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Giornata terza - Novella quinta

Il Zima dona a messer Francesco Vergellesi un suo pallafreno, e per quello con licenzia di lui parla alla sua donna

ed, ella tacendo, egli in persona di lei si risponde, e secondo la sua risposta poi l'effetto segue.

Aveva Panfilo, non senza risa delle donne, finita la novella di frate Puccio, quando donnescamente la reina ad

Elissa impose che seguisse. La quale, anzi acerbetta che no, non per malizia ma per antico costume, così cominciò

a parlare.

Credonsi molti, molto sappiendo, che altri non sappi nulla, li quali spesse volte, mentre altrui si credono uccellare,

dopo il fatto sé da altrui essere stati uccellati conoscono; per la qual cosa io reputo gran follia quella di chi si

mette senza bisogno a tentar le forze dello altrui ingegno. Ma perché forse ogn'uomo della mia oppinione non

sarebbe, quello che ad un cavalier pistolese n'addivenisse, l'ordine dato del ragionar seguitando, mi piace di

raccontarvi. Fu in Pistoia nella famiglia dei Vergellesi un cavalier nominato messer Francesco, uomo molto ricco e savio e

avveduto per altro, ma avarissimo senza modo; il quale, dovendo andar podestà di Melano, d'ogni cosa opportuna

a dovere onorevolmente andare fornito s'era, se non d'un pallafreno solamente che bello fosse per lui; né

trovandone alcuno che gli piacesse, ne stava in pensiero. Era allora un giovane in Pistoia, il cui nome era Ricciardo, di piccola nazione ma ricco molto, il quale sì ornato e sì

pulito della persona andava, che generalmente da tutti era chiamato il Zima, e avea lungo tempo amata e

vagheggiata infelicemente la donna di messer Francesco, la quale era bellissima e onesta molto. Ora aveva costui

un de'più belli pallafreni di Toscana e avevalo molto caro per la sua bellezza; ed essendo ad ogn'uom publico lui

vagheggiare la moglie di messer Francesco, fu chi gli disse che, se egli quello addimandasse, che egli l'avrebbe

per l'amore il quale il Zima alla sua donna portava. Messer Francesco, da avarizia tirato, fattosi chiamare il Zima, in vendita gli domandò il suo pallafreno, acciò che il

Zima gliele profferesse in dono. Il Zima, udendo ciò, gli piacque, e rispose al cavaliere: - Messere, se voi mi donaste ciò che voi avete al mondo, voi non potreste per via di vendita avere il mio

pallafreno, ma in dono il potreste voi bene avere, quando vi piacesse, con questa condizione che io, prima che voi

il prendiate, possa con la grazia vostra e in vostra presenzia parlare alquante parole alla donna vostra, tanto da

ogn'uom separato che io da altrui che da lei udito non sia. Il cavaliere, da avarizia tirato e sperando di dover beffar costui, rispose che gli piacea, e quantunque egli volesse;

e lui nella sala del suo palagio lasciato, andò nella camera alla donna, e quando detto l'ebbe come agevolmente

poteva il pallafreno guadagnare, le impose che ad udire il Zima venisse; ma ben si guardasse che a niuna cosa

che egli dicesse rispondesse né poco né molto. La donna biasimò molto questa cosa, ma pure, convenendole seguire i piaceri del marito, disse di farlo; e appresso

al marito andò nella sala ad udire ciò che il Zima volesse dire. Il quale, avendo col cavaliere i patti rifermati, da

una parte della sala assai lontano da ogn'uomo colla donna si pose a sedere, e così cominciò a dire: - Valorosa donna, egli mi pare esser certo che voi siete sì savia, che assai bene, già è gran tempo, avete potuto

comprendere a quanto amor portarvi m'abbia condotto la vostra bellezza, la qual senza alcun fallo trapassa quella

di ciascun'altra che veder mi paresse giammai; lascio stare de'costumi laudevoli e delle virtù singolari che in voi

sono, le quali avrebbon forza di pigliare ciascuno alto animo di qualunque uomo. E per ciò non bisogna che io vi

dimostri con parole quello essere stato il maggiore e il più fervente che mai uomo ad alcuna donna portasse; e

così senza fallo sarà mentre la mia misera vita sosterrà questi membri, e ancor più ; che', se di là come di qua

s'ama, in perpetuo v'amerò . E per questo vi potete render sicura che niuna cosa avete, qual che ella si sia o cara

o vile, che tanto vostra possiate tenere e così in ogni atto farne conto come di me, da quanto che io mi sia, e il

simigliante delle mie cose. E acciò che voi di questo prendiate certissimo argomento, vi dico che io mi reputerei

maggior grazia che voi cosa che io far potessi che vi piacesse mi comandaste, che io non terrei che, comandando

io, tutto il mondo prestissimo m'ubbidisse. Adunque, se così son vostro come udite che sono, non immeritamente ardirò di porgere i prieghi miei alla vostra

altezza, dalla qual sola ogni mia pace, ogni mio bene e la mia salute venir mi puote, e non altronde; e sì come

umilissimo servidor vi priego, caro mio bene e sola speranza dell 'anima mia, che nello amoroso fuoco sperando in

voi si nutrica, che la vostra benignità sia tanta e sì ammollita la vostra passata durezza verso di me dimostrata,

che vostro sono, che io, dalla vostra pietà riconfortato, possa dire che, come per la vostra bellezza innamorato

sono, così per quella aver la vita, la quale, se à miei prieghi l'altiero vostro animo non s'inchina, senza alcun fallo

verrà meno, e morrommi, e potrete esser detta di me micidiale. E lasciamo stare che la mia morte non vi fosse

onore, nondimeno credo che, rimordendovene alcuna volta la conscienza, ve ne dorrebbe d'averlo fatto, e talvolta,

meglio disposta, con voi medesima direste: « Deh quanto mal feci a non aver misericordia del Zima mio! -; e

questo pentere non avendo luogo, vi sarebbe di maggior noia cagione. Per che, acciò che ciò non avvenga, ora che sovvenir mi potete, di ciò v'incresca, e anzi che io muoia a

misericordia di me vi movete, per ciò che in voi sola il farmi il più lieto e il più dolente uomo che viva dimora.

Spero tanta essere la vostra cortesia che non sofferrete che io per tanto e tale amore morte riceva per guiderdone,

ma con lieta risposta e piena di grazia riconforterete gli spiriti miei, li quali spaventati tutti trieman nel vostro

cospetto. E quinci tacendo, alquante lacrime dietro a profondissimi sospiri mandate per gli occhi fuori, cominciò ad attender

quello che la gentil donna gli rispondesse. La donna, la quale il lungo vagheggiare, l'armeggiare, le mattinate, e l'altre cose simili a queste per amor di lei

fatte dal Zima, muovere non avean potuto, mossero le affettuose parole dette dal ferventissimo amante, e

cominciò a sentire ciò che prima mai non avea sentito, cioè che amor si fosse. E quantunque, per seguire il

comandamento fattole dal marito, tacesse, non potè per ciò alcun sospiretto nascondere quello che volentieri,

rispondendo al Zima, avrebbe fatto manifesto. Il Zima, avendo alquanto atteso e veggendo che niuna risposta seguiva, si maravigliò , e poscia s'incominciò ad

accorgere dell'arte usata dal cavaliere; ma pur lei riguardando nel viso e veggendo alcun lampeggiare d'occhi di

lei verso di lui alcuna volta, e oltre a ciò raccogliendo i sospiri li quali essa non con tutta la forza loro del petto

lasciava uscire, alcuna buona speranza prese, e da quella aiutato prese nuovo consiglio, e cominciò in forma della

donna, udendolo ella, a rispondere a sé medesimo in cotal guisa: - Zima mio, senza dubbio gran tempo ha che io m'accorsi il tuo amore verso me esser grandissimo e perfetto, e

ora per le tue parole molto maggiormente il conosco, e sonne contenta, sì come io debbo. Tutta fiata, se dura e

crudele paruta ti sono, non voglio che tu creda che io nello animo stata sia quello che nel viso mi sono dimostrata:

anzi t'ho sempre amato e avuto caro innanzi ad ogni altro uomo, ma così m'è convenuto fare e per paura d'altrui e

per servare la fama della mia onestà . Ma ora ne viene quel tempo nel quale io ti potrò chiaramente mostrare se io

t'amo e renderti guiderdone dello amore il qual portato m'hai e mi porti; e per ciò confortati e sta a buona

speranza, per ciò che messer Francesco è per andare in fra pochi dì a Melano per podestà , sì come tu sai, che per

mio amore donato gli hai il bel pallafreno; il quale come andato sarà , senz'alcun fallo ti prometto sopra la mia fè e

per lo buono amore il quale io ti porto, che in fra pochi dì tu ti troverai meco e al nostro amore daremo piacevole e

intero compimento. E acciò che io non t'abbia altra volta a far parlar di questa materia, infino ad ora quel giorno il qual tu vedrai due

sciugatoi tesi alla finestra della camera mia, la quale è sopra il nostro giardino, quella sera di notte, guardando

ben che veduto non sii, fa che per l'uscio del giardino a me te ne venghi; tu mi troverai ivi che t'aspetterò , e

insieme avrem tutta la notte festa e piacere l'un dell'altro sì come disideriamo. Come il Zima in persona della donna ebbe così parlato, egli incominciò per sé a parlare e così rispose: - Carissima donna, egli è per soverchia letizia della vostra buona risposta sì ogni mia virtù occupata, che appena

posso a rendervi debite grazie formar la risposta; e se io pur potessi, come io disidero, favellare, niun termine è sì

lungo che mi bastasse a pienamente potervi ringraziare come io vorrei e come a me di far si conviene; e per ciò

nella vostra discreta considerazion si rimanga a conoscer quello che io disiderando fornir con parole non posso.

Soltanto vi dico che, come imposto m'avete, così penserò di far senza fallo; e allora forse più rassicurato di tanto

dono quanto conceduto m'avete, m'ingegnerò a mio potere di rendervi grazie quali per me si potranno maggiori.

