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Giornata quarta - Novella ottava

Girolamo ama la Salvestra; va, costretto da'prieghi della madre, a Parigi; torna e truovala maritata; entrale di

nascoso in casa e muorle allato; e portato in una chiesa, nuore la Salvestra allato a lui.

Aveva la novella d'Emilia il fine suo, quando per comandamento del re Neifile così cominciò. Alcuni al mio giudicio, valorose donne, sono, li quali più che l'altre genti si credon sapere, e sanno meno; e per

questo non solamente a'consigli degli uomini, ma ancora contra la natura delle cose presummono d'opporre il

senno loro; della quale presunzione già grandissimi mali sono avvenuti e alcun bene non se ne vide giammai. E

per ciò che tra l'altre naturali cose quella che meno riceve consiglio o operazione in contrario è amore, la cui

natura è tale che più tosto per sé medesimo consumar si può che per avvedimento alcuno tor via, m'è venuto

nello animo di narrarvi una novella d'una donna la quale, mentre che ella cercò d'esser più savia che a lei non si

apparteneva e che non era e ancora che non sosteneva la cosa in che studiava mostrare il senno suo, credendo

dello innamorato cuore trarre amore, il quale forse v'avevano messo le stelle, pervenne a cacciare ad una ora

amore e l'anima del corpo al figliuolo. Fu adunque nella nostra città, secondo che gli antichi raccontano, un grandissimo mercatante e ricco, il cui nome

fu Leonardo Sighieri, il quale d'una sua donna un figliuolo ebbe chiamato Girolamo, appresso la natività del quale,

acconci i suoi fatti ordinatamente, passò di questa vita. I tutori del fanciullo, insieme con la madre di lui, bene e

lealmente le sue cose guidarono. Il fanciullo crescendo co'fanciulli degli altri suoi vicini, più che con alcuno altro della contrada con una fanciulla del

tempo suo, figliuola d'un sarto, si dimesticò. E venendo più crescendo l'età, l'usanza si convertì in amore tanto e

sì fiero, che Girolamo non sentiva ben se non tanto quanto costei vedeva; e certo ella non amava men lui che da

lui amata fosse. La madre del fanciullo, di ciò avvedutasi, molte volte ne gli disse male e nel gastigò. E appresso co'tutori di lui,

non potendosene Girolamo rimanere, se ne dolfe; e come colei che si credeva per la gran ricchezza del figliuolo

fare del pruno un mel rancio, disse loro: - Questo nostro fanciullo, il quale appena ancora non ha quattordici anni, è sì innamorato d'una figliuola d'un sarto

nostro vicino, che ha nome la Salvestra, che, se noi dinanzi non gliele leviamo, per avventura egli la si prenderà

un giorno, senza che alcuno il sappia, per moglie, e io non sarò mai poscia lieta; o egli si consumerà per lei se ad

altri la vedrà maritare; e per ciò mi parrebbe che, per fuggir questo, voi il doveste in alcuna parte mandare

lontano di qui ne'servigi del fondaco; per ciò che, dilungandosi da veder costei, ella gli uscirà dello animo e

potrengli poscia dare alcuna giovane ben nata per moglie. I tutori dissero che la donna parlava bene e che essi ciò farebbero al lor potere; e fattosi chiamare il fanciullo nel

fondaco, gl'incominciò l'uno a dire assai amorevolmente: - Figliuol mio, tu se'oggimai grandicello; egli è ben fatto che tu incominci tu medesimo a vedere de'fatti tuoi; per

che noi ci contenteremmo molto che tu andassi a stare a Parigi alquanto, dove gran parte della tua ricchezza

vedrai come si traffica, senza che tu diventerai molto migliore e più costumato e più da bene là che qui non

faresti, veggendo quei signori e quei baroni e que'gentili uomini che vi sono assai e de'lor costumi apprendendo;

poi te ne potrai qui venire. Il garzone ascoltò diligentemente e in brieve rispose niente volerne fare, per ciò che egli credeva così bene come

un altro potersi stare a Firenze. I valenti uomini, udendo questo, ancora con più parole il riprovarono; ma, non

potendo trarne altra risposta, alla madre il dissero. La quale fieramente di ciò adirata, non del non volere egli

andare a Parigi, ma del suo innamoramento, gli disse una gran villania; e poi, con dolci parole raumiliandolo, lo

'ncominciò a lusingare e a pregare dolcemente che gli dovesse piacere di far quello che volevano i suoi tutori; e

tanto gli seppe dire che egli acconsentì di dovervi andare a stare uno anno e non più; e così fu fatto. Andato adunque Girolamo a Parigi fieramente innamorato, d'oggi in domane ne verrai, vi fu due anni tenuto.

Donde più innamorato che mai tornatosene, trovò la sua Salvestra maritata ad un buon giovane che faceva le

trabacche, di che egli fu oltre misura dolente. Ma pur, veggendo che altro esser non poteva, s'ingegnò di darsene

pace; e spiato là dove ella stesse a casa, secondo l'usanza de'giovani innamorati incominciò a passare davanti a

lei, credendo che ella non avesse lui dimenticato, se non come egli aveva lei. Ma l'opera stava in altra guisa; ella

non si ricordava di lui se non come se mai non lo avesse veduto; e, se pure alcuna cosa se ne ricordava, sì

mostrava il contrario. Di che in assai piccolo spazio di tempo il giovane s'accorse, e non senza suo grandissimo

dolore. Ma nondimeno ogni cosa faceva che poteva, per rientrarle nello animo; ma niente parendogli adoperare, si

dispose, se morir ne dovesse, di parlarle esso stesso. E da alcuno vicino informatosi come la casa di lei stesse, una sera che a vegghiare erano ella e 'l marito andati con

lor vicini, nascosamente dentro v'entrò, e nella camera di lei dietro a teli di trabacche che tesi v'erano si nascose,

e tanto aspettò che, tornati costoro e andatisene al letto, sentì il marito di lei addormentato, e là se n'andò dove

veduto aveva che la Salvestra coricata s'era, e postale la sua mano sopra il petto, pianamente disse: - O anima mia, dormi tu ancora? La giovane, che non dormiva, volle gridare, ma il giovane prestamente disse: - Per Dio, non gridare, ché io sono il tuo Girolamo. Il che udendo costei, tutta tremante disse: - Deh, per Dio, Girolamo, vattene; egli è passato quel tempo che alla nostra fanciullezza non si disdisse l'essere

innamorati; io sono, come tu vedi, maritata; per la qual cosa più non sta bene a me d'attendere ad altro uomo che

al mio marito; per che io ti priego per solo Iddio che tu te ne vada; ché se mio marito ti sentisse, pogniamo che

altro male non ne seguisse, sì ne seguirebbe che mai in pace né in riposo con lui viver potrei, dove ora amata da

lui in bene e in tranquillità con lui mi dimoro. Il giovane, udendo queste parole, sentì noioso dolore; e ricordatole il passato tempo e 'l suo amore mai per

distanzia non menomato, e molti prieghi e promesse grandissime mescolate, niuna cosa ottenne. Per che, disideroso di morire, ultimamente la pregò che in merito di tanto amore ella sofferisse che egli allato a lei

si coricasse, tanto che alquanto riscaldar si potesse, ché era agghiacciato aspettandola; promettendole che né le

direbbe alcuna cosa né la toccherebbe e, come un poco riscaldato fosse, se n'andrebbe. La Salvestra, avendo un poco compassion di lui, con le condizioni date da lui il concedette. Coricossi adunque il

giovine allato a lei senza toccarla; e raccolto in un pensiere il lungo amor portatole e la presente durezza di lei e la

perduta speranza, diliberò di più non vivere; e ristretti in sé gli spiriti, senza alcun motto fare, chiuse le pugna,

allato a lei si morì. E dopo alquanto spazio la giovane maravigliandosi della sua contenenza, temendo non il maritò

si svegliasse, cominciò a dire: - Deh, Girolamo, ché non te ne vai tu? Ma non sentendosi rispondere, pensò lui essere addormentato; per che, stesa oltre la mano acciò che si

svegliasse, il cominciò a tentare, e toccandolo il trovò come ghiaccio freddo, di che ella si maravigliò forte; e

toccandolo con più forza e sentendo che egli non si movea, dopo più ritoccarlo cognobbe che egli era morto; di che

oltre modo dolente, stette gran pezza senza saper che farsi. Alla fine prese consiglio di volere in altrui persona

tentar quello che il marito dicesse da farne; e destatolo, quello che presenzialmente a lei avvenuto era, disse

essere ad un'altra intervenuto, e poi il domandò, se a lei avvenisse, che consiglio ne prenderebbe. Il buono uomo rispose che a lui parrebbe che colui che morto fosse si dovesse chetamente riportare a casa sua e

quivi lasciarlo, senza alcuna malavoglienza alla donna portarne, la quale fallato non gli pareva ch'avesse. Allora la giovane disse: - E così convien fare a noi - ; e presagli la mano, gli fece toccare il morto giovane. Di che egli tutto smarrito si levò su e, acceso un lume, senza entrare colla moglie in altre novelle, il morto corpo

de'suoi panni medesimi rivestito e senza alcuno indugio, aiutandolo la sua innocenzia, levatoselo in su le spalle,

alla porta della casa di lui nel portò e quivi il pose e lasciollo stare. E venuto il giorno, e veduto costui davanti all'uscio suo morto, fu fatto il romor grande, e spezialmente dalla

madre; e cerco per tutto e riguardato, e non trovatoglisi né piaga né percossa alcuna, per li medici generalmente

fu creduto lui di dolore esser morto così come era. Fu adunque questo corpo portato in una chiesa, e quivi venne

la dolorosa madre con molte altre donne parenti e vicine, e sopra lui cominciarono dirottamente, secondo l'usanza

nostra, a piagnere e a dolersi. E mentre il corrotto grandissimo si facea, il buono uomo, in casa cui morto era, disse alla Salvestra: - Deh ponti alcun mantello in capo e va a quella chiesa dove Girolamo è stato recato e mettiti tra le donne, e

ascolterai quello che di questo fatto si ragiona, e io farò il simigliante tra gli uomini, acciò che noi sentiamo se

alcuna cosa contro a noi si dicesse. Alla giovane, che tardi era divenuta pietosa, piacque, sì come a colei che morto disiderava di veder colui a cui vivo

non avea voluto d'un sol bacio piacere, e andovvi. Maravigliosa cosa è a pensare quanto sieno difficili ad investigare le forze d'Amore! Quel cuore, il quale la lieta

fortuna di Girolamo non aveva potuto aprire, la miseria l'aperse, e l'antiche fiamme risuscitatevi tutte subitamente

mutò in tanta pietà, come ella il viso morto vide, che sotto 'l mantel chiusa, tra donna e donna mettendosi, non

ristette prima che al corpo fu pervenuta; e quivi, mandato fuori uno altissimo strido, sopra il morto giovane si

gittò col suo viso, il quale non bagnò di molte lagrime, per ciò che prima nol toccò che, come al giovane il dolore

la vita aveva tolta, così a costei tolse. Ma poi che, riconfortandola le donne e dicendole che su si levasse alquanto, non conoscendola ancora, e poi che

ella non si levava, levar volendola e immobile trovandola, pur sollevandola, ad una ora lei esser la Salvestra e

morta conobbero. Di che tutte le donne che quivi erano, vinte da doppia pietà, ricominciarono il pianto assai

maggiore. Sparsesi fuor della chiesa tra gli uomini la novella, la quale pervenuta agli orecchi del marito di lei, che tra loro

era, senza ascoltare consolazione o conforto da alcuno, per lungo spazio pianse. E poi ad assai di quegli che

v'erano raccontata la istoria stata la notte di questo giovane e della moglie, manifestamente per tutti si seppe la

cagione della morte di ciascuno, il che a tutti dolfe. Presa adunque la morta giovane e lei così ornata come s'acconciano i corpi morti, sopra quel medesimo letto allato

al giovane la posero a giacere, e quivi lungamente pianta, in una medesima sepoltura furono sepelliti amenduni; e

loro, li quali Amor vivi non aveva potuto congiugnere, la morte congiunse con inseparabile compagnia.


Giornata quarta - Novella nona

Messer Guiglielmo Rossiglione dà a mangiare alla moglie sua il cuore di messer Guiglielmo Guardastagno ucciso

da lui e amato da lei; il che ella sappiendo, poi si gitta da una alta finestra in terra e muore e col suo amante è

sepellita.


