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Giornata terza - Novella nona

Giletta di Nerbona guerisce il re di Francia d'una fistola; domanda per marito Beltramo di Rossiglione, il quale,

contra sua voglia sposatala, a Firenze se ne va per isdegno, dove vagheggiando una giovane, in persona di lei

Giletta giacque con lui ed ebbene due figliuoli; per che egli poi, avutola cara, per moglie la tenne.

Restava, non volendo il suo privilegio rompere a Dioneo, solamente a dire alla reina, con ciò fosse cosa che già

finita fosse la novella di Lauretta. Per la qual cosa essa, senza aspettar d'essere sollicitata da'suoi, così tutta vaga

cominciò a parlare. Chi dirà novella omai che bella paia, avendo quella di Lauretta udita? Certo vantaggio ne fu che ella non fu la

primiera, ché poche poi dell'altre ne sarebbon piaciute, e così spero che avverrà di quelle che per questa giornata

sono a raccontare. Ma pure, chente che ella si sia, quella che alla proposta materia m'occorre vi conterò. Nel reame di Francia fu un gentile uomo, il quale chiamato fu Isnardo, conte di Rossiglione, il quale, per ciò che

poco sano era, sempre appresso di sé teneva un medico, chiamato maestro Gerardo di Nerbona. Aveva il detto

conte un suo figliuol piccolo senza più, chiamato Beltramo, il quale era bellissimo e piacevole, e con lui altri

fanciulli della sua età s'allevavano, tra'quali era una fanciulla del detto medico, chiamata Giletta; la quale infinito

amore e oltre al convenevole della tenera età fervente pose a questo Beltramo. Al quale, morto il conte e lui nelle

mani del re lasciato, ne convenne andare a Parigi; di che la giovinetta fieramente rimase sconsolata; e non guari

appresso, essendosi il padre di lei morto, se onesta cagione avesse potuta avere, volentieri a Parigi per veder

Beltramo sarebbe andata; ma essendo molto guardata, per ciò che ricca e sola era rimasa, onesta via non vedea. Ed essendo ella già d'età da marito, non avendo mai potuto Beltramo dimenticare, molti, a'quali i suoi parenti

l'avevan voluta maritare, rifiutati n'avea senza la cagion dimostrare. Ora avvenne che, ardendo ella dello amor di Beltramo più che mai, per ciò che bellissimo giovane udiva ch'era

divenuto, le venne sentita una novella, come al re di Francia, per una nascenza che avuta avea nel petto ed era

male stata curata, gli era rimasa una fistola, la quale di grandissima noia e di grandissima angoscia gli era, né

s'era ancor potuto trovar medico, come che molti se ne fossero esperimentati, che di ciò l'avesse potuto guerire,

ma tutti l'avean peggiorato, per la qual cosa il re, disperatosene, più d'alcun non voleva né consiglio né aiuto. Di

che la giovane fu oltremodo contenta, e pensossi non solamente per questo aver ligittima cagione d'andar a Parigi,

ma, se quella infermità fosse che ella credeva, leggiermente poterle venir fatto d'aver Beltram per marito. Laonde,

sì come colei che già dal padre aveva assai cose apprese, fatta sua polvere di certe erbe utili a quella infermità che

avvisava che fosse, montò a cavallo e a Parigi n'andò. Né prima altro fece che ella s'ingegnò di veder Beltramo; e

appresso nel cospetto del re venuta, di grazia chiese che la sua infermità gli mostrasse. Il re veggendola bella

giovane e avvenente, non gliele seppe disdire, e mostrogliele. Come costei l'ebbe veduta, così incontanente si

confortò di doverlo guerire, e disse: - Monsignore, quando vi piaccia, senza alcuna noia o fatica di voi, io ho speranza in Dio d'avervi in otto giorni di

questa infermità renduto sano. Il re si fece in sé medesimo beffe delle parole di costei dicendo: - Quello che i maggiori medici del mondo non

hanno potuto né saputo, una giovane femina come il potrebbe sapere? - Ringraziolla adunque della sua buona

volontà e rispose che proposto avea seco di più consiglio di medico non seguire. A cui la giovane disse: - Monsignore, voi schifate la mia arte, perché giovane e femina sono; ma io vi ricordo che io non medico colla mia

scienzia, anzi collo aiuto d'lddio e colla scienzia del maestro Gerardo nerbonese, il quale mio padre fu e famoso

medico mentre visse. Il re allora disse seco: - Forse m'è costei mandata da Dio; perché non pruovo io ciò che ella sa fare, poi dice senza

noia di me in picciol tempo guerirmi? - E accordatosi di provarlo, disse: - Damigella, e se voi non ci guerite, faccendoci rompere il nostro proponimento, che volete voi che ve ne segua? - Monsignore, - rispose la giovane - fatemi guardare; e se io infra otto giorni non vi guerisco, fatemi bruciare; ma

se io vi guerisco, che merito me ne seguirà? A cui il re rispose: - Voi ne parete ancor senza marito; se ciò farete, noi vi mariteremo bene e altamente. Al quale la giovane disse: - Monsignore, veramente mi piace che voi mi maritiate, ma io voglio un marito tale quale io vi domanderò, senza

dovervi domandare alcun de'vostri figliuoli o della casa reale. Il re tantosto le promise di farlo. La giovane cominciò la sua medicina, e in brieve anzi il termine l'ebbe condotto a sanità. Di che il re, guerito

sentendosi, disse: - Damigella, voi avete ben guadagnato il marito. A cui ella rispose: - Adunque, monsignore, ho io guadagnato Beltramo di Rossiglione, il quale infino nella mia puerizia io cominciai

ad amare e ho poi sempre sommamente amato. Gran cosa parve al re dovergliele dare; ma, poi che promesso l'avea, non volendo della sua fè mancare, se '1 fece

chiamare e sì gli disse: - Beltramo, voi siete omai grande e fornito. Noi vogliamo che voi torniate a governare il vostro contado e con voi

ne meniate una damigella, la qual noi v'abbiamo per moglie data. Disse Beltramo: - E chi è la damigella, monsignore? A cui il re rispose: - Ella è colei la qual n'ha con le sue medicine sanità renduta. Beltramo, il quale la conosceva e veduta l'avea, quantunque molto bella gli paresse, conoscendo lei non esser di

legnaggio che alla sua nobiltà bene stesse, tutto sdegnoso disse: - Monsignore, dunque mi volete voi dar medica per mogliere? Già a Dio non piaccia che io sì fatta femina prenda

giammai. A cui il re disse: - Dunque volete voi che noi vegniamo meno di nostra fede, la qual noi per riaver sanità donammo alla damigella,

che voi in guiderdon di ciò domandò per marito? - Monsignore, - disse Beltramo - voi mi potete torre quant'io tengo, e donarmi, sì come vostro uomo, a chi vi

piace; ma di questo vi rendo sicuro che mai io non sarò di tal maritaggio contento. - Sì sarete, - disse il re - per ciò che la damigella è bella e savia e amavi molto; per che speriamo che molto più

lieta vita con lei avrete che con una donna di più alto legnaggio non avreste. Beltramo si tacque, e il re fece fare l'apparecchio grande per la festa delle nozze. E venuto il giorno a ciò

determinato, quantunque Beltramo mal volentieri il facesse, nella presenzia del re la damigella sposò, che più che

sé l'amava. E questo fatto, come colui che seco già pensato avea quello che far dovesse, dicendo che al suo

contado tornar si voleva e quivi consumare il matrimonio, chiese commiato al re; e montato a cavallo, non nel suo

contado se n'andò, ma se ne venne in Toscana. E saputo che i fiorentini guerreggiavano co'sanesi, ad essere in lor

favore si dispose; dove, lietamente ricevuto e con onore, fatto di certa quantità di gente capitano e da loro avendo

buona provisione, al loro servigio si rimase e fu buon tempo. La novella sposa, poco contenta di tal ventura, sperando di doverlo, per suo bene operare, rivocare al suo contado,

se ne venne a Rossiglione, dove da tutti come lor donna fu ricevuta. Quivi trovando ella, per lo lungo tempo che

senza conte stato v'era, ogni cosa guasta e scapestrata, sì come savia donna, con gran diligenzia e sollicitudine

ogni cosa rimise in ordine; di che i suggetti si contentaron molto e lei ebbero molto cara e poserle grande amore,

forte biasimando il conte di ciò ch'egli di lei non si contentava. Avendo la donna tutto racconcio il paese, per due cavalieri al conte il significò, pregandolo che, se per lei stesse di

non venire al suo contado, gliele significasse, ed ella per compiacergli si partirebbe. Alli quali esso durissimo

disse: - Di questo faccia ella il piacer suo; io per me vi tornerò allora ad esser con lei che ella questo anello avrà in dito, e

in braccio figliuol di me acquistato. Egli aveva l'anello assai caro, né mai da sé il partiva, per alcuna virtù che stato gli era dato ad intendere ch'egli

avea. I cavalieri intesero la dura condizione posta nelle due quasi impossibili cose; e veggendo che per loro parole dal

suo proponimento nol potevan rimovere, si tornarono alla donna e la sua risposta le raccontarono. La quale,

dolorosa molto, dopo lungo pensiero diliberò di voler sapere se quelle due cose potesser venir fatt'e dove, acciò

che per conseguente il marito suo riavesse. E avendo quello che far dovesse avvisato, ragunati una parte

