FANDOM



Giornata quarta - Novella seconda

Frate Alberto dà a vedere ad una donna che l'Agnolo Gabriello è di lei innamorato, in forma del quale più volte si

giace con lei; poi, per paura de'parenti di lei della casa gittatosi, in casa d'uno povero uomo ricovera, il quale in

forma d'uomo salvatico il dì seguente nella piazza il mena, dove, riconosciuto, è da'suoi frati preso e incarcerato.

Aveva la novella dalla Fiammetta raccontata le lagrime più volte tirate insino in su gli occhi alle sue compagne,

ma quella già essendo compiuta, il re con rigido viso disse: - Poco prezzo mi parrebbe la vita mia a dover dare per la metà diletto di quello che con Guiscardo ebbe

Ghismonda, né se ne dee di voi maravigliare alcuna, con ciò sia cosa che io, vivendo, ogni ora mille morti sento,

né per tutte quelle una sola particella di diletto m'è data. Ma, lasciando al presente li miei fatti ne'loro termini

stare, voglio che ne'fieri ragionamenti, e a'miei accidenti in parte simili, Pampinea ragionando seguisca; la quale

se, come Fiammetta ha cominciato, andrà appresso, senza dubbio alcuna rugiada cadere sopra il mio fuoco

comincerò a sentire. Pampinea, a sé sentendo il comandamento venuto, più per la sua affezione cognobbe l'animo delle compagne che

quello del re per le sue parole, e per ciò, più disposta a dovere al quanto recrear loro che a dovere, fuori che del

comandamento solo, il re contentare, a dire una novella, senza uscir del proposto, da ridere si dispose, e cominciò. Usano i volgari un così fatto proverbio: - Chi è reo e buono è tenuto, può fare il male e non è creduto -. Il quale

ampia materia a ciò che m'è stato proposto mi presta di favellare, e ancora a dimostrare quanta e quale sia la

ipocresia de'religiosi, li quali, co'panni larghi e lunghi e co'visi artificialmente pallidi e con le voci umili e mansuete

nel domandar l'altrui, e altissime e rubeste in mordere negli altri li loro medesimi vizi e nel mostrare sé per torre e

altri per lor donare venire a salvazione, e oltre a ciò, non come uomini che il paradiso abbiano a procacciare come

noi, ma quasi come possessori e signori di quello, danti a ciaschedun che muore, secondo la quantità de'danari

loro lasciata da lui, più e meno eccellente luogo, con questo prima sé medesimi, se così credono, e poscia coloro

che in ciò alle loro parole dan fede, sforzansi d'ingannare. De'quali, se quanto si convenisse fosse licito a me di

mostrare, tosto dichiarerei a molti semplici quello che nelle lor cappe larghissime tengon nascoso. Ma ora fosse

piacer di Dio che così delle lor bugie a tutti intervenisse, come ad un frate minore, non miga giovane, ma di quelli

che de'maggior ch'ha Ascesi era tenuto a Vinegia; del quale sommamente mi piace di raccontare, per alquanto gli

animi vostri, pieni di compassione per la morte di Ghismonda, forse con risa e con piacere rilevare. Fu adunque, valorose donne, in Imola uno uomo di scelerata vita e di corrotta, il qual fu chiamato Berto della

Massa; le cui vituperose opere molto dagli imolesi conosciute a tanto il recarono che, non che la bugia, ma la

verità non era in Imola chi gli credesse; per che, accorgendosi quivi più le sue gherminelle non aver luogo, come

disperato, a Vinegia d'ogni bruttura ricevitrice si trasmutò, e quivi pensò di trovare altra maniera al suo malvagio

adoperare che fatto non avea in altra parte. E, quasi da conscienzia rimorso delle malvagie opere nel preterito

fatte da lui, da somma umiltà soprapreso mostrando si, e oltre ad ogni altro uomo divenuto catolico, andò e sì si

fece frate minore, e fecesi chiamare frate Alberto da Imola; e in tale abito cominciò a far per sembianti una aspra

vita e a commendar molto la penitenzia e l'astinenzia, né mai carne mangiava né bevea vino, quando non n'avea

che gli piacesse. Né se ne fu appena avveduto alcuno, che di ladrone, di ruffiano, di falsario, d'omicida, subitamente fu un gran

predicatore divenuto, senza aver per ciò i predetti vizi abbandonati, quando nascosamente gli avesse potuti

mettere in opera. E oltre a ciò fattosi prete, sempre all'altare, quando celebrava, se da molti veduto era, piagneva

la passione del Salvatore, sì come colui al quale poco costavano le lagrime quando le volea. E in brieve, tra colle sue prediche e le sue lagrime, egli seppe in sì fatta guisa li viniziani adescare, che egli quasi

d'ogni testamento che vi si faceva era fedecommessario e dipositario, e guardatore di denari di molti, confessore e

consigliatore quasi della maggior parte degli uomini e delle donne; e così faccendo, di lupo era divenuto pastore,

ed era la sua fama di santità in quelle parti troppo maggior che mai non fu di san Francesco ad Ascesi. Ora avvenne che una giovane donna bamba e sciocca, che chiamata fu madonna Lisetta da ca'Quirino, moglie d'un

gran mercatante che era andato con le galee in Fiandra, s'andò con altre donne a confessar da questo santo frate.

La quale essendogli a'piedi, sì come colei che viniziana era, ed essi son tutti bergoli, avendo parte detta de'fatti

suoi, fu da frate Alberto addomandata se alcuno amadore avesse. Al quale ella con un mal viso rispose: - Deh, messere lo frate, non avete voi occhi in capo? Paionvi le mie bellezze fatte come quelle di queste altre?

Troppi n'avrei degli amadori, se io ne volessi; ma non sono le mie bellezze da lasciare amare né da tale né da

quale. Quante ce ne vedete voi, le cui bellezze sien fatte come le mie, che sarei bella nel paradiso? E oltre a ciò, disse tante cose di questa sua bellezza, che fu un fastidio ad udire. Frate Alberto conobbe incontanente che costei sentia dello scemo e, parendogli terreno da'ferri suoi, di lei

subitamente e oltre modo s'innamorò; ma, riserbandosi in più comodo tempo le lusinghe, pur, per mostrarsi

santo, quella volta cominciò a volerla riprendere e a dirle che questa era vanagloria, e altre sue novelle; per che la

donna gli disse che egli era una bestia e che egli non conosceva che si fosse più una bellezza che un'altra. Per che

frate Alberto, non volendola troppo turbare, fattale la confessione, la lasciò andar via con l'altre. E stato alquanti dì, preso un suo fido compagno, n'andò a casa madonna Lisetta, e trattosi da una parte in una

sala con lei e non potendo da altri esser veduto, le si gittò davanti ginocchione e disse: - Madonna, io vi priego per Dio che voi mi perdoniate di ciò che io domenica, ragionandomi voi della vostra

bellezza, vi dissi, per ciò che sì fieramente la notte seguente gastigato ne fui, che mai poscia da giacere non mi

son potuto levar se non oggi. Disse allora donna Mestola: - E chi ve ne gastigò così? Disse frate Alberto: - Io il vi dirò. Standomi io la notte in orazione, sì come io soglio star sempre, io vidi subitamente nella mia cella

un grande splendore, né prima mi pote'volgere per veder che ciò fosse, che io mi vidi sopra un giovane bellissimo

con un grosso bastone in mano, il quale, presomi per la cappa e tiratomisi a'piè, tante mi diè che tutto mi ruppe.

Il quale io appresso domandai perché ciò fatto avesse, ed egli rispose: - Per ciò che tu presummesti oggi di

riprendere le celestiali bellezze di madonna Lisetta, la quale io amo, da Dio in fuori, sopra ogni altra cosa -. E io

allora domandai: - Chi siete voi? - A cui egli rispose che era l'agnolo Gabriello. - O signor mio -, dissi io - io vi

priego che voi mi perdoniate -. E egli allora disse :- E io ti perdono per tal convenente, che tu a lei vada come tu

prima potrai, e facciti perdonare; e dove ella non ti perdoni, io ci tornerò e darottene tante che io ti farò tristo per

tutto il tempo che tu ci viverai -. Quello che egli poi mi dicesse, io non ve l'oso dire, se prima non mi perdonate. Donna Zucca al vento, la quale era anzi che no un poco dolce di sale, godeva tutta udendo queste parole e

verissime tutte le credea, e dopo alquanto disse: - Io vi diceva bene, frate Alberto, che le mie bellezze eran celestiali; ma, se Dio m'aiuti, di voi m'incresce, e in fino

ad ora, acciò che più non vi sia fatto male, io vi perdono, sì veramente che voi mi diciate ciò che l'agnolo poi vi

disse. Frate Alberto disse: - Madonna, poi che perdonato m'avete, io il vi dirò volentieri; ma una cosa vi ricordo, che cosa che io vi dica voi vi

guardiate di non dire ad alcuna persona che sia nel mondo, se voi non volete guastare i fatti vostri, che siete la

più avventurata donna che oggi sia al mondo. Questo agnol Gabriello mi disse che io vi dicessi che voi gli piacevate tanto, che più volte a starsi con voi venuto la

notte sarebbe, se non fosse per non spaventarvi. Ora vi manda egli dicendo per me, che a voi vuol venire una

notte e dimorarsi una pezza con voi; e per ciò che egli è agnolo e venendo in forma d'agnolo voi nol potreste

toccare, dice che per diletto di voi vuol venire in forma d'uomo, e per ciò dice che voi gli mandiate a dire quando

volete che egli venga, e in forma di cui ed egli ci verrà; di che voi, più che altra donna che viva, tener vi potete

beata. Madonna Baderla allora disse che molto le piaceva se l'agnolo Gabriello l'amava; per ciò che ella amava ben lui, né

era mai che una candela d'un mattapan non gli accendesse davanti dove dipinto il vedeva; e che, quale ora egli

volesse a lei venire, egli fosse il ben venuto, ché egli la troverebbe tutta sola nella sua camera, ma con questo

patto, che egli non dovesse lasciar lei per la Vergine Maria, che l'era detto che egli le voleva molto bene, e anche

si pareva, ché in ogni luogo che ella il vedeva, le stava ginocchione innanzi; e oltre a questo, che a lui stesse di