Essendo la novella di Neifile finita, non senza aver gran compassion messa in tutte le sue compagne, il re, il qual

non intendeva di guastare il privilegio di Dioneo, non essendovi altri a dire, incominciò. Emmisi parata dinanzi, pietose donne, una novella alla qual, poi che così degli infortunati casi d'amore vi duole, vi

converrà non meno di compassione avere che alla passata, per ciò che da più furono coloro a'quali ciò che io dirò

avvenne, e con più fiero accidente che quegli de'quali è parlato. Dovete adunque sapere che, secondo che raccontano i provenzali, in Provenza furon già due nobili cavalieri,

de'quali ciascuno e castella e vassalli aveva sotto di sé, e aveva l'uno nome messer Guiglielmo Rossiglione e l'altro

messer Guiglielmo Gardastagno; e per ciò che l'uno e l'altro era prod'uomo molto nell'arme, s'amavano assai e in

costume avean d'andar sempre ad ogni torniamento o giostra o altro fatto d'arme insieme e vestiti d'una assisa. E come che ciascun dimorasse in un suo castello e fosse l'un dall'altro lontano ben diece miglia, pur avvenne che,

avendo messer Guiglielmo Rossiglione una bellissima e vaga donna per moglie, messer Guiglielmo Guardastagno

fuor di misura, non ostante l'amistà e la compagnia che era tra loro, s'innamorò di lei e tanto, or con uno atto e or

con uno altro fece, che la donna se n'accorse; e conoscendolo per valorosissimo cavaliere, le piacque, e cominciò a

porre amore a lui, in tanto che niuna cosa più che lui disiderava o amava, né altro attendeva che da lui esser

richiesta; il che non guari stette che avvenne, e insieme furono e una volta e altra, amandosi forte. E men discretamente insieme usando, avvenne che il marito se n'accorse e forte ne sdegnò, in tanto che il grande

amore che al Guardastagno portava in mortale odio convertì; ma meglio il seppe tener nascoso che i due amanti

non avevano saputo tenere il loro amore, e seco diliberò del tutto d'ucciderlo. Per che, essendo il Rossiglione in questa disposizione, sopravenne che un gran torneamento si bandì in Francia, il

che il Rossiglione incontanente significò al Guardastagno, e mandogli a dire che, se a lui piacesse, da lui venisse e

insieme diliberrebbono se andar vi volessono e come. Il Guardastagno lietissimo rispose che senza fallo il dì

seguente andrebbe a cenar con lui. Il Rossiglione, udendo questo, pensò il tempo esser venuto di poterlo uccidere; e armatosi il dì seguente con

alcuno suo famigliare montò a cavallo, e forse un miglio fuori del suo castello in un bosco si ripose in agguato,

donde doveva il Guardastagno passare; e avendolo per un buono spazio atteso, venir lo vide disarmato con due

famigliari appresso disarmati, sì come colui che di niente da lui si guardava; e come in quella parte il vide giunto

dove voleva, fellone e pieno di mal talento con una lancia sopra mano gli uscì addosso gridando: - Traditor, tu se'morto - ; e il così dire e il dargli di questa lancia per lo petto fu una cosa. Il Guardastagno, sena potere alcuna difesa fare o pur dire una parola, passato di quella lancia, cadde e poco

appresso morì. I suoi famigliari, senza aver conosciuto chi ciò fatto s'avesse, voltate le teste de'cavalli, quanto più

poterono si fuggirono verso il castello del lor signore. Il Rossiglione, smontato, con un coltello il petto del Guardastagno aprì e colle proprie mani il cuor gli trasse, e

quel fatto avviluppare in un pennoncello di lancia, comandò ad un de'suoi famigliari che nel portasse; e avendo a

ciascun comandato che niun fosse tanto ardito che di questo facesse parola, rimontò a cavallo, ed essendo già

notte al suo castello se ne tornò. La donna, che udito aveva il Guardastagno dovervi esser la sera a cena e con disidero grandissimo l'aspettava, non

vedendol venire si maravigliò forte e al marito disse: - E come è così, messere, che il Guardastagno non è venuto? A cui il marito disse: - Donna, io ho avuto da lui che egli non ci può essere di qui domane - ; di che la donna un poco turbatetta rimase. Il Rossiglione, smontato, si fece chiamare il cuoco e gli disse: - Prenderai quel cuor di cinghiare e fa'che tu ne facci una vivandetta la migliore e la più dilettevole a mangiar che

tu sai; e quando a tavola sarò, me la manda in una scodella d'argento. Il cuoco, presolo e postavi tutta l'arte e tutta la sollicitudine sua, minuzzatolo e messevi di buone spezie assai, ne

fece uno manicaretto troppo buono. Messer Guiglielmo, quando tempo fu, con la sua donna si mise a tavola. La vivanda venne, ma egli per lo malificio

da lui commesso, nel pensiero impedito, poco mangiò. Il cuoco gli mandò il manicaretto, il quale egli fece porre davanti alla donna, sé mostrando quella sera svogliato, e

lodogliele molto. La donna, che svogliata non era, ne cominciò a mangiare e parvele buono; per la qual cosa ella il mangiò tutto. Come il cavaliere ebbe veduto che la donna tutto l'ebbe mangiato, disse: - Donna, chente v'è paruta questa vivanda? La donna rispose: - Monsignore, in buona fè ella m'è piaciuta molto. - Se m'aiti Iddio, - disse il cavaliere - io il vi credo, né me ne maraviglio se morto v'è piaciuto ciò che vivo più che

altra cosa vi piacque. La donna, udito questo, alquanto stette; poi disse: - Come? Che cosa è questa che voi m'avete fatta mangiare? Il cavalier rispose: - Quello che voi avete mangiato è stato veramente il cuore di messer Guiglielmo Guardastagno, il qual voi come

disleal femina tanto amavate; e sappiate di certo ch'egli è stato desso, per ciò che io con queste mani gliele

strappai, poco avanti che io tornassi, del petto. La donna, udendo questo di colui cui ella più che altra cosa amava, se dolorosa fu non è da domandare; e dopo al

quanto disse: - Voi faceste quello che disleale e malvagio cavalier dee fare; ché se io, non sforzandomi egli, l'avea del mio amor

fatto signore e voi in questo oltraggiato, non egli ma io ne doveva la pena portare. Ma unque a Dio non piaccia che

sopra a così nobil vivanda, come è stata quella del cuore d'un così valoroso e così cortese cavaliere come messer

Guiglielmo Guardastagno fu, mai altra vivanda vada. E levata in piè, per una finestra la quale dietro a lei era, indietro senza altra diliberazione si lasciò cadere. La finestra era molto alta da terra, per che, come la donna cadde, non solamente morì, ma quasi tutta si disfece. Messer Guiglielmo, vedendo questo, stordì forte, e parvegli aver mal fatto; e temendo egli de'paesani e del conte

di Proenza, fatti sellare i cavalli, andò via. La mattina seguente fu saputo per tutta la contrada come questa cosa era stata: per che da quegli del castello di

messer Guiglielmo Guardastagno e da quegli ancora del castello della donna con grandissimo dolore e pianto

furono i due corpi ricolti e nella chiesa del castello medesimo della donna in una medesima sepoltura fur posti, e

sopr'essa scritti versi significanti chi fosser quegli che dentro sepolti v'erano e il modo e la cagione della lor morte.


Giornata quarta - Novella decima

La moglie d'un medico per morto mette un suo amante adoppiato in una arca, la quale con tutto lui due usurai se

ne portano in casa. Questi si sente, è preso per ladro; la fante della donna racconta alla signoria sé averlo esso

nell'arca dagli usurieri imbolata, laond'egli scampa dalle forche e i prestatori d'avere l'arca furata sono condannati

in denari.

Solamente a Dioneo, avendo già il re fatto fine al suo dire, restava la sua fatica, il quale, ciò conoscendo, e già dal

re essendogli imposto, incominciò. Le miserie degli infelici amori raccontate, non che a voi, donne, ma a me hanno già contristati gli occhi e 'l petto,

per che io sommamente disiderato ho che a capo se ne venisse. Ora, lodato sia Iddio, che finite sono (salvo se io

non volessi a questa malvagia derrata fare una mala giunta, di che Iddio mi guardi), senza andar più dietro a così

dolorosa materia, da alquanto più lieta e migliore incomincerò, forse buono indizio dando a ciò che nella seguente

giornata si dee ragionare. Dovete adunque sapere, bellissime giovani, che ancora non è gran tempo che in Salerno fu un grandissimo medico

in cirugia, il cui nome fu maestro Mazzeo della Montagna, il quale, già all'ultima vecchiezza vicino, avendo presa

per moglie una bella e gentil giovane della sua città, di nobili vestimenti e ricchi e d'altre gioie e tutto ciò che ad

una donna può piacere meglio che altra della città teneva fornita; vero è che ella il più del tempo stava infreddata,

sì come colei che nel letto era mal dal maestro tenuta coperta. Il quale, come messer Ricciardo di Chinzica, di cui dicemmo, alla sua insegnava le feste, così costui a costei

mostrava che il giacere con una donna una volta si penava a ristorar non so quanti dì, e simili ciance; di che ella

vivea pessimamente contenta. E, sì come savia e di grande animo, per potere quello da casa risparmiare, si

dispose di gittarsi alla strada e voler logorar dello altrui; e più e più giovani riguardati, nella fine uno ne le fu

all'animo, nel quale, ella pose tutta la sua speranza, tutto il suo animo e tutto il ben suo. Di che il giovane

accortosi, e piacendogli forte, similmente in lei tutto il suo amor rivolse. Era costui chiamato Ruggieri d'Aieroli, di nazion nobile ma di cattiva vita e di biasimevole stato, in tanto che

parente né amico lasciato s'avea che ben gli volesse o che il volesse vedere; e per tutto Salerno di ladronecci o

d'altre vilissime cattività era infamato, di che la donna poco curò, piacendole esso per altro, e con una sua fante

tanto ordinò che insieme furono. E poi che alquanto diletto preso ebbero, la donna gli cominciò a biasimare la sua

passata vita e a pregarlo che, per amor di lei, di quelle cose si rimanesse; e a dargli materia di farlo lo incominciò

a sovvenire quando d'una quantità di denari e quando d'un'altra. E in questa maniera perseverando insieme assai discretamente, avvenne che al medico fu messo tra le mani uno

in fermo, il quale aveva guasta l'una delle gambe; il cui difetto avendo il maestro veduto, disse a'suoi parenti che,

dove un osso fracido il quale aveva nella gamba non gli si cavasse, a costui si convenia del tutto o tagliare tutta la

gamba o morire; e a trargli l'osso potrebbe guerire, ma che egli altro che per morto nol prenderebbe; a che

accordatisi co loro a'quali apparteneva, per così gliele diedero. Il medico, avvisando che l'infermo senza essere adoppiato non sosterrebbe la pena né si lascerebbe medicare,

dovendo attendere in sul vespro a questo servigio, fe'la mattina d'una sua certa composizione stillare una acqua la

qua e l'avesse, bevendola, tanto a far dormire quanto esso avvisava di doverlo poter penare a curare; e quella

fattasene venire a casa, in una finestra della sua camera la pose, senza dire ad alcuno ciò che si fosse. Venuta l'ora del vespro, dovendo il maestro andare a costui, gli venne un messo da certi suoi grandissimi amici

d'Amalfi, che egli non dovesse lasciar per cosa alcuna che incontanente là non andasse, per ciò che una gran zuffa

stata v'era, di che molti v'erano stati fediti. Il medico, prolungata nella seguente mattina la cura del la gamba, salito in su una barchetta, n'andò a Amalfi; per

la qual cosa la donna, sappiendo lui la notte non dover tornare a casa, come usata era, occultamente si fece venire