de'maggiori e de'migliori uomini del suo contado, loro assai ordinatamente e con pietose parole raccontò ciò che

già fatto avea per amor del conte, e mostrò quello che di ciò seguiva; e ultimamente disse che sua intenzion non

era che per la sua dimora quivi il conte stesse in perpetuo essilio, anzi intendeva di consumare il rimanente della

sua vita in peregrinaggi e in servigi misericordiosi per la salute dell'anima sua; e pregogli che la guardia e il

governo del contado prendessero e al conte significassero lei avergli vacua ed espedita lasciata la possessione, e

dileguatasi con intenzione di mai in Rossiglione non tornare. Quivi, mentre ella parlava, furon lagrime sparte assai dai buoni uomini e a lei porti molti prieghi che le piacesse di

mutar consiglio e di rimanere; ma niente montarono. Essa, accomandati loro a Dio, con un suo cugino e con una

sua cameriera in abito di peregrini, ben forniti a denari e care gioie, senza sapere alcuno ove ella s'andasse, entrò

in cammino, né mai ristette sì fu in Firenze; e quivi per avventura arrivata in uno alberghetto, il quale una buona

donna vedova teneva, pianamente a guisa di povera peregrina si stava, disiderosa di sentire novelle del suo

signore. Avvenne adunque che il seguente dì ella vide davanti allo albergo passare Beltramo a cavallo con sua compagnia,

il quale quantunque ella molto ben conoscesse, nondimeno domandò la buona donna dello albergo chi egli fosse.

A cui l'albergatrice rispose: - Questi è un gentile uom forestiere, il quale si chiama il conte Beltramo, piacevole e cortese e molto amato in

questa città; ed è il più innamorato uom del mondo d'una nostra vicina, la quale è gentil femina, ma è povera.

Vero è che onestissima giovane è, e per povertà non si marita ancora, ma con una sua madre, savissima e buona

donna, si sta; e forse, se questa sua madre non fosse, avrebbe ella già fatto di quello che a questo conte fosse

piaciuto. La contessa, queste parole intendendo, raccolse bene; e più tritamente essaminando vegnendo ogni particularità,

e bene ogni cosa compresa fermò il suo consiglio; e apparata la casa e '1 nome della donna e della sua figliuola

dal conte amata, un giorno tacitamente in abito peregrino là se n'andò; e la donna e la sua figliuola trovate assai

poveramente, salutatele, disse alla donna, quando le piacesse, le volea parlare. La gentil donna, levatasi, disse che apparecchiata era d'udirla; ed entratesene sole in una sua camera e postesi a

sedere, cominciò la contessa: - Madonna, e'mi pare che voi siate delle nimiche della fortuna, come sono io; ma, dove voi voleste, per avventura

voi potreste voi e me consolare. La donna rispose che niuna cosa disiderava quanto di consolarsi onestamente. Seguì la contessa: - A me bisogna la vostra fede, nella quale se io mi rimetto e voi m'ingannaste, voi guastereste i vostri fatti e i

miei. - Sicuramente, - disse la gentil donna - ogni cosa che vi piace mi dite, ché mai da me non vi troverete ingannata. Allora la contessa, cominciatasi dar suo primo innamoramento, chi ell'era e ciò che intervenuto l'era infino a quel

giorno le raccontò per sì fatta maniera, che la gentil donna, dando fede alle sue parole, sì come quella che già in

parte udite l'aveva da altrui, cominciò di lei ad aver compassione. E la contessa, i suoi casi raccontati, seguì: - Udite adunque avete tra l'altre mie noie quali sieno quelle due cose che aver mi convien, se io voglio avere il mio

marito, le quali niuna altra persona conosco che far me le possa aver, se non voi, se quello è vero che io intendo,

cioè che '1 conte mio marito sommamente ami vostra figliuola. A cui la gentil donna disse: - Madonna, se il conte ama mia figliuola io nol so, ma egli ne fa gran sembianti; ma che poss'io per ciò in questo

adoperare che voi disiderate? - Madonna, - rispose la contessa - io il vi dirò; ma primieramente vi voglio mostrar quello che io voglio che ve ne

segua, dove voi mi serviate. Io veggio vostra figliuola bella e grande da marito, e per quello che io abbia inteso e

comprender mi paia, il non aver ben da maritarla ve la fa guardare in casa. Io intendo che, in merito del servigio

che mi farete, di darle prestamente de'miei denari quella dote che voi medesima a maritarla onorevolmente

stimerete che sia convenevole. Alla donna, sì come bisognosa, piacque la profferta, ma tuttavia, avendo l'animo gentil, disse: - Madonna, ditemi quello che io posso per voi operare, e, se egli sarà onesto a me, io il farò volentieri, e voi

appresso farete quello che vi piacerà. Disse allora la contessa: - A me bisogna che voi, per alcuna persona di cui voi vi fidiate, facciate al conte mio marito dire che vostra

figliuola sia presta a fare ogni suo piacere, dove ella possa esser certa che egli così l'ami come dimostra; il che ella

non crederà mai, se egli non le manda l'anello il quale egli porta in mano e che ella ha udito ch'egli ama cotanto;

il quale se egli '1 vi manda, voi '1 mi donerete. E appresso gli manderete a dire vostra figliuola essere

apparecchiata di fare il piacer suo, e qui il farete occultamente venire e nascosamente me in iscambio di vostra

figliuola gli metterete al lato. Forse mi farà Iddio grazia d'ingravidare; e così appresso, avendo il suo anello in dito

e il figliuolo in braccio da lui generato, io il racquisterò e con lui dimorerò come moglie dee dimorar con marito,

essendone voi stata cagione. Gran cosa parve questa alla gentil donna, temendo non forse biasimo ne seguisse alla figliuola; ma pur pensando

che onesta cosa era il dare opera che la buona donna riavesse il suo marito e che essa ad onesto fine a far ciò si

mettea, nella sua buona e onesta affezion confidandosi, non solamente di farlo promise alla contessa, ma infra

pochi giorni con segreta cautela, secondo l'ordine dato da lei, ed ebbe l'anello (quantunque gravetto paresse al

conte) e lei in iscambio della figliuola a giacer col conte maestrevolmente mise. Ne'quali primi congiugnimenti affettuosissimamente dal conte cercati, come fu piacer di Dio, la donna ingravidò in

due figliuoli maschi, come il parto al suo tempo venuto fece manifesto. Né solamente d'una volta contentò la

gentil donna la contessa degli abbracciamenti del marito, ma molte, sì segretamente operando, che mai parola

non se ne seppe; credendosi sempre il conte non con la moglie, ma con colei la quale egli amava essere stato. A

cui, quando a partir si venia la mattina, avea parecchi belle e care gioie donate, le quali tutte diligentemente la

contessa guardava. La quale, sentendosi gravida, non volle più la gentil donna gravare di tal servigio, ma le disse: - Madonna, la Dio mercé e la vostra, io ho ciò che io disiderava, e per ciò tempo è che per me si faccia quello che

v'aggraderà, acciò che io poi me ne vada. La gentil donna le disse che, se ella aveva cosa che l'aggradisse, che le piaceva; ma che ciò ella non avea fatto per

alcuna speranza di guiderdone, ma perché le pareva doverlo fare a voler ben fare. A cui la contessa disse: - Madonna, questo mi piace bene, e così d'altra parte io non intendo di donarvi quello che voi mi domanderete per

guiderdone, ma per far bene, ché mi pare che si debba così fare. La gentil donna allora, da necessità costretta, con grandissima vergogna cento lire le domandò per maritar la

figliuola. La contessa, cognoscendo la sua vergogna e udendo la sua cortese domanda, le ne donò cinquecento e

tanti belli e cari gioielli, che valevano per avventura altrettanto; di che la gentil donna vie più che contenta, quelle

grazie che maggiori potè alla contessa rendè, la quale da lei partitasi se ne tornò allo albergo. La gentil donna, per torre materia a Beltramo di più né mandare né venire a casa sua, insieme con la figliuola se

n'andò in contado a casa di suoi parenti; e Beltramo ivi a poco tempo da'suoi uomini richiamato, a casa sua,

udendo che la contessa s'era dileguata, se ne tornò. La contessa, sentendo lui di Firenze partito e tornato nel suo contado, fu contenta assai, e tanto in Firenze dimorò

che '1 tempo del parto venne, e partorì due figliuoli maschi simigliantissimi al padre loro, e quegli

fe'dilingentemente nudrire. E quando tempo le parve, in cammino messasi, senza essere da alcuna persona

conosciuta con essi a Monpolier se ne venne; e quivi più giorni riposata, e del conte e dove fosse avendo spiato, e

sentendo lui il dì d'Ognissanti in Rossiglione dover fare una gran festa di donne e di cavalieri, pure in forma di

peregrina, come usata n'era, là se n'andò. E sentendo le donne e'cavaleri nel palagio del conte adunati per dovere andare a tavola, senza mutare abito, con

questi suoi figlioletti in braccio salita in su la sala, tra uomo e uomo là se n'andò dove il conte vide, e gittataglisi

a'piedi disse piagnendo: - Signor mio, io sono la tua sventurata sposa, la quale, per lasciar te tornare e stare in casa tua, lungamente

andata son tapinando. Io ti richieggo per Dio che le condizioni postemi per li due cavalieri che io ti mandai, tu le

mi osservi; ed ecco nelle mie braccia non un sol figliuol di te, ma due, ed ecco qui il tuo anello. Tempo è adunque

che io debba da te, sì come moglie esser ricevuta secondo la tua promessa. Il conte, udendo questo, tutto misvenne, e riconobbe l'anello e i figliuoli ancora, sì simili erano a lui; ma pur

disse: - Come può questo essere intervenuto? La contessa, con gran meraviglia del conte e di tutti gli altri che presenti erano, ordinatamente ciò che stato era, e

come, raccontò. Per la qual cosa il conte, conoscendo lei dire il vero e veggendo la sua perseveranza e il suo senno

e appresso due così be'figlioletti; e per servar quello che promesso avea e per compiacere a tutti i suoi uomini e

alle donne, che tutti pregavano che lei come sua ligittima sposa dovesse omai raccogliere e onorare, pose giù la

sua ostinata gravezza e in piè fece levar la contessa, e lei abbracciò e baciò e per sua ligittima moglie riconobbe, e

quegli per suoi figliuoli. E fattala di vestimenti a lei convenevoli rivestire, con grandissimo piacere di quanti ve

n'erano e di tutti gli altri suoi vassalli che ciò sentirono, fece, non solamente tutto quel dì ma più altri grandissima

festa; e da quel dì innanzi, lei sempre come sua sposa e moglie onorando, l'amò e sommamente ebbe cara.