venire in qual forma volesse, purché ella non avesse paura. Allora disse frate Alberto: - Madonna, voi parlate saviamente; e io ordinerò ben con lui quello che voi mi dite. Ma voi mi potete fare una gran

grazia, e a voi non costerà niente; e la grazia è questa, che voi vogliate che egli venga con questo mio corpo. E

udite in che voi mi farete grazia: che egli mi trarrà l'anima mia di corpo e metteralla in paradiso, ed egli enterrà in

me, e quanto egli starà con voi, tanto si starà l'anima mia in paradiso. Disse allora donna Pocofila: - Ben mi piace; io voglio che, in luogo delle busse le quali egli vi diede a mie cagioni, che voi abbiate questa

consolazione. Allora disse frate Alberto: - Or farete che questa notte egli truovi la porta della vostra casa per modo che egli possa entrarci, per ciò che

vegnendo in corpo umano, come egli verrà, non potrebbe entrare se non per l'uscio. La donna rispose che fatto sarebbe. Frate Alberto si partì, ed ella rimase faccendo sì gran galloria che non le

toccava il cul la camicia, mille anni parendole che l'agnolo Gabriello a lei venisse. Frate Alberto, pensando che cavaliere, non agnolo, esser gli convenia la notte, con confetti e altre buone cose

s'incominciò a confortare, acciò che di leggier non fosse da caval gittato. E avuta la licenzia, con uno compagno,

come notte fu, se n'entrò in casa d'una sua amica, dalla quale altra volta aveva prese le mosse quando andava a

correr le giumente; e di quindi, quando tempo gli parve, trasformato se n'andò a casa la donna, e in quella

entrato, con sue frasche che portate avea, in agnolo si trasfigurò, e salitosene suso, se n'entrò nella camera della

donna. La quale, come questa cosa così bianca vide, gli s'inginocchiò innanzi, e l'agnolo la benedisse e levolla in piè e

fecele segno che a letto s'andasse. Il che ella, volenterosa d'ubbidire, fece prestamente, e l'agnolo appresso colla

sua divota si coricò. Era frate Alberto bello uomo del corpo e robusto, e stavangli troppo bene le gambe in su la persona; per la qual

cosa con donna Lisetta trovandosi, che era fresca e morbida, altra giacitura faccendole che il marito, molte volte la

notte volò senza ali, di che ella forte si chiamò per contenta; e oltre a ciò molte cose le disse della gloria celestiale.

Poi, appressandosi il dì, dato ordine al ritornare, co'suoi arnesi fuor se n'uscì e tornossi al compagno suo, al quale,

acciò che paura non avesse dormendo solo, aveva la buona femina della casa fatta amichevole compagnia. La donna, come desinato ebbe, presa sua compagnia, se n'andò a frate Alberto e novelle gli disse dello agnolo

Gabriello e ciò che da lui udito avea della gloria di vita etterna, e come egli era fatto, aggiugnendo oltre a questo

maravigliose favole. A cui frate Alberto disse: - Madonna, io non so come voi vi steste con lui; so io bene che stanotte, vegnendo egli a me e io avendogli fatta

la vostra ambasciata, egli ne portò subitamente l'anima mia tra tanti fiori e tra tante rose, che mai non se ne

videro di qua tante, e stettimi in uno de'più dilettevoli luoghi che fosse mai infino a stamane a matutino; quello

che il mio corpo si divenisse, io non so. - Non ve 'l dich'io? - disse la donna - il vostro corpo stette tutta notte in braccio mio con l'agnol Gabriello; e se voi

non mi credete, guateretevi sotto la poppa manca là dove io diedi un grandissimo bacio all'agnolo, tale che egli vi

si parrà il segnale parecchi dì. Disse allora frate Alberto: - Ben farò oggi una cosa che io non feci già è gran tempo più, che io mi spoglierò per vedere se. voi dite il vero. E dopo molto cianciare la donna se ne tornò a casa; alla quale in forma d'agnolo frate Alberto andò poi molte volte

senza alcuno impedimento ricevere. Pure avvenne un giorno che, essendo madonna Lisetta con una sua comare e insieme di bellezze quistionando, per

porre la sua innanzi ad ogn'altra, sì come colei che poco sale aveva in zucca, disse: - Se voi sapeste a cui la mia bellezza piace, in verità voi tacereste dell'altre. La comare, vaga d'udire, sì come colei che ben la conoscea, disse: - Madonna, voi potreste dir vero, ma tuttavia, non sappiendo chi questi si sia, altri non si rivolgerebbe così di

leggiero. Allora la donna, che piccola levatura avea, disse: - Comare, egli non si vuol dire, ma lo 'ntendimento mio è l'agnolo Gabriello, il quale più che sé m'ama, sì come la

più bella donna, per quello che egli mi dica, che sia nel mondo o in maremma. La comare ebbe allora voglia di ridere, ma pur si tenne per farla più avanti parlare, e disse: - In fè di Dio, madonna, se l'agnolo Gabriello è vostro intendimento e dicevi questo, egli dee bene esser così; ma

io non credeva che gli agnoli facesson queste cose. Disse la donna: - Comare, voi siete errata; per le plaghe di Dio, egli il fa meglio che mio marido, e dicemi che egli si fa anche

colassù; ma, per ciò che io gli paio più bella che niuna che ne sia in cielo, s'è egli innamorato di me e viensene a

star meco bene spesso; mo vedì vu? La comare, partita da madonna Lisetta, le parve mille anni che ella fosse in parte ove ella potesse queste cose

ridire; e ragunatasi ad una festa con una gran brigata di donne, loro ordinatamente raccontò la novella. Queste

donne il dissero a'mariti e ad altre donne, e quelle a quell'altre, e così in meno di due dì ne fu tutta ripiena

Vinegia. Ma tra gli altri a'quali questa cosa venne agli orecchi furono i cognati di lei, li quali, senza alcuna cosa

dirle, si posero in cuore di trovare questo agnolo e di sapere se egli sapesse volare; e più notti stettero in posta. Avvenne che di questo fatto alcuna novelluzza ne venne a frate Alberto agli orecchi; il quale, per riprender la

donna, una notte andatovi, appena spogliato s'era, che i cognati di lei, che veduto l'avevan venire, furono all'uscio

della sua camera per aprirlo. Il che frate Alberto sentendo, e avvisato ciò che era, levatosi, non veggendo altro

rifugio, aperse una finestra la qual sopra il maggior canal rispondea, e quindi si gittò nell'acqua. Il fondo v'era grande ed egli sapeva ben notare, sì che male alcun non si fece; e, notato dall'altra parte del canale,

in una casa che aperta v'era prestamente se n'entrò, pregando un buono uomo che dentro v'era che per l'amor di

Dio gli scampasse la vita, sue favole dicendo perché quivi a quella ora e ignudo fosse. Il buono uomo, mosso a pietà, convenendogli andare a far sue bisogne, nel suo letto il mise, e dissegli che quivi

infino alla sua tornata si stesse; e dentro serratolo, andò a fare i fatti suoi. I cognati della donna entrati nella camera trovarono che l'agnolo Gabriello, quivi avendo lasciate l'ali, se n'era

volato; di che quasi scornati grandissima villania dissero alla donna, e lei ultimamente sconsolata lasciarono stare

e a casa lor tornarsi con gli arnesi dello agnolo. In questo mezzo, fattosi il dì chiaro, essendo il buono uomo in sul Rialto, udì dire come l'agnolo Gabriello era la

notte andato a giacere con madonna Lisetta e da'cognati trovatovi, s'era per paura gittato nel canale, né si sapeva

che divenuto se ne fosse; per che prestamente s'avvisò colui che in casa avea esser desso. E là venutosene e

riconosciutolo, dopo molte novelle, con lui trovò modo che, s'egli non volesse che a'cognati di lei il desse, gli

facesse venire cinquanta ducati; e così fu fatto. E appresso questo, disiderando frate Alberto d'uscir di quindi, gli disse il buono uomo: - Qui non ha modo alcuno, se già in uno non voleste. Noi facciamo oggi una festa, nella quale chi mena uno uomo

vestito a modo d'orso e chi a guisa d'uom salvatico, e chi d'una cosa e chi d'un'altra, e in su la piazza di San

Marco si fa una caccia, la qual fornita, è finita la festa; e poi ciascun va, con quel che menato ha, dove gli piace.

Se voi volete, anzi che spiar si possa che voi siate qui, che io in alcun di questi modi vi meni, io vi potrò menare

dove voi vorrete; altramenti non veggio come uscirci possiate che conosciuto non siate; e i cognati della donna,

avvisando che voi in alcun luogo quincentro siate, per tutto hanno messe le guardie per avervi. Come che duro paresse a frate Alberto l'andare in cotal guisa, pur per la paura che aveva de'parenti della donna vi

si condusse, e disse a costui dove voleva esser menato, e come il menasse era contento. Costui, avendol già tutto unto di mele ed empiuto di sopra di penna matta, e messagli una catena in gola e una

maschera in capo, e datogli dall'una mano un gran bastone e dall'altra due gran cani, che dal macello avea

menati, mandò uno al Rialto, che bandisse che chi volesse veder l'agnolo Gabriello andasse in su la piazza di San

Marco: e fu lealtà viniziana questa. E questo fatto, dopo alquanto il menò fuori e miseselo innanzi, e andandol tenendo per la catena di dietro, non

senza gran romore di molti, che tutti diceano: - Che xè quel? che xè quel? - il condusse in su la piazza, dove tra

quegli che venuti gli eran dietro e quegli ancora che, udito il bando, da Rialto venuti v'erano, erano gente senza

fine. Questi là pervenuto, in luogo rilevato e alto legò il suo uomo salvatico ad una colonna, sembianti faccendo

d'attendere la caccia; al quale le mosche e'tafani, per ciò che di mele era unto, davan grandissima noia. Ma poi che costui vide piazza ben piena, faccendo sembianti di volere scatenare il suo uom salvatico, a frate

Alberto trasse la maschera dicendo: - Signori, poi che il porco non viene alla caccia, e non si fa, acciò che voi non siate venuti in vano, io voglio che voi

veggiate l'agnolo Gabriello, il quale di cielo in terra discende la notte a consolare le donne viniziane. Come la maschera fu fuori, così fu frate Alberto incontanente da tutti conosciuto; contro al quale si levaron le

grida di tutti, dicendogli le più vituperose parole e la maggior villania che mai ad alcun ghiotton si dicesse, e oltre

a questo per lo viso gettandogli chi una lordura e chi un'altra; e così grandissimo spazio il tennero, tanto che per

ventura la novella a'suoi frati pervenuta, infino a sei di loro mossisi quivi vennero, e gittatagli una cappa in dosso

e scatenatolo, non senza grandissimo romor dietro, infino a casa loro nel menarono, dove, incarceratolo, dopo

misera vita si crede che egli morisse. Così costui, tenuto buono e male adoperando non essendo creduto, ardì di farsi l'agnolo Gabriello, e di questo in

un uom salvatico convertito, a lungo andare, come meritato avea, vituperato senza pro pianse i peccati commessi.