Ruggieri e nella sua camera il mise, e dentro il vi serrò in fino a tanto che certe altre persone della casa

s'andassero a dormire. Standosi adunque Ruggieri nella camera e aspettando la donna, avendo o per fatica il dì durata o per cibo salato

che mangiato avesse o forse per usanza una grandissima sete, gli venne nella finestra veduta questa guastadetta

d'acqua la qua le il medico per lo 'nfermo aveva fatta e, credendola acqua da bere, a bocca postalasi, tutta la

bevve; né stette guari che un gran sonno il prese e fussi addormentato. La donna, come prima potè, nella camera se ne venne, e trovato Ruggieri dormendo lo 'ncominciò a tentare e a

dire con sommessa voce che su si levasse; ma questo era niente; egli non rispondea né si movea punto. Per che la donna alquanto turbata con più forza il sospinse dicendo: - Leva su, dormiglione, ché, se tu volevi dormire, tu te ne dovevi andare a casa tua e non venir qui. Ruggieri, così sospinto cadde a terra d'una cassa sopra la quale era, né altra vista d'alcun sentimento fece che

avrebbe fatto un corpo morto. Di che la donna, alquanto spaventata, il cominciò a voler rilevare e a menarlo più

forte e a prenderlo per lo naso e a tirarlo per la barba; ma tutto era nulla: egli aveva a buona caviglia legato

l'asino. Per che la donna cominciò a temere non fosse morto; ma pure ancora gli 'ncominciò a strignere agramente le carni

e a cuocerlo con una candela accesa, ma niente era; per che ella, che medica non era, come che medico fosse il

marito, senza alcun fallo lui credette morto. Per che, amandolo sopra ogni altra cosa come facea, se fu dolorosa

non è da domandare; e non osando fare romore, tacitamente sopra di lui cominciò a piagnere e a dolersi di così

fatta disavventura. Ma dopo alquanto, temendo la donna di non aggiugnere al suo danno vergogna, pensò che senza alcun indugio da

trovare era modo come lui morto si traesse di casa; né a ciò sappiendosi consigliare, tacitamente chiamò la sua

fante, e la sua disavventura mostratale, le chiese consiglio. La fante, maravigliandosi forte e tirandolo ancora ella e

strignendolo, e senza sentimento vedendolo, quel disse che la donna dicea, cioè veramente lui esser morto, e

consigliò che da metterlo fuor di casa era. A cui la donna disse: - E dove il potrem noi porre, che egli non si suspichi, domattina quando veduto sarà, che di qua entro sia stato

tratto? A cui la fante rispose: - Madonna, io vidi questa sera al tardi dirimpetto al la bottega di questo legnaiuolo nostro vicino una arca non

troppo grande, la quale, se 'l maestro non l'ha riposta in casa, verrà troppo in concio a'fatti nostri, per ciò che

dentro ve 'l potrem mettere e dargli due o tre colpi d'un coltello, e lasciarlo stare. Chi in quella il troverà non so

perché più di qua entro che d'altronde vi sel creda messo; anzi si crederà, per ciò che malvagio giovane è stato,

che, andando a fare alcun male, da alcuno suo nimico sia stato ucciso e poi messo nell'arca. Piacque alla donna il consiglio della fante, fuor che di dargli alcuna fedita, dicendo che non le potrebbe per cosa

del mondo sofferir l'animo di ciò fare; e mandolla a vedere se quivi fosse l'arca dove veduta l'avea; la qual tornò e

disse di sì. La fante adunque, che giovane e gagliarda era, dalla donna aiutata, sopra le spalle si pose Ruggieri, e

andando la donna innanzi a guardar se persona venisse, venute al l'arca, dentro vel misero, e richiusala, il

lasciarono stare. Erano di quei dì alquanto più oltre tornati in una casa due giovani, li quali prestavano ad usura, e volenterosi di

guadagnare assai e di spender poco, avendo bisogno di masserizie, il dì davanti avean quella arca veduta, e

insieme posto che, se la notte vi rimanesse, di portarnela in casa loro. E venuta la mezza notte, di casa usciti, trovandola, senza entrare in altro ragguardamento, prestamente, ancora

che lor gravetta paresse, ne la portarono in casa loro e allogaronla allato ad una camera dove lor femine

dormivano senza curarsi di acconciarla troppo appunto allora; e lasciatala stare, se n'andarono a dormire. Ruggieri, il quale grandissima pezza dormito avea, e già aveva digesto il beveraggio e la virtù di quel consumata,

essendo vicino a matutin, si destò; e, come che rotto fosse il sonno, e'sensi avessero la loro virtù recuperata, pur

gli rimase nel cerebro una stupefazione, la quale non solamente quella notte ma poi parecchi dì il tenne stordito; e

aperti gli occhi e non veggendo alcuna cosa e sparte le mani in qua e in là, in questa arca trovandosi, cominciò a

smemorare e a dir seco: - Che è questo? Dove sono io? Dormo io, o son desto? Io pur mi ricordo che questa sera

io venni nella camera della mia donna, e ora mi pare essere in una arca. Questo che vuol dire? Sarebbe il medico

tornato o altro accidente sopravenuto, per lo quale la donna dormendo io, qui m'avesse nascoso? Io il credo, e

fermamente così sarà -. E per questo cominciò a star cheto e ad ascoltare se alcuna cosa sentisse; e così gran pezza dimorato, stando anzi

a disagio che no nell'arca che era piccola, e dogliendogli il lato in sul quale era, in su l'altro volger vogliendosi, sì

destramente il fece che, dato delle reni nell'un de'lati della arca, la quale non era stata posta sopra luogo iguali, la

fe'piegare e appresso cadere, e cadendo fece un gran romore, per lo quale le femine che ivi allato dormivano si

destarono ed ebber paura, e per paura tacettono. Ruggieri per lo cader dell'arca dubitò forte, ma sentendola per lo cadere aperta, volle avanti, se altro avvenisse,

esserne fuori che starvi dentro. E tra che egli non sapeva dove si fosse, e una cosa e un'altra, cominciò ad andar

brancolando per la casa, per sapere se scala o porta trovasse donde andar se ne potesse. Il qual brancolare sentendo le femine che deste erano, cominciarono a dire: - Chi è là? - Ruggieri, non conoscendo

la voce non rispondea; per che le femine cominciarono a chiamare i due giovani, li quali, per ciò che molto

vegghiato aveano, dormivan forte né sentivano d'alcuna di queste cose niente. Laonde le femine, più paurose divenute, levatesi e fattesi a certe finestre, cominciarono a gridare: - Al ladro, al

ladro. - Per la qual cosa per diversi luoghi più de'vicini, chi su per lo tetto e chi per una parte e chi per un'altra,

corsono ed entrar nella casa; e i giovani similmente, desti a questo romore, si levarono. E Ruggieri (il qual quivi vedendosi, quasi di sé per maraviglia uscito, né da qual parte fuggir si dovesse o potesse

vedea) preso dierono nelle mani della famiglia del rettore della terra, la qual quivi già era al romor corsa; e

davanti al rettore menatolo, per ciò che malvagissimo era da tutti tenuto, senza indugio messo al martorio,

confessò nella casa de'prestatori essere per imbolare entrato; per che il rettor pensò di doverlo senza troppo

indugio fare impiccar per la gola. La novella fu la mattina per tutto Salerno che Ruggieri era stato preso ad imbolare in casa de'prestatori; il che la

donna e la sua fante udendo, di tanta maraviglia e di sì nuova fur piene, che quasi eran vicine di far credere a sé

medesime che quello che fatto avevan la notte passata non l'avesser fatto ma avesser sognato di farlo; e oltre a

questo del pericolo nel quale Ruggieri era la donna sentiva sì fatto dolore, che quasi n'era per impazzare. Non guari appresso la mezza terza, il medico tornato da Amalfi domandò che la sua acqua gli fosse recata, per ciò

che medicare voleva il suo infermo; e trovandosi la guasta detta vota, fece un gran romore che niuna cosa in casa

sua durar poteva in istato. La donna, che da altro dolore stimolata era, rispose adirata dicendo: - Che direste voi, maestro, d'una gran cosa, quando d'una guastadetta d'acqua versata fate sì gran romore? Non

se ne truova egli più al mondo? A cui il maestro disse: - Donna, tu avvisi che quella fosse acqua chiara; non è così, anzi era una acqua lavorata da far dormire - ; e

contolle per che cagion fatta l'avea. Come la donna ebbe questo udito, così s'avvisò che Ruggieri quella avesse beuta e per ciò loro fosse paruto morto,

e disse: - Maestro, noi nol sapavamo, e per ciò rifatevi dell'altra. Il maestro, veggendo che altro esser non poteva, fece far della nuova. Poco appresso la fante che per comandamento della donna era andata a saper quello che di Ruggier si dicesse,

tornò e dissele: - Madonna, di Ruggier dice ogn'uom male, né, per quello che io abbia potuto sentire, amico né parente alcuno è

che per aiutarlo levato si sia o si voglia levare; e credesi per fermo che domane lo straticò il farà impiccare. E oltre

a questo vi vo'dire una nuova cosa, che egli mi pare aver compreso come egli in casa de'prestatori pervenisse, e

udite come: voi sapete bene il legnaiuolo dirimpetto al quale era l'arca dove noi il mettemmo; egli era testé con

uno, di cui mostra che quell'arca fosse, alla maggior quistion del mondo; ché colui domandava i denari della arca

sua, e il maestro rispondeva che egli non aveva venduta l'arca, anzi gli era la notte stata imbolata. Al quale colui

diceva: - Non è così, anzi l'hai venduta alli due giovani prestatori, sì come essi stanotte mi dissero, quando io in

casa loro la vidi allora che fu preso Ruggieri -. A cui il legnaiuolo disse: - Essi mentono, per ciò che mai io non la

vende'loro, ma essi que sta notte passata me l'avranno imbolata; andiamo a loro -. E sì se ne andarono di

concordia a casa i prestatori, e io me ne son qui venuta. E, come voi potete vedere, io comprendo che in cotal

guisa Ruggieri, la dove trovato fu, trasportato fosse; ma come quivi risuscitasse, non so vedere io. La donna allora comprendendo ottimamente come il fatto stava, disse alla fante ciò che dal medico udito avea, e

pregolla che allo scampo di Ruggieri dovesse dare aiuto, sì co me colei che, volendo, ad una ora poteva Ruggieri

scampare e servar l'onor di lei. La fante disse: - Madonna, insegnatemi come, e io farò volentieri ogni cosa. La donna, sì come colei alla quale istrignevano i cintolini, con subito consiglio avendo avvisato ciò che da fare era,

ordinatamente di quello la fante informò. La quale primieramente se n'andò al medico, e piagnendo gli 'ncominciò

a dire: - Messere, a me conviene domandarvi perdono d'un gran fallo, il quale verso di voi ho commesso. Disse il maestro: - E di che? E la fante, non restando di lagrimar, disse: - Messere, voi sapete che giovane Ruggieri d'Aieroli sia, al quale, piacendogli io, tra per paura e per amore mi

convenne uguanno divenire amica; e sappiendo egli iersera non ci eravate, tanto mi lusingò che io in casa vostra

nella mia camera a dormire meco il menai, e avendo egli sete né io avendo ove più tosto ricorrere o per acqua o

per vino, non volendo che la vostra donna, la quale in sala era, mi vedesse, ricordandomi che nella vostra camera

una guastadetta d'acqua aveva veduta, corsi per quella e sì gliele diedi bere e la guastada riposi donde levata

l'avea, di che io truovo che voi in casa un gran romor n'avete fatto. E certo io confesso che io feci male; ma chi è

colui che alcuna volta mal non faccia? Io ne son molto dolente d'averlo fatto; non pertanto, per questo, e per

quello che poi ne seguì, Ruggieri n'è per perdere la persona; per che io quanto più posso vi priego che voi mi

perdoniate e mi diate licenzia che io vada ad aiutare, in quello che per me si potrà, Ruggieri. Il medico udendo costei, con tutto che ira avesse, motteggiando rispose: - Tu te n'hai data la perdonanza tu stessa, per ciò che, dove tu credesti questa notte un giovane avere che molto

bene il pelliccion ti scotesse, avesti un dormiglione; e per ciò va procaccia la salute del tuo amante, e per innanzi

ti guarda di più in casa non menarlo, ché io ti pagherei di questa volta e di quella. Alla fante per la prima broccata parendo aver ben procacciato, quanto più tosto potè se n'andò alla prigione dove

Ruggieri era, e tanto il prigionier lusingò che egli la lasciò a Ruggieri favellare. La quale, poi che informato l'ebbe

di ciò che rispondere dovesse allo straticò, se scampar volesse, tanto fece che allo straticò andò davanti. Il quale, prima che ascoltare la volesse, per ciò che fresca e gagliarda era, volle una volta attaccare l'uncino alla

cristianella di Dio, ed ella, per essere meglio udita, non ne fu punto schifa; e dal macinio levatasi, disse: - Messere, voi avete qui Ruggieri d'Aieroli preso per ladro, e non è così il vero. E cominciatosi dal capo, gli contò la storia infino alla fine, come ella, sua amica, in casa il medico menato l'avea e

come gli avea data bere l'acqua adoppiata non conoscendola, e come per morto l'avea nell'arca messo; e appresso

que sto, ciò che tra 'l maestro legnaiuolo e il signor della arca aveva udito gli disse, per quella mostrandogli come

in casa i prestatori fosse pervenuto Ruggieri. Lo straticò, veggendo che leggier cosa era a ritrovare se ciò fosse vero, prima il medico domandò se vero fosse

dell'acqua e trovò che così era stato; e appresso fatti richiedere il legnaiuolo e colui di cui stata era l'arca

e'prestatori, dopo molte novelle trovò li prestatori la notte passata aver l'arca imbolata e in casa messalasi. Ultimamente mandò per Ruggieri, e domandatolo dove la sera dinanzi albergato fosse, rispose che dove albergato

si fosse non sapeva, ma ben si ricordava che andato era ad albergare con la fante del maestro Mazzeo, nella

camera della quale aveva bevuto acqua per gran sete ch'avea; ma che poi di lui stato si fosse, se non quando in

casa i prestatori destandosi s'era trovato in una arca, egli non sapeva. Lo straticò, queste cose udendo e gran piacer pigliandone, e alla fante e a Ruggieri e al legnaiuolo e a'prestatori

più volte ridir le fece. Alla fine, cognoscendo Ruggieri essere innocente, condannati i prestatori che imbolata avevan l'arca in diece once,

liberò Ruggieri. Il che quanto a lui fosse caro, niun ne domandi; e alla sua donna fu carissimo oltre misura. La

qual poi con lui insieme e colla cara fante, che dare gli aveva voluto delle coltella, più volte rise ed ebbe festa, il

loro amore e il loro sollazzo sempre continuando di bene in meglio; il che vorrei che così a me avvenisse, ma non

d'esser messo nell'arca.