Giornata terza - Novella decima

Alibech diviene romita, a cui Rustico monaco insegna rimettere il diavolo in inferno; poi, quindi tolta, diventa

moglie di Neerbale.

Dioneo, che diligentemente la novella della reina ascoltata avea, sentendo che finita era e che a lui solo restava il

dire, senza comandamento aspettare, sorridendo cominciò a dire. Graziose donne, voi non udiste forse mai dire come il diavolo si rimetta in inferno; e per ciò, senza partirmi guari

dallo effetto che voi tutto questo dì ragionato avete, io il vi vo'dire; forse ancora ne potrete guadagnare l'anima

avendolo apparato, e potrete anche conoscere che, quantunque Amore i lieti palagi e le morbide camere più

volentieri che le povere capanne abiti, non è egli per ciò che alcuna volta esso fra'folti boschi e fra le rigide alpi e

nelle diserte spelunche non faccia le sue forze sentire; il perché comprender si può alla sua potenza essere ogni

cosa suggetta. Adunque, venendo al fatto, dico che nella città di Capsa in Barberia fu già un ricchissimo uomo, il quale tra alcuni

altri suoi figliuoli aveva una figlioletta bella e gentilesca, il cui nome fu Alibech. La quale, non essendo cristiana e

udendo a molti cristiani che nella città erano molto commendare la cristiana fede e il servire a Dio, un dì ne

domandò alcuno in che maniera e con meno impedimento a Dio si potesse servire. Il quale le rispose che coloro

meglio a Dio servivano che più delle cose del mondo fuggivano, come coloro facevano che nelle solitudini

de'diserti di Tebaida andati se n'erano. La giovane, che semplicissima era e d'età forse di quattordici anni, non da ordinato disidero ma da un cotal

fanciullesco appetito mossa, senza altro farne ad alcuna persona sentire, la seguente mattina ad andar verso il

diserto di Tebaida nascosamente tutta sola si mise; e con gran fatica di lei, durando l'appetito, dopo alcun dì a

quelle solitudini pervenne; e veduta di lontano una casetta, a quella n'andò, dove un santo uomo trovò sopra

l'uscio, il quale, maravigliandosi di quivi vederla, la domandò quello che ella andasse cercando. La quale rispose,

che, spirata da Dio andava cercando d'essere al suo servigio, e ancora chi le 'nsegnasse come servire gli si

conveniva. Il valente uomo, veggendola giovane e assai bella, temendo non il demonio, se egli la ritenesse, lo 'ngannasse, le

commendò la sua buona disposizione; e dandole alquanto da mangiare radici d'erbe e pomi salvatichi e datteri e

bere acqua, le disse: - Figliuola mia, non guari lontan di qui è un santo uomo, il quale di ciò che tu vai cercando è molto migliore

maestro che io non sono; a lui te n'andrai - ; e misela nella via. Ed ella, pervenuta a lui e avute da lui queste medesime parole, andata più avanti, pervenne alla cella d'uno romito

giovane, assai divota persona e buona, il cui nome era Rustico, e quella dimanda gli fece che agli altri aveva fatta.

Il quale, per volere fare della sua fermezza una gran pruova, non come gli altri la mandò via o più avanti, ma seco

la ritenne nella sua cella; e venuta la notte, un lettuccio di frondi di palma le fece da una parte e sopra quello le

disse si riposasse. Questo fatto, non preser guari d'indugio le tentazioni a dar battaglia alle forze di costui; il quale, trovandosi di

gran lunga ingannato da quelle, senza troppi assalti voltò le spalle e rendessi per vinto; e lasciati stare dall'una

delle parti i pensier santi e l'orazioni e le discipline, a recarsi per la memoria la giovinezza e la bellezza di costei

'ncominciò, e oltre a questo a pensar che via e che modo egli dovesse con lei tenere, acciò che essa non

s'accorgesse lui come uomo dissoluto pervenire a quello che egli di lei disiderava. E tentato primieramente con

certe domande, lei non aver mai uomo conosciuto conobbe e così essere semplice come parea; per che s'avvisò

come, sotto spezie di servire a Dio, lei dovesse recare a'suoi piaceri. E primieramente con molte parole le mostrò

quanto il diavolo fosse nemico di Domeneddio; e appresso le diede ad intendere che quello servigio che più si

poteva far grato a Dio si era rimettere il diavolo in inferno, nel quale Domeneddio l'aveva dannato. La giovinetta il domandò, come questo si facesse. Alla quale Rustico disse: - Tu il saprai tosto, e perciò farai quello che a me far vedrai - ; e cominciossi a spogliare quegli pochi vestimenti

che aveva, e rimase tutto ignudo, e così ancora fece la fanciulla, e posesi ginocchione a guisa che adorar volesse e

dirimpetto a sé fece star lei. E così stando, essendo Rustico più che mai nel suo disidero acceso per lo vederla così bella, venne la resurrezion

della carne, la quale riguardando Alibech e maravigliatasi, disse: - Rustico, quella che cosa è che io ti veggio che così si pigne in fuori, e non l'ho io? - O figliuola mia, - disse Rustico - questo è il diavolo di che io t'ho parlato. E vedi tu? ora egli mi dà grandissima

molestia, tanta che io appena la posso sofferire. Allora disse la giovane: - Oh lodato sia Iddio, ché io veggio che io sto meglio che non stai tu, ché io non ho cotesto diavolo io. Disse Rustico: - Tu di'vero, ma tu hai un'altra cosa che non la ho io, e haila in iscambio di questo. Disse Alibech: - O che? A cui Rustico disse: - Hai il ninferno; e dicoti che io mi credo che Iddio t'abbia qui mandata per la salute della anima mia, per ciò che

se questo diavolo pur mi darà questa noia, ove tu vogli aver di me tanta pietà e sofferire che io in inferno il

rimetta, tu mi darai grandissima consolazione e a Dio farai grandissimo piacere e servigio, se tu per quello fare in

queste parti venuta se', che tu di'. La giovane di buona fede rispose: - O padre mio, poscia che io ho il ninferno, sia pure quando vi piacerà. Disse allora Rustico: - Figliuola mia, benedetta sia tu; andiamo dunque, e rimettiamlovi sì che egli poscia mi lasci stare. E così detto, menata la giovane sopra uno de'loro letticelli, le 'nsegnò come star si dovesse a dovere incarcerare

quel maladetto da Dio. La giovane, che mai più non aveva in inferno messo diavolo alcuno, per la prima volta sentì un poco di noia, per

che ella disse a Rustico: - Per certo, padre mio, mala cosa dee essere questo diavolo, e veramente nimico di Dio, ché ancora al ninferno,

non che altrui, duole quando egli v'è dentro rimesso. Disse Rustico: - Figliuola, egli non avverrà sempre così. E per fare che questo non avvenisse, da sei volte, anzi che di su il letticel si movessero, ve '1 rimisero, tanto che

per quella volta gli trasser sì la superbia del capo, che egli si stette volentieri in pace. Ma, ritornatagli poi nel seguente tempo più volte, e la giovane ubbidiente sempre a trargliele si disponesse,

avvenne che il giuoco le cominciò a piacere, e cominciò a dire a Rustico: - Ben veggio che il ver dicevano que'valentuomini in Capsa, che il servire a Dio era così dolce cosa; e per certo io

non mi ricordo che mai alcuna altra ne facessi che di tanto diletto e piacer mi fosse, quanto è il rimetter il diavolo

in inferno; e per ciò io giudico ogn'altra persona, che ad altro che a servire a Dio attende, essere una bestia. Per la qual cosa essa spesse volte andava a Rustico, e gli dicea: - Padre mio, io son qui venuta per servire a Dio e non per istare oziosa; andiamo a rimettere il diavolo in inferno. La qual cosa faccendo, diceva ella alcuna volta: - Rustico, io non so perché il diavolo si fugga del ninferno; ché, s'egli vi stesse così volentieri come il ninferno il

riceve e tiene, egli non se ne uscirebbe mai. Così adunque invitando spesso la giovane Rustico e al servigio di Dio confortandolo, sì la bambagia del farsetto

tratta gli avea, che egli a tal ora sentiva freddo che un altro sarebbe sudato; e per ciò egli incominciò a dire alla