Così piaccia a Dio che a tutti gli altri possa intervenire.


Giornata quarta - Novella terza

Tre giovani amano tre sorelle e con loro si fuggono in Creti. La maggiore per gelosia il suo amante uccide; la

seconda, concedendosi al duca di Creti, scampa da morte la prima, l'amante della quale l'uccide e con la prima si

fugge: ènne incolpato il terzo amante con la terza sirocchia; e presi il confessano e per tema di morire con moneta

la guardia corrompono, e fuggonsi poveri a Rodi e in povertà quivi muoiono.

Filostrato, udita la fine del novellar di Pampinea, sovra sé stesso alquanto stette e poi disse verso di lei: - Un poco di buono e che mi piacque fu nella fine della vostra novella; ma troppo più vi fu innanzi a quella da

ridere, il che avrei voluto che stato non vi fosse. Poi alla Lauretta voltato disse: - Donna, seguite appresso con una migliore, se esser può. La Lauretta ridendo disse: - Troppo siete contro agli amanti crudele, se pure malvagio fine disiderate di loro; e io, per ubidirvi, ne racconterò

una di tre li quali igualmente mal capitarono, poco del loro amore essendo goduti - ; e così detto, incominciò. Giovani donne, sì come voi apertamente potete conoscere, ogni vizio può in gravissima noia tornar di colui che

l'usa e molte volte d'altrui; e tra gli altri che con più abbandonate redine ne'nostri pericoli ne trasporta, mi pare

che l'ira sia quello; la quale niuna altra cosa è che un movimento subito e inconsiderato, da sentita tristizia

sospinto, il quale, ogni ragion cacciata e gli occhi della mente avendo di tenebre offuscati, in ferventissimo furore

accende l'anima nostra. E come che questo sovente negli uomini avvenga, e più in uno che in uno altro,

nondimeno già con maggior danni s'è nelle donne veduto, per ciò che più leggiermente in quelle s'accende e

ardevi con fiamma più chiara e con meno rattenimento le sospigne. Né è di ciò maraviglia, per ciò che, se ragguardar vorremo, vedremo che il fuoco di sua natura più tosto nelle

leggieri e morbide cose s'apprende che nelle dure e più gravanti; e noi pur siamo (non l'abbiano gli uomini a

male) più delicate che essi non sono e molto più mobili. Laonde, veggendoci naturalmente a ciò inchinevoli, e appresso ragguardato come la nostra mansuetudine e

benignità sia di gran riposo e di piacere agli uomini co'quali a costumare abbiamo, e così l'ira e il furore essere di

gran noia e di pericolo, acciò che da quella con più forte petto ci guardiamo, l'amor di tre giovani e d'altrettante

donne, come di sopra dissi, per l'ira d'una di loro di felice essere divenuto infelicissimo, intendo con la mia novella

mostrarvi. Marsilia, sì come voi sapete, è in Provenza sopra la marina posta, antica e nobilissima città, e già fu di ricchi

uomini e di gran mercatanti più copiosa che oggi non si vede. Tra'quali ne fu un chiamato N'Arnald Civada, uomo

di nazione infima, ma di chiara fede e leal mercatante, senza misura di possessioni e di denari ricco, il quale d'una

sua donna avea più figliuoli, de'quali tre n'erano femine ed eran di tempo maggiori che gli altri che maschi erano.

Delle qua li le due, nate ad un corpo, erano d'età di quindici anni, la terza aveva quattordici; né altro s'attendeva

per li loro parenti a maritarle, che la tornata di N'Arnald il quale con sua mercatantia era andato in Ispagna. Erano

i nomi delle due prime, dell'una Ninetta e dell'altra Maddalena; la terza era chiamata Bertella. Della Ninetta era un giovane gentile uomo, avvegna che povero fosse, chiamato Restagnone, innamorato quanto

più potea, e la giovane di lui; e sì avevan saputo adoperare, che, senza saperlo alcuna persona del mondo, essi

godevano del loro amore; e già buona pezza goduti n'erano, quando avvenne che due giovani compagni, de'quali

l'uno era chiamato Folco e l'altro Ughetto, morti i padri loro ed essendo rimasi ricchissimi, l'un della Maddalena e

l'altro della Bertella s'innamorarono. Della qual cosa avvedutosi Restagnone, essendogli stato dalla Ninetta mostrato, pensò di potersi ne'suoi difetti

adagiare per lo costoro amore. E con lor presa dimestichezza, or l'uno e or l'altro e talvolta amenduni gli

accompagnava a vedere le lor donne e la sua; e quando dimestico assai e amico di costoro esser gli parve, un

giorno in casa sua chiamatigli, disse loro: - Carissimi giovani, la nostra usanza vi può aver renduti certi quanto sia l'amore che io vi porto, e che io per voi

adopererei quello che io per me medesimo adoperassi; e per ciò che io molto v'amo, quello che nello animo caduto

mi sia intendo di dimostrarvi, e voi appresso con meco insieme quel partito ne prenderemo che vi parrà il

migliore. Voi, se le vostre parole non mentono, e per quello ancora che ne'vostri atti e di dì e di notte mi pare aver

compreso, di grandissimo amore delle due giovani amate da voi ardete, e io della terza loro sorella; al quale

ardore, ove voi vi vogliate accordare, mi dà il cuore di trovare assai dolce e piacevole rimedio, il quale è questo.

Voi siete ricchissimi giovani, quello che non sono io. Dove voi vogliate recare le vostre ricchezze in uno e me far

terzo posseditore con voi insieme di quelle e diliberare in che parte del mondo noi vogliamo andare a vivere in

lieta vita con quelle, senza alcun fallo mi dà il cuor di fare che le tre sorelle, con gran parte di quello del padre

loro, con esso noi, dove noi andar ne vorremo ne verranno; e quivi ciascun con la sua, a guisa di tre fratelli, viver

potremo li più contenti uomini che altri che al mondo sieno. A voi omai sta il prender partito in volervi di ciò

consolare, o lasciarlo. Li due giovani, che oltre modo ardevano, udendo che le lor giovani avrebbono, non penar troppo a diliberarsi, ma

dissero, dove questo seguir dovesse, che essi erano apparecchiati di così fare. Restagnone, avuta questa risposta

da'giovani, ivi a pochi giorni si trovò con la Ninetta, alla quale non senza gran malagevolezza andar poteva; e poi

che alquanto con lei fu dimorato, ciò che co'giovani detto aveale ragionò, e con molte ragion s'ingegnò di farle

questa impresa piacere. Ma poco malagevole gli fu, per ciò che essa molto più di lui disiderava di poter con lui

esser senza sospetto; per che essa liberamente rispostogli che le piaceva e che le sorelle, e massimamente in

questo, quel farebbono che ella volesse, gli disse che ogni cosa opportuna intorno a ciò, quanto più tosto potesse,

ordinasse. Restagnone a'due giovani tornato, li quali molto ciò che ragionato avea loro il sollicitavano, disse loro,

che dalla parte delle lor donne l'opera era messa in assetto. E fra sé diliberati di doverne in Creti andar, vendute

alcune possessioni le quali avevano, sotto titolo di voler con denari andar mercatando, e d'ogn'altra lor cosa fatti

denari, una saettia comperarono e quella segretamente armarono di gran vantaggio, e aspettarono il termine dato.

D'altra parte la Ninetta, che del disiderio delle sorelle sapeva assai, con dolci parole in tanta volontà di questo

fatto l'accese che esse non credevano tanto vivere che a ciò pervenissero. Per che, venuta la notte che salire sopra

la saettia dovevano, le tre sorelle, aperto un gran cassone del padre loro, di quello grandissima quantità di denari

e di gioie trassono, e con esse di casa tutte e tre tacitamente uscite secondo l'ordine dato, li lor tre amanti che

l'aspettavano trovarono; con li quali senza alcuno indugio sopra la saettia montate, dier de'remi in acqua e andar

via; e senza punto rattenersi in alcuno luogo, la seguente sera giunsero a Genova, dove i novelli amanti gioia e

piacere primieramente presero del loro amore. E rinfrescatisi di ciò che avean bisogno, andaron via, e d'un porto in uno altro, anzi che l'ottavo dì fosse senza

alcuno impedimento pervennero in Creti, dove grandissime e belle possessioni comperarono, alle quali assai vicini

di Candia fecero bellissimi abituri e dilettevoli e quivi con molta famiglia, con cani e con uccelli e con cavalli, in

conviti e in festa e in gioia colle lor donne i più contenti uomini del mondo a guisa di baroni cominciarono a vivere. E in tal maniera dimorando, avvenne (sì come noi veggiamo tutto il giorno avvenire che, quantunque le cose

molto piacciano, avendone soperchia copia rincrescono) che a Restagnone, il qual molto amata avea la Ninetta,

potendola egli senza alcun sospetto ad ogni suo piacere avere, gl'incominciò a rincrescere e per conseguente a

mancar verso lei l'amore. Ed essendogli ad una festa sommamente piaciuta una giovane del paese, bella e gentil

donna, e quella con ogni studio seguitando, cominciò per lei a far maravigliose cortesie e feste; di che la Ninetta

accorgendosi, entrò di lui in tanta gelosia, che egli non poteva andare un passo che ella nol risapesse, e appresso

con parole e con crucci lui e sé non ne tribolasse. Ma così come la copia delle cose genera fastidio, così l'esser le disiderate negate moltiplica l'appetito, così i crucci