Giornata quarta - Conclusione

Se le prime novelle li petti delle vaghe donne avevan contristati questa ultima di Dioneo le fece ben tanto ridere, e

spezialmente quando disse lo straticò aver l'uncino attaccato che essi si poterono della compassione avuta

dell'altre ristorare. Ma veggendo il re che il sole cominciava a farsi giallo e il termine della sua signoria era venuto, con assai piacevoli

parole alle belle donne si scusò di ciò che fatto avea, cioè daver fatto ragionare di materia così fiera come è quel la

della infelicità degli amanti; e fatta la scusa, in piè si levò e della testa si tolse la laurea, e aspettando le donne a

cui porre la dovesse piacevolmente sopra il capo biondissimo della Fiammetta la pose, dicendo - Io pongo a te questa corona sì come a colei la quale meglio, dell'aspra giornata di oggi, che alcuna altra, con

quella di domane queste nostre compagne racconsolar saprai. La Fiammetta li cui capelli eran crespi, lunghi e d'oro e sopra li candidi e dilicati omeri ricadenti, e il viso

ritondetto con un colore vero di bianchi gigli e di vermiglie rose mescolati tutto splendido, con due occhi in testa

che parevano d'un falcon pellegrino e con una boccuccia piccolina, li cui labbri parevan due rubinetti, sorridendo

rispose: - Filostrato, e io la prendo volentieri; e acciò che meglio t'avveggi di quello che fatto hai, infino da ora voglio e

comando che ciascun s'apparecchi di dovere domane ragionare di ciò che ad alcuno amante, dopo alcuni fieri o

sventurati accidenti, felicemente avvenisse. La qual proposizione a tutti piacque. Ed essa, fattosi il siniscalco venire, e delle cose opportune con lui insieme

avendo disposto, tutta la brigata, da seder levandosi, per infino all'ora della cena lietamente licenziò. Costoro adunque, parte per lo giardino, la cui bellezza non era da dover troppo tosto rincrescere, e parte verso le

mulina che fuor di quel macinavano, e chi qua e chi là, a prender secondo i diversi appetiti diversi diletti si

diedono infino all'ora della cena. La qual venuta, tutti raccolti, come usati erano, appresso della bella fonte con grandissimo piacere e ben serviti

cenarono. E da quella levatisi, come usati erano, al danzare e al cantar si diedono, e menando Filomena la danza,

disse la reina: - Filostrato, io non intendo deviare da'miei passati, ma, sì come essi hanno fatto, così intendo che per lo mio

comandamento si canti una canzone; e per ciò che io son certa che tali sono le tue canzoni chenti sono le tue

novelle, acciò che più giorni che questo non sieno turbati da'tuoi infortuni, vogliamo che una ne dichi qual più ti

piace. Filostrato rispose che volentieri; e senza indugio in cotal guisa cominciò a cantare:

Lagrimando dimostro quanto si dolga con ragione il core d'esser tradito sotto fede Amore.

Amore, allora che primieramente ponesti in lui colei per cui sospiro, senza sperar salute, sì piena la mostrasti di virtute, che lieve reputava ogni martiro, che per te nella mente, ch'è rimasa dolente, fosse venuto; ma il mio errore ora conosco, e non senza dolore.

Fatto m'ha conoscente dello 'nganno vedermi abbandonato da colei, in cui sola sperava; ch'allora ch'i'più esser mi pensava nella sua grazia e servidore a lei, senza mirare al danno del mio futuro affanno, m'accorsi lei aver l'altrui valore dentro raccolto, e me cacciato fore.

Com'io conobbi me di fuor cacciato, nacque nel core un pianto doloroso, che ancor vi dimora, e spesso maladico il giorno e l'ora che pria m'apparve il suo viso amoroso d'alta biltate ornato, e più che mai 'nfiammato. La fede mia, la speranza e l'ardore va bestemmiando l'anima che more.

Quanto 'l mio duol senza conforto sia, signor, tu ' puoi sentir, tanto ti chiamo con dolorosa voce: e dicoti che tanto e sì mi cuoce, che per minor martir la morte bramo. Venga dunque, e la mia vita crudele e ria termini col suo colpo, e 'l mio furore; ch'ove ch'io vada, il sentirò minore.

Null'altra via, niuno altro conforto mi resta più che morte alla mia doglia. Dallami dunque omai; pon fine, Amor, con essa alli miei guai, e 'l cor di vita sì misera spoglia. Deh fallo, poi ch'a torto m'è gioi tolta e diporto. Fa'costei lieta, morend'io, signore, come l'hai fatta di nuovo amadore.

Ballata mia, se alcun non t'appara, io non men curo, per ciò che nessuno, com'io, ti può cantare. Una fatica sola ti vo'dare, che tu ritruovi Amore, e a lui sol uno, quanto mi sia discara la trista vita amara dimostri a pien, pregandol che 'n migliore porto ne ponga per lo suo onore.

Dimostrarono le parole di questa canzone assai chiaro qual fosse l'animo di Filostrato, e la cagione; e forse più

dichiarato l'avrebbe l'aspetto di tal donna nella danza era, se le tenebre della sopravvenuta notte il rossore nel

viso di lei venuto non avesser nascoso. Ma poi che egli ebbe a quella posta fine, molte altre cantate ne furono infino a tanto che l'ora dell'andare a

dormire sopravenne; per che, comandandolo la reina, ciascuno alla sua camera si raccolse.


Finisce la quarta giornata del Decameron


Incomincia la quinta giornata nella quale, sotto il reggimento di Fiammetta, si ragiona di ciò che ad alcuno

amante, dopo alcuni fieri o sventurati accidenti, felicemente avvenisse.


Giornata quinta - Introduzione


Era già l'oriente tutto bianco e li surgenti raggi per tutto il nostro emisperio avevan fatto chiaro, quando

Fiammetta da'dolci canti degli uccelli, li quali la prima ora del giorno su per gli albuscelli tutti lieti cantavano,

incitata, su si levò, e tutte l'altre e i tre giovani fece chiamare; e con soave passo a'campi discesa, per l'ampia

pianura su per le rugiadose erbe, infino a tanto che alquanto il sol fu alzato, con la sua compagnia, d'una cosa e

d'altra con lor ragionando, diportando s'andò. Ma, sentendo che già i solar raggi si riscaldavano, verso la loro

stanza volse i passi; alla qual pervenuti, con ottimi vini e con confetti il leggiere affanno avuto fè ristorare, e per lo

dilettevole giardino infino all'ora del mangiare si diportarono. La qual venuta, essendo ogni cosa dal discretissimo

siniscalco apparecchiata, poi che alcuna stampita e una ballatetta o due furon cantate, lietamente, secondo che

alla reina piacque, si misero a mangiare. E quello ordinatamente e con letizia fatto, non dimenticato il preso ordine

del danzare, e con gli sturmenti e con le canzoni alquante danzette fecero. Appresso alle quali, infino a passata

l'ora del dormire la reina licenziò ciascheduno; de'quali alcuni a dormire andarono e altri al loro sollazzo per lo bel

giardino si rimasero. Ma tutti, un poco passata la nona, quivi, come alla reina piacque, vicini alla fonte secondo l'usato modo si

ragunarono. Ed essendosi la reina a seder posta pro tribunali , verso Panfilo riguardando, sorridendo a lui impose

che principio desse alle felici novelle. Il quale a ciò volentier si dispose, e così disse.


Giornata quinta - Novella prima

Cimone amando divien savio, ed Efigenia sua donna rapisce in mare; è messo in Rodi in prigione, onde Lisimaco il

trae, e da capo con lui rapisce Efigenia e Cassandra nelle lor nozze, fuggendosi con esse in Creti; e quindi,

divenute lor mogli, con esse a casa loro son richiamati .

Molte novelle, dilettose donne, a dover dar principio a così lieta giornata come questa sarà, per dovere essere da

me raccontate mi si paran davanti; delle quali una più nell'animo me ne piace, per ciò che per quella potrete

comprendere non solamente il felice fine per lo quale a ragionare incominciamo, ma quanto sien sante, quanto

poderose e di quanto ben piene le forze d'Amore, le quali molti, senza saper che si dicano, dannano e vituperano a

gran torto: il che, se io non erro, per ciò che innamorate credo che siate, molto vi dovrà esser caro. Adunque (sì come noi nelle antiche istorie de'cipriani abbiam già letto) nell'isola di Cipri fu uno nobilissimo uomo,

il quale per nome fu chiamato Aristippo, oltre ad ogn'altro paesano di tutte le temporali cose ricchissimo; e se

d'una cosa sola non lo avesse la fortuna fatto dolente, più che altro si potea contentare. E questo era che egli, tra

gli altri suoi figliuoli, n'aveva uno il quale di grandezza e di bellezza di corpo tutti gli altri giovani trapassava, ma

quasi matto era e di perduta speranza, il cui vero nome era Galeso; ma, per ciò che mai né per fatica di maestro

né per lusinga o battitura del padre, o ingegno d'alcuno altro, gli s'era potuto mettere nel capo né lettera né

costume alcuno, anzi con la voce grossa e deforme e con modi più convenienti a bestia che ad uomo, quasi per

ischerno da tutti era chiamato Cimone, il che nella lor lingua sonava quanto nella nostra Bestione. La cui perduta

vita il padre con gravissima noia portava; e già essendosi ogni speranza a lui di lui fuggita, per non aver sempre

davanti la cagione del suo dolore, gli comandò che alla villa n'andasse e quivi co'suoi lavoratori si dimorasse; la

qual cosa a Cimone fu carissima, per ciò che i costumi e l'usanze degli uomini grossi gli eran più a grado che le

cittadine. Andatosene adunque Cimone alla villa, e quivi nelle cose pertinenti a quella esercitandosi, avvenne che un giorno,

passato già il mezzo dì, passando egli da una possessione ad un'altra con un suo bastone in collo, entrò in un

boschetto il quale era in quella contrada bellissimo, e, per ciò che del mese di maggio era, tutto era fronzuto; per

lo quale andando s'avvenne, sì come la sua fortuna il vi guidò, in un pratello d'altissimi alberi circuito, nell'un

de'canti del quale era una bellissima fontana e fredda, allato alla quale vide sopra il verde prato dormire una

bellissima giovane con un vestimento in dosso tanto sottile, che quasi niente delle candide carni nascondea, ed

era solamente dalla cintura in giù coperta d'una coltre bianchissima e sottile; e a'piè di lei similmente dormivano

due femine e uno uomo, servi di questa giovane. La quale come Cimone vide, non altramenti che se mai più forma di femina veduta non avesse, fermatosi sopra il

suo bastone, senza dire alcuna cosa, con ammirazione grandissima la incominciò intentissimo a riguardare. E nel

rozzo petto, nel quale per mille ammaestramenti non era alcuna impressione di cittadinesco piacere potuta

entrare, sentì destarsi un pensiero il quale nella materiale e grossa mente gli ragionava costei essere la più bella