giovane che il diavolo non era da gastigare né da rimettere in inferno se non quando egli per superbia levasse il

capo: - E noi per la grazia di Dio l'abbiamo sì sgannato, che egli priega Iddio di starsi in pace - ; e così alquanto

impose di silenzio alla giovane. La qual, poi che vide che Rustico più non la richiedeva a dovere il diavolo rimettere in inferno, gli disse un giorno: - Rustico, se il diavolo tuo è gastigato e più non ti dà noia, me il mio ninferno non lascia stare; per che tu farai

bene che tu col tuo diavolo aiuti attutare la rabbia al mio ninferno, com'io col mio ninferno ho aiutato a trarre la

superbia al tuo diavolo. Rustico, che di radici d'erba e d'acqua vivea, poteva male rispondere alle poste; e dissele che troppi diavoli

vorrebbono essere a potere il ninferno attutare, ma che egli ne farebbe ciò che per lui si potesse; e così alcuna

volta le sodisfaceva, ma sì era di rado, che altro non era che gittare una fava in bocca al leone; di che la giovane,

non parendole tanto servire a Dio quanto voleva, mormorava anzi che no. Ma, mentre che tra il diavolo di Rustico e il ninferno d'Alibech era, per troppo disiderio e per men potere, questa

quistione, avvenne che un fuoco s'apprese in Capsa, il quale nella propria casa arse il padre d'Alibech con quanti

figliuoli e altra famiglia avea; per la qual cosa Alibech d'ogni suo bene rimase erede. Laonde un giovane chiamato

Neerbale, avendo in cortesia tutte le sue facultà spese, sentendo costei esser viva, messosi a cercarla e ritrovatala

avanti che la corte i beni stati del padre, sì come d'uomo senza erede morto, occupasse, con gran piacere di

Rustico e contra al volere di lei la rimenò in Capsa e per moglie la prese, e con lei insieme del gran patrimonio

divenne erede. Ma, essendo ella domandata dalle donne di che nel diserto servisse a Dio, non essendo ancor

Neerbale giaciuto con lei, rispose che il serviva di rimettere il diavolo in inferno, e che Neerbale aveva fatto gran

peccato d'averla tolta da così fatto servigio. Le donne domandarono: - Come si rimette il diavolo in inferno? La giovane, tra con parole e con atti, il mostrò loro. Di che esse fecero sì gran risa che ancor ridono, e dissono: - Non ti dar malinconia, figliuola, no, ché egli si fa bene anche qua; Neerbale ne servirà bene con esso teco

Domeneddio. Poi l'una all'altra per la città ridicendolo, vi ridussono in volgar motto che il più piacevol servigio che a Dio si

facesse era il rimettere il diavolo in inferno; il qual motto passato di qua da mare ancora dura. E per ciò voi, giovani donne, alle quali la grazia di Dio bisogna, apparate a rimettere il diavolo in inferno, per ciò

che egli è forte a grado a Dio e piacer delle parti, e molto bene ne può nascere e seguire.

Giornata terza - Conclusione

Mille fiate o più aveva la novella di Dioneo a rider mosse l'oneste donne, tali e sì fatte loro parevan le sue parole.

Per che, venuto egli al conchiuder di quella, conoscendo la reina che il termine della sua signoria era venuto,

levatasi la laurea di capo, quella assai piacevolmente pose sopra la testa a Filostrato, e disse: - Tosto ci avvedremo se il lupo saprà meglio guidare le pecore, che le pecore abbiano i lupi guidati. Filostrato, udendo questo, disse ridendo: - Se mi fosse stato creduto, i lupi avrebbono alle pecore insegnato rimettere il diavolo in inferno, non peggio che

Rustico facesse ad Alibech, e perciò non ne chiamate lupi, dove voi state pecore non siete; tuttavia, secondo che

conceduto mi fia, io reggerò il regno commesso. A cui Neifile rispose: - Odi, Filostrato, voi avreste, volendo a noi insegnare, potuto apparar senno, come apparò Masetto da

Lamporecchio dalle monache e riavere la favella a tale ora che l'ossa senza maestro avrebbono apparato a

sufolare. Filostrato, conoscendo che falci si trovavano non meno che egli avesse strali, lasciato stare il motteggiare, a darsi

al governo del regno commesso cominciò. E, fattosi il siniscalco chiamare, a che punto le cose fossero tutte volle

sentire; e oltre a questo, secondo che avviso che bene stesse e che dovesse sodisfare alla compagnia, per quanto

la sua signoria dovea durare, discretamente ordinò; e quindi alle donne rivolto, disse: - Amorose donne, per la mia disavventura, poscia che io ben da mal conobbi, sempre per la bellezza d'alcuna di

voi stato sono ad Amor suggetto, né l'essere umile né l'essere ubbidiente né il seguirlo in ciò che per me s'è

conosciuto alla seconda in tutti i suoi costumi, m'è valuto, ch'io prima per altro abbandonato e poi non sia sempre

di male in peggio andato, e così credo che io andrò di qui alla morte; e per ciò non d'altra materia domane mi

piace che si ragioni se non di quella che a'miei fatti è più conforme, cioè di coloro li cui amori ebbero infelice fine,

per ciò che io a lungo andar l'aspetto infelicissimo, né per altro il nome, per lo quale voi mi chiamate, da tale che

seppe ben che si dire mi fu imposto - e così detto, in piè levatosi, per infino all'ora della cena licenziò ciascuno. Era sì bello il giardino e sì dilettevole, che alcuno non vi fu che eleggesse di quello uscire per più piacere altrove

dover sentire. Anzi, non faccendo il sol già tiepido alcuna noia a seguire, i cavriuoli e i conigli e gli altri animali che

erano per quello e che a lor sedenti forse cento volte per mezzo lor saltando eran venuti a dar noia, si dierono

alcune a seguitare. Dioneo e la Fiammetta cominciarono a cantare di Messer Guiglielmo e della Dama del Vergiù;

Filomena e Panfilo si diedono a giucare a scacchi; e così chi una cosa e chi altra faccendo, fuggendosi il tempo,

l'ora della cena appena aspettata sopravvenne; per che, messe le tavole d'intorno alla bella fonte, quivi con

grandissimo diletto cenaron la sera. Filostrato, per non uscir del camin tenuto da quelle che reine avanti a lui erano state, come levate furono le tavole,

così comandò che la Lauretta una danza prendesse e dicesse una canzone. La qual disse: - Signor mio, delle altrui canzoni io non so, né delle mie alcuna n'ho alla mente che sia assai convenevole a così

lieta brigata; se voi di quelle che io ho volete, io ne dirò volentieri. Alla quale il re disse: - Niuna tua cosa potrebbe essere altro che bella e piacevole; e per ciò tale qual tu l'hai, cotale la di'. Lauretta allora con voce assai soave, ma con maniera alquanto pietosa, rispondendo l'altre, cominciò così : Niuna sconsolata da dolersi ha quant'io, che 'nvan sospiro, lassa!, innamorata

Colui che muove il cielo e ogni stella, mi fece a suo diletto vaga, leggiadra, graziosa e bella, per dar qua giù ad ogn'alto intelletto alcun segno di quella biltà, che sempre a lui sta nel cospetto: e il mortal difetto, come mal conosciuta, non m'aggradisce, anzi m'ha dispregiata.

Già fu chi m'ebbe cara, e volentieri giovinetta mi prese nelle sue braccia e dentro a'suoi pensieri e de'miei occhi tututto s'accese; e '1 tempo, che leggieri sen vola, tutto in vagheggiarmi spese; e io, come cortese, di me il feci degno; ma or ne son, dolente a me!, privata.

Femmisi innanzi poi presuntuoso un giovinetto fiero, sé nobil reputando e valoroso, e presa tienmi, e con falso pensiero divenuto è geloso; laond'io, lassa!, quasi mi dispero, cognoscendo per vero, per ben di molti al mondo venuta, da uno essere occupata.

Io maladico la mia isventura, quando, per mutar vesta, sì dissi mai; sì bella nella oscura mi vidi già e lieta, dove in questa io meno vita dura, vie men che prima reputata onesta O dolorosa festa, morta foss'io avanti che io t'avessi in tal caso provata!

O caro amante, del qual prima fui più che altra contenta, che or nel ciel se'davanti a Colui che ne creò, deh pietoso diventa di me, che per altrui te obliar non posso; fa ch'io senta che quella fiamma spenta non sia, che per me t'arse, e costà su m'impetra la tornata.

Qui fece fine la Lauretta alla sua canzone, la quale notata da tutti, diversamente da diversi fu intesa; ed ebbevi di

quegli che intender vollono alla melanese, che fosse meglio un buon porco che una bella tosa. Altri furono di più

sublime e migliore e più vero intelletto, del quale al presente recitare non accade. Il re, dopo questa, su l'erba e 'n su'fiori avendo fatti molti doppieri accendere, ne fece più altre cantare infin che

già ogni stella a cader cominciò che salia. Per che, ora parendogli da dormire, comandò che con la buona notte

ciascuno alla sua camera si tornasse.


Finisce la terza giornata del Decameron


Incomincia la quarta giornata nella quale, sotto il reggimento di Filostrato, si ragiona di coloro li cui amori ebbero

infelice fine.