Or qui non resta a dire al presente altro; e però , carissima mia donna, Dio vi dea quella allegrezza e quel bene

che voi disiderate il maggiore, e a Dio v'accomando. Per tutto questo non disse la donna una sola parola; laonde il Zima si levò suso e verso il cavaliere cominciò a

tornare, il qual veggendolo levato, gli si fece incontro e ridendo disse: - Che ti pare? Hott'io bene la promessa servata? - Messer no, - rispose il Zima - ché voi mi prometteste di farmi parlare colla donna vostra e voi m'avete fatto

parlar con una statua di marmo. Questa parola piacque molto al cavaliere, il quale, come che buona oppinione avesse della donna, ancora ne la

prese migliore, e disse: - Omai è ben mio il pallafreno che fu tuo. A cui il Zima rispose: - Messer sì; ma se io avessi creduto trarre di questa grazia ricevuta da voi tal frutto chente tratto n'ho, senza do

mandarlavi ve l'avrei donato; e or volesse Iddio che io fatto l'avessi, per ciò che voi avete comperato il pallafreno,

e io non l'ho venduto. Il cavaliere di questo si rise, ed essendo fornito di pallafreno, ivi a pochi dì entrò in cammino e verso Melano se

n'andò in podesteria. La donna, rimasa libera nella sua casa, ripensando alle parole del Zima e all'amore il qual le portava e al pallafreno

per amor di lei donato, e veggendol da casa sua molto spesso passare, disse seco medesima: « Che fo io? Perché

perdo io la mia giovanezza? Questi se n'è andato a Melano e non tornerà di questi sei mesi; e quando me gli

ristorerà egli giammai? quando io sarò vecchia? e oltre a questo, quando troverò io mai un così fatto amante come

è il Zima? Io son sola, né ho d'alcuna persona paura; io non so perché io non mi prendo questo buon tempo

mentre che io posso; io non avrò sempre spazio come io ho al presente; questa cosa non saprà mai persona, e se

egli pur si dovesse risapere, si è egli meglio fare e pentere, che starsi e pentersi. - E così seco medesima

consigliata, un dì pose due asciugatoi alla finestra del giardino, come il Zima aveva detto; li quali il Zima vedendo,

lietissimo, come la notte fu venuta, segretamente e solo se n'andò all'uscio del giardino della donna, e quello

trovò aperto, e quindi n'andò ad un altro uscio che nella casa entrava, dove trovò la gentil donna che l'aspettava. La qual veggendol venire, levataglisi incontro, con grandissima festa il ricevette; ed egli, abbracciandola e

baciandola centomilia volte, su per le scale la seguitò; e senza alcuno indugio coricatisi, gli ultimi termini

conobber d'amore. Né questa volta, come che la prima fosse, fu però l'ultima, per ciò che, mentre il cavalier fu a

Melano, e ancor dopo la sua tornata, vi tornò con grandissimo piacere di ciascuna delle parti il Zima molte

dell'altre volte.


Giornata terza - Novella sesta

Ricciardo Minutolo ama la moglie di Filippello Sighinolfo, la quale sentendo gelosa, col mostrare Filippello il dì

seguente con la moglie di lui dovere essere ad un bagno, fa che ella vi va, e credendosi col marito essere stata, si

truova che con Ricciardo è dimorata

Niente restava più avanti a dire ad Elissa, quando, commendata la sagacità del Zima, la reina impose alla

Fiammetta che procedesse con una. La qual tutta ridente rispose: - Madonna, volentieri - ; e cominciò. Alquanto è da uscire della nostra città, la quale, come d'ogn'altra cosa è copiosa, così è d'essempli ad ogni

materia, e, come Elissa ha fatto, alquanto delle cose che per l'altro mondo avvenute son, raccontare; e per ciò, a

Napoli trapassando, dirò come una di queste santesi, che così d'amore schife si mostrano, fosse dallo ingegno

d'un suo amante prima a sentir d'amore il frutto condotta che i fiori avesse conosciuti; il che ad una ora a voi

presterà cautela nelle cose che possono avvenire, e daravvi diletto delle avvenute. In Napoli, città antichissima e forse così dilettevole, o più, come ne sia alcuna altra in Italia, fu già un giovane per

nobiltà di sangue chiaro e splendido per molte ricchezze, il cui nome fu Ricciardo Minutolo. Il quale, non ostante

che una bellissima giovane e vaga per moglie avesse, s'innamorò d'una, la quale, secondo l'oppinion di tutti, di

gran lunga passava di bellezza tutte l'altre donne napoletane, e fu chiamata Catella, moglie d'un giovane

similmente gentile uomo, chiamato Filippel Sighinolfo, il quale ella, onestissima, più che altra cosa amava e aveva

caro. Amando adunque Ricciardo Minutolo questa Catella e tutte quelle cose operando per le quali la grazia e l'amor

d'una donna si dee potere acquistare, e per tutto ciò a niuna cosa potendo del suo disidero pervenire, quasi si

disperava; e da amore o non sappiendo o non potendo disciogliersi, né morir sapeva né gli giovava di vivere. E in

cotal disposizion dimorando, avvenne che da donne che sue parenti erano fu un dì assai confortato che di tale

amore si dovesse rimanere, per ciò che in van si faticava, con ciò fosse cosa che Catella niuno altro bene avesse

che Filippello, del quale ella in tanta gelosia viveva, che ogni uccel che per l'aere volava credeva gliele togliesse. Ricciardo, udito della gelosia di Catella, subitamente prese consiglio a'suoi piaceri e cominciò a mostrarsi dello

amor di Catella disperato, e per ciò in un'altra gentil donna averlo posto; e per amor di lei cominciò a mostrar

d'armeggiare e di giostrare e di far tutte quelle cose le quali per Catella solea fare. Nè guari di tempo ciò fece che

quasi a tutti i napoletani, e a Catella altressì, era nell'animo che non più Catella, ma questa seconda donna

sommamente amasse; e tanto in questo perseverò, che sì per fermo da tutti si teneva che, non ch'altri, ma

Catella lasciò una salvatichezza che con lui aveva dell'amor che portar le solea, e dimesticamente. come vicino,

andando e vegnendo il salutava come faceva gli altri. Ora avvenne che, essendo il tempo caldo e molte brigate di donne e di cavalieri, secondo l'usanza dei napoletani,

andassero a diportarsi a'liti del mare e a desinarvi e a cenarvi, Ricciardo, sappiendo Catella con sua brigata esservi

andata, similmente con sua compagnia v'andò, e nella brigata delle donne di Catella fu ricevuto, faccendosi prima

molto invitare, quasi non fosse molto vago di rimanervi. Quivi le donne, e Catella insieme con loro, incominciarono

con lui a motteggiare del suo novello amore, del quale egli mostrandosi acceso forte, più loro di ragionare dava

materia. A lungo andare essendo l'una donna andata in qua e l'altra in là, come si fa in que'luoghi, essendo

Catella con poche rimasa quivi dove Ricciardo era, gittò Ricciardo verso lei un motto d'un certo amore di Filippello

suo marito, per lo quale ella entrò in subita gelosia, e dentro cominciò ad arder tutta di disidero di saper ciò che

Ricciardo volesse dire. E poi che alquanto tenuta si fu, non potendo più tenersi, pregò Ricciardo che, per amor di

quella donna la quale egli più amava, gli dovesse piacere di farla chiara di ciò che detto aveva di Filippello. Il quale le disse: - Voi m'avete scongiurato per persona, che io non oso negar cosa che voi mi domandiate; e per ciò io son presto a

dirlovi, sol che voi mi promettiate che niuna parola ne farete mai né con lui né con altrui, se non quando per

effetto vederete esser vero quello che io vi conterò; ché, quando vogliate, v'insegnerò come vedere il potrete. Alla donna piacque questo che egli addomandava, e più il credette esser vero, e giurogli di mai non dirlo. Tirati

adunque da una parte, che da altrui uditi non fossero, Ricciardo cominciò così a dire: - Madonna, se io v'amassi come io già amai, io non avrei ardire di dirvi cosa che io credessi che noiar vi dovesse;

ma, per ciò che quello amore è passato, me ne curerò meno d'aprirvi il vero d'ogni cosa. Io non so se Filippello si

prese giammai onta dello amore il quale io vi portai, o se avuto ha credenza che io mai da voi amato fossi; ma,

corne che questo sia stato o no, nella mia persona niuna cosa ne mostrò mai. Ma ora, forse aspettando tempo

quando ha creduto che io abbia men di sospetto, mostra di volere fare a :me quello che io dubito che egli non

tema ch'io facessi a lui, cioè di volere al suo piacere avere la donna mia; e per quello che io truovo egli l'ha da non

troppo tempo in qua segretissimamente con più ambasciate sollicitata, le quali io ho tutte da lei risapute; ed ella

ha fatte le risposte secondo che io l'ho imposto. Ma pure stamane, anzi che io qui venissi, io trovai con la donna mia in casa una femina a stretto consiglio, la

quale io credetti incontanente che fosse ciò che ella era, per che io chiamai la donna mia e la dimandai quello che

colei di mandasse. Ella mi disse: - Egli è lo stimol di Filippello, il qual tu, con fargli risposte e dargli speranza,

m'hai fatto recare addosso, e dice che del tutto vuol sapere quello che io intendo di fare, e che egli, quando io

volessi, farebbe che io potrei essere segretamente ad un bagno in questa terra; e di questo mi prega e grava; e se

non fosse che tu m'ha'fatto, non so perchè, tener questi mercati, io me l'avrei per maniera levato di dosso che egli

mai non avrebbe guatato là dove io fossi stata -. Allora mi parve che questi procedesse troppo innanzi e che più

non fosse da sofferire, e di dirlovi, acciò che voi conosceste che merito riceve la vostra intera fede, per la quale io

fui già presso alla morte. E acciò che voi non credeste queste esser parole e favole, ma il poteste, quando voglia ve ne venisse, apertamente

e vedere e toccare, io feci fare alla donna mia, a colei che l'aspettava, questa risposta, che ella era presta d'esser

domani in su la nona, quando la gente dorme, a questo bagno; di che la femina contentissima si partì da lei. Ora

non credo io che voi crediate che io la vi mandassi; ma, se io fossi in vostro luogo, io farei che egli vi troverrebbe

me in luogo di colei cui trovarvi si crede; e quando alquanto con lui dimorata fossi, io il farei avvedere con cui

stato fosse, e quel lo onore che a lui se ne convenisse ne gli farei; e questo faccendo, credo sì fatta vergogna gli

fia, che ad una ora la 'ngiuria che a voi e a me far vuole vendicata sarebbe. Catella, udendo questo, senza avere alcuna considerazione a chi era colui che gliele dicea o a'suoi inganni,

secondo il costume de'gelosi, subitamente diede fede alle parole, e certe cose state davanti cominciò adattare a

questo fatto; e di subita ira accesa, rispose che questo farà ella certamente, non era egli sì gran fatica a fare; e

che fermamente, se egli vi venisse, ella gli farebbe sì fatta vergogna, che sempre che egli alcuna donna vedesse

gli si girerebbe per lo capo. Ricciardo, contento di questo e parendogli che '1 suo consiglio fosse stato buono e procedesse, con molte altre

parole la vi confermò su e fece la fede maggiore, pregandola non dimeno che dir non dovesse giammai d'averlo