cosa che giammai per alcuno vivente veduta fosse. E quinci cominciò a distinguer le parti di lei, lodando i capelli,

li quali d'oro estimava, la fronte, il naso e la bocca, la gola e le braccia, e sommamente il petto, poco ancora

rilevato; e di lavoratore, di bellezza subitamente giudice divenuto, seco sommamente disiderava di veder gli

occhi, li quali essa, da alto sonno gravati, teneva chiusi; e per vedergli, più volte ebbe volontà di destarla. Ma,

parendogli oltre modo più bella che l'altre femine per addietro da lui vedute, dubitava non fosse alcuna dea; e pur

tanto di sentimento avea, che egli giudicava le divine cose esser di più reverenza degne che le mondane, e per

questo si riteneva, aspettando che da sé medesima si svegliasse; e come che lo 'ndugio gli paresse troppo, pur,

da non usato piacer preso, non si sapeva partire. Avvenne adunque che dopo lungo spazio la giovane, il cui nome era Efigenia, prima che alcun de'suoi si risentì, e

levato il capo e aperti gli occhi, e veggendosi sopra il suo bastone appoggiato star davanti Cimone, si maravigliò

forte e disse: - Cimone, che vai tu a questa ora per questo bosco cercando? Era Cimone, sì per la sua forma e sì per la sua rozzezza e sì per la nobiltà e ricchezza del padre, quasi noto a

ciascun del paese. Egli non rispose alle parole d'Efigenia alcuna cosa; ma come gli occhi di lei vide aperti, così in quegli fiso cominciò

a guardare, seco stesso parendogli che da quegli una soavità si movesse, la quale il riempisse di piacere mai da

lui non provato. Il che la giovane veggendo, cominciò a dubitare non quel suo guardar così fiso movesse la sua

rusticità ad alcuna cosa che vergogna le potesse tornare; per che, chiamate le sue femine, si levò su dicendo: - Cimone, rimanti con Dio. A cui allora Cimon rispose: - Io ne verrò teco. E quantunque la giovane sua compagnia rifiutasse, sempre di lui temendo, mai da sé partir nol potè infino a tanto

che egli non l'ebbe infino alla casa di lei accompagnata; e di quindi n'andò a casa il padre, affermando sé in niuna

guisa più in villa voler ritornare: il che quantunque grave fosse al padre e a'suoi, pure il lasciarono stare,

aspettando di veder qual cagion fosse quella che fatto gli avesse mutar consiglio. Essendo adunque a Cimone nel cuore, nel quale niuna dottrina era potuta entrare, entrata la saetta d'Amore per la

bellezza d'Efigenia, in brevissimo tempo, d'uno in altro pensiero pervenendo, fece maravigliare il padre e tutti i

suoi e ciascuno altro che il conoscea. Egli primieramente richiese il padre che il facesse andare di vestimenti e

d'ogni altra cosa ornato come i fratelli di lui andavano; il che il padre contentissimo fece. Quindi usando co'giovani

valorosi e udendo i modi i quali a'gentili uomini si convenieno, e massimamente agli innamorati, prima, con

grandissima ammirazione d'ognuno, in assai brieve spazio di tempo non solamente le prime lettere apparò, ma

valorosissimo tra'filosofanti divenne; e appresso questo (essendo di tutto ciò cagione l'amore il quale ad Efigenia

portava) non solamente la rozza voce e rustica in convenevole e cittadina ridusse, ma di canto divenne maestro e

di suono, e nel cavalcare e nelle cose belliche, così marine come di terra, espertissimo e feroce divenne. E in brieve (acciò che io non vada ogni particular cosa delle sue virtù raccontando) egli non si compiè il quarto

anno dal dì del suo primiero innamoramento, che egli riuscì il più leggiadro e il meglio costumato e con più

particulari virtù che altro giovane alcuno che nell'isola fosse di Cipri. Che dunque, piacevoli donne, diremo di Cimone? Certo niuna altra cosa se non che l'alte virtù dal cielo infuse nella

valorosa anima fossono da invidiosa Fortuna in picciolissima parte del suo cuore con legami fortissimi legate e

racchiuse, li quali tutti Amor ruppe e spezzò, sì come molto più potente di lei; e come eccitatore degli

addormentati ingegni, quelle da crudele obumbrazione offuscate con la sua forza sospinse in chiara luce,

apertamente mostrando di che luogo tragga gli spiriti a lui suggetti e in quale gli conduca co'raggi suoi. Cimone adunque, quantunque, amando Efigenia, in alcune cose, sì come i giovani amanti molto spesso fanno,

trasandasse, nondimeno Aristippo considerando che Amor l'avesse di montone fatto tornare uomo, non solo

pazientemente il sostenea, ma in seguir ciò in tutti i suoi piaceri il confortava. Ma Cimone, che d'esser chiamato

Galeso rifiutava, ricordandosi che così da Efigenia era stato chiamato, volendo onesto fine porre al suo disio, più

volte fece tentare Cipseo padre d'Efigenia che lei per moglie gli dovesse dare; ma Cipseo rispose sempre sé averla

promessa a Pasimunda nobile giovane rodiano, al quale non intendeva venirne meno. Ed essendo delle pattovite nozze d'Efigenia venuto il tempo, e il marito mandato per lei, disse seco Cimone: - Ora

è tempo di mostrare, o Efigenia, quanto tu sii da me amata. Io son per te divenuto uomo, e se io ti posso avere, io

non dubito di non divenire più glorioso che alcuno iddio; e per certo io t'avrò o io morrò -. E così detto,

tacitamente alquanti nobili giovani richiesti che suoi amici erano, e fatto segretamente un legno armare con ogni

cosa opportuna a battaglia navale, si mise in mare, attendendo il legno sopra il quale Efigenia trasportata doveva

essere in Rodi al suo marito. La quale, dopo molto onor fatto dal padre di lei agli amici del marito, entrata in mare,

verso Rodi dirizzaron la proda e andar via. Cimone, il qual non dormiva, il dì seguente col suo legno gli sopraggiunse, e d'in su la proda a quegli che sopra il

legno d'Efigenia erano forte gridò: - Arrestatevi, calate le vele, o voi aspettate d'esser vinti e sommersi in mare. Gli avversari di Cimone avevano l'armi tratte sopra coverta e di difendersi s'apparecchiavano; per che Cimone,

dopo le parole preso un rampicone di ferro, quello sopra la poppa de'rodiani, che via andavano forte, gittò, e

quella alla proda del suo legno per forza congiunse, e fiero come un leone, senza altro seguito d'alcuno aspettare

sopra la nave de'rodian saltò, quasi tutti per niente gli avesse; e spronandolo Amore, con maravigliosa forza

fra'nimici con un coltello in mano si mise, e or questo e or quello ferendo, quasi pecore gli abbattea. Il che,

vedendo i rodiani, gittando in terra l'armi, quasi ad una voce tutti si cofessarono prigioni. Alli quali Cimon disse: - Giovani uomini, né vaghezza di preda né odio che io abbia contra di voi mi fece partir di Cipri a dovervi in mezzo

mare con armata mano assalire. Quello che mi mosse è a me grandissima cosa ad avere acquistata, e a voi è assai leggiere a concederlami con pace; e ciò è Efigenia, da me sopra ogn'altra cosa amata, la quale non potendo io

avere dal padre di lei come amico e con pace, da voi come nemico e con l'armi m'ha costretto Amore ad

acquistarla; e per ciò intendo io d'esserle quello che esser le dovea il vostro Pasimunda; datelami, e andate con la

grazia d'Iddio. I giovani, li quali più forza che liberalità costrignea, piagnendo Efigenia a Cimon concedettono. Il quale vedendola

piagnere disse: - Nobile donna, non ti sconfortare, io sono il tuo Cimone, il quale per lungo amore t'ho molto meglio meritata

d'avere, che Pasimunda per promessa fede. Tornossi adunque Cimone (lei già avendo sopra la sua nave fatta portare, senza alcuna altra cosa toccare

de'rodiani) a'suoi compagni, e loro lasciò andare. Cimone adunque, più che altro uomo contento dello acquisto di così cara preda, poi che alquanto di tempo ebbe

posto in dover lei piagnente racconsolare, diliberò co'suoi compagni non essere da tornare in Cipri al presente; per

che, di pari diliberazion di tutti, verso Creti (dove quasi ciascuno e massimamente Cimone, per antichi parentadi e

novelli e per molta amistà si credevano insieme con Efigenia esser si curi) dirizzaron la proda della lor nave. Ma la Fortuna, la quale assai lietamente l'acquisto della donna aveva conceduto a Cimone, non stabile,

subitamente in tristo e amaro pianto mutò la inestimabile letizia dello 'nnamorato giovane. Egli non erano ancora quattro ore compiute poi che Cimone li rodiani aveva lasciati, quando, sopravegnente la

notte, la quale Cimone più piacevole che alcuna altra sentita giammai aspettava, con essa insieme surse un tempo

fierissimo e tempestoso, il quale il cielo di nuvoli e 'l mare di pestilenziosi venti riempiè; per la qual cosa né

poteva alcun veder che si fare o dove andarsi, né ancora sopra la nave tenersi a dovere fare alcun servigio. Quanto Cimone di ciò si dolesse, non è da domandare. Egli pareva che gl'iddii gli avessero conceduto il suo disio,

acciò che più noia gli fosse il morire, del quale senza esso prima si sarebbe poco curato. Dolevansi similmente i

suoi compagni, ma sopra tutti si doleva Efigenia, forte piagnendo e ogni percossa dell'onda temendo; e nel suo

pianto aspramente maladiceva l'amor di Cimone e biasimava il suo ardire, affermando per niuna altra cosa quella

tempestosa fortuna esser nata, se non perché gl'iddii non volevano che colui, il quale lei contra li lor piaceri voleva

aver per isposa, potesse del suo presuntuoso disiderio godere, ma vedendo lei prima morire, egli appresso

miseramente morisse. Con così fatti lamenti e con maggiori, non sappiendo che farsi i marinari, divenendo ognora il vento più forte,

senza sapere o conoscere dove s'andassero, vicini all'isola di Rodi pervennero; né conoscendo per ciò che Rodi si

fosse quella, con ogni ingegno, per campar le persone, si sforzarono di dovere in essa pigliar terra, se si potesse. Alla qual cosa la Fortuna fu favorevole, e loro perdusse in un piccolo seno di mare, nel quale poco avanti a loro li

rodiani stati da Cimon lasciati erano colla lor nave pervenuti. Né prima s'accorsero sé esser all'isola di Rodi

pervenuti che, surgendo l'aurora e alquanto rendendo il cielo più chiaro, si videro forse per una tratta d'arco vicini

alla nave il giorno davanti da lor lasciata. Della qual cosa Cimone senza modo dolente, temendo non gli avvenisse

quello che gli avvenne, comandò che ogni forza si mettesse ad uscir quindi, e poi dove alla Fortuna piacesse gli

trasportasse; per ciò che in alcuna parte peggio che quivi esser non poteano. Le forze si misero grandi a dovere di quindi uscire, ma invano: il vento potentissimo poggiava in contrario, in

tanto che, non che essi del piccolo seno uscir potessero, ma, o volessero o no, gli sospinse alla terra. Alla quale come pervennero, dalli marinari rodiani della lor nave discesi furono riconosciuti. De'quali prestamente

alcun corse ad una villa ivi vicina dove i nobili giovani rodiani n'erano andati, e loro narrò quivi Cimone con