Giornata quarta - Introduzione

Carissime donne, sì per le parole de'savi uomini udite e sì per le cose da me molte volte e vedute e lette, estimava

io che lo 'mpetuoso vento e ardente della invidia non dovesse percuotere se non l'alte torri o le più levate cime

degli alberi; ma io mi truovo dalla mia estimazione ingannato. Per ciò che, fuggendo io e sempre essendomi di

fuggire ingegnato il fiero impeto di questo rabbioso spirito, non solamente pe'piani, ma ancora per le

profondissime valli tacito e nascoso mi sono ingegnato d'andare. Il che assai manifesto può apparire a chi le

presenti novellette riguarda, le quali, non solamente in fiorentin volgare e in prosa scritte per me sono e senza

titolo, ma ancora in istilo umilissimo e rimesso quanto il più possono. Né per tutto ciò l'essere da cotal vento

fieramente scrollato, anzi presso che diradicato e tutto da'morsi della invidia esser lacerato, non ho potuto

cessare. Per che assai manifestamente posso comprendere quel lo esser vero che sogliono i savi dire, che sola la

miseria è senza invidia nelle cose presenti. Sono adunque, discrete donne, stati alcuni che, queste novellette leggendo, hanno detto che voi mi piacete troppo

e che onesta cosa non è che io tanto diletto prenda di piacervi e di consolarvi, e alcuni han detto peggio, di

commendarvi, come io fo. Altri, più maturamente mostrando di voler dire, hanno detto che alla mia età non sta

bene l'andare omai dietro a queste cose, cioè a ragionar di donne o a compiacer loro. E molti, molto teneri della

mia fama mostrandosi, dicono che io farei più saviamente a starmi con le Muse in Parnaso che con queste ciance

mescolarmi tra voi. E son di quegli ancora che, più dispettosamente che saviamente parlando, hanno detto che io farei più

discretamente a pensare dond'io dovessi aver del pane che dietro a queste frasche andarmi pascendo di vento. E

certi altri in altra guisa essere state le cose da me raccontate che come io le vi porgo, s'ingegnano, in detrimento

della mia fatica, di dimostrare. Adunque da cotanti e da così fatti soffiamenti, da così atroci denti, da così aguti, valorose donne, mentre io

ne'vostri servigi milito, sono sospinto, molestato e infino nel vivo trafitto. Le quali cose io con piacevole animo,

sallo Iddio, ascolto e intendo; e quantunque a voi in ciò tutta appartenga la mia difesa, nondimeno io non intendo

di risparmiar le mie forze; anzi, senza rispondere quanto si converrebbe, con alcuna leggiera risposta tormegli

dagli orecchi, e questo far senza indugio. Per ciò che, se già, non essendo io ancora al terzo della lo mia fatica

venuto, essi sono molti e molto presummono, io avviso che avanti che io pervenissi alla fine essi potrebbono in

guisa esser multiplicati, non avendo prima avuta alcuna repulsa, che con ogni piccola lor fatica mi metterebbono

in fondo, né a ciò, quantunque elle sien grandi, resistere varrebbero le forze vostre. Ma avanti che io venga a far la risposta ad alcuno, mi piace in favor di me raccontare non una novella intera (acciò

che non paia che io voglia le mie novelle con quelle di così laudevole compagnia, qual fu quella che dimostrata

v'ho, mescolare), ma parte d'una, acciò che il suo difetto stesso sè mostri non esser di quelle; e a'miei assalitori

favellando, dico che nella nostra città, già è buon tempo passato, fu un cittadino, il qual fu nominato Filippo

Balducci, uomo di condizione assai leggiere, ma ricco e bene inviato ed esperto nelle cose quanto lo stato suo

richiedea; e aveva una sua donna moglie, la quale egli sommamente amava, ed ella lui, e insieme in riposata vita

si stavano, a niun'altra cosa tanto studio ponendo quanto in piacere interamente l'uno all'altro. Ora avvenne, sì come di tutti avviene, che la buona donna passò di questa vita, né altro di sè a Filippo lasciò che

un solo figliuolo di lui conceputo, il quale forse d'età di due anni era. Costui per la morte della sua donna tanto sconsolato rimase, quanto mai alcuno altro amata cosa perdendo

rimanesse. E veggendosi di quella compagnia la quale egli più amava rimaso solo, del tutto si dispose di non

volere più essere al mondo, ma di darsi al servigio di Dio, e il simigliante fare del suo piccol figliuolo. Per che, data

ogni sua cosa per Dio, senza indugio se n'andò sopra Monte Asinaio, e quivi in una piccola celletta si mise col suo

figliuolo, col quale di limosine in digiuni e in orazioni vivendo, sommamente si guardava di non ragionare là dove

egli fosse d'alcuna temporal cosa né di lasciarnegli alcuna vedere, acciò che esse da così fatto servigio nol

traessero, ma sempre della gloria di vita etterna e di Dio e de'santi gli ragionava, nulla altro che sante orazioni

insegnandoli; e in questa vita molti anni il tenne, mai della cella non lasciandolo uscire, né alcuna altra cosa che

sè dimostrandogli. Era usato il valente uomo di venire alcuna volta a Firenze, e quivi secondo le sue opportunità dagli amici di Dio

sovvenuto, alla sua cella tornava. Ora avvenne che, essendo già il garzone d'età di diciotto anni e Filippo vecchio, un dì il domandò ov'egli andava.

Filippo gliele disse. Al quale il garzon disse: - Padre mio, voi siete oggimai vecchio e potete male durare fatica; perché non mi menate voi una volta a Firenze,

acciò che, faccendomi cognoscere gli amici e divoti di Dio e vostri, io che son giovane e posso meglio faticar di voi,

possa poscia pe'nostri bisogni a Firenze andare quando vi piacerà, e voi rimanervi qui? Il valente uomo, pensando che già questo suo figliuolo era grande, ed era sì abituato al servigio di Dio che

malagevolmente le cose del mondo a sè il dovrebbono omai poter trarre, seco stesso disse: - Costui dice bene -

Per che, avendovi ad andare, seco il menò. Quivi il giovane veggendo i palagi, le case, le chiese e tutte l'altre cose delle quali tutta la città piena si vede, sì

come colui che mai più per ricordanza vedute non n'avea, si cominciò forte a maravigliare, e di molte domandava

il padre che fossero e come si chiamassero. Il padre gliele diceva; ed egli, avendolo udito, rimaneva contento e domandava d'una altra. E così domandando il

figliuolo e il padre rispondendo, per avventura si scontrarono in una brigata di belle giovani donne e ornate, che

da un paio di nozze venieno; le quali come il giovane vide, così domandò il padre che cosa quelle fossero. A cui il padre disse: - Figliuol mio, bassa gli occhi in terra, non le guatare, ch'elle son mala cosa. Disse allora il figliuolo: - O come si chiamano? Il padre, per non destare nel concupiscibile appetito del giovane alcuno inchinevole disiderio men che utile, non le

volle nominare per lo proprio nome, cioè femine, ma disse: - Elle si chiamano papere. Maravigliosa cosa a udire! Colui che mai più alcuna veduta non n'avea, non curatosi de'palagi, non del bue, non

del cavallo, non dell'asino, non de'danari né d'altra cosa che veduta avesse, subitamente disse: - Padre mio, io vi priego che voi facciate che io abbia una di quelle papere. - Ohimè, figliuol mio,- disse il padre - taci: elle son mala cosa. A cui il giovane domandando disse: - O son così fatte le male cose? - Sì - disse il padre. Ed egli allora disse: - Io non so che voi vi dite, né perché queste siano mala cosa; quanto è a me, non m'è ancora paruta vedere

alcuna così bella né così piacevole, come queste sono. Elle son più belle che gli agnoli dipinti che voi m'avete più

volte mostrati. Deh! se vi cal di me, fate che noi ce ne meniamo una colà su di queste papere, e io le darò

beccare. Disse il padre: - Io non voglio; tu non sai donde elle s'imbeccano -: e sentì incontanente più aver di forza la natura che il suo

ingegno; e pentessi d'averlo menato a Firenze. Ma avere infino a qui detto della presente novella voglio che mi basti, e a coloro rivolgermi alli quali l'ho

raccontata. Dicono adunque alquanti de'miei riprensori che io fo male, o giovani donne, troppo ingegnandomi di piacervi, e

che voi troppo piacete a me. Le quali cose io apertissimamente confesso, cioè che voi mi piacete e che io

m'ingegno di piacere a voi; e domandogli se di questo essi si maravigliano, riguardando, lasciamo stare l'aver

conosciuti gli amorosi baciari e i piacevoli abbracciari e i congiugnimenti dilettevoli che di voi, dolcissime donne,

sovente si prendono; ma solamente ad aver veduto e veder continuamente gli ornati costumi e la vaga bellezza e

l'ornata leggiadria e oltre a ciò la vostra donnesca onestà, quando colui che nutrito, allevato, accresciuto sopra un

monte salvatico e solitario, infra li termini di una piccola cella, senza altra compagnia che del padre, come vi vide,

sole da lui disiderate foste, sole addomandate, sole con l'affezion seguitate. Riprenderannomi, morderannomi, lacerrannomi costoro se io, il corpo del quale il ciel produsse tutto atto ad

amarvi, e io dalla mia puerizia l'anima vi disposi sentendo la virtù della luce degli occhi vostri, la soavità delle

parole melliflue e la fiamma accesa da'pietosi sospiri, se voi mi piacete o se io di piacervi m'ingegno, e

spezialmente guardando che voi prima che altro piaceste ad un romitello, ad un giovinetto senza sentimento, anzi

ad uno animal salvatico? Per certo chi non v'ama, e da voi non disidera d'essere amato, sì come persona che i

piaceri né la virtù della naturale affezione né sente né conosce, così mi ripiglia, e io poco me ne curo. E quegli che contro alla mia età parlando vanno, mostra mal che conoscano che, perché il porro abbia il capo

bianco, che la coda sia verde. A'quali lasciando stare il motteggiare dall'un de'lati, rispondo che io mai a me

vergogna non reputerò infino nello estremo della mia vita di dover compiacere a quelle cose alle quali Guido

