico; e quando vi piaccia, io il vi farò veder né vivi. Currado, per amor dei forestieri che seco aveva, non volle dietro alle parole andare, ma disse: - Poi che tu dì di farmelo vedere né vivi, cosa che io mai più non vidi né udii dir che fosse, e io il voglio veder

domattina e sarò contento; ma io ti giuro in sul corpo di Cristo, che, se altramenti sarà, che io ti farò conciare in

maniera che tu con tuo danno ti ricorderai, sempre che tu ci viverai, del nome mio. Finite adunque per quella sera le parole, la mattina seguente come il giorno apparve, Currado, a cui non era per lo

dormire l'ira cessata, tutto ancor gonfiato si levò e comandò che i cavalli gli fosser menati; e fatto montar

Chichibio sopra un ronzino, verso una fiumana, alla riva della quale sempre soleva in sul far del dì vedersi delle

gru, nel menò dicendo: - Tosto vedremo chi avrà iersera mentito, o tu o io. Chichibio, veggendo che ancora durava l'ira di Currado e che far gli convenia pruova della sua bugia, non

sappiendo come poterlasi fare, cavalcava appresso a Currado con la maggior paura del mondo, e volentieri, se

potuto avesse, si sarebbe fuggito; ma non potendo, ora innanzi e ora addietro e da lato si riguardava, e ciò che

vedeva credeva che gru fossero che stessero in due piedi. Ma già vicini al fiume pervenuti, gli venner prima che ad alcun vedute sopra la riva di quello ben dodici gru, le

quali tutte in un piè dimoravano, si come quando dormono soglion fare. Per che egli prestamente mostratele a

Currado, disse: - Assai bene potete, messer, vedere che iersera vi dissi il vero, che le gru non hanno se non una coscia e un piè,

se voi riguardate a quelle che colà stanno. Currado vedendole disse: - Aspettati, che io ti mosterrò che elle n'hanno due -; e fattosi alquanto più a quelle vicino gridò: - Ho ho - ; per lo

qual grido le gru, mandato l'altro piè giù, tutte dopo alquanti passi cominciarono a fuggire. Laonde Currado rivolto

a Chichibio disse: - Che ti par, ghiottone? Parti ch'elle n'abbian due? Chichibio quasi sbigottito, non sappiendo egli stesso donde si venisse, rispose: - Messer sì, ma voi non gridaste - ho ho - a quella di iersera; ché se così gridato aveste, ella avrebbe così l'altra

coscia e l'altro piè fuor mandata, come hanno fatto queste. A Currado piacque tanto questa risposta, che tutta la sua ira si convertì in festa e riso, e disse: - Chichibio, tu hai ragione, ben lo dovea fare. Così adunque con la sua pronta e sollazzevol risposta Chichibio cessò la mala ventura e paceficossi col suo

signore.


Giornata sesta - Novella quinta

Messer Forese da Rabatta e maestro Giotto dipintore, venendo di Mugello, l'uno la sparuta apparenza dell'altro

motteggiando morde.

Come Neifile tacque, avendo molto le donne preso di piacere della risposta di Chichibio, così Panfilo per voler della

reina disse. Carissime donne, egli avviene spesso che, sì come la Fortuna sotto vili arti alcuna volta grandissimi tesori di virtù

nasconde, come poco avanti per Pampinea fu mostrato, così ancora sotto turpissime forme d'uomini si truovano

maravigliosi ingegni dalla Natura essere stati riposti. La qual cosa assai apparve in due nostri cittadini, de'quali io intendo brievemente di ragionarvi. Per ciò che l'uno,

il quale messer Forese da Rabatta fu chiamato, essendo di persona piccolo e sformato, con viso piatto e ricagnato,

che a qualunque de'Baronci più trasformato l'ebbe sarebbe stato sozzo, fu di tanto sentimento nelle leggi, che da

molti valenti uomini uno armario di ragione civile fu reputato. E l'altro, il cui nome fu Giotto, ebbe uno ingegno di

tanta eccellenzia, che niuna cosa dà la Natura, madre di tutte le cose e operatrice col continuo girar de'cieli, che