Efigenia sopra la lor nave per fortuna, sì come loro, essere arrivati. Costoro udendo questo, lietissimi, presi molti degli uomini della villa, prestamente furono al mare; e Cimone che,

già co'suoi disceso, aveva preso consiglio di fuggire in alcuna selva ivi vicina, e 'nsieme tutti con Efigenia furon

presi e alla villa menati. E di quindi, venuto dalla città Lisimaco, appo il quale quello anno era il sommo maestrato

de'rodiani, con grandissima compagnia d'uomini d'arme, Cimone è suoi compagni tutti ne menò in prigione, sì

come Pasimunda, al quale le novelle eran venute, aveva, col senato di Rodi dolendosi, ordinato. In così fatta guisa il misero e innamorato Cimone perdè la sua Efigenia poco davanti da lui guadagnata, senza

altro averle tolto che alcun bacio. Efigenia da molte nobili donne di Rodi fu ricevuta e riconfortata, sì del dolore avuto della sua presura e sì della

fatica sostenuta del turbato mare; e appo quelle stette infino al giorno diterminato alle sue nozze. A Cimone e a'suoi compagni, per la libertà il dì davanti data a'giovani rodiani, fu donata la vita, la qual Pasimunda

a suo poter sollicitava di far lor torre, e a prigion perpetua fur dannati; nella quale, sì come si può credere,

dolorosi stavano e senza speranza mai d'alcun piacere. Pasimunda quanto poteva l'apprestamento sollicitava delle future nozze; ma la Fortuna, quasi pentuta della subita

ingiuria fatta a Cimone, nuovo accidente produsse per la sua salute. Aveva Pasimunda un fratello minor di tempo

di lui, ma non di virtù, il quale avea nome Ormisda, stato in lungo trattato di dover torre per moglie una nobile

giovane e bella della città, chiamata Cassandra, la quale Lisimaco sommamente amava; ed erasi il matrimonio per

diversi accidenti più volte frastornato. Ora, veggendosi Pasimunda per dovere con grandissima festa celebrare le sue nozze, pensò ottimamente esser

fatto, se in questa medesima festa, per non tornar più alle spese e al festeggiare, egli potesse far che Ormisda

similmente menasse moglie; per che co'parenti di Cassandra ricominciò le parole e perdussele ad effetto; e

insieme egli e 'l fratello con loro diliberarono che quello medesimo dì che Pasimunda menasse Efigenia, quello

Ormisda menasse Cassandra. La qual cosa sentendo Lisimaco, oltre modo gli dispiacque, per ciò che si vedeva della sua speranza privare, la

quale portava che, se Ormisda non la prendesse, fermamente doverla avere egli. Ma, sì come savio, la noia sua

dentro tenne nascosa; e cominciò a pensare in che maniera potesse impedire che ciò non avesse effetto; né

alcuna via vide possibile, se non il rapirla. Questo gli parve agevole per lo uficio il quale aveva, ma troppo più disonesto il reputava che se l'uficio non avesse

avuto; ma in brieve, dopo lunga diliberazione, l'onestà diè luogo ad amore, e prese per partito, che che avvenir ne

dovesse, di rapir Cassandra. E pensando della compagnia che a far questo dovesse avere e dell'ordine che tener

dovesse, si ricordò di Cimone, il quale co'suoi compagni in prigione avea, e imaginò niun altro compagno migliore

né più fido dover potere avere che Cimone in questa cosa. Per che la seguente notte occultamente nella sua camera il fe'venire, e cominciogli in cotal guisa favellare: - Cimone, così come gl'iddii sono ottimi e liberali donatori delle cose agli uomini, così sono sagacissimi provatori

delle lor virtù, e coloro li quali essi truovano fermi e costanti a tutti i casi, sì come più valorosi, di più alti meriti

fanno degni. Essi hanno della tua virtù voluta più certa esperienza che quella che per te si fosse potuta mostrare

dentro a'termini della casa del padre tuo, il quale io conosco abondantissimo di ricchezze; e prima con le pugnenti

sollicitudini d'amore, da insensato animale, sì come io ho inteso, ti recarono ad essere uomo; poi con dura fortuna

e al presente con noiosa prigione voglion vedere se l'animo tuo si muta da quello ch'era quando poco tempo lieto

fosti della guadagnata preda. Il quale, se quel medesimo è che già fu, niuna cosa tanto lieta ti prestarono quanto

è quella che al presente s'apparecchiano a donarti; la quale, acciò che tu l'usate forze ripigli e divenghi animoso,

io intendo di dimostrarti. Pasimunda, lieto della tua disaventura e sollicito procuratore della tua morte, quanto può s'affretta di celebrare le

nozze della tua Efigenia, acciò che in quelle goda della preda la qual prima lieta Fortuna t'avea conceduta e

subitamente turbata ti tolse. La qual cosa quanto ti debba dolere, se così ami come io credo, per me medesimo il

cognosco, al quale pari ingiuria alla tua in un medesimo giorno Ormisda suo fratello s'apparecchia di fare a me di

Cassandra, la quale io sopra tutte l'altre cose amo. E a fuggire tanta ingiuria e tanta noia della Fortuna, niuna via

ci veggio da lei essere stata lasciata aperta, se non la virtù de'nostri animi e delle nostre destre, nelle quali aver ci

convien le spade, e farci far via, a te alla seconda rapina e a me alla prima delle due nostre donne; per che, se la

tua, non vo' dir libertà, la qual credo che poco senza la tua donna curi, ma la tua donna t'è cara di riavere, nelle

tue mani, volendo me alla mia impresa seguire, l'hanno posta gl'iddii. Queste parole tutto feciono lo smarrito animo ritornare in Cimone e, senza troppo rispetto prendere alla risposta,

disse: - Lisimaco, né più forte né più fido compagno di me puoi avere a così fatta cosa, se quello me ne dee seguire che

tu ragioni; e per ciò quello che a te pare che per me s'abbia a fare, impollomi, e vederati con maravigliosa forza

seguire. Al quale Lisimaco disse: - Oggi al terzo dì le novelle spose entreranno primieramente nelle case de'lor mariti, nelle quali tu co'tuoi

compagni armato, e io con alquanti miei né quali io mi fido assai, in sul far della sera entreremo, e quelle del

mezzo de'conviti rapite, ad una nave, la quale io ho fatta segretamente apprestare, ne meneremo, uccidendo

chiunque ciò contrastare presummesse. Piacque l'ordine a Cimone, e tacito infino al tempo posto si stette in prigione. Venuto il giorno delle nozze, la

pompa fu grande e magnifica, e ogni parte della casa de'due fratelli fu di lieta festa ripiena. Lisimaco, ogni cosa opportuna avendo apprestata, Cimone e i suoi compagni e similmente i suoi amici, tutti sotto i

vestimenti armati, quando tempo gli parve, avendogli prima con molte parole al suo proponimento accesi, in tre

parti divise, delle quali cautamente l'una mandò al porto, acciò che niun potesse impedire il salire sopra la nave

quando bisognasse, e con l'altre due alle case di Pasimunda venuti, una ne lasciò alla porta, acciò che alcun

dentro non gli potesse rinchiudere o a loro l'uscita vietare, e col rimanente insieme con Cimone montò su per le

scale. E pervenuti nella sala dove le nuove spose con molte altre donne già a tavola erano per mangiare assettate,

arditamente, fattisi innanzi e gittate le tavole in terra, ciascun prese la sua, e nelle braccia de'compagni messala,

comandarono che alla nave apprestata le menassero di presente. Le novelle spose cominciarono a piagnere e a gridare, e il simigliante l'altre donne e i servidori, e subitamente fu

ogni cosa di romore e di pianto ripieno. Ma Cimone e Lisimaco è lor compagni, tirate le spade fuori, senza alcun

contasto, data loro da tutti la via, verso le scale se ne vennero; e quelle scendendo, occorse loro Pasimunda, il

quale con un gran bastone in mano al romor traeva, cui animosamente Cimone sopra la testa ferì, e ricisegliele

ben mezza, e morto sel fece cadere a'piedi. Allo aiuto del quale correndo il misero Ormisda, similmente da un

de'colpi di Cimone fu ucciso; e alcuni altri che appressar si vollono, da'compagni di Lisimaco e di Cimone fediti e

ributtati in dietro furono. Essi, lasciata piena la casa di sangue e di romore e di pianto e di tristizia, senza alcuno impedimento, stretti

insieme con la lor rapina alla nave pervennero; sopra la quale messe le donne e saliti essi tutti e i lor compagni,

essendo già il lito pien di gente armata che alla riscossa delle donne venia, dato de'remi in acqua, lieti andaron pe'

fatti loro. E pervenuti in Creti, quivi da molti e amici e parenti lietamente ricevuti furono, e sposate le donne e

fatta la festa grande, lieti della loro rapina goderono. In Cipri e in Rodi furono i romori è turbamenti grandi e lungo tempo per le costoro opere. Ultimamente,

interponendosi e nell'un luogo e nell'altro gli amici e i parenti di costoro, trovaron modo che, dopo alcuno essilio,

Cimone con Efigenia lieto si tornò in Cipri, e Lisimaco similmente con Cassandra ritornò in Rodi, e ciascun

lietamente con la sua visse lungamente contento nella sua terra.


Giornata quinta - Novella seconda

Gostanza ama Martuccio Gomito, la quale, udendo che morto era, per disperata sola si mette in una barca, la

quale dal vento fu trasportata a Susa; ritruoval vivo in Tunisi, palesaglisi, ed egli grande essendo col re per

consigli dati, sposatala, ricco con lei in Lipari se ne torna.

La reina, finita sentendo la novella di Panfilo, poscia che molto commendata l'ebbe, ad Emilia impose che una

dicendone seguitasse; la quale così cominciò. Ciascun si dee meritamente dilettare di quelle cose alle quali egli vede i guiderdoni secondo le affezioni seguitare;

e per ciò che amare merita più tosto diletto che afflizione a lungo andare, con molto mio maggior piacere, della

presente materia parlando, ubbidirò la reina, che della precedente non feci il re. Dovete adunque, dilicate donne, sapere, che vicin di Cicilia è una isoletta chiamata Lipari, nella quale, non è

ancora gran tempo, fu una bellissima giovane chiamata Gostanza, d'assai orrevoli genti dell'isola nata. Della quale

un giovane che dell'isola era, chiamato Martuccio Gomito, assai leggiadro e costumato e nel suo mestiere valoroso,

s'innamorò. La qual sì di lui similmente s'accese, che mai bene non sentiva se non quanto il vedeva. E disiderando

Martuccio d'averla per moglie, al padre di lei la fece addimandare; il quale rispose lui esser povero e per ciò non

volergliele dare. Martuccio, sdegnato di vedersi per povertà rifiutare, con certi suoi amici e parenti armato un legnetto, giurò di mai

in Lipari non tornare se non ricco. E quindi partitosi, corseggiando cominciò a costeggiare la Barberia, rubando

ciascuno che meno poteva di lui; nella qual cosa assai gli fu favorevole la fortuna, se egli avesse saputo por modo

alle felicità sue. Ma, non bastandogli d'essere egli è suoi compagni in brieve tempo divenuti ricchissimi, mentre

che di trasricchire cercavano, avvenne che da certi di legni saracini, dopo lunga difesa, co'suoi compagni fu preso

e rubato, e di loro la maggior parte dà saracini mazzerati e isfondolato il legno, esso menato a Tunisi fu messo in

prigione e in lunga miseria guardato. In Lipari tornò, non per uno o per due, ma per molte e diverse persone, la novella che tutti quelli che con

Martuccio erano sopra il legnetto erano stati annegati. La giovane, la quale senza misura della partita di Martuccio era stata dolente, udendo lui con gli altri esser morto,

lungamente pianse, e seco dispose di non voler più vivere; e non sofferendole il cuore di sé medesima con alcuna

violenza uccidere, pensò nuova necessità dare alla sua morte; e uscita segretamente una notte di casa il padre e

al porto venutasene, trovò per ventura alquanto separata dall'altre navi una navicella di pescatori, la quale (per ciò

che pure allora smontati n'erano i signori di quella) d'albero e di vela e di remi la trovò fornita. Sopra la quale

prestamente montata e co'remi alquanto in mar tiratasi, ammaestrata alquanto dell'arte marinaresca, sì come

generalmente tutte le femine in quella isola sono, fece vela e gittò via i remi e il timone, e al vento tutta si

commise avvisando dover di necessità avvenire o che il vento barca senza carico e senza governator rivolgesse, o

ad alcuno scoglio la percotesse e rompesse, di che ella, eziandio se campar volesse, non potesse, ma di necessità

annegasse. E avviluppatasi la testa in un mantello, nel fondo della barca piagnendo si mise a giacere. Ma tutto altramenti addivenne che ella avvisato non avea; per ciò che, essendo quel vento che traeva tramontana,

e questo assai soave, e non essendo quasi mare, e ben reggente la barca, il seguente dì alla notte che su montata

v'era, in sul vespro ben cento miglia sopra Tunisi ad una piaggia vicina ad una città chiamata Susa ne la portò. La giovane d'essere più in terra che in mare niente sentiva, sì come colei che mai per alcuno accidente da giacere

non avea il capo levato né di levare intendeva. Era allora per avventura, quando la barca ferì sopra il lito, una povera feminetta alla marina, la quale levava dal

sole reti di suoi pescatori; la quale, vedendo la barca, si maravigliò come colla vela piena fosse lasciata percuotere

in terra. E pensando che in quella i pescatori dormissono, andò alla barca, e niuna altra persona che questa

giovane vi vide; la quale essalei che forte dormiva, chiamò molte volte, e alla fine fattala risentire e allo abito