Cavalcanti e Dante Alighieri già vecchi, e messer Cino da Pistoia vecchissimo, onor si tennono e fu lor caro il piacer

loro. E se non fosse che uscir sarebbe del modo usato del ragionare, io producerei le istorie in mezzo, e quelle

tutte piene mosterrei d'antichi uomini e valorosi, ne'loro più maturi anni sommamente avere studiato di

compiacere alle donne: il che se essi non sanno, vadino e sì l'apparino. Che io con le Muse in Parnaso mi debbia stare, affermo che è buon consiglio, ma tuttavia né noi possiam dimorare

con le Muse né esse con esso noi; se quando avviene che l'uomo da lor si parte, dilettarsi di veder cosa che le

somigli, questo non è cosa da biasimare. Le Muse son donne, e benché le donne quello che le Muse vagliono non

vagliano, pure esse hanno nel primo aspetto simiglianza di quelle; sì che, quando per altro non mi piacessero, per

quello mi dovrebber piacere. Senza che le donne già mi fur cagione di comporre mille versi, dove le Muse mai non

mi furon di farne alcun cagione. Aiutaronmi elle bene e mostraronmi comporre que'mille; e forse a queste cose

scrivere, quantunque sieno umilissime, si sono elle venute parecchie volte a starsi meco, in servigio forse e in

onore della simiglianza che le donne hanno ad esse; per che, queste cose tessendo, né dal monte Parnaso né dalle

Muse non mi allontano, quanto molti per avventura s'avvisano. Ma che direm noi a coloro che della mia fame hanno tanta compassione che mi consigliano che io procuri del

pane? Certo io non so; se non che, volendo meco pensare qual sarebbe la loro risposta se io per bisogno loro ne

dimandassi, m'avviso che direbbono: - Va cercane tra le favole - . E già più ne trovarono tra le lor favole i poeti,

che molti ricchi tra'lor tesori. E assai già, dietro alle lor favole andando, fecero la loro età fiorire, dove in contrario

molti nel cercar d'aver più pane che bisogno non era loro, perirono acerbi. Che più? Caccinmi via questi cotali

qualora io ne domando loro; non che, la Dio mercé, ancora non mi bisogna; e, quando pur sopravenisse il bisogno,

io so, secondo l'Apostolo, abbondare e necessità sofferire; e per ciò a niun caglia più di me che a me. Quegli che queste cose così non essere state dicono, avrei molto caro che essi recassero gli originali, li quali, se a

quel che io scrivo discordanti fossero, giusta direi la loro riprensione e d'amendar me stesso m'ingegnerei; ma

infino che altro che parole non apparisce, io gli lascerò con la loro oppinione, seguitando la mia, di loro dicendo

quello che essi di me dicono. E volendo per questa volta assai aver risposto, dico che dallo aiuto di Dio e dal vostro, gentilissime donne, nel

quale io spero, armato, e di buona pazienza, con esso procederò avanti, dando le spalle a questo vento e

lasciandol soffiare; per ciò che io non veggio che di me altro possa avvenire, che quello che della minuta polvere

avviene, la quale, spirante turbo, o egli di terra non la muove, o se la muove, la porta in alto, e spesse volte sopra

le teste degli uomini, sopra le corone dei re e degli imperadori, e talvolta sopra gli alti palagi e sopra le eccelse

torri la lascia; delle quali se ella cade, più giù andar non può che il luogo onde levata fu. E se mai con tutta la mia forza a dovervi in cosa alcuna compiacere mi disposi, ora più che mai mi vi disporrò; per

ciò che io conosco che altra cosa dir non potrà alcuna con ragione, se non che gli altri e io, che vi amiamo,

naturalmente operiamo. Alle cui leggi, cioè della natura, voler contastare, troppe gran forze bisognano, e spesse

volte non solamente in vano ma con grandissimo danno del faticante s'adoperano. Le quali forze io confesso che io non l'ho né d'averle disidero in questo; e se io l'avessi, più tosto ad altrui le

presterrei che io per me l'adoperassi. Per che tacciansi i morditori, e se essi riscaldar non si possono, assiderati si

vivano, e ne lori diletti, anzi appetiti corrotti standosi, me nel mio, questa brieve vita che posta n'è, lascino stare. Ma da ritornare è,. per ciò che assai vagati siamo, o belle donne, là onde ci dipartimmo, e l'ordine cominciato

seguire. Cacciata aveva il sole del cielo già ogni stella e della terra l'umida ombra della notte, quando Filostrato, levatosi,

tutta la sua brigata fece levare; e nel bel giardino andatisene, quivi s'incominciarono a diportare; e l'ora del

mangiar venuta, quivi desinarono dove la passata sera cenato aveano. E da dormire, essendo il sole nella sua

maggior sommità, levati, nella maniera usata vicini alla bella fonte si posero a sedere. Là dove Filostrato alla

Fiammetta comandò che principio desse alle novelle; la quale, senza più aspettare che detto le fosse,

donnescamente così cominciò.


Giornata quarta - Novella prima

Tancredi prenze di Salerno uccide l'amante della figliuola e mandale il cuore in una coppa d'oro; la quale, messa

sopr'esso acqua avvelenata, quella si bee, e così muore.

Fiera materia di ragionare n'ha oggi il nostro re data, pensando che, dove per rallegrarci venuti siamo, ci convenga

raccontare l'altrui lagrime, le quali dir non si possono, che chi le dice e chi l'ode non abbia compassione. Forse per

temperare alquanto la letizia avuta li giorni passati l'ha fatto; ma, che che se l'abbia mosso, poi che a me non si

conviene di mutare il suo piacere, un pietoso accidente, anzi sventurato e degno delle nostre lagrime, racconterò. Tancredi principe di Salerno fu signore assai umano e di benigno ingegno; se egli nello amoroso sangue nella sua

vecchiezza non s'avesse le mani bruttate; il quale in tutto lo spazio della sua vita non ebbe che una figliuola, e più

felice sarebbe stato se quella avuta non avesse. Costei fu dal padre tanto teneramente amata, quanto alcuna altra figliuola da padre fosse giammai; e per questo

tenero amore, avendo ella di molti anni avanzata l'età del dovere avere avuto marito, non sappiendola da sè

partire, non la maritava; poi alla fine ad un figliuolo del duca di Capova datala, poco tempo dimorata con lui,

rimase vedova e al padre tornossi. Era costei bellissima del corpo e del viso quanto alcun'altra femina fosse mai, e

giovane e gagliarda e savia più che a donna per avventura non si richiedea. E dimorando col tenero padre, sì come

gran donna, in molte dilicatezze, e veggendo che il padre, per l'amor che egli le portava, poca cura si dava di più

maritarla, né a lei onesta cosa pareva il richiedernelo, si pensò di volere avere, se esser potesse, occultamente un

valoroso amante. E veggendo molti uomini nella corte del padre usare, gentili e altri, sì come noi veggiamo nelle corti, e considerate

le maniere e i costumi di molti, tra gli altri un giovane valletto del padre, il cui nome era Guiscardo, uom di

nazione assai umile ma per virtù e per costumi nobile, più che altro le piacque, e di lui tacitamente, spesso

vedendolo, fieramente s'accese, ogn'ora più lodando i modi suoi. E il giovane, il quale ancora non era poco

avveduto, essendosi di lei accorto, l'aveva per sì fatta maniera nel cuore ricevuta, che da ogni altra cosa quasi che

da amar lei aveva la mente rimossa. In cotal guisa adunque amando l'un l'altro segretamente, niuna altra cosa tanto disiderando la giovane quanto di

ritrovarsi con lui, né volendosi di questo amore in alcuna persona fidare, a dovergli significare il modo seco pensò

una nuova malizia. Essa scrisse una lettera, e in quella ciò che a fare il dì seguente avesse per esser con lei gli

mostrò; e poi quella messa in un bucciuol di canna, sollazzando la diede a Guiscardo, dicendo: - Fara'ne questa sera un soffione alla tua servente, col quale ella raccenda il fuoco. Guiscardo il prese, e avvisando costei non senza cagione dovergliele aver donato e così detto, partitosi, con esso

se ne tornò alla sua casa, e guardando la canna e quella veggendo fessa, l'aperse, e dentro trovata la lettera di lei

e lettala, e ben compreso ciò che a fare avea, il più contento uom fu che fosse giammai, e diedesi a dare opera di

dovere a lei andare, secondo il modo da lei dimostratogli. Era allato al palagio del prenze una grotta cavata nel monte, di lunghissimi tempi davanti fatta, nella qual grotta

dava alquanto lume uno spiraglio fatto per forza nel monte, il quale, per ciò che abbandonata era la grotta, quasi

da pruni e da erbe di sopra natevi era riturato; e in questa grotta per una segreta scala, la quale era in una delle

camere terrene del palagio, la quale la donna teneva, si poteva andare, come che da un fortissimo uscio serrata

fosse. Ed era sì fuori delle menti di tutti questa scala, per ciò che di grandissimi tempi davanti usata non s'era,

che quasi niuno che ella vi fosse si ricordava; ma Amore, agli occhi del quale niuna cosa è sì segreta che non

pervenga, l'aveva nella memoria tornata alla innamorata donna. La quale, acciò che niuno di ciò accorger si potesse, molti dì con suoi ingegni penato avea, anzi che venir fatto le

potesse d'aprir quell'uscio; il quale aperto, e sola nella grotta discesa e lo spiraglio veduto, per quello aveva a