della Ninetta le fiamme del nuovo amore di Restagnone accrescevano; e come che in processo di tempo

s'avvenisse, o che Restagnone l'amistà della donna amata avesse o no, la Ninetta, chi che gliele rapportasse,

l'ebbe per fermo; di che ella in tanta tristizia cadde, e di quella in tanta ira e per conseguente in tanto furor

trascorse, che, rivoltato l'amore il quale a Restagnon portava in acerbo odio, accecata dalla sua ira, s'avvisò colla

morte di Restagnone l'onta che ricever l'era paruta vendicare. E avuta una vecchia greca gran maestra di compor

veleni, con promesse e con doni a fare un'acqua mortifera la condusse, la quale essa, senza altramenti

consigliarsi, una sera a Restagnon riscaldato e che di ciò non si guardava diè bere. La potenzia di quella fu tale

che, avanti che il mattutin venisse, l'ebbe ucciso. La cui morte sentendo Folco e Ughetto e le lor donne, senza

saper che di veleno fosse morto, insieme con la Ninetta amaramente piansero e onorevolmente il fecero sepellire. Ma non dopo molti giorni avvenne che per altra malvagia opera fu presa la vecchia che alla Ninetta l'acqua

avvelenata composta avea, la quale tra gli altri suoi mali, martoriata, confessò questo, pienamente mostrando ciò

che per quello avvenuto ne fosse; di che il duca di Creti, senza alcuna cosa dirne, tacitamente una notte fu

d'intorno al palagio di Folco, e senza romore o contradizione alcuna, presa ne menò la Ninetta. Dalla quale senza

alcun martorio prestissimamente ciò che udir volle ebbe della morte di Restagnone. Folco e Ughetto occultamente dal duca avean sentito, e da loro le lor donne, perché presa la Ninetta fosse, il che

forte dispiacque loro; e ogni studio ponevano in far che dal fuoco la Ninetta dovesse campare, al quale avvisavano

che giudicata sarebbe, sì come colei che molto ben guadagnato l'avea; ma tutto pareva niente, per ciò che il duca

pur fermo a volerne fare giustizia stava. La Maddalena, la quale bella giovane era e lungamente stata vagheggiata dal duca senza mai aver voluta far cosa

che gli piacesse, imaginando che piacendogli potrebbe la sirocchia dal fuoco sottrarre, per un cauto ambasciadore

gli significò sé esser ad ogni suo comandamento, dove due cose ne dovesser seguire: la prima, che ella la sua

sorella salva e libera dovesse riavere; l'altra che questa cosa fosse segreta. Il duca, udita l'ambasciata e

piaciutagli, lungamente seco pensò se fare il volesse, e alla fine vi s'accordò e disse ch'era presto. Fatto adunque

di consentimento della donna, quasi da loro informar si volesse del fatto, sostenere una notte Folco e Ughetto, ad

albergare se n'andò segretamente colla Maddalena. E fatto prima sembiante d'avere la Ninetta messa in un sacco

e doverla quella notte stessa farla in mare mazzerare, seco la rimenò alla sua sorella e per prezzo di quella notte

gliele donò, la mattina nel dipartirsi pregandola che quella notte, la qual prima era stata nel loro amore, non fosse

l'ultima; e oltre a questo le 'mpose che via ne mandasse la colpevole donna, acciò che a lui non fosse biasimo o

non gli convenisse da capo contro di lei incrudelire. La mattina seguente Folco e Ughetto, avendo udito la Ninetta la notte essere stata mazzerata, e credendolo, furon

liberati; e alla lor casa, per consolar le lor donne della morte della sorella, tornati, quantunque la Maddalena

s'ingegnasse di nasconderla molto, pur s'accorse Folco che ella v'era; di che egli si maravigliò molto, e

subitamente suspicò (già avendo sentito che il duca aveva la Maddalena amata), e domandolla come questo esser

potesse che la Ninetta quivi fosse. La Maddalena ordì una lunga favola a volergliele mostrare, poco da lui, che malizioso era, creduta, il quale, a

doversi dire il vero la costrinse; la quale dopo molte parole gliele disse. Folco, da dolor vinto e in furor montato,

tirata fuori una spada, lei invano mercé addomandante uccise; e temendo l'ira e la giustizia del duca, lei lasciata

nella camera morta, se n'andò colà ove la Ninetta era, e con viso infintamente lieto le disse: - Tosto andianne là dove diterminato è da tua sorella che io ti meni, acciò che più non venghi alle mani del duca. La qual cosa la Ninetta credendo e come paurosa disiderando di partirsi, con Folco, senza altro commiato chiedere

alla sorella, essendo già notte, si mise in via, e con que' denari a'quali Folco potè por mani, che furon pochi; e alla

marina andatisene, sopra una barca montarono, né mai si seppe dove arrivati si fossero. Venuto il dì seguente ed essendosi la Maddalena trovata uccisa, furono alcuni che per invidia e odio che ad

Ughetto portavano, subitamente al duca l'ebbero fatto sentire; per la qual cosa il duca, che molto la Maddalena

amava, focosamente alla casa corso, Ughetto prese e la sua donna e loro, che di queste cose niente ancor

sapeano, cioè della partita di Folco e della Ninetta, costrinse a confessar sé insieme con Folco esser della morte

della Maddalena colpevoli. Per la qual confessione costoro meritamente della morte temendo, con grande ingegno coloro che gli guardavano

corruppono, dando loro una certa quantità di denari, li quali nella lor casa nascosti per li casi opportuni

guardavano e con le guardie insieme, senza avere spazio di potere alcuna lor cosa torre, sopra una barca montati,

di notte se ne fuggirono a Rodi, dove in povertà e in miseria vissero non gran tempo. Adunque a così fatto partito il folle amore di Restagnone e l'ira della Ninetta sé condussero e altrui.


Giornata quarta - Novella quarta

Gerbino, contra la fede data dal re Guglielmo suo avolo, combatte una nave del re di Tunisi per torre una sua

figliuola, la quale uccisa da quegli che su v'erano, loro uccide, e a lui è poi tagliata la testa.

La Lauretta, finita la sua novella, taceva, e fra la brigata chi con un chi con un altro della sciagura degli amanti si

dolea; e chi l'ira della Ninetta biasimava, e chi una cosa e chi altra diceva, quando il re, quasi da profondo pensier

tolto, alzò il viso e ad Elissa fe'segno che appresso dicesse, la quale umilmente incominciò. Piacevoli donne, assai son coloro che credono Amor solamente dagli occhi acceso le sue saette mandare, coloro

schernendo che tener vogliono che alcuno per udita si possa innamorare; li quali essere ingannati assai

manifestamente apparirà in una novella la qual dire intendo. Nella quale non solamente ciò la fama, senza aversi

veduto giammai, avere operato vedrete, ma ciascuno a misera morte aver condotto vi fia manifesto. Guiglielmo secondo re di Cicilia, come i ciciliani vogliono, ebbe due figliuoli, l'uno maschio e chiamato Ruggieri, e

l'altro femina, chiamata Gostanza. Il quale Ruggieri, anzi che il padre morendo, lasciò un figliuolo nominato

Gerbino; il quale, dal suo avolo con diligenza allevato, divenne bellissimo giovane e famoso in prodezza e in

cortesia. Né solamente dentro a'termini di Cicilia stette la sua fama racchiusa, ma in varie parti del mondo sonando, in

Barberia era chiarissima, la quale in que'tempi al re di Cicilia tributaria era. E tra gli altri alli cui orecchi la

magnifica fama delle virtù e della cortesia del Gerbin venne, fu ad una figliuola del re di Tunisi, la qual, secondo

che ciascun che veduta l'avea ragionava, era una delle più belle creature che mai dalla natura fosse stata formata,

e la più costumata e con nobile e grande animo. La quale, volentieri de'valorosi uomini ragionare udendo, con

tanta affezione le cose valorosamente operate dal Gerbino da uno e da un altro raccontate raccolse, e sì le

piacevano, che essa, seco stessa imaginando come fatto esser dovesse, ferventemente di lui s'innamorò, e più

volentieri che d'altro di lui ragionava e chi ne ragionava ascoltava. D'altra parte era, sì come altrove, in Cicilia pervenuta la grandissima fama della bellezza parimente e del valor di

lei, e non senza gran diletto né in vano gli orecchi del Gerbino aveva tocchi; anzi, non meno che di lui la giovane

infiammata fosse, lui di lei aveva infiammato. Per la qual cosa infino a tanto che con onesta cagione dallo avolo d'andare a Tunisi la licenzia impetrasse,

disideroso oltre modo di vederla, ad ogni suo amico che là andava imponeva che a suo potere il suo segreto e

grande amor facesse, per quel modo che miglior gli paresse, sentire e di lei novelle gli recasse. De'quali alcuno

sagacissimamente il fece, gioie da donne portandole, come i mercatanti fanno, a vedere; e interamente l'ardore

del Gerbino apertole, lui e le sue cose a'suoi comandamenti offerse apparecchiate. La quale con lieto viso e

l'ambasciadore e l'ambasciata ricevette, e rispostogli che ella di pari amore ardeva, una delle sue più care gioie in

testimonianza di ciò gli mandò. La quale il Gerbino con tanta allegrezza ricevette, con quanta qualunque cara cosa

ricever si possa, e a lei per costui medesimo più volte scrisse e mandò carissimi doni, con lei certi trattati tenendo

da doversi, se la fortuna conceduto lo avesse, vedere e toccare. Ma andando le cose in questa guisa e un poco più lunghe che bisognato non sarebbe, ardendo d'una parte la

giovane e d'altra il Gerbino, avvenne che il re di Tunisi la maritò al re di Granata; di che ella fu crucciosa oltre

modo, pensando che non solamente per lunga distanzia al suo amante s'allontanava, ma che quasi del tutto tolta

gli era; e se modo veduto avesse, volentieri, acciò che questo avvenuto non fosse, fuggita si sarebbe dal padre e

venutasene al Gerbino. Similmente il Gerbino, questo maritaggio sentendo, senza misura ne viveva dolente, e seco spesso pensava, se

modo veder potesse, di volerla torre per forza, se avvenisse che per mare a marito n'andasse. Il re di Tunisi, sentendo alcuna cosa di questo amore e del proponimento del Gerbino, e del suo valore e della

potenzia dubitando, venendo il tempo che mandar ne la dovea, al re Guiglielmo mandò significando ciò che fare in

tendeva, e che, sicurato da lui che né dal Gerbino né da altri per lui in ciò impedito sarebbe, lo 'ntendeva di fa re.