conosciutala che cristiana era, parlando latino la domandò come fosse che ella quivi in quella barca così soletta

fosse arrivata. La giovane, udendo la favella latina, dubitò non forse altro vento l'avesse a Lipari ritornata; e subitamente levatasi

in piè riguardò attorno, e non conoscendo le contrade e veggendosi in terra, domandò la buona femina dove ella

fosse. A cui la buona femina rispose: - Figliuola mia, tu se'vicina a Susa in Barberia. Il che udito la giovane, dolente che Iddio non l'aveva voluto la morte mandare, dubitando di vergogna e non

sappiendo che farsi, a piè della sua barca a seder postasi, cominciò a piagnere. La buona femina, questo vedendo, ne le prese pietà, e tanto la pregò, che in una sua capannetta la menò, e quivi

tanto la lusingò che ella le disse come quivi arrivata fosse; per che, sentendola la buona femina essere ancor

digiuna, suo pan duro e alcun pesce e acqua l'apparecchiò, e tanto la pregò ch'ella mangiò un poco. La Gostanza appresso domandò chi fosse la buona femina che così latin parlava; a cui ella disse che da Trapani era

e aveva nome Carapresa; e quivi serviva certi pescatori cristiani. La giovane, udendo dire Carapresa, quantunque dolente fosse molto, e non sappiendo ella stessa che cagione a ciò

la si movesse, in sé stessa prese buono agurio d'aver questo nome udito, e cominciò a sperar senza saper che e

alquanto a cessare il disiderio della morte; e, senza manifestar chi si fosse né donde, pregò caramente la buona

femina che per l'amor di Dio avesse misericordia della sua giovanezza e che alcuno consiglio le desse per lo quale

ella potesse fuggire che villania fatta non le fosse. Carapresa udendo costei, a guisa di buona femina, lei nella capannetta lasciata, prestamente raccolte le sue reti, a

lei ritornò, e tutta nel suo mantello stesso chiusala, in Susa con seco la menò, e quivi pervenuta le disse: - Gostanza, io ti menerò in casa d'una bonissima donna saracina, alla quale io fo molto spesso servigio di sue

bisogne, ed ella è donna antica e misericordiosa; io le ti raccomanderò quanto io potrò il più, e certissima sono

che ella ti riceverà volentieri e come figliuola ti tratterà, e tu, con lei stando, t'ingegnerai a tuo potere, servendola,

d'acquistar la grazia sua insino a tanto che Iddio ti mandi miglior ventura -; e come ella disse così fece. La donna, la qual vecchia era oramai, udita costei, guardò la giovane nel viso e cominciò a lagrimare, e presala le

baciò la fronte, e poi per la mano nella sua casa ne la menò, nella quale ella con alquante altre femine dimorava

senza alcuno uomo, e tutte di diverse cose lavoravano di lor mano, di seta, di palma, di cuoio diversi lavorii

faccendo. De'quali la giovane in pochi dì apparò a fare alcuno, e con loro insieme cominciò a lavorare; e in tanta

grazia e buono amore venne della buona donna e dell'altre, che fu maravigliosa cosa; e in poco spazio di tempo,

mostrandogliele esse, il lor linguaggio apparò. Dimorando adunque la giovane in Susa, essendo già stata a casa sua pianta per perduta e per morta, avvenne

che, essendo re di Tunisi uno che si chiamava Mariabdela, un giovane di gran parentado e di molta potenza, il

quale era in Granata, dicendo che a lui il reame di Tunisi apparteneva, fatta grandissima moltitudine di gente,

sopra il re di Tunisi se ne venne per cacciarlo del regno. Le quali cose venendo ad orecchie a Martuccio Gomito in prigione, il qual molto bene sapeva il barbaresco, e

udendo che il re di Tunisi faceva grandissimo sforzo a sua difesa, disse ad un di quegli li quali lui è suoi compagni

guardavano: - Se io potessi parlare al re, e'mi dà il cuore che io gli darei un consiglio, per lo quale egli vincerebbe la guerra

sua. La guardia disse queste parole al suo signore, il quale al re il rapportò incontanente. Per la qual cosa il re comandò

che Martuccio gli fosse menato, e domandato da lui che consiglio il suo fosse, gli rispose così: - Signor mio, se io ho bene, in altro tempo che io in queste vostre contrade usato sono, riguardato alla maniera la

qual tenete nelle vostre battaglie, mi pare che più con arcieri che con altro quelle facciate; e per ciò, ove si

trovasse modo che agli arcieri del vostro avversario mancasse il saettamento è vostri n'avessero

abbondevolmente, io avviso che la vostra battaglia si vincerebbe. A cui il re disse: - Senza dubbio, se cotesto si potesse fare, io mi crederrei esser vincitore. Al quale Martuccio disse: - Signor mio, dove voi vogliate, egli si potrà ben fare, e udite come. A voi convien far fare corde molto più sottili

agli archi de'vostri arcieri, che quelle che per tutti comunalmente s'usano; e appresso far fare saettamento, le

cocche del quale non sieno buone se non a queste corde sottili; e questo convien che sia sì segretamente fatto,

che il vostro avversario nol sappia, per ciò che egli ci troverebbe modo. E la cagione per che io dico questo è

questa. Poi che gli arcieri del vostro nimico avranno il suo saettamento saettato e i vostri il suo, sapete che di

quello che i vostri saettato avranno converrà, durando la battaglia, che i vostri nimici ricolgano, e a'nostri converrà

ricoglier del loro; ma gli avversari non potranno il saettamento saettato dà vostri adoperare, per le picciole cocche

che non riceveranno le corde grosse, dove a'vostri avverrà il contrario del saettamento de'nimici, per ciò che la

sottil corda riceverà ottimamente la saetta che avrà larga cocca; e così i vostri saranno di saettamento copiosi,

dove gli altri n'avranno difetto. Al re, il quale savio signore era, piacque il consiglio di Martuccio; e interamente seguitolo, per quello trovò la sua

guerra aver vinta; laonde sommamente Martuccio venne nella sua grazia, e per conseguente in grande e ricco

stato. Corse la fama di queste cose per la contrada; e agli orecchi della Gostanza pervenne Martuccio Gomito esser vivo,

il quale lungamente morto aveva creduto; per che l'amor di lui, già nel cuor di lei intiepidito, con subita fiamma si

riaccese e divenne maggiore, e la morta speranza suscitò. Per la qual cosa alla buona donna con cui dimorava

interamente ogni suo accidente aperse, e le disse sé disiderare d'andare a Tunisi, acciò che gli occhi saziasse di

ciò che gli orecchi con le ricevute voci fatti gli avean disiderosi. La quale il suo disiderio le lodò molto, e come sua

madre stata fosse, entrata in una barca, con lei insieme a Tunisi andò, dove con la Gostanza in casa d'una sua

parente fu ricevuta onorevolmente. Ed essendo con lei andata Carapresa, la mandò a sentire quello che di Martuccio trovar potesse; e trovato lui esser

vivo e in grande stato, e rapportogliele, piacque alla gentil donna di volere essere colei che a Martuccio

significasse quivi a lui esser venuta la sua Gostanza. E andatasene un dì là dove Martuccio era, gli disse: - Martuccio, in casa mia è capitato un tuo servidore che vien da Lipari, e quivi ti vorrebbe segretamente parlare; e

per ciò, per non fidarmene ad altri, sì come egli ha voluto, io medesima tel sono venuta a significare. Martuccio la ringraziò, e appresso lei alla sua casa se n'andò. Quando la giovane il vide, presso fu che di letizia non morì, e non potendosene tenere, subitamente con le braccia

aperte gli corse al collo e abbracciollo, e per compassione de'passati infortuni e per la presente letizia, senza

potere alcuna cosa dire, teneramente cominciò a lagrimare. Martuccio, veggendo la giovane, alquanto maravigliandosi soprastette, e poi sospirando disse: - O Gostanza mia, or se'tu viva? Egli è buon tempo che io intesi che tu perduta eri, né a casa nostra di te alcuna

cosa si sapeva -; e questo detto, teneramente lagrimando l'abbracciò e baciò. La Gostanza gli raccontò ogni suo accidente, e l'onore che ricevuto avea dalla gentil donna con la quale dimorata

era. Martuccio, dopo molti ragionamenti da lei partitosi, al re suo signore n'andò e tutto gli raccontò, cioè i suoi

casi e quegli della giovane, aggiugnendo che, con sua licenzia, intendeva secondo la nostra legge di sposarla. Il re si maravigliò di queste cose; e fatta la giovane venire, e da lei udendo che così era come Martuccio aveva

detto, disse: - Adunque l'hai tu per marito molto ben guadagnato. E fatti venire grandissimi e nobili doni, parte a lei ne diede e parte a Martuccio, dando loro licenzia di fare intra sé

quello che più fosse a grado a ciascheduno. Martuccio onorata molto la gentil donna con la quale la Gostanza dimorata era e ringraziatala di ciò che in servigio

di lei aveva adoperato e donatile doni quali a lei si confaceano e accomandatala a Dio, non senza molte lagrime

dalla Gostanza si partì. E appresso con licenzia del re sopra un legnetto montati, e con loro Carapresa, con

prospero vento a Lipari ritornarono, dove fu sì grande la festa che dir non si potrebbe giammai. Quivi Martuccio la sposò e grandi e belle nozze fece, e poi appresso con lei insieme in pace e in riposo lungamente

goderono del loro amore.

Giornata quinta - Novella terza

Pietro Boccamazza si fugge con l'Agnolella; truova ladroni; la giovane fugge per una selva, ed è condotta ad un

castello; Pietro è preso e delle mani de'ladroni fugge, e dopo alcuno accidente, capita a quel castello dove

l'Agnolella era, e sposatala con lei se ne torna a Roma.

Niuno ne fu tra tutti che la novella d'Emilia non commendasse; la qual conoscendo la reina esser finita, volta ad

Elissa, che ella continuasse le 'mpose. La quale, d'ubbidire disiderosa, incominciò. A me, vezzose donne, si para dinanzi una malvagia notte da due giovanetti poco discreti avuta; ma, per ciò che ad

essa seguitarono molti lieti giorni, sì come conforme al nostro proposito, mi piace di raccontarla. In Roma, la quale, come è oggi coda, così già fu capo del mondo, fu un giovane, poco tempo fa, chiamato Pietro

Boccamazza, di famiglia tra le romane assai onorevole, il quale s'innamorò d'una bellissima e vaga giovane

chiamata Agnolella, figliuola d'uno ch'ebbe nome Gigliuozzo Saullo, uomo plebeio ma assai caro a'romani. E

amandola, tanto seppe operare, che la giovane cominciò non meno ad amar lui che egli amasse lei. Pietro, da

fervente amor costretto, e non parendogli più dover sofferire l'aspra pena che il disiderio che avea di costei gli

dava, la domandò per moglie. La qual cosa come i suoi parenti seppero, tutti furono a lui e biasimarongli forte ciò

che egli voleva fare; e d'altra parte fecero dire a Gigliuozzo Saullo che a niun partito attendesse alle parole di

Pietro, per ciò che, se 'l facesse, mai per amico né per parente l'avrebbero. Pietro, veggendosi quella via impedita per la qual sola si credeva potere al suo disio pervenire, volle morir di

dolore; e se Gigliuozzo l'avesse consentito, contro al piacere di quanti parenti avea, per moglie la figliuola avrebbe

presa; ma pur si mise in cuore, se alla giovane piacesse, di far che questa cosa avrebbe effetto; e per interposita

persona sentito che a grado l'era, con lei si convenne di doversi con lui di Roma fuggire. Alla qual cosa dato

ordine, Pietro una mattina per tempissimo levatosi, con lei insieme montò a cavallo, e presero il cammin verso

Alagna, là dove Pietro aveva certi amici de'quali esso molto si confidava; e così cavalcando, non avendo spazio di

far nozze, per ciò che temevano d'esser seguitati, del loro amore andando insieme ragionando, alcuna volta l'un

l'altro baciava. Ora avvenne che, non essendo a Pietro troppo noto il cammino, come forse otto miglia da Roma dilungati furono,

dovendo a man destra tenere, si misero per una via a sinistra. Né furono guari più di due miglia cavalcati, che essi

si videro vicini ad un castelletto, del quale, essendo stati veduti, subitamente uscirono da dodici fanti. E già

essendo loro assai vicini, la giovane gli vide, per che gridando disse: - Pietro, campiamo, ché noi siamo assaliti -; e come seppe, verso una selva grandissima volse il suo ronzino; e

tenendogli gli sproni stretti al corpo, attenendosi all'arcione, il ronzino, sentendosi pugnere, correndo per quella

selva ne la portava. Pietro, che più al viso di lei andava guardando che al cammino, non essendosi tosto come lei de fanti che venieno

avveduto, mentre che egli senza vedergli ancora andava guardando donde venissero, fu da loro sopraggiunto e

preso e fatto del ronzino smontare; e domandato chi egli era, e avendol detto, costor cominciaron fra loro ad aver

consiglio e a dire: - Questi è degli amici de'nimici nostri; che ne dobbiam fare altro, se non torgli quei panni e

quel ronzino e impiccarlo per dispetto degli Orsini ad una di queste querce?- Ed essendosi tutti a questo consiglio

accordati, avevano a Pietro comandato che si spogliasse. Il quale spogliandosi, già del suo male indovino, avvenne che un guato di ben venticinque fanti subitamente uscì

addosso a costoro gridando: - Alla morte, alla morte! - Li quali soprappresi da questo, lasciato star Pietro, si

volsero alla lor difesa; ma, veggendosi molti meno che gli assalitori, cominciarono a fuggire, e costoro a seguirgli.