Guiscardo mandato a dire che di venire s'ingegnasse, avendogli disegnata l'altezza che da quello infino in terra

esser poteva. Alla qual cosa fornire Guiscardo, prestamente ordinata una fune con certi nodi e cappi da potere

scendere e salire per essa, e sè vestito d'un cuoio che da'pruni il difendesse, senza farne alcuna cosa sentire ad

alcuno, la seguente notte allo spiraglio n'andò, e accomandato ben l'uno de'capi della fune ad un forte bronco che

nella bocca dello spiraglio era nato, per quello si collò nella grotta ed attese la donna. La quale il seguente dì, faccendo sembianti di voler dormire, mandate via le sue damigelle e sola serratasi nella

camera, aperto l'uscio, nella grotta discese, dove trovato Guiscardo, insieme maravigliosa festa si fecero; e nella

sua camera insieme venutine, con grandissimo piacere gran parte di quel giorno si dimorarono; e, dato discreto

ordine alli loro amori acciò che segreti fossero, tornatosi nella grotta Guiscardo ed ella serrato l'uscio, alle sue

damigelle se ne venne fuori. Guiscardo poi, la notte vegnente su per la sua fune salendo, per lo spiraglio donde era entrato se n'uscì fuori e

tornossi a casa. E avendo questo cammino appreso, più volte poi in processo di tempo vi ritornò. Ma la fortuna, invidiosa di così lungo e di così gran diletto, con doloroso avvenimento la letizia dei due amanti

rivolse in tristo pianto. Era usato Tancredi di venirsene alcuna volta tutto solo nella camera della figliuola, e quivi con lei dimorarsi e

ragionare alquanto, e poi partirsi. Il quale un giorno dietro mangiare laggiù venutone essendo la donna, la quale

Ghismonda aveva nome, in un suo giardino con tutte le sue damigelle, in quella, senza essere stato da alcuno

veduto o sentito, entratosene, non volendo lei torre dal suo diletto, trovando le finestre della camera chiuse e le

cortine del letto abbattute, a piè di quello in un canto sopra un carello si pose a sedere; e appoggiato il capo al

letto e tirata sopra sè la cortina quasi come se studiosamente si fosse nascoso quivi, s'addormentò. E così dormendo egli, Ghismonda, che per isventura quel dì fatto aveva venir Guiscardo, lasciate le sue damigelle

nel giardino, pianamente se n'entrò nella camera, e quella serrata, senza accorgersi che alcuna persona vi fosse,

aperto l'uscio a Guiscardo che l'attendeva e andatisene in su 'l letto, sì come usati erano, e insieme scherzando e

sollazzandosi, avvenne che Tancredi si svegliò e sentì e vide ciò che Guiscardo e la figliuola facevano; e dolente di

ciò oltre modo, prima gli volle sgridare, poi prese partito di tacersi e di starsi nascoso, se egli potesse, per potere

più cautamente fare e con minore sua vergogna quello che già gli era caduto nell'animo di dover fare. I due amanti stettero per lungo spazio insieme, sì come usati erano, senza accorgersi di Tancredi; e quando

tempo lor parve, discesi del letto, Guiscardo se ne tornò nella grotta ed ella s'uscì della camera. Della quale

Tancredi, ancora che vecchio fosse, da una finestra di quella si calò nel giardino, e senza essere da alcuno veduto,

dolente a morte, alla sua camera si tornò. E per ordine da lui dato, all'uscir dello spiraglio la seguente notte in su 'l primo sonno, Guiscardo, così come era

nel vestimento del cuoio impacciato, fu preso da due, e segretamente a Tancredi menato. Il quale, come il vide,

quasi piagnendo disse: - Guiscardo, la mia benignità verso te non avea meritato l'oltraggio e la vergogna la quale nelle mie cose fatta

m'hai, sì come io oggi vidi con gli occhi miei. Al quale Guiscardo niuna altra cosa disse se non questo: - Amor può troppo più che né voi né io possiamo. Comandò adunque Tancredi che egli chetamente in alcuna camera di là entro guardato fosse, e così fu fatto. Venuto il dì seguente, non sappiendo Ghismonda nulla di queste cose, avendo seco Tancredi varie e diverse novità

pensate, appresso mangiare, secondo la sua usanza, nella camera n'andò della figliuola, dove fattalasi chiamare e

serratosi dentro con lei, piagnendo le cominciò a dire: - Ghismonda, parendomi conoscere la tua virtù e la tua onestà, mai non mi sarebbe potuto cader nell'animo,

quantunque mi fosse stato detto, se io co'miei occhi non lo avessi veduto, che tu di sottoporti ad alcuno uomo, se

tuo marito stato non fosse, avessi, non che fatto, ma pur pensato; di che io in questo poco di rimanente di vita

che la mia vecchiezza mi serba sempre sarò dolente, di ciò ricordandomi. E or volesse Iddio che, poi che a tanta disonestà conducere ti dovevi avessi preso uomo che alla tua nobiltà

decevole fosse stato; ma tra tanti che nella mia corte n'usano, eleggesti Guiscardo, giovane di vilissima

condizione, nella nostra corte quasi come per Dio da picciol fanciullo infino a questo dì allevato; di che tu in

grandissimo affanno d'animo messo m'hai, non sappiendo io che partito di te mi pigliare. Di Guiscardo, il quale io

feci stanotte prendere quando dello spiraglio usciva, e hollo in prigione, ho io già meco preso partito che farne; ma

di te, sallo Iddio che io non so che farmi. Dall'una parte mi trae l'amore, il quale io t'ho sempre più portato che

alcun padre portasse a figliuola, e d'altra mi trae giustissimo sdegno, preso per la tua gran follia; quegli vuole che

io ti perdoni, e questi vuole che contro a mia natura in te incrudelisca; ma prima che io partito prenda, disidero

d'udire quello che tu a questo dei dire.- E questo detto bassò il viso, piagnendo sì forte come farebbe un fanciul

ben battuto. Ghismonda, udendo il padre e conoscendo non solamente il suo segreto amore esser discoperto, ma ancora esser

preso Guiscardo, dolore inestimabile sentì, e a mostrarlo con romore e con lagrime, come il più le femine fanno, fu

assai volte vicina; ma pur, questa viltà vincendo il suo animo altiero, il viso suo con maravigliosa forza fermò, e

seco, avanti che a dovere alcun priego per sè porgere, di più non stare in vita dispose, avvisando già esser morto

il suo Guiscardo. Per che, non come dolente femina o ripresa del suo fallo, ma come non curante e valorosa, con asciutto viso e

aperto e da niuna parte turbato, così al padre disse: - Tancredi, né a negare né a pregare son disposta, per ciò che né l'un mi varrebbe né l'altro voglio che mi vaglia;

e oltre a ciò in niuno atto intendo di rendermi benivola la tua mansuetudine e 'l tuo amore; ma, il ver

confessando, prima con vere ragioni difender la fama mia e poi con fatti fortissimamente seguire la grandezza

dello animo mio. Egli è il vero che io ho amato e amo Guiscardo, e quanto io viverò, che sarà poco, l'amerò; e se

appresso la morte s'ama, non mi rimarrò d'amarlo; ma a questo non mi indusse tanto la mia feminile fragilità,

quanto la tua poca sollecitudine del maritarmi e la virtù di lui. Esser ti dovea, Tancredi, manifesto, essendo tu di carne, aver generata figliuola di carne e non di pietra o di ferro;

e ricordarti dovevi e dei, quantunque tu ora sia vecchio, chenti e quali e con che forza vengano le leggi della

giovanezza; e, come che tu uomo in parte ne'tuoi migliori anni nell'armi esercitato ti sii, non dovevi di meno

conoscere quello che gli ozi e le dilicatezze possano ne'vecchi non che ne'giovani. Sono adunque, sì come da te generata, di carne, e sì poco vivuta, che ancor son giovane; e per l'una cosa e per

l'altra piena di concupiscibile disidero, al quale maravigliosissime forze hanno date l'aver già, per essere stata

maritata, conosciuto qual piacer sia a così fatto disidero dar compimento. Alle quali forze non potendo io resistere,

a seguir quello a che elle mi tiravano, sì come giovane e femina, mi disposi e innamora'mi. E certo in questo

opposi ogni mia virtù di non volere né a te né a me di quello a che natural peccato mi tirava, in quanto per me si

potesse operare, vergogna fare. Alla qual cosa e pietoso Amore e benigna Fortuna assai occulta via m'avean

trovata e mostrata, per la quale, senza sentirlo alcuno, io a'miei disideri perveniva; e questo, chi che ti se l'abbi

mostrato o come che tu il sappi, io nol nego. Guiscardo non per accidente tolsi, come molte fanno, ma con diliberato consiglio elessi innanzi ad ogn'altro, e con

avveduto pensiero a me lo'ntrodussi, e con savia perseveranza di me e di lui lungamente goduta sono del mio