udito da lui, il che ella sopra la sua fè gli promise. La mattina seguente Ricciardo se n'andò ad una buona femina, che quel bagno che egli aveva a Catella detto

teneva, e le disse ciò che egli intendeva di fare, e pregolla che in ciò fosse favorevole quanto potesse. La buona

femina, che molto gli era tenuta, disse di farlo volentieri e con lui ordinò quello che a fare o a dire avesse. Aveva costei, nella casa ove '1 bagno era, una camera oscura molto, sì come quella nella quale niuna finestra che

lume rendesse rispondea. Questa, secondo l'ammaestramento di Ricciardo, acconciò la buona femina e fecevi

entro un letto, secondo che potè il migliore, nel quale Ricciardo, come desinato ebbe, si mise e cominciò ad

aspettare Catella. La donna, udite le parole di Ricciardo e a quelle data più fede che non le bisognava, piena di sdegno tornò la sera

a casa, dove per avventura Filippello pieno d'altro pensiero similmente tornò, né le fece forse quella dimestichezza

che era usato di fare. Il che ella vedendo, entrò in troppo maggior sospetto che ella non era, seco medesima

dicendo: - Veramente costui ha l'animo a quella donna con la qual domane si crede aver piacere e diletto, ma

ferma mente questo non avverrà -; e sopra cotal pensiero, e imaginando come dir gli dovesse quando con lui stata

fosse, quasi tutta la notte dimorò. Ma che più? Venuta la nona, Catella prese sua compagnia e senza mutare altramente consiglio se n'andò a quel

bagno il quale Ricciardo le aveva insegnato; e quivi trovata la buona femina, la dimandò se Filippello stato vi fosse

quel dì. A cui la buona femina ammaestrata da Ricciardo disse: - Sete voi quella donna che gli dovete venire a parlare? Catella rispose: - Sì sono. - Adunque, - disse la buona femina - andatevene da lui. Catella, che cercando andava quello che ella non avrebbe voluto trovare, fattasi alla camera menare dove Ricciardo

era, col capo coperto in quella entrò e dentro serrossi. Ricciardo, vedendola venire, lieto si levò in piè e, in braccio ricevutala, disse pianamente: - Ben vegna l'anima mia. Catella, per mostrarsi ben d'essere altra che ella non era, abbracciò e baciò lui e fecegli la festa grande senza dire

alcuna parola, temendo, se parlasse, non fosse da lui conosciuta. La camera era oscurissima, di che ciascuna delle parti era contenta; né per lungamente dimorarvi riprendevan gli

occhi più di potere. Ricciardo la condusse in su il letto, e quivi, senza favellare in guisa che iscorger si potesse la

voce, per grandissimo spazio con maggior diletto e piacere dell'una parte che dell'altra stettero. Ma poi che a Catella parve tempo di dovere il conceputo sdegno mandar fuori, così di fervente ira accesa cominciò

a parlare: - Ahi quanto è misera la fortuna delle donne e come è male impiegato l'amor di molte ne'mariti! Io, misera me!,

già sono otto anni, t'ho più che la mia vita amato, e tu, come io sentito ho, tutto ardi e consumiti nello amore

d'una donna strana, reo e malvagio uom che tu se'. Or con cui ti credi tu essere stato? Tu se'stato con colei la

quale otto anni t'è giaciuta a lato, tu se'stato con colei la qual con false lusinghe tu hai, già è assai, ingannata

mostrandole amore ed essendo altrove innamorato. Io son Catella, non son la moglie di Ricciardo, traditor disleale che tu se'; ascolta se tu riconosci la voce mia, io

son ben dessa; e parmi mille anni che noi siamo al lume, che io ti possa svergognare come m se'degno, sozzo

cane vituperato che tu se'. Ohimè, misera me! a cui ho io cotanti anni portato cotanto amore? A questo can

disleale, che, credendosi in braccio avere una donna strana, m'ha più di carezze e d'amorevolezze fatte in questo

poco di tempo che qui stata son con lui, che in tutto l'altro rimanente che stata son sua. Tu se'bene oggi, can rinnegato, stato gagliardo, che a casa ti suogli mostrare così debole e vinto e senza possa.

Ma, lodato sia Iddio, che il tuo campo, non l'altrui, hai lavorato, come tu ti credevi. Non maraviglia che stanotte tu

non mi ti appressasti: tu aspettavi di scaricar le some altrove, e volevi giugnere molto fresco cavaliere alla

battaglia; ma, lodato sia Iddio e il mio avvedimento, l'acqua è pur corsa all'in giù, come ella doveva. Ché non

rispondi, reo uomo? Ché non di'qualche cosa? Se'tu divenuto mutolo udendomi? In fè di Dio io non so a che io mi

tengo, che io non ti ficco le mani negli occhi e traggogliti. Credesti molto celatamente saper fare questo

tradimento; per Dio! tanto sa altri quanto altri, non t'è venuto fatto; io t'ho avuti miglior bracchi alla coda che tu

non credevi. Ricciardo in sé medesimo godeva di queste parole, e senza rispondere alcuna cosa l'abbracciava e baciava e più

che mai le faceva le carezze grandi. Per che ella, seguendo il suo parlar, diceva: - Sì, tu mi credi ora con tue carezze infinte lusingare, can fastidioso che tu se', e rappacificare e racconsolare; tu

se'errato; io non sarò mai di questa cosa consolata, infino a tanto che io non te ne vitupero in presenzia di quanti

parenti e amici e vicini noi abbiamo. Or non sono io, malvagio uomo, così bella come sia la moglie di Ricciardo

Minutolo? Non son io così gentil donna? Ché non rispondi, sozzo cane? Che ha colei più di me? Fatti in costà, non

mi toccare, che tu hai troppo fatto d'arme per oggi. Io so bene che oggi mai, poscia che tu conosci chi io sono, che

tu ciò che tu fa cessi faresti a forza; ma, se Dio mi dea la grazia sua, io te ne farò ancor patir voglia; e non so a

che io mi tengo che io non mando per Ricciardo, il qual più che sé m'ha amata e mai non potè vantarsi che io il

guatassi pure una volta; e non so che male si fosse a farlo. Tu hai creduto avere la moglie qui, ed è come se avuta

l'avessi, in quanto per te non è rimaso; dunque, se io avessi lui, non mi potresti con ragione biasimare. Ora le parole furono assai e il rammarichio della donna grande; pure alla fine Ricciardo, pensando che, se andar ne

la lasciasse con questa credenza, molto di male ne potrebbe seguire, diliberò di palesarsi e di trarla dello inganno

nel quale era; e recatasela in braccio e presala bene sì che partire non si poteva, disse: - Anima mia dolce, non vi turbate; quello che io semplicemente amando aver non potei, Amor con inganno m'ha

insegnato avere, e sono il vostro Ricciardo. Il che Catella udendo e conoscendolo alla voce, subita mente si volle gittare del letto, ma non potè; ond'ella volle

gridare; ma Ricciardo le chiuse con l'una delle mani la bocca, e disse: - Madonna, egli non può oggimai essere che quello che è stato non sia pure stato, se voi gridaste tutto il tempo

della vita vostra; e se voi griderete o in alcuna maniera fa rete che questo si senta mai per alcuna persona, due

cose ne avverranno. L'una fia (di che non poco vi dee calere) che il vostro onore e la vostra buona fama fia guasta,

per ciò che, come che voi diciate che io qui ad inganno v'abbia fatta venire, io dirò che non sia vero, anzi vi ci

abbia fatta venire per denari e per doni che io v'abbia promessi, li quali per ciò che così compiutamente dati non

v'ho come sperava te, vi siete turbata e queste parole e questo romor ne fate; e voi sapete che la gente è più

acconcia a credere il male che il bene; e per ciò non fia men tosto creduto a me che a voi. Appresso questo, ne

seguirà tra vostro marito e me mortal nimistà, e potrebbe sì andare la cosa che io ucciderei altressì tosto lui, come

egli me; di che mai voi non dovreste esser poi né lieta né contenta. E per ciò, cuor del corpo mio, non vogliate ad

una ora vituperar voi e mettere in pericolo e in briga il vostro marito e me. Voi non siete la prima, né sarete

l'ultima, la quale è ingannata, né io non v'ho ingannata per torvi il vostro, ma per soverchio amore che io vi porto

e son disposto sempre a portarvi, e ad essere vostro umilissimo servidore. E come che sia gran tempo che io e le

mie cose e ciò che io posso e vaglio vostre state sieno e al vostro servigio, io intendo che da quinci innanzi sien

più che mai. Ora, voi siete savia nell'altre cose, e così son certo che sarete in questa. Catella, mentre che Ricciardo diceva queste parole, piagneva forte, e come che molto turbata fosse e molto si

rammaricasse, nondimeno diede tanto luogo la ragione alle vere parole di Ricciardo, che ella cognobbe esser

possibile ad avvenire ciò che Ricciardo diceva, e per ciò disse: - Ricciardo, io non so come Domeneddio mi si concederà che io possa comportare la 'ngiuria e lo 'nganno che fatto

m'hai. Non voglio gridar qui, dove la mia simplicità e soperchia gelosia mi condusse; ma di questo vivi sicuro che

io non sarò mai lieta se in un modo o in uno altro io non mi veggio vendica di ciò che fatto m'hai; e per ciò

lasciami, non mi tener più; tu hai avuto ciò che disiderato hai, e ha'mi straziata quanto t'è piaciuto; tempo è di

lasciarmi; lasciami, io te ne priego. Ricciardo, che conosceva l'animo suo ancora troppo turbato, s'avea posto in cuore di non lasciarla mai se la sua

pace non riavesse; per che, cominciando con dolcissime parole a raumiliarla, tanto disse e tanto pregò e tanto

scongiurò, che ella, vinta, con lui si paceficò; e di pari volontà di ciascuno gran pezza appresso in grandissimo

diletto dimorarono insieme. E conoscendo allora la donna quanto più saporiti fossero i baci dello amante che quegli del marito, voltata la sua

durezza in dolce amore verso Ricciardo, tenerissimamente da quel giorno innanzi l'amò, e savissimamente

operando molte volte goderono del loro amore. Iddio faccia noi goder del nostro.


Giornata terza - Novella settima

Tedaldo, turbato con una sua donna, si parte di Firenze; tornavi in forma di peregrino dopo alcun tempo; parla con

la donna e falla del suo error conoscente, e libera il ma ito di lei da morte, che lui gli era provato che aveva ucciso,

e co'fratelli il pacefica; e poi saviamente colla sua donna si gode.