La qual cosa Pietro veggendo, subitamente prese le cose sue e salì sopra il suo ronzino e cominciò quanto poteva a

fuggire per quella via donde aveva veduto che la giovane era fuggita. Ma, non vedendo per la selva né via né

sentiero, né pedata di caval conoscendovi, poscia che a lui parve esser sicuro e fuor delle mani di coloro che preso

l'aveano e degli altri ancora da cui quegli erano stati assaliti, non ritrovando la sua giovane, più doloroso che altro

uomo, cominciò a piagnere e ad andarla or qua or là per la selva chiamando; ma niuna persona gli rispondeva, ed

esso non ardiva a tornare addietro, e andando innanzi non conosceva dove arrivar si dovesse; e d'altra parte delle

fiere che nelle selve sogliono abitare aveva ad una ora di sé stesso paura e della sua giovane, la qual tuttavia gli

pareva vedere o da orso o da lupo strangolare. Andò adunque questo Pietro sventurato tutto il giorno per questa selva gridando e chiamando, a tal ora tornando

indietro che egli si credeva innanzi andare; e già, tra per lo gridare e per lo piagnere e per la paura e per lo lungo

digiuno, era sì vinto, che più avanti non poteva. E vedendo la notte sopravvenuta, non sappiendo che altro consiglio pigliarsi, trovata una grandissima quercia,

smontato del ronzino a quella il legò, e appresso, per non essere dalle fiere divorato la notte, su vi montò; e poco

appresso levatasi la luna e 'l tempo essendo chiarissimo, non avendo Pietro ardir d'addormentarsi per non cadere

(come che, perché pure agio avuto n'avesse, il dolore né i pensieri che della sua giovane avea non l'avrebbero

lasciato); per che egli, sospirando e piagnendo e seco la sua disaventura maladicendo, vegghiava. La giovane fuggendo, come davanti dicemmo, non sappiendo dove andarsi, se non come il suo ronzino stesso

dove più gli pareva ne la portava, si mise tanto fra la selva, che ella non poteva vedere il luogo donde in quella

entrata era; per che, non altramenti che avesse fatto Pietro, tutto 'l dì, ora aspettando e ora andando, e piagnendo

e chiamando e della sua sciagura dolendosi, per lo salvatico luogo s'andò avvolgendo. Alla fine, veggendo che Pietro non venia, essendo già vespro, s'abbattè ad un sentieruolo, per lo qual messasi e

seguitandolo il ronzino, poi che più di due miglia fu cavalcata, di lontano si vide davanti una casetta, alla quale

essa come più tosto potè se n'andò, e quivi trovò un buono uomo attempato molto con una sua moglie che

similmente era vecchia. Li quali, quando la videro sola, dissero: - O figliuola, che vai tu a questa ora così sola faccendo per questa contrada? La giovane piagnendo rispose che aveva la sua compagnia nella selva smarrita, e domandò come presso fosse ad

Alagna. A cui il buono uomo rispose: - Figliuola mia, questa non è la via d'andare ad Alagna, egli ci ha delle miglia più di dodici. Disse allora la giovane: - E come ci sono abitanze presso da potere albergare? A cui il buono uomo rispose: - Non ci sono in niun luogo sì presso, che tu di giorno vi potessi andare. Disse la giovane allora: - Piacerebbev'egli, poi che altrove andar non posso, di qui ritenermi per l'amor di Dio istanotte? Il buono uomo rispose: - Giovane, che tu con noi ti rimanga per questa sera n'è caro; ma tuttavia ti vogliam ricordare che per queste

contrade e di dì e di notte e d'amici e di nemici vanno di male brigate assai, le quali molte volte ne fanno di gran

dispiaceri e di gran danni; e se per isciagura, essendoci tu, ce ne venisse alcuna, e veggendoti bella e giovane

come tu sé, è ti farebbono dispiacere e vergogna, e noi non te ne potremmo aiutare. Vogliantelo aver detto, acciò

che tu poi, a se questo avvenisse, non ti possi di noi ramaricare. La giovane, veggendo che l'ora era tarda, ancora che le parole del vecchio la spaventassero, disse: - Se a Dio piacerà, egli ci guarderà e voi e me di questa noia, la quale, se pur m'avvenisse, è molto men male

essere dagli uomini straziata, che sbranata per li boschi dalle fiere. E così detto, discesa del suo ronzino, se n'entrò nella casa del povero uomo, e quivi con essoloro di quello che

avevano poveramente cenò, e appresso tutta vestita in su un lor letticello con loro insieme a giacer si gittò, né in

tutta la notte di sospirare né di piagnere la sua sventura e quella di Pietro, del quale non sapea che si dovesse

sperare altro che male, non rifinò. Ed essendo già vicino al matutino, ella sentì un gran calpestio di gente andare; per la qual cosa, levatasi, se

n'andò in una gran corte, che la piccola casetta di dietro a sé avea, e vedendo dall'una delle parti di quella molto

fieno, in quello s'andò a nascondere, acciò che, se quella gente quivi venisse, non fosse così tosto trovata. E

appena di nasconder compiuta s'era, che coloro, che una gran brigata di malvagi uomini era, furono alla porta

della piccola casa, e fattosi aprire e dentro entrati e trovato il ronzino della giovane ancora con tutta la sella

domandarono chi vi fosse. Il buono uomo, non vedendo la giovane, rispose: - Niuna persona ci è altro che noi; ma questo ronzino, a cui che fuggito si sia, ci capitò iersera, e noi cel

mettemmo in casa, acciò che i lupi nol manicassero. - Adunque, - disse il maggior della brigata - sarà egli buon per noi, poi che altro signor non ha. Sparti adunque costoro tutti per la piccola casa, parte n'andò nella corte, e poste giù lor lance e lor tavolacci,

avvenne che uno di loro, non sappiendo altro che farsi, gittò la sua lancia nel fieno e assai vicin fu ad uccidere la

nascosa giovane ed ella a palesarsi, per ciò che la lancia le venne allato alla sinistra poppa, tanto che col ferro le

stracciò de'vestimenti, laonde ella fu per mettere un grande strido temendo d'esser fedita; ma ricordandosi là

dove era, tutta riscossasi, stette cheta. La brigata chi qua e chi là, cotti lor cavretti e loro altra carne, e mangiato e bevuto, s'andarono pe' fatti loro, e

menaronsene il ronzino della giovane. Ed essendo già dilungati alquanto, il buono uomo cominciò a domandar la

moglie: - Che fu della nostra giovane che iersera ci capitò, che io veduta non la ci ho poi che noi ci levammo? La buona femina rispose che non sapea, e andonne guatando. La giovane, sentendo coloro esser partiti, uscì del fieno; di che il buono uomo forte contento, poi che vide che alle

mani di coloro non era venuta, e faccendosi già dì, le disse: - Omai che il dì ne viene, se ti piace, noi t'accompagneremo infino ad un castello che è presso di qui cinque

miglia, e sarai in luogo sicuro; ma converratti venire a piè, per ciò che questa mala gente che ora di qui si parte,

se n'ha menato il ronzin tuo. La giovane, datasi pace di ciò, gli pregò per Dio che al castello la menassero; per che entrati in via, in su la mezza

terza vi giunsero. Era il castello di uno degli Orsini, lo quale si chiamava Liello di Campo di Fiore, e per ventura v'era una sua donna,

la qual bonissima e santa donna era; e veggendo la giovane, prestamente la riconobbe e con festa la ricevette, e

ordinatamente volle sapere come quivi arrivata fosse. La giovane gliele contò tutto. La donna, che cognoscea similmente Pietro, sì come amico del marito di lei, dolente fu del caso avvenuto; e

udendo dove stato fosse preso, s'avvisò che morto fosse stato. Disse adunque alla giovane: - Poi che così è che di Pietro tu non sai, tu dimorerai qui meco infino a tanto che fatto mi verrà di potertene

sicuramente mandare a Roma. Pietro, stando sopra la quercia quanto più doloroso esser potea, vide in sul primo sonno venir ben venti lupi, li

quali tutti, come il ronzin videro, gli furon dintorno. Il ronzino sentendogli, tirata la testa, ruppe le cavezzine e

cominciò a volersi fuggire; ma essendo intorniato e non potendo, gran pezza co'denti e co'calci si difese; alla fine

da loro atterrato e strozzato fu e subitamente sventrato, e tutti pascendosi, senza altro lasciarvi che l'ossa, il

divorarono e andar via. Di che Pietro, al qual pareva del ronzino avere una compagnia e un sostegno delle sue

fatiche, forte sbigottì e imaginossi di non dover mai di quella selva potere uscire. Ed essendo già vicino al dì, morendosi egli sopra la quercia di freddo, sì come quegli che sempre dattorno

guardava, si vide innanzi forse un miglio un grandissimo fuoco; per che, come fatto fu il dì chiaro, non senza

paura della quercia disceso, verso là si dirizzò, e tanto andò che a quello pervenne; dintorno al quale trovò pastori

che mangiavano e davansi buon tempo, dà quali esso per pietà fu raccolto. E poi che egli mangiato ebbe e fu

riscaldato, contata loro la sua disaventura e come quivi solo arrivato fosse, gli domandò se in quelle parti fosse

villa o castello, dove egli andar potesse. I pastori dissero che ivi forse a tre miglia era un castello di Liello di Campo di Fiore, nel quale al presente era la

donna sua; di che Pietro contentissimo gli pregò che alcuno di loro infino al castello l'accompagnasse, il che due di

loro fecero volentieri. Al quale pervenuto Pietro, e quivi avendo trovato alcun suo conoscente, cercando di trovar

modo che la giovane fosse per la selva cercata, fu da parte della donna fatto chiamare; il quale incontanente andò

a lei, e vedendo con lei l'Agnolella, mai pari letizia non fu alla sua. Egli si struggeva tutto d'andarla ad abbracciare, ma per vergogna, la quale avea della donna, lasciava. E se egli fu

lieto assai, la letizia della giovane vedendolo non fu minore. La gentil donna, raccoltolo e fattogli festa, e avendo da lui ciò che intervenuto gli era udito, il riprese molto di ciò

che contro al piacer de'parenti suoi far voleva. Ma, veggendo che egli era pure a questo disposto e che alla

giovane aggradiva, disse: - In che m'affatico io? Costor s'amano, costor si conoscono, ciascuno è parimente amico

del mio marito, e il lor desiderio è onesto; e credo che egli piaccia a Dio, poi che l'uno dalle forche ha campato, e

l'altro dalla lancia, e amenduni dalle fiere selvatiche; e però facciasi -. E a loro rivolta disse: - Se pure questo v'è all'animo di volere essere moglie e marito insieme, e a me; facciasi, e qui le nozze s'ordinino

alle spese di Liello; la pace poi tra voi è vostri parenti farò io ben fare. Pietro lietissimo, e l'Agnolella più, quivi si sposarono; e come in montagna si potè, la gentil donna fè loto onorevoli

nozze, e quivi i primi frutti del loro amore dolcissimamente sentirono. Poi, ivi a parecchi dì, la donna insieme con loro, montati a cavallo e bene accompagnati, se ne tornarono a Roma;

dove, trovati forte turbati i parenti di Pietro di ciò che fatto aveva, con loro in buona pace il ritornò; ed esso con

molto riposo e piacere con la sua Agnolella infino alla lor vecchiezza si visse.

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