egli con lo stile e con la penna o col pennello non dipignesse sì simile a quella, che non simile, anzi più tosto

dessa paresse, in tanto che molte volte nelle cose da lui fatte si truova che il visivo senso degli uomini vi prese

errore, quello credendo esser vero che era dipinto. E per ciò, avendo egli quella arte ritornata in luce, che molti secoli sotto gli error d'alcuni, che più a dilettar gli

occhi degl'ignoranti che a compiacere allo 'ntelletto de'savi dipignendo intendeano, era stata sepulta, meritamente

una delle luci della fiorentina gloria dir si puote; e tanto più, quanto con maggiore umiltà, maestro degli altri in ciò

vivendo, quella acquistò, sempre rifiutando d'esser chiamato maestro. Il quale titolo rifiutato da lui tanto più in lui

risplendeva, quanto con maggior disidero da quegli che men sapevano di lui o dà suoi discepoli era cupidamente

usurpato. Ma, quantunque la sua arte fosse grandissima, non era egli per ciò né di persona né d'aspetto in niuna

cosa più bello che fosse messer Forese. Ma, alla novella venendo, dico che avevano in Mugello messer Forese e Giotto lor possessioni; ed essendo messer

Forese le sue andate a vedere, in quegli tempi di state che le ferie si celebran per le corti, e per avventura in su

un cattivo ronzino da vettura venendosene, trovò il già detto Giotto, il qual similmente avendo le sue vedute, se

ne tornava a Firenze. Il quale, né in cavallo né in arnese essendo in cosa alcuna meglio di lui, sì come vecchi, a

pian passo venendosene, insieme s'accompagnarono. Avvenne, come spesso di state veggiamo avvenire, che una subita piova gli soprapprese; la quale essi, come più

tosto poterono, fuggirono in casa d'un lavoratore amico e conoscente di ciascuno di loro. Ma dopo alquanto, non

faccendo l'acqua alcuna vista di dover ristare, e costoro volendo essere il dì a Firenze, presi dal lavoratore in

prestanza due mantellacci vecchi di romagnuolo e due cappelli tutti rosi dalla vecchiezza, per ciò che migliori non

v'erano, cominciarono a camminare. Ora, essendo essi alquanto andati, e tutti molli veggendosi, e per gli schizzi che i ronzini fanno co'piedi in quantità

zaccherosi (le quali cose non sogliono altrui accrescer punto d'orrevolezza), rischiarandosi alquanto il tempo, essi,

che lungamente erano venuti taciti, cominciarono a ragionare. E messer Forese, cavalcando e ascoltando Giotto, il quale bellissimo favellatore era, cominciò a considerarlo e da

lato e da capo e per tutto, e veggendo ogni cosa così disorrevole e così disparuto, senza avere a sé niuna

considerazione, cominciò a ridere, e disse: - Giotto, a che ora venendo di qua allo 'ncontro di noi un forestiere che mai veduto non t'avesse, credi tu che egli

credesse che tu fossi il miglior dipintor del mondo, come tu sé? A cui Giotto prestamente rispose: - Messere, credo, che egli il crederebbe allora che, guardando voi, egli crederebbe che voi sapeste l'abicì. Il che messer Forese udendo, il suo error riconobbe, e videsi di tal moneta pagato, quali erano state le derrate

vendute.


Giornata sesta - Novella sesta

Pruova Michele Scalza a certi giovani come i Baronci sono i più gentili uomini del mondo o di maremma, e vince

una cena.