Già si taceva Fiammetta lodata da tutti, quando la reina, per non perder tempo, prestamente ad Emilia commise il

ragionare; la qual cominciò. A me piace nella nostra città ritornare, donde alle due passate piacque di dipartirsi, e come uno nostro cittadino la

sua donna perduta racquistasse mostrarvi. Fu adunque in Firenze un nobile giovane, il cui nome fu Tedaldo degli Elisei, il quale d'una donna, monna

Ermellina chiamata e moglie d'uno Aldobrandino Palermini, innamorato oltre misura per gli suoi laudevoli costumi,

meritò di godere del suo disiderio. Al qual piacere la Fortuna, nimica de'felici, s'oppose; per ciò che, qual che la

cagion si fosse, la donna, avendo di sé a Tedaldo compiaciuto un tempo, del tutto si tolse dal volergli più

compiacere, né a non volere non solamente alcuna sua ambasciata ascoltare ma vedere in alcuna maniera; di che

egli entrò in fiera malinconia e ispiacevole; ma sì era questo suo amor celato, che della sua malinconia niuno

credeva ciò essere la cagione. E poiché egli in diverse maniere si fu molto ingegnato di racquistare l'amore che senza sua colpa gli pareva aver

perduto, e ogni fatica trovando vana, a doversi dileguar del mondo, per non far lieta colei che del suo male era

cagione di vederlo consumare, si dispose. E, presi quegli denari che aver potè, segretamente, senza far motto ad

amico o a parente, fuor che ad un suo compagno il quale ogni cosa sapea, andò via e pervenne ad Ancona, Filippo

di Sanlodeccio faccendosi chiamare; e quivi con un ricco mercatante accontatosi, con lui si mise per servidore e in

su una sua nave con lui insieme n'andò in Cipri. I costumi del quale e le maniere piacquero sì al mercatante, che

non solamente buon salario gli assegnò, ma il fece in parte suo compagno, oltre a ciò gran parte de'suoi fatti

mettendogli tra le mani; li quali esso fece sì bene e con tanta sollicitudine, che esso in pochi anni divenne buono e

ricco mercatante e famoso. Nelle quali faccende, ancora che spesso della sua crudel donna si ricordasse, e

fieramente fosse da amor trafitto e molto disiderasse di rivederla, fu di tanta constanzia che sette anni vinse

quella battaglia. Ma avvenne che, udendo egli un dì in Cipri cantare una canzone già da lui stata fatta, nella quale l'amore che alla

sua donna portava ed ella a lui e il piacer che di lei aveva si raccontava, avvisando questo non dover potere

essere, che ella dimenticato l'avesse, in tanto disidero di rivederla s'accese, che, più non potendo sofferir si

dispose a tornar in Firenze. E, messa ogni sua cosa in ordine, se ne venne con un suo fante solamente ad Ancona,

dove essendo ogni sua roba giunta, quella ne mandò a Firenze ad alcuno amico dell'ancontano suo compagno, ed

egli celatamente, in forma di peregrino che dal Sepolcro venisse, col fante suo se ne venne appresso; e in Firenze

giunti, se n'andò ad uno alberghetto di due fratelli che vicino era alla casa della sua donna. Né prima andò in altra

parte che davanti alla casa di lei, per vederla se potesse. Ma egli vide le finestre e le porti e ogni cosa serrata; di

che egli dubitò forte che morta non fosse o di quindi mutatasi. Per che, forte pensoso, verso la casa de'fratelli se n'andò, davanti la quale vide quattro suoi fratelli tutti di nero

vestiti, di che egli si maravigliò molto; e conoscendosi in tanto trasfigurato e d'abito e di persona da quello che

esser soleva quando si partì, che di leggieri non potrebbe essere stato riconosciuto, sicuramente s'accostò ad un

calzolaio e domandollo perché di nero fossero vestiti costoro. Al quale il calzolaio rispose: - Coloro sono di nero vestiti, per ciò che e'non sono ancora quindici dì che un lor fratello, che di gran tempo non

c'era stato, che avea nome Tedaldo fu ucciso; e parmi intendere che egli abbiano provato alla corte che uno che

ha nome Aldobrandino Palermini, il quale è preso, l'uccidesse, per ciò che egli voleva bene alla moglie ed eraci

tornato sconosciuto per esser con lei. Maravigliossi forte Tedaldo che alcuno in tanto il simigliasse, che fosse creduto lui; e della sciagura d'Aldobrandino

gli dolfe. E avendo sentito che la donna era viva e sana, essendo già notte, pieno di vari pensieri se ne tornò

all'albergo, e poi che cenato ebbe insieme col fante suo, quasi nel più alto della casa fu messo a dormire. E quivi,

sì per li molti pensieri che lo stimolavano e sì per la malvagità del letto e forse per la cena ch'era stata magra,

essendo già la metà della notte andata, non s'era ancor potuto Tedaldo addormentare; per che, essendo desto, gli

parve in su la mezza notte sentire d'in su il tetto della casa scender nella casa persone, e appresso per le fessure

dell'uscio della camera vide là su venire un lume. Per che, chetamente alla fessura accostatosi, cominciò a guardare che ciò volesse dire, e vide una giovane assai

bella tener questo lume, e verso lei venir tre uomini che del tetto quivi eran discesi; e dopo alcuna festa insieme

fattasi, disse l'un di loro alla giovane: - Noi possiamo, lodato sia Iddio, oggimai star sicuri, per ciò che noi sappiamo fermamente che la morte di Tedaldo

Elisei è stata provata da'fratelli addosso ad Aldobrandin Palermini, ed egli l'ha confessata e già è scritta la

sentenzia; ma ben si vuol nondimeno tacere, per ciò che, se mai si risapesse che noi fossimo stati, noi saremmo a

quel medesimo pericolo che è Aldobrandino. E questo detto con la donna, che forte di ciò si mostrò lieta, se ne sciesono e andarsi a dormire. Tedaldo, udito questo, cominciò a riguardare quanti e quali fossero gli errori che potevano cadere nelle menti degli

uomini, prima pensando a'fratelli che uno strano avevano pianto e sepellito in luogo di lui, e appresso lo innocente

per falsa suspizione accusato, e con testimoni non veri averlo condotto a dover morire, e oltre a ciò la cieca

severità delle leggi e de'rettori, li quali assai volte, quasi solliciti investigatori del vero, incrudelendo fanno il falso

provare, e sé ministri dicono della giustizia e di Dio, dove sono della iniquità e del diavolo esecutori. Appresso

questo alla salute d'Aldobrandino il pensier volse, e seco ciò che a fare avesse compose. E come levato fu la mattina, lasciato il suo fante, quando tempo gli parve, solo se n'andò verso la casa della sua

donna; e per ventura trovata la porta aperta, entrò dentro e vide la sua donna sedere in terra in una saletta

terrena che ivi era, ed era tutta piena di lagrime e d'amaritudine, e quasi per compassione ne lagrimò, e

avvicinatolesi disse: - Madonna, non vi tribolate: la vostra pace è vicina. La donna, udendo costui, levò alto il viso e piagnendo disse: - Buono uomo, tu mi pari un peregrin forestiere; che sai tu di pace o di mia afflizione? Rispose allora il peregrino: - Madonna, io son di Costantinopoli e giungo testé qui mandato da Dio a convertire le vostre lagrime in riso e di

liberare da morte il vostro marito. - Come,- disse la donna - se tu di Costantinopoli se'e giugni pur testé qui, sai tu chi mio marito o io ci siamo? Il peregrino, da capo fattosi, tutta la istoria della angoscia d'Aldobrandino raccontò e a lei disse chi ella era,

quanto tempo stata maritata e altre cose assai, le quali egli molto ben sapeva de'fatti suoi; di che la donna si

maravigliò forte, e avendolo per uno profeta, gli s'inginocchiò a'piedi, per Dio pregandolo che, se per la salute

d'Aldobrandino era venuto, che egli s'avacciasse, per ciò che il tempo era brieve. Il peregrino, mostrandosi molto santo uomo, disse: - Madonna, levate su e non piagnete, e attendete bene a quello che io vi dirò, e guardatevi bene di mai ad alcun

non dirlo. Per quello che Iddio mi riveli, la tribulazione la qual voi avete v'è per un peccato, il qual voi

commetteste già, avvenuta, il quale Domeneddio ha voluto in parte purgare con questa noia, e vuole del tutto che

per voi s'ammendi; se non, sì ricadereste in troppo maggiore affanno. Disse allora la donna: - Messere, io ho peccati assai, né so qual Domeneddio più un che un altro si voglia che io m'ammendi; e per ciò,

se voi il sapete, ditelmi, e io ne farò ciò che io potrò per ammendarlo. - Madonna, - disse allora il peregrino - io so bene quale egli è, né ve ne domanderò per saperlo meglio, ma per ciò

che voi medesima dicendolo n'abbiate più rimordimento. Ma vegnamo al fatto. Ditemi, ricordavi egli che voi mai

aveste alcuno amante ? La donna, udendo questo, gittò un gran sospiro e maravigliossi forte, non credendo che mai alcuna persona saputo

l'avesse, quantunque di que'dì, che ucciso era stato colui che per Tedaldo fu sepellito, se ne bucinasse per certe

parolette non ben saviamente usate dal compagno di Tedaldo che ciò sapea, e rispose: - Io veggio che Iddio vi dimostra tutti i segreti degli uomini, e per ciò io son disposta a non celarvi i miei. Egli il è

vero che nella mia giovanezza io amai sommamente lo sventurato giovane la cui morte è apposta al mio marito; la

qual morte io ho tanto pianta, quanto dolent'è a me; per ciò che, quantunque io rigida e salvatica verso lui mi

mostrassi anzi la sua partita, né la sua partita, né la sua lunga dimora, né ancora la sventurata morte me l'hanno

potuto trarre del cuore. A cui il peregrin disse: - Lo sventurato giovane che fu morto non amaste voi mai, ma Tedaldo Elisei sì. Ma ditemi: qual fu la cagione per

la quale voi con lui vi turbaste? Offesevi egli giammai ? A cui la donna rispose: - Certo no, che egli non mi offese mai; ma la cagione del cruccio furono le parole d'un maladetto frate, dal quale

io una volta mi confessai; per ciò che, quando io gli dissi l'amore il quale io a costui portava e la dimestichezza

che io aveva seco, mi fece un romore in capo che ancor mi spaventa, dicendomi che, se io non me ne rimanessi, io

n'andrei in bocca del diavolo nel profondo del ninferno e sarei messa nel fuoco pennace. Di che sì fatta paura

m'entrò, che io del tutto mi disposi a non voler più la dimestichezza di lui; e per non averne cagione, né sua

lettera né sua ambasciata più volli ricevere; come che io credo, se più fosse perseverato, come (per quello che io

presuma) egli se n'andò disperato, veggendolo io consumare come si fa la neve al sole, il mio duro proponimento

si sarebbe piegato, per ciò che niun disidero al mondo maggiore avea. Disse allora il peregrino: - Madonna, questo è sol quel peccato che ora vi tribola. Io so fermamente che Tedaldo non vi fece forza alcuna;

quando voi di lui v'innamoraste, di vostra propria volontà il faceste, piacendovi egli; e, come voi medesima

voleste, a voi venne e usò la vostra dimestichezza, nella quale e con parole e con fatti tanta di piacevolezza gli

mostraste che, se egli prima v'amava, in ben mille doppi faceste l'amor raddoppiare. E se così fu (che so che fu),

qual cagion vi dovea poter muovere a torglivi così rigidamente ? Queste cose si volean pensare innanzi tratto, e se

credevate dovervene, come di mal far, pentere, non farle. Così, come egli divenne vostro, così diveniste voi sua.