disio. Di che egli pare, oltre allo amorosamente aver peccato, che tu, più la volgare oppinione che la verità

seguitando, con più amaritudine mi riprenda, dicendo (quasi turbato esser non ti dovessi, se io nobile uomo avessi

a questo eletto) che io con uom di bassa condizione mi son posta. In che non ti accorgi che non il mio peccato ma

quello della Fortuna riprendi, la quale assai sovente li non degni ad alto leva, a basso lasciando i dignissimi. Ma lasciamo or questo, e riguarda alquanto a'principii delle cose: tu vedrai noi d'una massa di carne tutti la carne

avere, e da uno medesimo creatore tutte l'anime con iguali forze, con iguali potenzie, con iguali virtù create. La

virtù primieramente noi, che tutti nascemmo e nasciamo iguali, ne distinse; e quegli che di lei maggior parte

avevano e adoperavano nobili furon detti, e il rimanente rimase non nobile. E benché contraria usanza poi abbia

questa legge nascosa, ella non è ancor tolta via né guasta dalla natura né da'buon costumi; e per ciò colui che

virtuosamente adopera apertamente si mostra gentile, e chi altramenti il chiama, non colui che è chiamato ma

colui che chiama, commette difetto. Raguarda tra tutti i tuoi nobili uomini ed esamina la lor virtù, i lor costumi e le loro maniere, e d'altra parte quelle

di Guiscardo raguarda: se tu vorrai senza animosità giudicare, tu dirai lui nobilissimo e questi tuoi nobili tutti

esser villani. Delle virtù e del valore di Guiscardo io non credetti al giudicio d'alcuna altra persona che a quello

delle tue parole e de'miei occhi. Chi il commendò mai tanto, quanto tu 'l commendavi in tutte quelle cose

laudevoli che valoroso uomo dee essere commendato? E certo non a torto; ché se i miei occhi non m'ingannarono,

niuna laude da te data gli fu, che io lui operarla, e più mirabilmente che le tue parole non potevano esprimere,

non vedessi; e se pure in ciò alcuno inganno ricevuto avessi, da te sarei stata ingannata. Dirai dunque che io con uomo di bassa condizione mi sia posta? Tu non dirai il vero; ma per avventura, se tu

dicessi con povero, con tua vergogna si potrebbe concedere, che così hai saputo un valente uomo tuo servidore

mettere in buono stato; ma la povertà non toglie gentilezza ad alcuno, ma sì avere. Molti re, molti gran principi

furon già poveri; e molti di quegli che la terra zappano e guardan le pecore già ricchissimi furono e sonne. L'ultimo dubbio che tu movevi, cioè che di me far ti dovessi, caccial del tutto via. Se tu nella tua estrema

vecchiezza a far quello che giovane non usasti, cioè ad incrudelir, se'disposto, usa in me la tua crudeltà, la quale

ad alcun priego porgerti disposta non sono, sì come in prima cagion di questo peccato, se peccato è; per ciò che io

t'accerto che quello che di Guiscardo fatto avrai o farai, se di me non fai il simigliante, le mie mani medesime il

faranno. Or via, va con le femine a spander le tue lagrime, e incrudelendo con un medesimo colpo altrui e me, se così ti par

che meritato abbiamo, uccidi. Conobbe il prenze la grandezza dell'animo della sua figliuola; ma non credette per ciò in tutto lei sì fortemente

disposta a quello che le parole sue sonavano, come diceva. Per che, da lei partitosi e da sè rimosso di volere in

alcuna cosa nella persona di lei incrudelire, pensò con gli altrui danni raffreddare il suo fervente amore, e comandò

a'due che Guiscardo guardavano che senza alcun romore lui la seguente notte strangolassono, e, trattogli il cuore,

a lui il recassero; li quali, così come loro era stato comandato, così operarono. Laonde, venuto il dì seguente, fattasi il prenze venire una grande e bella coppa d'oro e messo in quella il cuor di

Guiscardo, per un suo segretissimo famigliare il mandò alla figliuola e imposegli che, quando gliele desse, dicesse:

- Il tuo padre ti manda questo, per consolarti di quella cosa che tu più ami, come tu hai lui consolato di ciò che

egli più amava -. Ghismonda, non smossa dal suo fiero proponimento, fattesi venire erbe e radici velenose, poi che partito fu il

padre, quelle stillò e in acqua ridusse, per presta averla se quello di che elle temeva avvenisse. Alla quale venuto

il famigliare e col presente e con le parole del prenze, con forte viso la coppa prese, e quella scoperchiata, come il

cuor vide e le parole intese, così ebbe per certissimo quello essere il cuor di Guiscardo. Per che, levato il viso verso il famigliare, disse: - Non si conveniva sepoltura men degna che d'oro a così fatto cuore chente questo è; discretamente in ciò ha il

mio padre adoperato. E così detto, appressatoselo alla bocca, il baciò, e poi disse: - In ogni cosa sempre e infino a questo estremo della vita mia ho verso me trovato tenerissimo del mio padre

l'amore, ma ora più che giammai; e per ciò l'ultime grazie, le quali render gli debbo giammai, di così gran

presente da mia parte gli renderai. Questo detto, rivolta sopra la coppa la quale stretta teneva, il cuor riguardando disse: - Ahi! dolcissimo albergo di tutti i miei piaceri, mala detta sia la crudeltà di colui che con gli occhi della fronte or

mi ti fa vedere! Assai m'era con quegli della mente riguardarti a ciascuna ora. Tu hai il tuo corso fornito, e di tale

chente la fortuna tel concedette ti se'spacciato; venuto se'alla fine alla qual ciascun corre; lasciate hai le miserie

del mondo e le fatiche, e dal tuo nemico medesimo quella sepoltura hai che il tuo valore ha meritata. Niuna cosa ti

mancava ad aver compiute esequie, se non le lagrime di colei la qual tu vivendo cotanto amasti; le quali acciò che

tu l'avessi, pose Iddio nel l'animo al mio dispietato padre che a me ti mandasse, e io le ti darò, come che di

morire con gli occhi asciutti e con viso da niuna cosa spaventato proposto avessi; e dateleti, senza alcuno indugio

farò che la mia anima si congiugnerà con quella, adoperandol tu, che tu già cotanto cara guardasti. E con qual

compagnia ne potre'io andar più contenta o meglio si cura ai luoghi non conosciuti che con lei? Io son certa che

ella è ancora quincentro e riguarda i luoghi de'suoi diletti e de'miei; e come colei che ancor son certa che m'ama,

aspetta la mia, dalla quale sommamente è amata. E così detto, non altramenti che se una fonte d'acqua nella testa avuta avesse, senza fare alcun feminil romore,

sopra la coppa chinatasi, piagnendo cominciò a versare tante lagrime, che mirabile cosa furono a riguardare,

baciando infinite volte il morto cuore. Le sue damigelle, che dattorno le stavano, che cuore questo si fosse o che volesson dire le parole di lei non

intendevano; ma da compassion vinte tutte piagnevano e lei pietosamente della cagion del suo pianto

domandavano invano, e molto più, come meglio sapevano e potevano, s'ingegnavano di confortarla. La qual, poi che quanto le parve ebbe pianto, alzato il capo e rasciuttosi gli occhi, disse: - O molto amato cuore, ogni mio uficio verso te è fornito; né più altro mi resta a fare se non di venire con la mia

anima a fare alla tua compagnia E questo detto, si fe'dare l'orcioletto nel quale era l'acqua che il dì avanti aveva fatta, la qual mise nella coppa ove

il cuore era da molte delle sue lagrime lavato, e senza alcuna paura postavi la bocca, tutta la bevve, e bevutala,

con la coppa in mano se ne salì sopra il suo letto, e quanto più onestamente seppe compose il corpo suo sopra

quello, e al suo cuore accostò quello del morto amante, e senza dire alcuna cosa aspettava la morte. Le damigelle sue, avendo queste cose e vedute e udite, come che esse non sapessero che acqua quella fosse la

quale ella bevuta aveva, a Tancredi ogni cosa avean mandata a dire; il quale, temendo di quello che sopravvenne,

presto nella camera scese della figliuola, nella qual giunse in quella ora che essa sopra il suo letto si pose; e tardi

con dolci parole levatosi a suo conforto, veggendo i termini ne'quali era, cominciò dolorosamente a piagnere. Al quale la donna disse: - Tancredi, serbati coteste lagrime a meno disiderata fortuna che questa, né a me le dare, che non le disidero. Chi

vide mai alcuno, altro che te, piagnere di quello che egli ha voluto? Ma pure, se niente di quello amore che già mi

portasti ancora in te vive, per ultimo dono mi concedi che, poi che a grado non ti fu che io tacitamente e di

nascoso con Guiscardo vivessi, che 'l mio corpo col suo, dove che tu te l'abbi fatto gittar morto, palese stea. L'angoscia del pianto non lasciò rispondere al prenze. Laonde la giovane, al suo fine esser venuta sentendosi

strignendosi al petto il morto cuore, disse: - Rimanete con Dio, ché io mi parto. E velati gli occhi, e ogni senso perduto, di questa dolente vita si dipartì. Così doloroso fine ebbe l'amor di Guiscardo e di Ghismonda, come udito avete; li quali Tancredi dopo molto

pianto, e tardi pentuto della sua crudeltà, con general dolore di tutti i salernetani, onorevolmente amenduni in un

medesimo sepolcro gli fe'sepellire.

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