Ridevano ancora le donne della bella e presta risposta di Giotto, quando la reina impose il seguitare alla

Fiammetta, la qual così 'ncominciò a parlare. Giovani donne, l'essere stati ricordati i Baronci da Panfilo, li quali per avventura voi non conoscete come fa egli,

m'ha nella memoria tornata una novella, nella quale quanta sia la lor nobiltà si dimostra, senza dal nostro

proposito deviare; e per ciò mi piace di raccontarla. Egli non è ancora guari di tempo passato che nella nostra città era un giovane chiamato Michele Scalza, il quale

era il più piacevole e il più sollazzevole uom del mondo, e le più nuove novelle aveva per le mani; per la qual cosa

i giovani fiorentini avevan molto caro, quando in brigata si trovavano, di poter aver lui. Ora avvenne un giorno che, essendo egli con alquanti a Montughi, si 'ncominciò tra loro una quistion così fatta:

quali fossero li più gentili uomini di Firenze e i più antichi. De'quali alcuni dicevano gli Uberti, e altri i Lamberti, e chi uno e chi un altro, secondo che nell'animo gli capea. Li quali udendo lo Scalza, cominciò a ghignare, e disse: - Andate via, andate, goccioloni che voi siete, voi non sapete ciò che voi vi dite; i più gentili uomini e i più antichi,

non che di Firenze, ma di tutto il mondo o di maremma, sono i Baronci; e a questo s'accordano tutti i fisofoli e

ogn'uom che gli conosce, come fo io; e acciò che voi non intendeste d'altri, io dico de'Baronci vostri vicini da

Santa Maria Maggiore. Quando i giovani, che aspettavano che egli dovesse dire altro, udiron questo, tutti si fecero beffe di lui, e dissero: - Tu ci uccelli, quasi come se noi non cognoscessimo i Baronci come facci tu Disse lo Scalza: - Alle guagnele non fo, anzi mi dico il vero, e se egli ce n'è niuno che voglia metter su una cena a doverla dare a

chi vince con sei compagni quali più gli piaceranno, io la metterò volentieri; e ancora vi farò più, che io ne starò

alla sentenzia di chiunque voi vorrete. Tra'quali disse uno, che si chiamava Neri Mannini: - Io sono acconcio a voler vincer questa cena -; e accordatisi insieme d'aver per giudice Piero di Fiorentino, in casa

cui erano, e andatisene a lui, e tutti gli altri appresso, per vedere perdere lo Scalza e dargli noia, ogni cosa detta

gli raccontarono. Piero, che discreto giovane era, udita primieramente la ragione di Neri, poi allo Scalza rivolto, disse: - E tu come potrai mostrare questo che tu affermi? Disse lo Scalza: - Che? Il mosterrò per sì fatta ragione, che non che tu, ma costui che il nega, dirà che io dica il vero. Voi sapete

che, quanto gli uomini sono più antichi, più son gentili, e così si diceva pur testé tra costoro; e i Baronci son più

antichi che niuno altro uomo, sì che son più gentili; e come essi sien più antichi mostrandovi, senza dubbio io avrò

vinta la quistione. Voi dovete sapere che i Baronci furon fatti da Domenedio al tempo che egli avea cominciato d'apparare a

dipignere; ma gli altri uomini furon fatti poscia che Domenedio seppe dipignere. E che io dica di questo il vero,

ponete mente à Baronci e agli altri uomini: dove voi tutti gli altri vedrete co'visi ben composti e debitamente

proporzionati, potrete vedere i Baronci qual col viso molto lungo e stretto, e quale averlo oltre ad ogni

convenevolezza largo, e tal v'è col naso molto lungo, e tale l'ha corto, e alcuno col mento in fuori e in su rivolto, e

con mascelloni che paiono d'asino; ed evvi tale che ha l'uno occhio più grosso che l'altro, e ancora chi l'un più giù

che l'altro, sì come sogliono esser i visi che fanno da prima i fanciulli che apparano a disegnare. Per che, come già

dissi, assai bene appare che Domenedio gli fece quando apparava a dipignere; sì che essi sono più antichi che gli

altri, e così più gentili. Della qual cosa, e Piero che era il giudice, e Neri che aveva messa la cena, e ciascun altro ricordandosi, e avendo il

piacevole argomento dello Scalza udito, tutti cominciarono a ridere e affermare che lo Scalza aveva la ragione, e

che egli aveva vinta la cena, e che per certo i Baronci erano i più gentili uomini e i più antichi che fossero, non che

in Firenze, ma nel mondo o in maremma. E perciò meritamente Panfilo, volendo la turpitudine del viso di messer Forese mostrare, disse che stato sarebbe

sozzo ad un de'Baronci.

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