Che egli non fosse vostro potavate voi fare ad ogni vostro piacere, sì come del vostro, ma il voler tor voi a lui, che

sua eravate, questa era ruberia e sconvenevole cosa, dove sua volontà stata non fosse. Or voi dovete sapere che io son frate, e per ciò li loro costumi io conosco tutti; e se io ne parlo alquanto largo ad

utilità di voi, non mi si disdice come farebbe ad un altro, ed egli mi piace di parlarne, acciò che per innanzi meglio

li conosciate che per addietro non pare che abbiate fatto. Furon già i frati santissimi e valenti uomini, ma quegli che oggi frati si chiamano e così vogliono esser tenuti,

niuna altra cosa hanno di frate se non la cappa, né quella altressì è di frate, per ciò che, dove dagl'inventori

de'frati furono ordinate strette e misere e di grossi panni e dimostratrici dello animo, il quale le temporali cose

disprezzate avea quando il corpo in così vile abito avviluppava, essi oggi le fanno larghe e doppie e lucide e di

finissimi panni, e quelle in forma hanno recate leggiadria e pontificale, in tanto che paoneggiar con esse nelle

chiese e nelle piazze, come con le loro robe i secolari fanno, non si vergognano; e quale col giacchio il pescatore

d'occupare nel fiume molti pesci ad un tratto, così costoro colle fimbrie ampissime avvolgendosi, molte

pinzochere, molte vedove, molte altre sciocche femine e uomini d'avvilupparvi sotto s'ingegnano, ed è lor maggior

sollicitudine che d'altro esercizio. E per ciò, acciò ch'io più vero parli, non le cappe de'frati hanno costoro, ma

solamente i colori delle cappe. E dove gli antichi la salute disideravan degli uomini, quegli d'oggi disiderano le

femine e le ricchezze; e tutto il loro studio hanno posto e pongono in ispaventare con romori e con dipinture le

menti delli sciocchi e in mostrare che con limosine i peccati si purghino e colle messe, acciò che a loro, che per

viltà, non per divozione, sono rifuggiti a farsi frati, e per non durar fatica, porti questi il pane, colui mandi il vino,

quello altro faccia la pietanza per l'anima de'lor passati. E certo egli è il vero che le elimosine e le orazion purgano i peccati; ma se coloro che le fanno vedessero a cui le

fanno o il conoscessero, più tosto o a sé il guarderieno o dinanzi ad altrettanti porci il gitterieno. E per ciò che essi

conoscono, quanti meno sono i possessori d'una gran ricchezza, tanto più stanno ad agio, ogn'uno con romori e

con ispaventamenti s'ingegna di rimuovere altrui da quello a che esso di rimaner solo disidera. Essi sgridano

contra gli uomini la lussuria, acciò che, rimovendosene gli sgridati, agli sgridatori rimangano le femine; essi

dannan l'usura e i malvagi guadagni, acciò che, fatti restitutori di quegli, si possano fare le cappe più larghe,

procacciare i vescovadi e l'altre prelature maggiori, di ciò che mostrato hanno dover menare a perdizione chi

l'avesse. E quando di queste cose e di molte altre che sconce fanno ripresi sono, l'avere risposto: - Fate quello che noi

diciamo e non quello che noi facciamo -, estimano che sia degno scaricamento d'ogni grave peso, quasi più alle

pecore sia possibile l'esser costanti e di ferro che a'pastori. E quanti sien quegli a'quali essi fanno cotal risposta,

che non la intendono per lo modo che essi la dicono, gran parte di loro il sanno. Vogliono gli odierni frati che voi facciate quello che dicono, cioè che voi empiate loro le borse di denari, fidiate loro

i vostri segreti, serviate castità, siate pazienti, perdoniate le 'ngiurie, guardiatevi del maldire, cose tutte buone,

tutte oneste, tutte sante; ma questo perché ? Perché essi possano fare quello che, se i secolari faranno, essi fare

non potranno. Chi non sa che senza denari la poltroneria non può durare ? Se tu ne'tuoi diletti spenderai i denari,

il frate non potrà poltroneggiare nell'ordine; se tu andrai alle femine dattorno, i frati non avranno lor luogo; se tu

non sarai paziente o perdonator d'ingiurie, il frate non ardirà di venirti a casa a contaminare la tua famiglia. Perché

vo io dietro ad ogni cosa? Essi s'accusano quante volte nel cospetto degl'intendenti fanno quella scusa. Perché non

si stanno eglino innanzi a casa, se astinenti e santi non si credono potere essere ? O se pure a questo dar si

vogliono, perché non seguitano quella altra santa parola dello Evangelio: - In cominciò Cristo a fare e ad insegnare

- ? Facciano in prima essi, poi ammaestrin gli altri. Io n'ho de'miei dì mille veduti vagheggiatori, amatori,

visitatori, non solamente delle donne secolari, ma de'monisteri; e pur di quegli che maggior romor fanno in su i

pergami. A quegli adunque così fatti andrem dietro? Chi 'l fa, fa quel ch'e'vuole, ma Iddio sa se egli fa

saviamente. Ma, posto pur che in questo sia da concedere ciò che il frate che vi sgridò vi disse, cioè che gravissima colpa sia

rompere la matrimonial fede, non è molto maggiore il rubare uno uomo ? Non è molto maggiore l'ucciderlo o il

mandarlo in essilio tapinando per lo mondo? Questo concederà ciascuno. L'usare la dimestichezza d'uno uomo una

donna è peccato naturale; il rubarlo o l'ucciderlo o il discacciarlo da malvagità di mente procede. Che voi rubaste Tedaldo già di sopra v'è dimostrato, togliendoli voi, che sua di vostra spontanea volontà eravate

divenuta. Appresso dico che, in quanto in voi fu, voi l'uccideste, per ciò che per voi non rimase, mostrandovi

ogn'ora più crudele, che egli non s'uccidesse colle sue mani; e la legge vuole che colui che è cagione del male che

si fa sia in quella medesima colpa che colui che 'l fa. E che voi del suo essilio e dello essere andato tapin per lo

mondo sette anni non siate cagione, questo non si può negare. Sì che molto maggiore peccato avete commesso in

qualunque s'è l'una di queste tre cose dette, che nella sua dimestichezza non commettavate. Ma veggiamo: forse

che Tedaldo meritò queste cose ? Certo non fece: voi medesima già confessato l'avete; senza che io so che egli

più che sé v'ama. Niuna cosa fu mai tanto onorata, tanto esaltata, tanto magnificata quanto eravate voi sopra ogn'altra donna da lui,

se in parte si trovava dove onestamente e senza generar sospetto di voi potea favellare. Ogni suo bene, ogni suo

onore, ogni sua libertà, tutta nelle vostre mani era da lui rimessa. Non era egli nobile giovane? Non era egli tra gli

altri suoi cittadin bello? Non era egli valoroso in quelle cose che a'giovani s'appartengono? Non amato? Non avuto

caro? Non volentier veduto da ogn'uomo? Né di questo direte di no. Adunque come, per detto d'un fraticello pazzo bestiale e invidioso, poteste voi alcun proponimento crudele pigliare

contro a lui? Io non so che errore s'è quello delle donne, le quali gli uomini schifano e prezzangli poco; dove esse,

pensando a quello che elle sono e quanta e qual sia la nobiltà da Dio oltre ad ogn'altro animale data all'uomo, si

dovrebbon gloriare quando da alcuno amate sono, e colui aver sommamente caro e con ogni sollicitudine

ingegnarsi di compiacergli, acciò che da amarla non si rimovesse giammai. Il che come voi faceste, mossa dalle

parole d'un frate, il qual per certo doveva esser alcun brodaiuolo manicator di torte, voi il vi sapete; e forse

disiderava egli di porre sé in quello luogo, onde egli s'ingegnava di cacciar altrui. Questo peccato adunque è quello, che la divina giustizia, la quale con giusta bilancia tutte le sue operazion mena

ad effetto, non ha voluto lasciare impunito; e così come voi senza ragione v'ingegnaste di tor voi medesima a

Tedaldo, così il vostro marito senza ragione per Tedaldo è stato ed è ancora in pericolo, e voi in tribulazione. Dalla

quale se liberata esser volete, quello che a voi conviene promettere e molto maggiormente fare, è questo: se mai

avviene che Tedaldo dal suo lungo sbandeggiamento qui torni, la vostra grazia, il vostro amore, la vostra

benivolenzia e dimestichezza gli rendiate e in quello stato il ripognate nel quale era avanti che voi scioccamente

credeste al matto frate. Aveva il peregrino le sue parole finite, quando la donna, che attentissimamente le raccoglieva, per ciò che

verissime le parevan le sue ragoni, e sé per certo per quel peccato, a lui udendol dire, estimava tribolata, disse: - Amico di Dio, assai conosco vere le cose le quali ragionate, e in gran parte per la vostra dimostrazione conosco

chi sieno i frati, infino ad ora da me tutti santi tenuti; e senza dubbio conosco il mio difetto essere stato grande in

ciò che contro a Tedaldo adoperai, e se per me si potesse, volentieri l'amenderei nella maniera che detta avete;

ma questo come si può fare? Tedaldo non ci potrà mai tornare; egli è morto; e per ciò quello che non si dee poter

fare non so perché bisogni che io il vi prometta. A cui il peregrin disse: - Madonna, Tedaldo non è punto morto, per quello che Iddio mi dimostri, ma è vivo e sano e in buono stato, se

egli la vostra grazia avesse. Disse allora la donna: - Guardate che voi diciate; io il vidi morto davanti alla mia porta di più punte di coltello, ed ebbilo in queste

braccia e di molte mie lagrime gli bagnai il morto viso, le quali forse furon cagione di farne parlare quel cotanto