Il re Guiglielmo, che vecchio signore era né dello innamoramento del Gerbino aveva alcuna cosa sentita, non

imaginandosi che per questo addomandata fosse tal sicurtà, liberamente la concedette e in segno di ciò mandò al

re di Tunisi un suo guanto. Il quale, poi che la sicurtà ricevuta ebbe, fece una grandissima e bella nave nel porto

di Cartagine apprestare, e fornirla di ciò che bisogno aveva a chi su vi doveva andare, e ornarla e acconciarla per

su mandarvi la figliuola in Granata, né altro aspettava che tempo. La giovane donna, che tutto questo sapeva e vedeva, occultamente un suo servidore mandò a Palermo e imposegli

che il bel Gerbino da sua parte salutasse e gli dicesse come ella in fra pochi dì era per andarne in Granata; per che

ora si parrebbe se così fosse valente uomo come si diceva e se cotanto l'amasse quanto più volte significato

l'avea. Costui, a cui imposta fu, ottimamente fe'l'ambasciata e a Tunisi ritornossi. Gerbino questo udendo e sappiendo

che il re Guiglielmo suo avolo data avea la sicurtà al re di Tunisi, non sapeva che farsi; ma pur, da amor sospinto,

avendo le parole della donna intese e per non parer vile, andatosene a Messina, quivi prestamente fece due galee

sottili armare, e messivi su di valenti uomini, con esse sopra la Sardigna n'andò, avvisando quindi dovere la nave

della donna passare. Né fu di lungi l'effetto al suo avviso; per ciò che pochi dì quivi fu stato, che la nave con poco vento non guari

lontana al luogo dove aspettandola riposto s'era sopravenne. La qual veggendo Gerbino, a'suoi compagni disse: - Signori, se voi così valorosi siete come io vi tegno, niun di voi senza aver sentito o sentire amore credo che sia,

senza il quale, sì come io meco medesimo estimo, niun mortal può alcuna virtù o bene in sé avere; e se

innamorati stati siete o sete, leggier cosa vi fia comprendere il mio disio. Io amo, e amor m'indusse a darvi la

presente fatica; e ciò che io amo nella nave che qui davanti ne vedete dimora, la quale, insieme con quella cosa

che io più disidero, è piena di grandissime ricchezze, le quali, se valorosi uomini siete, con poca fatica, virilmente

combattendo, acquistar possiamo. Della qual vittoria io non cerco che in parte mi venga se non una donna, per lo

cui amore i'muovo l'arme; ogni altra cosa sia vostra libera mente infin da ora. Andiamo adunque, e bene

avventurosa mente assagliamo la nave; Iddio, alla nostra impresa favorevole, senza vento prestarle la ci tien

ferma. Non erano al bel Gerbino tante parole bisogno, per ciò che i messinesi che con lui erano, vaghi della rapina, già

con l'animo erano a far quello di che il Gerbino gli confortava con le parole. Per che, fatto un grandissimo romore

nella fine del suo parlare che così fosse, le trombe sonarono; e prese l'armi, dierono de'remi in acqua e alla nave

pervennero. Coloro che sopra la nave erano, veggendo di lontan venir le galee, non potendosi partire, s'apprestarono alla

difesa. Il bel Gerbino, a quella pervenuto, fe'comandare che i padroni di quella sopra le galee mandati fossero, se la

battaglia non voleano. I saracini, certificati chi erano e che domandassero, dissero sé essere contro alla fede lor data dal re da loro

assaliti; e in segno di ciò mostrarono il guanto del re Guiglielmo e del tutto negaron di mai, se non per battaglia

vinti, arrendersi o cosa che sopra la nave fosse lor dare. Gerbino, il qual sopra la poppa della nave veduta aveva la

donna troppo più bella assai che egli seco non estimava, infiammato più che prima, al mostrar del guanto rispose

che quivi non avea falconi al presente perché guanto v'avesse luogo; e per ciò, ove dar non volesser la donna, a

ricever la battaglia s'apprestassero. La qual senza più attendere, a saettare e a gittar pietre l'un verso l'altro

fieramente incominciarono, e lungamente con danno di ciascuna delle parti in tal guisa combatterono.

Ultimamente, veggendosi Gerbino poco util fare, preso un legnetto che di Sardigna menato aveano, e in quel

messo fuoco, con amendue le galee quello accostò alla nave. Il che veggendo i saracini e conoscendo sé di

necessità o doversi arrendere o morire, fatto sopra coverta la figliola del re venire, che sotto coverta piagnea, e

quella menata alla proda della nave e chiamato il Gerbino, presente agli occhi suoi lei gridante mercé e aiuto

svenarono, e in mar gittandola dissono: - Togli, noi la ti diamo qual noi possiamo e chente la tua fede l'ha meritata. Gerbino, veggendo la crudeltà di costoro, quasi di morir vago, non curando di saetta né di pietra, alla nave si fece

accostare; e quivi su, malgrado di quanti ve n'eran, montato, non altramenti che un leon famelico nell'armento di

giuvenchi venuto or questo or quello svenando prima co'denti e con l'unghie la sua ira sazia che la fame, con una

spada in mano or questo or quel tagliando de'saracini crudelmente molti n'uccise Gerbino; e, già crescente il fuoco

nella accesa nave, fattone a'marinari trarre quello che si potè per appagamento di loro, giù se ne scese con poco

lieta vittoria de'suoi avversari avere acquistata. Quindi, fatto il corpo della bella donna ricoglier di mare, lungamente e con molte lagrime il pianse, e in Cicilia

tornandosi, in Ustica, piccioletta isola quasi a Trapani dirimpetto, onorevolmente il fe'sepellire, e a casa più

doloroso che altro uomo si tornò. Il re di Tunisi, saputa la novella, suoi ambasciadori di nero vestiti al re Guiglielmo mandò, dogliendosi della fede

che gli era stata male osservata, e raccontarono il come. Di che il re Guiglielmo turbato forte, né vedendo via da

poter lor giustizia negare (ché la dimandavano), fece prendere il Gerbino; ed egli medesimo, non essendo alcun

de'baron suoi che con prieghi da ciò si sforzasse di rimuoverlo, il condannò nella testa e in sua presenzia gliele

fece tagliare, volendo avanti senza nepote rimanere che esser tenuto re senza fede. Adunque così miseramente in pochi giorni i due amanti, senza alcun frutto del loro amore aver sentito, di mala

morte morirono, com'io v'ho detto.


Giornata quarta - Novella quinta

I fratelli dell'Isabetta uccidon l'amante di lei; egli l'apparisce in sogno e mostrale dove sia sotterrato. Ella

occultamente disotterra la testa e mettela in un testo di bassilico; e quivi su piagnendo ogni dì per una grande

ora, i fratelli gliele tolgono, ed ella se ne muore di dolore poco appresso


Finita la novella d'Elissa, e alquanto dal re commendata, a Filomena fu imposto che ragionasse; la quale, tutta

piena di compassione del misero Gerbino e della sua donna, dopo un pietoso sospiro incominciò. La mia novella, graziose donne, non sarà di genti di sì alta condizione, come costoro furono de'quali Elissa ha

raccontato, ma ella per avventura non sarà men pietosa; e a ricordarmi di quella mi tira Messina poco innanzi

ricordata, dove l'accidente avvenne. Erano adunque in Messina tre giovani fratelli e mercatanti, e assai ricchi uomini rimasi dopo la morte del padre

loro, il qual fu da San Gimignano, e avevano una lor sorella chiamata Lisabetta, giovane assai bella e costumata,

la quale, che che se ne fosse cagione, ancora maritata non aveano. E avevano oltre a ciò questi tre fratelli in uno lor fondaco un giovinetto pisano chiamato Lorenzo, che tutti i lor fatti

guidava e faceva, il quale, essendo assai bello della persona e leggiadro molto, avendolo più volte l'Isabetta

guatato, avvenne che egli le 'ncominciò stranamente a piacere. Di che Lorenzo accortosi e una volta e altra,

similmente, lasciati suoi altri innamoramenti di fuori, incominciò a porre l'animo a lei; e sì andò la bisogna che,

piacendo l'uno all'altro igualmente, non passò gran tempo che, assicuratisi, fecero di quello che più disiderava

ciascuno. E in questo continuando e avendo insieme assai di buon tempo e di piacere, non seppero sì segretamente fare che

una notte, andando l'Isabetta là dove Lorenzo dormiva, che il maggior de'fratelli, senza accorgersene ella, non se

ne accorgesse. Il quale, per ciò che savio giovane era, quantunque molto noioso gli fosse a ciò sapere, pur mosso

da più onesto consiglio, senza far motto o dir cosa alcuna, varie cose fra sé rivolgendo intorno a questo fatto,

infino alla mattina seguente trapassò. Poi, venuto il giorno, a'suoi fratelli ciò che veduto avea la passata notte dell'Isabetta e di Lorenzo raccontò, e con

loro insieme, dopo lungo consiglio, diliberò di questa cosa, acciò che né a loro né alla sirocchia alcuna infamia ne

seguisse, di passarsene tacitamente e d'infignersi del tutto d'averne alcuna cosa veduta o saputa infino a tanto

che tempo venisse nel qua le essi, senza danno o sconcio di loro, questa vergogna, avanti che più andasse

innanzi, si potessero torre dal viso. E in tal disposizion dimorando, così cianciando e ridendo con Lorenzo come usati erano avvenne che, sembianti

faccendo d'andare fuori della città a diletto tutti e tre, seco menarono Lorenzo; e pervenuti in un luogo molto

solitario e rimoto, veggendosi il destro, Lorenzo, che di ciò niuna guardia prendeva, uccisono e sotterrarono in

guisa che niuna persona se ne accorse. E in Messina tornati dieder voce d'averlo per lor bisogne mandato in alcun