che parlato se n'è disonestamente. Allora disse il peregrino: - Madonna, che che voi vi diciate, io v'accerto che Tedaldo è vivo; e, dove voi quello prometter vogliate per

doverlo attenere, io spero che voi il vedrete tosto. La donna allora disse: - Questo fo io e farò volentieri; né cosa potrebbe avvenire che simile letizia mi fosse, che sarebbe il vedere il mio

marito libero senza danno e Tedaldo vivo. Parve allora a Tedaldo tempo di palesarsi e di confortare la donna con più certa speranza del suo marito, e disse: - Madonna, acciò che io vi consoli del vostro marito, un gran segreto mi vi convien dimostrare, il quale guarderete

che per la vita vostra voi mai non manifestiate. Essi erano in parte assai remota e soli, somma confidenzia avendo la donna presa della santità che nel peregrino

le pareva che fosse; per che Tedaldo, tratto fuori uno anello guardato da lui con somma diligenza, il quale la

donna gli avea donato l'ultima notte che con lei era stato, e mostrando gliele disse: - Madonna, conoscete voi questo? Come la donna il vide, così il riconobbe, e disse: - Messer sì, io il donai già a Tedaldo. Il peregrino allora, levatosi in piè e prestamente la schiavina gittatasi di dosso e di capo il cappello, e fiorentino

parlando disse: - E me conoscete voi ? Quando la donna il vide, conoscendo lui esser Tedaldo, tutta stordì, così di lui temendo come de'morti corpi, se poi

veduti andare come vivi, si teme; e non come Tedaldo venuto di Cipri a riceverlo gli si fece incontro, ma come

Tedaldo dalla sepoltura quivi tornato fosse, fuggir si volle temendo. A cui Tedaldo disse: - Madonna, non dubitate, io sono il vostro Tedaldo vivo e sano, e mai né mori'né fu'morto? che che voi e i miei

fratelli si credano. La donna, rassicurata alquanto e tenendo la sua voce e alquanto più riguardatolo e seco affermando che per certo

egli era Tedaldo, piagnendo gli si gittò al collo e baciollo, dicendo: - Tedaldo mio dolce, tu sii il ben tornato. Tedaldo, baciata e abbracciata lei, disse: - Madonna, egli non è or tempo da fare più strette accoglienze; io voglio andare a fare che Aldobrandino vi sia

sano e salvo renduto, della qual cosa spero che avanti che doman sia sera voi udirete novelle che vi piaceranno; sì

veramente, se io l'ho buone, come io credo, della sua salute, io voglio stanotte poter venir da voi e contarlevi per

più agio che al presente non posso. E rimessasi la schiavina e 'l cappello, baciata un'altra volta la donna e con buona speranza riconfortatala, da lei si

partì e colà se n'andò dove Aldobrandino in prigione era, più di paura della soprastante morte pensoso che di

speranza di futura salute; e quasi in guisa di confortatore col piacere dei prigionieri a lui se n'entrò, e postosi con

lui a sedere, gli disse: - Aldobrandino, io sono un tuo amico a te mandato da Dio per la tua salute, al quale per la tua innocenzia è di te

venuta pietà; e per ciò, se a reverenza di lui un picciol dono che io ti domanderò conceder mi vuoli, senza alcun

fallo avanti che doman sia sera, dove tu la sentenzia della morte attendi, quella della tua assoluzione udirai. A cui Aldobrandin rispose: - Valente uomo, poi che tu della mia salute se'sollicito, come che io non ti conosca né mi ricordi mai più averti

veduto, amico dei essere come tu di'. E nel vero il peccato per lo quale uom dice che io debbo essere a morte

giudicato, io nol commisi giammai; assai degli altri ho già fatti, li quali forse a que sto condotto m'hanno. Ma così

ti dico a reverenza di Dio, se egli ha al presente misericordia di me, ogni gran cosa, non che una picciola, farei

volentieri, non che io promettessi; e però quello che ti piace addomanda, ché senza fallo, ov'egli avvenga che io

scampi, io lo serverò fermamente. Il peregrino allora disse: - Quello che io voglio niun'altra cosa è se non che tu perdoni a'quattro fratelli di Tedaldo l'averti a questo punto

condotto, te credendo nella morte del lor fratello esser colpevole, e abbigli per fratelli e per amici, dove essi di

questo ti dimandin perdono. A cui Aldobrandin rispose: - Non sa quanto dolce cosa si sia la vendetta, né con quanto ardor si disideri, se non chi riceve l'offese; ma

tuttavia, acciò che Iddio alla mia salute intenda, volentieri loro perdonerò e ora loro perdono; e se io quinci esco

vivo e scampo, in ciò fare quella maniera terrò che a grado ti fia. Questo piacque al peregrino, e senza volergli dire altro, sommamente il pregò che di buon cuore stesse, ché per

certo che, avanti che il seguente giorno finisse, egli udirebbe novella certissima della sua salute. E da lui partitosi, se n'andò alla signoria, e in segreto ad un cavaliere che quella tenea disse così: - Signor mio, ciascun dee volentieri faticarsi in far che la verità delle cose si conosca, e massimamente coloro che

tengono il luogo che voi tenete, acciò che coloro non portino le pene che non hanno il peccato commesso e i

peccatori sien puniti. La qual cosa acciò che avvenga, in onor di voi e in male di chi meritato l'ha, io son qui

venuto a voi. Come voi sapete, voi avete rigidamente contro Aldobrandin Palermini proceduto, e parvi aver trovato

per vero lui essere stato quello che Tedaldo Elisei uccise, e siete per condannarlo; il che è certissimamente falso,

sì come io credo avanti che mezza notte sia, dandovi gli ucciditori di quel giovane nelle mani, avervi mostrato. Il valoroso uomo, al quale d'Aldobrandino increscea, volentier diede orecchi alle parole del peregrino; e molte cose

da lui sopra ciò ragionate, per sua introduzione in su 'l primo sonno i due fratelli albergatori e il lor fante a man

salva prese; e lor volendo, per rinvenire come stata fosse la cosa, porre al martorio, nol soffersero, ma ciascun per

sé e poi tutti insieme apertamente confessarono sé essere stati coloro che Tedaldo Elisei ucciso aveano, non

conoscendolo. Domandati della cagione, dissero per ciò che egli alla moglie dell'un di loro, non essendovi essi

nello albergo, aveva molta noia data e volutola sforzare a fare il voler suo. Il peregrino, questo avendo saputo, con licenzia del gentile uomo si partì, e occultamente alla casa di madonna

Ermellina se ne venne, e lei sola, essendo ogn'altro della casa andato a dormire, trovò che l'aspettava, parimente

disiderosa d'udire buone novelle del marito e di riconciliarsi pienamente col suo Tedaldo. Alla qual venuto, con

lieto viso disse: - Carissima donna mia, rallegrati, ché per certo tu riavrai domane qui sano e salvo il tuo Aldobrandino - ; e per

darle di ciò più intera credenza, ciò che fatto avea pienamente le raccontò. La donna di due così fatti accidenti e così subiti, cioè di riaver Tedaldo vivo, il quale veramente credeva aver

pianto morto, e di veder libero dal pericolo Aldobrandino, il quale fra pochi dì si credeva dover piagner morto,

tanto lieta quanto altra ne fosse mai, affettuosamente abbracciò e baciò il suo Tedaldo; e andatisene insieme al

letto, di buon volere fecero graziosa e lieta pace, l'un dell'altro prendendo dilettosa gioia. E come il giorno s'appressò, Tedaldo levatosi, avendo già alla donna mostrato ciò che fare intendeva e da capo

pregatola che occultissimo fosse, pure in abito peregrino si uscì del la casa della donna, per dovere, quando ora

fosse, attendere a'fatti d'Aldobrandino. La signoria, venuto il giorno, e parendole piena informazione avere dell'opera, prestamente Aldobrandino liberò, e

pochi dì appresso a'malfattori, dove commesso avevan l'omicidio, fece tagliar la testa. Essendo adunque libero

Aldobrandino, con gran letizia di lui e della sua donna e di tutti i suoi amici e parenti, e conoscendo

manifestamente ciò essere per opera del peregrino avvenuto, lui alla lor casa condussero per tanto quanto nella

città gli piacesse di stare; e quivi di fargli onore e festa non si potevano veder sazi, e spezialmente la donna, che

sapeva a cui farlosi. Ma parendogli dopo alcun dì tempo di dovere i fratelli riducere a concordia con Aldobrandino,

li quali esso sentiva non solamente per lo suo scampo scornati, ma armati per tema, domandò ad Aldobrandino la

promessa. Aldobrandino liberamente rispose sé essere apparecchiato. A cui il peregrino fece per lo seguente dì

apprestare un bel convito, nel quale gli disse che voleva che egli co'suoi parenti e colle sue donne ricevesse i

quattro fratelli e le lor donne, aggiugnendo che esso medesimo andrebbe incontanente ad invitargli alla sua pace

e al suo convito da sua parte. Ed essendo Aldobrandino di quanto al peregrino piaceva contento il peregrino tantosto n'andò a'quattro fratelli, e

con loro assai delle parole che intorno a tal materia si richiedeano usate, al fine con ragioni irrepugnabili assai

agevolmente gli condusse a dovere, domandando perdono, l'amistà d'Aldobrandino racquistare; e questo fatto,

loro e le lor donne a dover desinare la seguente mattina con Aldobrandino gl'invitò; ed essi liberamente, della sua

fè sicurati, tennero lo 'nvito. La mattina adunque seguente, in su l'ora del mangiare, primieramente i quattro fratelli di Tedaldo, così vestiti di

nero come erano, con alquanti loro amici vennero a casa Aldobrandino, che gli attendeva; e quivi, davanti a tutti

coloro che a fare lor compagnia erano stati da Aldobrandino invitati, gittate l'armi in terra, nelle mani

d'Aldobrandino si rimisero, perdonanza domandando di ciò che contro a lui avevano adoperato. Aldobrandino lagrimando pietosamente gli ricevette; e tutti baciandogli in bocca, con poche parole spacciandosi,

ogni ingiuria ricevuta rimise. Appresso costoro le sirocchie e le mogli loro, tutte di bruno vestite, vennero, e da

madonna Ermellina e dall'altre donne graziosamente ricevute furono. Ed essendo stati magnificamente serviti nel

convito gli uomini parimente e le donne, né avendo avuto in quello cosa alcuna altro che laudevole, se non una, la

taciturnità stata per lo fresco dolore rappresentato ne'vestimenti oscuri de'parenti di Tedaldo (per la qual cosa da

alquanti il diviso e lo 'nvito del peregrino era stato biasimato ed egli se n'era accorto), come seco disposto avea,

venuto il tempo da torla via, si levò in piè, mangiando ancora gli altri le frutte, e disse: - Niuna cosa è mancata a questo convito a doverlo far lieto, se non Tedaldo; il quale, poi che avendolo avuto

continuamente con voi non lo avete conosciuto, io il vi voglio mostrare. E di dosso gittatasi la schiavina e ogni abito peregrino, in una giubba di zendado verde rimase, e non senza

grandissima maraviglia di tutti guatato e riconosciuto fu lungamente, avanti che alcun s'arrischiasse a credere

ch'el fosse desso. Il che Tedaldo vedendo, assai de'lor parentadi, delle cose tra loro avvenute, de'suoi accidenti

raccontò. Per che i frategli e gli altri uomini, tutti di lagrime d'allegrezza pieni, ad abbracciare il corsero, e il

simigliante appresso fecer le donne, così le non parenti come le parenti, fuor che monna Ermellina. Il che Aldobrandino veggendo disse: - Che è questo, Ermellina? Come non fai tu, come l'altre donne, festa a Tedaldo? A cui, udenti tutti, la donna rispose: - Niuna ce n'è che più volentieri gli abbia fatto festa e faccia, che farei io, sì come colei che più gli è tenuta che al

cuna altra, considerato che per le sue opere io t'abbia riavuto; ma le disoneste parole dette ne'dì che noi

piagnemmo colui che noi credevam Tedaldo, me ne fanno stare. A cui Aldobrandin disse: - Va via, credi tu che io creda agli abbaiatori? Esso, procacciando la mia salute, assai bene dimostrato ha quello

essere stato falso, senza che io mai nol credetti; tosto leva su, va abbraccialo. La donna, che altro non desiderava, non fu lenta in questo ad ubbidire il marito; per che, levatasi, come l'altre

avevan fatto, così ella abbracciandolo gli fece lieta festa. Questa liberalità d'Aldobrandino piacque molto ai fratelli

di Tedaldo, e a ciascuno uomo e donna che quivi era; e ogni rugginuzza, che fosse nata nelle menti d'alcuni dalle

parole state, per que sto si tolse via. Fatta adunque da ciascun festa a Tedaldo, esso medesimo stracciò li vestimenti neri in dosso a'fratelli e i bruni

alle sirocchie e alle cognate; e volle che quivi altri vestimenti si facessero venire. Li quali poi che rivestiti furono,

canti e balli e altri sollazzi vi si fecero assai; per la qual cosa il convito, che tacito principio avuto avea, ebbe

sonoro fine. E con grandissima allegrezza, così come eran, tutti a casa di Tedaldo n'andarono, e quivi la sera

cenarono; e più giorni appresso, questa maniera tegnendo, la festa continuarono. Li fiorentini più giorni quasi come un uomo risuscitato e maravigliosa cosa riguardaron Tedaldo; e a molti, e

a'fratelli ancora, n'era un cotal dubbio debole nell'animo se fosse desso o no, e nol credevano ancor fermamente,

né forse avrebber fatto a pezza, se un caso avvenuto non fosse che fe'lor chiaro chi fosse stato l'ucciso; il quale fu

questo. Passavano un giorno fanti di Lunigiana davanti a casa loro, e vedendo Tedaldo gli si fecero sirocchie dicendo: - Ben possa stare Faziuolo. A'quali Tedaldo in presenzia de'fratelli rispose: - Voi m'avete colto in iscambio. Costoro, udendol parlare, si vergognarono, e chiesongli perdono dicendo: - In verità che voi risomigliate, più che uomo che noi vedessimo mai risomigliare un altro, un nostro compagno, il

quale si chiama Faziuolo da Pontremoli, che venne, forse quindici dì o poco più fa, qua, né mai potemmo poi

sapere che di lui si fosse. Bene è vero che noi ci maravigliavamo dello abito, per ciò che esso era, sì come noi

siamo, masnadiere. Il maggior fratel di Tedaldo, udendo questo, si fece innanzi e domandò di che fosse stato vestito quel Faziuolo.

Costoro il dissero, e trovossi appunto così essere stato come costor dicevano; di che, tra per questi e per gli altri

segni, riconosciuto fu colui che era stato ucciso essere stato Faziuolo e non Tedaldo; laonde il sospetto di lui uscì

a'fratelli e a ciascun altro. Tedaldo adunque, tornato ricchissimo, perseverò nel suo amare, e, senza più turbarsi la donna, discretamente

operando, lungamente goderon del loro amore. Iddio faccia noi goder del nostro.


Giornata terza - Novella ottava

Ferondo, mangiata certa polvere, è sotterrato per morto; e dall'abate, che la moglie di lui si gode, tratto della

sepoltura, è messo in prigione e fattogli credere che egli è in purgatoro; e poi risuscitato, per suo nutrica un

figliuolo dello abate nella moglie di lui generato

Venuta era la fine della lunga novella d'Emilia, non per ciò dispiaciuta ad alcuno per la sua lunghezza, ma da tutti

tenuto che brievemente narrata fosse stata, avendo rispetto alla quantità e alla varietà de'casi in essa raccontati;

per che la reina, alla Lauretta con un sol cenno mostrato il suo disio, le diè cagione di così cominciare. Carissime donne, a me si para davanti a doversi far raccontare una verità che ha, troppo più che di quello che ella

fu, di menzogna sembianza, e quella nella mente m'ha ritornata l'avere udito un per un altro essere stato pianto e

sepellito. Dico adunque come un vivo per morto sepellito fosse, e come poi per risuscitato, e non per vivo, egli

stesso e molti altri lui credessero essere della sepoltura uscito, colui di ciò essendo per santo adorato che come

colpevole ne dovea più tosto essere condannato. Fu adunque in Toscana una badia, e ancora è, posta, sì come noi ne veggiam molte, in luogo non troppo

frequentato dagli uomini, nella quale fu fatto abate un monaco, il quale in ogni cosa era santissimo fuor che

nell'opera delle femine; e questo sapeva sì cautamente fare che quasi niuno, non che il sapesse, ma né suspicava,

per che santissimo e giusto era tenuto in ogni cosa. Ora avvenne che, essendosi molto collo abate dimesticato un ricchissimo villano, il quale avea nome Ferondo,

uomo materiale e grosso senza modo (né per altro la sua dimestichezza piaceva allo abate, se non per alcune

recreazioni le quali talvolta pigliava delle sue simplicità), e in questa dimestichezza s'accorse l'abate Ferondo

avere una bellissima donna per moglie, della quale esso sì ferventemente s'innamorò che ad altro non pensava né

dì né notte. Ma udendo che, quantunque Ferondo fosse in ogni altra cosa semplice e dissipito, in amare questa

sua moglie e guardarla bene era savissimo, quasi se ne disperava. Ma pure, come molto avveduto, recò a tanto

Ferondo, che egli insieme colla sua donna a prendere alcuno diporto nel giardino della badia venivano alcuna

volta; e quivi con loro della beatitudine di vita etterna e di santissime opere di molti uomini e donne passate

ragionava modestissimamente loro, tanto che alla donna venne disidero di confessarsi da lui e chiesene la licenzia

da Ferondo ed ebbela. Venuta adunque a confessarsi la donna allo abate, con grandissimo piacer di lui e a piè postaglisi a sedere, anzi

che adire altro venisse, incominciò: - Messere, se Iddio m'avesse dato marito o non me lo avesse dato, forse mi sarebbe agevole co'vostri

ammaestramenti d'entrare nel cammino che ragionato n'avete che mena altrui a vita etterna; ma io, considerato

chi è Ferondo e la sua stultizia, mi posso dir vedova, e pur maritata sono, in quanto, vivendo esso, altro marito

aver non posso; ed egli, così matto come egli è, senza alcuna cagione è sì fuori d'ogni misura geloso di me, che io,

per questo, altro che in tribulazione e in mala ventura con lui viver non posso. Per la qual cosa, prima che io ad

altra confession venga, quanto più posso umilmente vi priego che sopra questo vi piaccia darmi alcun consiglio,

per ciò che, se quinci non comincia la cagione del mio ben potere adoperare, il confessarmi o altro bene fare poco

mi gioverà. Questo ragionamento con gran piacere toccò l'animo dello abate, e parvegli che la fortuna gli avesse al suo

maggior disidero aperta la via, e disse: - Figliuola mia, io credo che gran noia sia ad una bella e dilicata donna, come voi siete, aver per marito un

mentecatto, ma molto maggiore la credo essere l'avere un geloso; per che, avendo voi e l'uno e l'altro,

agevolmente ciò che della vostra tribolazione dite vi credo. Ma a questo, brievemente parlando, niuno né consiglio

né rimedio veggo fuor che uno, il quale è che Ferondo di questa gelosia si guarisca. La medicina da guarirlo so io

troppo ben fare, purché a voi dea il cuore di segreto temere ciò che io vi ragionerò. La donna disse: - Padre mio, di ciò non dubitate, per ciò che io mi lascierei innanzi morire che io cosa dicessi ad altrui che voi mi

diceste che io non dicessi; ma come si potrà far questo? Rispose l'abate: - Se noi vogliamo che egli guarisca, di necessità convien che egli vada in purgatoro. - E come, - disse la donna - vi potrà egli andare vivendo? Disse l'abate: - Egli convien ch'e'muoia, e così v'andrà; e quando tanta pena avrà sofferta che egli di questa sua gelosia sarà

gastigato, noi con certe orazioni pregheremo Iddio che in questa vita il ritorni, ed egli il farà. - Adunque, - disse la donna - debbo io rimaner vedova? - Sì, - rispose l'abate - per un certo tempo, nel quale vi converrà molto ben guardare che voi ad altrui non vi

lasciate rimaritare, per ciò che Iddio l'avrebbe per male, e, tornandoci Ferondo, vi converrebbe a lui tornare, e

sarebbe più geloso che mai. La donna disse: - Purché egli di questa mala ventura guarisca, che egli non mi convenga sempre stare in prigione, io son

contenta; fate come vi piace. Disse allora l'abate: - E io il farò; ma che guiderdon debbo io aver da voi di così fatto servigio? - Padre mio, - disse la donna - ciò che vi piace, purché io possa; ma che puote una mia pari, che ad un così fatto

uomo, come voi siete, sia convenevole? A cui l'abate disse: - Madonna, voi potete non meno adoperar per me che sia quello che io mi metto a far per voi; per ciò che, sì come

io mi dispongo a far quello che vostro bene e vostra consolazion dee essere, così voi potete far quello che fia