luogo; il che leggiermente creduto fu, per ciò che spesse volte eran di mandarlo attorno usati. Non tornando Lorenzo, e l'Isabetta molto spesso e sollicitamente i fratei domandandone, sì come colei a cui la

dimora lunga gravava, avvenne un giorno che, domandandone ella molto instantemente, che l'uno de'fratelli le

disse: - Che vuol dir questo? Che hai tu a fare di Lorenzo, ché tu ne domandi così spesso? Se tu ne domanderai più, noi

ti faremo quella risposta che ti si conviene. Per che la giovane dolente e trista, temendo e non sappiendo che, senza più domandarne si stava, e assai volte la

notte pietosamente il chiamava e pregava che ne venisse, e alcuna volta con molte lagrime della sua lunga dimora

si doleva e, senza punto rallegrarsi, sempre aspettando si stava. Avvenne una notte che, avendo costei molto pianto Lorenzo che non tornava, ed essendosi alla fine piagnendo

addormentata, Lorenzo l'apparve nel sonno, pallido e tutto rabbuffato e con panni tutti stracciati e fracidi indosso,

e parvele che egli dicesse: - O Lisabetta, tu non mi fai altro che chiamare e della mia lunga dimora t'attristi, e me con le tue lagrime

fieramente accusi; e per ciò sappi che io non posso più ritornarci, per ciò che l'ultimo dì che tu mi vedesti i tuoi

fratelli m'uccisono. E disegnatole il luogo dove sotterrato l'aveano, le disse che più nol chiamasse né l'aspettasse, e disparve. La giovane destatasi, e dando fede alla visione, amaramente pianse. Poi la mattina levata, non avendo ardire di

dire al cuna cosa a'fratelli, propose di volere andare al mostrato luogo e di vedere se ciò fosse vero che nel sonno

l'era paruto. E avuta la licenza d'andare alquanto fuor della terra a diporto, in compagnia d'una che altra volta con

loro era stata e tutti i suoi fatti sapeva, quanto più tosto potè là se n'andò; e tolte via foglie secche che nel luogo

erano, dove men dura le parve la terra quivi cavò; né ebbe guari cavato, che ella trovò il corpo del suo misero

amante in niuna cosa ancora guasto né corrotto; per che manifestamente conobbe essere stata vera la sua

visione. Di che più che altra femina dolorosa, conoscendo che quivi non era da piagnere, se avesse potuto

volentieri tutto il corpo n'avrebbe portato per dargli più convenevole sepoltura; ma, veggendo che ciò esser non

poteva, con un coltello il meglio che potè gli spiccò dallo 'mbusto la testa, e quella in uno asciugatoio inviluppata

e la terra sopra l'altro corpo gittata, messala in grembo alla fante, senza essere stata da alcun veduta, quindi si

partì e tornossene a casa sua. Quivi con questa testa nella sua camera rinchiusasi, sopra essa lungamente e amaramente pianse, tanto che tutta

con le sue lagrime la lavò, mille baci dandole in ogni parte. Poi prese un grande e un bel testo, di questi nei quali

si pianta la persa o il bassilico, e dentro la vi mise fasciata in un bel drappo, e poi messovi su la terra, su vi piantò

parecchi piedi di bellissimo bassilico salernetano, e quegli di niuna altra acqua che o rosata o di fior d'aranci o

delle sue lagrime non inaffiava giammai; e per usanza avea preso di sedersi sempre a questo testo vicina, e quello

con tutto il suo disidero vagheggiare, sì come quello che il suo Lorenzo teneva nascoso; e poi che molto

vagheggiato l'avea, sopr'esso andatasene, cominciava a piagnere, e per lungo spazio, tanto che tutto il bassilico

bagnava, piagnea. Il bassilico, sì per lo lungo e continuo studio, sì per la grassezza della terra procedente dalla testa corrotta che

dentro v'era, divenne bellissimo e odorifero molto. E servando la giovane questa maniera del continuo, più volte

da'suoi vicini fu veduta. Li quali, maravigliandosi i fratelli della sua guasta bellezza e di ciò che gli occhi le

parevano della testa fuggiti, il disser loro: - Noi ci siamo accorti, che ella ogni dì tiene la cotal maniera. Il che udendo i fratelli e accorgendosene, avendonela alcuna volta ripresa e non giovando, nascosamente da lei

fecer portar via questo testo. Il quale, non ritrovandolo ella, con grandissima instanzia molte volte richiese; e non

essendole renduto, non cessando il pianto e le lagrime, infermò, né altro che il testo suo nella infermità

domandava. I giovani si maravigliavan forte di questo addimandare e per ciò vollero vedere che dentro vi fosse; e versata la

terra, videro il drappo e in quello la testa non ancor sì consumata che essi alla capellatura crespa non

conoscessero lei esser quella di Lorenzo. Di che essi si maravigliaron forte e temettero non questa cosa si

risapesse; e sotterrata quella, senza altro dire, cautamente di Messina uscitisi e ordinato come di quindi si

ritraessono, se n'andarono a Napoli. La giovane non restando di piagnere e pure il suo testo addimandando, piagnendo si morì; e così il suo

disavventurato amore ebbe termine. Ma poi a certo tempo divenuta questa cosa manifesta a molti, fu alcuno che

compuose quel la canzone la quale ancora oggi si canta, cioè: Quale esso fu lo malo cristiano, che mi furò la grasta, ecc.


Giornata quarta - Novella sesta

L'Andreuola ama Gabriotto; raccontagli un sogno veduto ed egli a lei un altro; muorsi di subito nelle sue braccia;

mentre che ella con una sua fante alla casa di lui nel portano, son prese dalla signoria, ed ella dice come l'opera

sta; il podestà la vuole sforzare; ella nol patisce; sentelo il padre di lei, e lei innocente trovata fa liberare; la

quale, del tutto rifiutando di star più al mondo, si fa monaca.

Quella novella, che Filomena aveva detta, fu alle donne carissima, per ciò che assai volte avevano quella canzone

udita cantare né mai avevan potuto, per domandarne, sapere qual si fosse la cagione per che fosse stata fatta. Ma,

avendo il re la fine di quella udita, a Panfilo impose che allo ordine andasse dietro. Panfilo allora disse: Il sogno nella precedente novella raccontato mi dà materia di dovervene raccontare una nella quale di due si fa

menzione, li quali di cosa che a venire era, come quello di cosa intervenuta, furono, e appena furon finiti di dire da

coloro che veduti gli aveano, che l'effetto seguì d'amenduni. E però, amorose donne, voi dovete sapere che

general passione è di ciascuno che vive il veder varie cose nel sonno, le quali, quantunque a colui che dorme,

dormendo, tutte paian verissime, e desto lui, alcune vere, alcune verisimili, e parte fuori d'ogni verità iudichi,

nondimeno molte esserne avvenute. si truovano Per la qual cosa molti a ciascun sogno tanta fede prestano quanta presterieno a quelle cose le quali vegghiando

vedessero; e per li lor sogni stessi s'attristano e s'allegrano secondo che per quegli o temono o sperano. E in

contrario son di quegli che niuno ne credono se non poi che nel premostrato pericolo si veggono. De'quali né l'uno

né l'altro commendo, per ciò che né sempre son veri né ogni volta falsi. Che essi non sien tutti veri, assai volte

può ciascun di noi aver conosciuto; e che essi tutti non sien falsi, già di sopra nella novella di Filomena s'è

dimostrato e nella mia, come davanti dissi, intendo di dimostrarlo. Per che giudico che nel virtuosamente vivere e

operare di niuno contrario sogno a ciò si dee temere, né per quello lasciare i buoni proponimenti; nelle cose

perverse e malvagie, quantunque i sogni a quelle paiano favorevoli e con seconde dimostrazioni chi gli vede

confortino, niuno se ne vuol credere; e così nel contrario a tutti dar piena fede. Ma vegniamo alla novella. Nella città di Brescia fu già un gentile uomo chiamato messer Negro da Ponte Carraro, il quale, tra più altri

figliuoli, una figliuola avea nominata Andreuola, giovane e bella assai e senza marito, la qual per ventura d'un suo

vicino, ch'avea nome Gabriotto, s'innamorò, uomo di bassa condizione ma di laudevoli costumi pieno e della

persona bello e piacevole; e coll'opera e collo aiuto della fante della casa operò tanto la giovane, che Gabriotto non

solamente seppe sé esser dalla Andreuola amato, ma ancora in un bel giardino del padre di lei più e più volte a

diletto dell'una parte e dell'altra fu menato. E acciò che niuna cagione mai, se non morte, potesse questo lor

dilettevole amor separare, marito e moglie segretamente divennero. E così furtivamente gli lor congiugnimenti

continuando, avvenne che alla giovane una notte dormendo parve in sogno vedere sé essere nel suo giardino con

Gabriotto, e lui con grandissimo piacer di ciascuno tener nelle sue braccia; e mentre che così dimoravan, le pareva

veder del corpo di lui uscire una cosa oscura e terribile, la forma della quale essa non poteva conoscere, e parevale

che questa cosa prendesse Gabriotto e mal grado di lei con maravigliosa forza gliele strappasse di braccio e con

esso ricoverasse sotterra, né mai più riveder potesse né l'uno né l'altro. Di che assai dolore e inestimabile sentiva,

e per quello si destò; e desta, come che lieta fosse veggendo che non così era come sognato avea, nondimeno

l'entrò del sogno veduto paura. E per questo, volendo poi Gabriotto la seguente notte venir da lei, quanto potè

s'ingegnò di fare che la sera non vi venisse; ma pure, il suo voler vedendo, acciò che egli d'altro non sospecciasse,

la seguente notte nel suo giardino il ricevette. E avendo molte rose bianche e vermiglie colte, per ciò che la

stagione era, con lui a piè d'una bellissima fontana e chiara, che nel giardino era, a starsi se n'andò. E quivi, dopo

grande e assai lunga festa insieme avuta, Gabriotto la domandò qual fosse la cagione per che la venuta gli avea il

dì dinanzi vietata. La giovane, raccontandogli il sogno da lei la notte davanti veduto e la suspezione presa di

quello, gliele contò. Gabriotto udendo questo se ne rise, e disse che grande sciocchezza era porre ne'sogni alcuna fede, per ciò che o

per soperchio di cibo o per mancamento di quello avvenieno, ed esser tutti vani si vedeano ogni giorno; e

appresso disse: - Se io fossi voluto andar dietro a'sogni, io non ci sarei venuto, non tanto per lo tuo quanto per uno che io altressì

questa notte passata ne feci, il qual fu, che a me pareva essere in una bella e dilettevol selva e in quella andar

cacciando e aver presa una cavriuola tanto bella e tanto piacevole quanto alcuna altra se ne vedesse giammai; e

pareami che ella fosse più che la neve bianca, e in brieve spazio divenisse sì mia dimestica, che punto da me non

si partiva tuttavia. A me pareva averla sì cara che, acciò che da me non si partisse, le mi pareva nella gola aver

messo un collar d'oro, e quella con una catena d'oro tener colle mani. E appresso questo mi pareva che, riposandosi questa cavriuola una volta e tenendomi il capo in seno, uscisse non

so di che parte una veltra nera come carbone, affamata e spaventevole molto nella apparenza, e verso me se ne

venisse; alla quale niuna resistenza mi parea fare; per che egli mi pareva che ella mi mettesse il muso in seno nel

sinistro lato, e quello tanto rodesse che al cuor perveniva, il quale pareva che ella mi strappasse per portarsel via.

Di che io sentiva sì fatto dolore che il mio sonno si ruppe, e desto colla mano subitamente corsi a cercarmi il lato

se niente v'avessi; ma mal non trovandomi, mi feci beffe di me stesso che cercato v'avea. Ma che vuol questo per

ciò dire? De'così fatti e de'più spaventevoli assai n'ho già veduti, né per ciò cosa del mondo più né meno me n'è

intervenuto; e per ciò lasciagli andare e pensiamo di darci buon tempo. La giovane, per lo suo sogno assai spaventata, udendo questo divenne troppo più; ma, per non esser cagione

d'alcuno sconforto a Gabriotto, quanto più potè la sua paura nascose. E come che con lui, abbracciandolo e

baciandolo alcuna volta e da lui essendo abbracciata e baciata, si sollazzasse, suspicando e non sappiendo che,

più che l'usato spesse volte il riguardava nel volto, e talvolta per lo giardin riguardava se alcuna cosa nera vedesse

venir d'alcuna parte. E in tal maniera dimorando, Gabriotto, gittato un gran sospiro, l'abbracciò e disse: - Ohimè, anima mia, aiutami, ché io muoio - ; e così detto, ricadde in terra sopra l'erba del pratello. Il che veggendo la giovane e lui caduto ritirandosi in grembio, quasi piagnendo disse: - O signor mio dolce, o che ti senti tu? Gabriotto non rispose, ma ansando forte e sudando tutto, dopo non guari spazio passò della presente vita. Quanto questo fosse grave e noioso alla giovane, che più che sé l'amava, ciascuna sel dee poter pensare. Ella il

pianse assai e assai volte in vano il chiamò; ma poi che pur s'accorse lui del tutto esser morto, avendolo per ogni

parte del corpo cercato e in ciascuna trovandol freddo, non sappiendo che far né che dirsi, così lagrimosa come era

e piena d'angoscia andò la sua fante a chiamare, la quale di questo amor consapevole era, e la sua miseria e il suo

dolore le dimostrò. E poi che miseramente insieme alquanto ebber pianto sopra il morto viso di Gabriotto disse la giovane alla fante: - Poi che Iddio m'ha tolto costui, io non intendo di più stare in vita; ma prima che io ad uccider mi venga, vorre'io

che noi prendessimo modo convenevole a servare il mio onore e il segreto amor tra noi stato, e che il corpo, del

quale la graziosa anima s'è partita, fosse sepellito. A cui la fante disse: - Figliuola mia, non dir di volerti uccidere, per ciò che, se tu l'hai qui perduto, uccidendoti, anche nell'altro mondo

il perderesti, per ciò che tu n'andresti in inferno, là dove io son certa che la sua anima non è andata per ciò che

buon giovane fu; ma molto meglio è a confortarti e pensare d'aiutare con orazioni e con altro bene l'anima sua, se

forse per alcun peccato commesso n'ha bisogno. Del sepellirlo è il modo presto qui in questo giardino, il che niuna persona saprà giammai, per ciò che niun sa

ch'egli mai ci venisse; e se così non vuogli, mettianlo qui fuori del giardino e lascianlo stare; egli sarà domattina

trovato e portatone a casa sua e fatto sepellire da'suoi parenti. La giovane, quantunque piena fosse d'amaritudine e continuamente piagnesse, pure ascoltava i consigli della sua

fante; e alla prima parte non accordatasi, rispose alla seconda dicendo: - Già Dio non voglia che così caro giovane e cotanto da me amato e mio marito, io sofferi che a guisa d'un cane sia

sepellito o nella strada in terra lasciato. Egli ha avute le mie lagrime, e in quanto io potrò egli avrà quelle de'suoi

parenti; e già per l'animo mi va quello che noi abbiamo in ciò a fare. E prestamente per una pezza di drappo di seta, la quale aveva in un suo forziere, la mandò; e venuta quella, in

terra distesala, su il corpo di Gabriotto vi posero, e postagli la testa sopra uno origliere e con molte lagrime

chiusigli gli occhi e la bocca, e fattagli una ghirlanda di rose e tutto dattorno delle rose che colte avevano

empiutolo, disse alla fante: - Di qui alla porta della sua casa ha poca via; e per ciò tu e io, così come acconcio l'abbiamo, quivi il porteremo e

dinanzi ad essa il porremo. Egli non andrà guari di tempo che giorno fia, e sarà ricolto; e come che questo a'suoi

niuna consolazion sia, pure a me, nelle cui braccia egli è morto, sarà un piacere. E così detto, da capo con abbondantissime lagrime sopra il viso gli si gittò e per lungo spazio pianse. La qual,

molto dalla fante sollicitata, per ciò che il giorno se ne veniva, dirizzatasi, quello anello medesimo col quale da

Gabriotto era stata sposata del dito suo trattosi, il mise nel dito di lui, con pianto dicendo: - Caro mio signore, se la tua anima ora le mie lagrime vede, e niun conoscimento o sentimento dopo la partita di

quella rimane a'corpi, ricevi benignamente l'ultimo dono di colei la qual tu vivendo cotanto amasti - ; e questo

detto, tramortita addosso gli ricadde. E dopo alquanto risentita e levatasi, colla fante insieme preso il drappo

sopra il quale il corpo giaceva, con quello del giardino uscirono e verso la casa di lui si dirizzaro. E così andando,

per caso avvenne che dalla famiglia del podestà, che per caso andava a quella ora per alcuno accidente, furon

trovate e prese col morto corpo. L'Andreuola, più di morte che di vita disiderosa, conosciuta la famiglia della signoria, francamente disse: - Io conosco chi voi siete e so che il volermi fuggire niente monterebbe; io son presta di venir con voi davanti alla

signoria e che ciò sia di raccontarle; ma niuno di voi sia ardito di toccarmi, se io obbediente vi sono, né da questo

corpo alcuna cosa rimuovere, se da me non vuole essere accusato. Per che, senza essere da alcun tocca, con tutto il corpo di Gabriotto n'andò in palagio. La qual cosa il podestà sentendo, si levò, e lei nella camera avendo, di ciò che intervenuto era s'informò; e fatto

da certi medici riguardare se con veleno o altramenti fosse stato il buono uomo ucciso, tutti affermarono del no;

ma che alcuna posta vicina al cuore gli s'era rotta, che affogato l'avea. Il qual ciò udendo e sentendo costei in

piccola cosa esser nocente, s'ingegnò di mostrar di donarle quello che vender non le poteva, e disse, dove ella

a'suoi piaceri acconsentir si volesse, la libererebbe. Ma non valendo quelle parole, oltre ad ogni convenevolezza,

volle usar la forza. Ma l'Andreuola, da sdegno accesa e divenuta fortissima, virilmente si difese, lui con villane

parole e altiere ributtando indietro. Ma, venuto il dì chiaro e queste cose essendo a messer Negro contate, dolente a morte, con molti de'suoi amici a

palagio n'andò, e quivi d'ogni cosa dal podestà infornato, dolendosi domandò che la figliuola gli fosse renduta. Il podestà, volendosi prima accusare egli della forza che fare l'avea voluta che egli da lei accusato fosse, lodando

prima la giovane e la sua constanzia, per approvar quella venne a dire ciò che fatto avea; per la qual cosa,

vedendola di tanta buona fermezza, sommo amore l'avea posto, e, dove a grado a lui, che suo padre era, e a lei

fosse, non ostante che marito avesse avuto di bassa condizione, volentieri per sua donna la sposerebbe. In questo tempo che costoro così parlavano, l'Andreuola venne in cospetto del padre e piagnendo gli si gittò

innanzi e disse: - Padre mio, io non credo che bisogni che io la istoria del mio ardire e della mia sciagura vi racconti, ché son certa

che udita l'avete e sapetela; e per ciò, quanto più posso, umilmente perdono vi domando del fallo mio, cioè

d'avere senza vostra saputa chi più mi piacque marito preso. E questo perdono non vi domando perché la vita mi

sia perdonata, ma per morire vostra figliuola e non vostra nimica - ; e così piagnendo gli cadde a'piedi. Messer Negro, che antico era oramai e uomo di natura benigno e amorevole, queste parole udendo cominciò a

piagnere, e piagnendo levò la figliuola teneramente in piè, e disse: - Figliuola mia, io avrei avuto molto caro che tu avessi avuto tal marito quale a te secondo il parer mio si

convenia; e se tu l'avevi tal preso quale egli ti piacea, questo doveva anche a me piacere; ma l'averlo occultato

della tua poca fidanza mi fa dolere, e più ancora vedendotel prima aver perduto che io l'abbia saputo. Ma pur, poi

che così è, quello che io per contentarti, vivendo egli, volentieri gli avrei fatto, cioè onore sì come a mio genero,

facciaglisi alla morte - ; e volto a'figliuoli e a'suo'parenti, comandò loro che le esequie s'apparecchiassero a

Gabriotto grandi e onorevoli. Eranvi in questo mezzo concorsi i parenti e le parenti del giovane, che saputa avevano la novella, e quasi donne e

uomini quanti nella città n'erano. Per che, posto nel mezzo della corte il corpo sopra il drappo della Andreuola e

con tutte le sue rose, quivi non solamente da lei e dalle parenti di lui fu pianto, ma pubblicamente quasi da tutte

le donne della città e da assai uomini; e non a guisa di plebeio ma di signore, tratto della corte pubblica, sopra gli

omeri de'più nobili cittadini con grandissimo onore fu portato alla sepoltura. Quindi dopo alquanti dì, seguitando il podestà quello che addomandato avea, ragionandolo messer Negro alla

figliuola, niun cosa ne volle udire; ma, volendole in ciò compiacere il padre, in un monistero assai famoso di

santità essa e la sua fante monache si renderono e onestamente poi in quello per molto tempo vissero.


Giornata quarta - Novella settima

La Simona ama Pasquino; sono insieme in uno orto; Pasquino si frega a'denti una foglia di salvia e muorsi; è

presa la Simona, la quale, volendo mostrare al giudice come morisse Pasquino, fregatasi una di quelle foglie

a'denti, similmente si muore.

Panfilo era della sua novella diliberato, quando il re, nulla compassion mostrando all'Andreuola, riguardando

Emilia, sembianti le fe'che a grado li fosse che essa a coloro che detto aveano, dicendo, si continuasse. La quale,

senza al cuna dimora fare, incominciò. Care compagne, la novella detta da Panfilo mi tira a doverne dire una in niuna altra cosa alla sua simile, se non

che, come l'Andreuola nel giardino perdè l'amante, e così colei di cui dir debbo; e similmente presa, come

l'Andreuola fu, non con forza né con virtù, ma con morte inoppinata si diliberò dalla corte. E come altra volta tra

noi è stato detto, quantunque Amor volentieri le case de'nobili uomini abiti, esso per ciò non rifiuta lo 'mperio di

quelle de'poveri, anzi in quelle sì alcuna volta le sue forze dimostra, che come potentissimo signore da'più ricchi si

fa temere. Il che, ancora che non in tutto, in gran parte apparirà nella mia novella, con la qual mi piace nella

nostra città rientrare, della quale questo dì, diverse cose diversamente parlando, per diverse parti del mondo

avvolgendoci, cotanto allontanati ci siamo. Fu adunque, non è gran tempo, in Firenze una giovane assai bella e leggiadra secondo la sua condizione, e di

povero padre figliuola, la quale ebbe nome Simona; e quantunque le convenisse colle proprie braccia il pan che

mangiar volea guadagnare e filando lana sua vita reggesse, non fu per ciò di sì povero animo che ella non ardisse

a ricevere amore nella sua mente, il quale con gli atti e colle parole piacevoli d'un giovinetto di non maggior peso

di lei, che dando andava per un suo maestro lanaiuolo lana a filare, buona pezza mostrato aveva di volervi entrare. Ricevutolo adunque in sé col piacevole aspetto del giovane che l'amava, il cui nome era Pasquino, forte

disiderando e non attentando di far più avanti, filando, ad ogni passo di lana filata che al fuso avvolgeva mille

sospiri più cocenti che fuoco gittava, di colui ricordandosi che a filar gliele aveva data. Quegli dall'altra parte molto

sollicito divenuto che ben si filasse la lana del suo maestro, quasi quella sola che la Simona filava, e non alcuna

altra, tutta la tela dovesse compiere, più spesso che l'altra era sollicitata. Per che, l'un sollicitando e all'altra giovando d'esser sollicitata, avvenne che l'un più d'ardir prendendo che aver

non solea e l'altra molto della paura e della vergogna cacciando che d'avere era usata, insieme a'piaceri comuni si

congiunsono. Li quali tanto all'una parte e all'altra aggradirono che, non che l'un dall'altro aspettasse d'esser

invitato a ciò, anzi a dovervi essere si faceva incontro l'uno all'altro invitando. E così questo lor piacere continuando d'un giorno in uno altro e sempre più nel continuare accendendosi, avvenne

che Pasquino disse alla Simona che del tutto egli voleva che ella trovasse modo di poter venire ad un giardino, là

dove egli menar la voleva, acciò che quivi più adagio e con men sospetto potessero essere insieme. La Simona disse che le piaceva; e, dato a vedere al padre una domenica dopo mangiare che andar voleva alla

perdonanza a San Gallo, con una sua compagna chiamata la Lagina al giardino statole da Pasquino insegnato se

n'andò. Dove lui insieme con un suo compagno, che Puccino avea nome, ma era chiamato lo Stramba, trovò; e

quivi fatto uno amorazzo nuovo tra lo Stramba e la Lagina, essi a far de'lor piaceri in una parte del giardin si

raccolsero, e lo Stramba e la Lagina lasciarono in un'altra. Era in quella parte del giardino, dove Pasquino e la Simona andati se ne erano, un grandissimo e bel cesto di

salvia; a piè della quale postisi a sedere e gran pezza sollazzatosi insieme, e molto avendo ragionato d'una

merenda che in quello orto ad animo riposato intendevan di fare, Pasquino, al gran cesto della salvia rivolto, di

quella colse una foglia e con essa s'incominciò a stropicciare i denti e le gengie, dicendo che la salvia molto bene

gli nettava d'ogni cosa che sopr'essi rimasa fosse dopo l'aver mangiato. E poi che così alquanto fregati gli ebbe, ritornò in sul ragionamento della merenda, della qual prima diceva. Né

guari di spazio perseguì ragionando, che egli s'incominciò tutto nel viso a cambiare, e appresso il cambiamento

non istette guari che egli perde la vista e la parola, e in brieve egli si morì. Le quali cose la Simona veggendo, cominciò a piagnere e a gridare e a chiamar lo Stramba e la Lagina. Li quali

prestamente là corsi, e veggendo Pasquino non solamente morto, ma già tutto enfiato e pieno d'oscure macchie

per lo viso e per lo corpo divenuto, subitamente gridò lo Stramba: - Ahi malvagia femina, tu l'hai avvelenato. E fatto il romor grande, fu da molti, che vicini al giardino abitavano, sentito. Li quali, corsi al romore e trovando

costui morto ed enfiato, e udendo lo Stramba dolersi e accusare la Simona che con inganno avvelenato l'avesse,

ed ella, per lo dolore del subito accidente che il suo amante tolto avesse, quasi di sé uscita, non sappiendosi

scusare, fu reputato da tutti che così fosse come lo Stramba diceva. Per la qual cosa presala, piagnendo ella sempre forte, al palagio del podestà ne fu menata. Quivi, prontando lo

Stramba e l'Atticciato e 'l Malagevole, compagni di Pasquino che sopravenuti erano, un giudice, senza dare

indugio alla cosa, si mise ad esaminarla del fatto; e non potendo comprendere costei in questa cosa avere operata

malizia né esser colpevole, volle, lei presente, vedere il morto corpo e il luogo e 'l modo da lei raccontatogli, per

ciò che per le parole di lei nol comprendeva assai bene. Fattola adunque senza alcuno tumulto colà menare dove ancora il corpo di Pasquino giaceva gonfiato come una

botte, ed egli appresso andatovi, maravigliatosi del morto, lei domandò come stato era. Costei, al cesto della

salvia accostatasi e ogni precedente istoria avendo raccontata, per pienamente darli ad intendere il caso

sopravenuto, così fece come Pasquino aveva fatto, una di quelle foglie di salvia fregatasi a'denti. Le quali cose mentre che per lo Stramba e per lo Atticciato e per gli altri amici e compagni di Pasquino sì come

frivole e vane in presenzia del giudice erano schernite, e con più istanzia la sua malvagità accusata, niuna altra

cosa per lor domandandosi se non che il fuoco fosse di così fatta malvagità punitore, la cattivella, che dal dolore

del perduto amante e dalla paura della dimandata pena dallo Stramba ristretta stava, per l'aversi la salvia fregata

a'denti in quel medesimo accidente cadde che prima caduto era Pasquino, non senza gran maraviglia di quanti

eran presenti. O felici anime, alle quali in un medesimo dì addivenne il fervente amore e la mortal vita terminare! E più felici, se

insieme ad un medesimo luogo n'andaste! E felicissime, se nell'altra vita s'ama, e voi v'amate come di qua

faceste! Ma molto più felice l'anima della Simona innanzi tratto, quanto è al nostro giudicio, che vivi dietro a lei

rimasi siamo, la cui innocenzia non patì la fortuna che sotto la testimonianza cadesse dello Stramba e

dell'Atticciato e del Malagevole, forse scardassieri o più vili uomini, più onesta via trovandole con pari sorte di

morte al suo amante a svilupparsi dalla loro infamia e a seguitar l'anima tanto da lei amata del suo Pasquino. Il giudice, quasi tutto stupefatto dello accidente insieme con quanti ve n'erano, non sappiendo che dirsi,

lungamente soprastette; poi, in miglior senno rivenuto, disse: - Mostra che questa salvia sia velenosa, il che della salvia non suole avvenire. Ma acciò che ella alcuno altro

offender non possa in simil modo, taglisi infino alle radici e mettasi nel fuoco. La qual cosa colui che del giardino era guardiano in presenza del giudice faccendo, non prima abbattuto ebbe il

gran cesto in terra, che la cagione della morte de'due miseri amanti apparve. Era sotto il cesto di quella salvia una botta di maravigliosa grandezza, dal cui venenifero fiato avvisarono quella

salvia esser velenosa divenuta. Alla qual botta non avendo alcuno ardire d'appressarsi, fattale d'intorno una stipa

grandissima, quivi insieme colla salvia l'arsero, e fu finito il processo di messer lo giudice sopra la morte di

Pasquino cattivello. Il quale insieme con la sua Simona, così enfiati come erano, dallo Stramba e dallo Atticciato e

da Guccio Imbratta e dal Malagevole furono nella chiesa di San Paolo sepelliti, della quale per avventura eran

popolani.

Ad blocker interference detected!


Wikia is a free-to-use site that makes money from advertising. We have a modified experience for viewers using ad blockers

Wikia is not accessible if you’ve made further modifications. Remove the custom ad blocker rule(s) and the page will load as expected.

Also on FANDOM

Random Wiki