salute e scampo della vita mia. Disse allora la donna: - Se così è, io sono apparecchiata. - Adunque, - disse l'abate - mi donerete voi il vostro amore e faretemi contento di voi, per la quale io ardo tutto e

mi consumo. La donna, udendo questo, tutta sbigottita rispose: - Ohimè, padre mio, che è ciò che voi domandate? Io mi credeva che voi foste un santo; or conviensi egli a'santi

uomini di richieder le donne, che a lor vanno per consiglio, di così fatte cose? A cui l'abate disse: - Anima mia bella, non vi maravigliate, ché per questo la santità non diventa minore, per ciò che ella dimora

nell'anima e quello che io vi domando è peccato del corpo. Ma, che che si sia, tanta forza ha avuta la vostra vaga

bellezza, che amore mi costrigne a così fare. E dicovi che voi della vostra bellezza più che altra donna gloriar vi

potete, pensando che ella piaccia a'santi, che sono usi di vedere quelle del cielo. E oltre a questo, come che io sia

abate, io sono uomo come gli altri, e, come voi vedete, io non sono ancor vecchio. E non vi dee questo esser grave

a dover fare, anzi il dovete disiderare, per ciò che, mentre che Ferondo starà in purgatoro, io vi darò, faccendovi la

notte compagnia, quella consolazion che vi dovrebbe dare egli; né mai di questo persona niuna s'accorgerà,

credendo ciascun di me quello, e più, che voi poco avante ne credevate. Non rifiutate la grazia che Iddio vi

manda, ché assai sono di quelle che quello disiderano che voi potete avere, e avrete, se savia crederete al mio

consiglio. Oltre a questo, io ho di belli gioielli e di cari, li quali io non intendo che d'altra persona sieno che vostri.

Fate adunque, dolce speranza mia, per me quello che io fo per voi volentieri. La donna teneva il viso basso, né sapeva come negarlo, e il concedergliele non le pareva far bene; per che l'abate,

veggendola averlo ascoltato e dare indugio alla risposta, parendo gliele avere già mezza convertita, con molte altre

parole alle prime continuandosi, avanti che egli ristesse l'ebbe nel capo messo che questo fosse ben fatto; per che

essa vergognosamente disse sé essere apparecchiata ad ogni suo comando, ma prima non potere che Ferondo

andato fosse in purgatoro. A cui l'abate contentissimo disse: - E noi faremo che egli v'andrà incontanente; farete pure che domane o l'altro dì egli qua con meco se ne venga a

dimorare - ; e detto questo, postole celatamente in mano un bellissimo anello, la licenziò. La donna lieta del dono

e attendendo d'aver degli altri, alle compagne tornata, maravigliose cose cominciò a raccontare della santità dello

abate e con loro a casa se ne tornò. Ivi a pochi dì Ferondo se n'andò alla badia, il quale come l'abate vide, così s'avvisò di mandarlo in purgatoro. E

ritrovata una polvere di maravigliosa virtù, la quale nelle parti di Levante avuta avea da un gran principe, il quale

affermava quella solersi usare per lo Veglio della Montagna, quando alcun voleva dormendo mandare nel suo

paradiso o trarlone, e che ella, più e men data, senza alcuna lesione faceva per sì fatta maniera più e men dormire

colui che la prendeva, che, mentre la sua virtù durava, alcuno non avrebbe mai detto colui in sé aver vita; e di

questa tanta presane che a fare dormir tre giorni sufficiente fosse, e in un bicchier di vino non ben chiaro, ancora

nella sua cella, senza avvedersene Ferondo, gliele diè bere, e lui appresso menò nel chiostro, e con più altri

de'suoi monaci di lui cominciarono e delle sue sciocchezze a pigliar diletto. Il quale non durò guari che, lavorando

la polvere, a costui venne un sonno subito e fiero nella testa, tale che stando ancora in piè s'addormentò e

addormentato cadde. L'abate, mostrando di turbarsi dello accidente, fattolo scignere e fatta recare acqua fredda e gittargliele nel viso, e

molti suoi altri argomenti fatti fare, quasi da alcuna fumosità di stomaco o d'altro che occupato l'avesse gli volesse

la smarrita vita e '1 sentimento rivocare; veggendo l'abate e'monaci che per tutto questo egli non si risentiva,

toccandogli il polso e niun sentimento trovandogli, tutti per constante ebbero ch'e'fosse morto; per che,

mandatolo a dire alla moglie e a'parenti di lui, tutti quivi prestamente vennero, e avendolo la moglie colle sue

parenti alquanto pianto, così vestito come era il fece l'abate mettere in uno avello. La donna si tornò a casa, e da un piccol fanciullin che di lui aveva disse che non intendeva partirsi giammai; e

così, rimasasi nella casa, il figliuolo e la ricchezza, che stata era di Ferondo, cominciò a governare. L'abate con un monaco bolognese, di cui egli molto si confidava e che quel dì quivi da Bologna era venuto, levatosi

la notte tacitamente, Ferondo trassero della sepoltura, e lui in una tomba, nella quale alcun lume non si vedea e

che per prigione de'monaci che fallissero era stata fatta, nel portarono; e trattigli i suoi vestimenti e a guisa di

monaco vestitolo, sopra un fascio di paglia il posero e lasciaronlo stare tanto ch'egli si risentisse. In questo mezzo

il monaco bolognese, dallo abate informato di quello che avesse a fare, senza saperne alcuna altra persona niuna

cosa, cominciò ad attender che Ferondo si risentisse. L'abate il dì seguente con alcun de'suoi monaci per modo di visitazion se n'andò a casa della donna, la quale di

nero vestita e tribolata trovò, e confortatala alquanto, pianamente la richiese della promessa. La donna,

veggendosi libera e senza lo 'mpaccio di Ferondo o d'altrui, avendogli veduto in dito un altro bello anello, disse

che era apparecchiata; e con lui compose che la seguente notte v'andasse. Per che, venuta la notte, l'abate, travestito de'panni di Ferondo e dal suo monaco accompagnato, v'andò e con lei

infino al matutino con grandissimo diletto e piacere si giacque, e poi si ritornò alla badia, quel camino per così

fatto servigio faccendo assai sovente; e da alcuni e nello andare e nel tornare alcuna volta essendo scontrato, fu

creduto che fosse Ferondo che andasse per quella contrada penitenza faccendo; e poi molte novelle tra la gente

grossa della villa contatone, e alla moglie ancora, che ben sapeva ciò che era, più volte fu detto. Il monaco bolognese, risentito Ferondo e quivi trovandosi senza saper dove si fosse, entrato dentro con una voce

orribile, con certe verghe in mano, presolo, gli diede una gran battitura. Ferondo, piangendo e gridando, non faceva altro che domandare: - Dove sono io? A cui il monaco rispose: - Tu se'in purgatoro. - Come! - disse Ferondo - dunque sono io morto? Disse il monaco: - Mai sì - ; per che Ferondo sé stesso e la sua donna e '1 suo figliuolo cominciò a piagnere, le più nuove cose del

mondo dicendo. Al quale il monaco portò alquanto da mangiare e da bere. Il che veggendo Ferondo, disse: - O mangiano i morti? Disse il monaco: - Sì; e questo che io ti reco è ciò che la donna, che fu tua, mandò stamane alla chiesa a far dir messe per l'anima

tua, il che Domeneddio vuole che qui rappresentato ti sia. Disse allora Ferondo: - Domine, dalle il buono anno. Io le voleva ben gran bene anzi che io morissi, tanto che io me la teneva tutta

notte in braccio e non faceva altro che baciarla e anche faceva altro quando voglia me ne veniva. E poi, gran voglia avendone, cominciò a mangiare e a bere; e non parendogli il vino troppo buono, disse: - Domine, falla trista, ché ella non diede al prete del vino della botte di lungo il muro. Ma poi che mangiato ebbe, il monaco da capo il riprese e con quelle medesime verghe gli diede una gran

battitura. A cui Ferondo, avendo gridato assai, disse: - Deh. questo perché mi fai tu? Disse il monaco: - Per ciò che così ha comandato Domeneddio che ogni dì due volte ti sia fatto. - E per che cagione? - disse Ferondo. Disse il monaco: - Perché tu fosti geloso, avendo la miglior donna che fosse nelle tue contrade per moglie. - Ohimè, - disse Ferondo - tu di'vero, e la più dolce; ella era più melata che '1 confetto, ma io non sapeva che

Domeneddio avesse per male che l'uomo fosse geloso, ché io non sarei stato. Disse il monaco: - Di questo ti dovevi tu avvedere mentre eri di là, e ammendartene; e se egli avviene che tu mai vi torni, fa che tu

abbi sì a mente quello che io fo ora, che tu non sii mai più geloso. Disse Ferondo: - O ritornavi mai chi muore? Disse il monaco: - Sì, chi Dio vuole. - Oh, - disse Ferondo - se io vi torno mai, io sarò il miglior marito del mondo; mai non la batterò, mai non le dirò

villania, se non del vino che ella ci ha mandato stamane, e anche non ci ha mandato candela niuna, ed emmi

convenuto mangiare al buio. Disse il monaco: - Sì fece bene, ma elle arsero alle messe. - Oh, - disse Ferondo - tu dirai vero; e per certo se io vi torno, io la lascerò fare ciò che ella vorrà. Ma dimmi chi

se'tu che questo mi fai? Disse il monaco: - Io sono anche morto, e fui di Sardigna, e perché io lodai già molto ad un mio signore l'esser geloso, sono stato

dannato da Dio a questa pena, che io ti debba dare mangiare e bere e queste battiture, infino a tanto che Iddio di

libererà altro di te e di me. Disse Ferondo: - Non c'è egli più persona che noi due? Disse il monaco: - Sì, a migliaia, ma tu non gli puoi né vedere né udire, se non come essi te. Disse allora Ferondo: - O quanto siam noi di lungi dalle nostre contrade? - Ohioh! - disse il monaco - sevvi di lungi delle miglia più di ben la cacheremo. - Gnaffe! cotesto è bene assai; - disse Ferondo - e per quel che mi paia, noi dovremmo essere fuor del mondo,

tanta ci ha. Ora in così fatti ragionamenti e in simili, con mangiare e con battiture, fu tenuto Ferondo da dieci mesi in fra li

quali assai sovente l'abate bene avventurosamente visitò la bella donna e con lei si diede il più bel tempo del

mondo. Ma, come avvengono le sventure, la donna ingravidò, e prestamente accortasene, il disse all'abate; per che ad

amenduni parve che senza indugio Ferondo fosse da dovere essere di purgatoro rivocato a vita e che a lei si

tornasse, ed ella di lui dicesse che gravida fosse. L'abate adunque la seguente notte fece con una voce contraffatta chiamar Ferondo nella prigione, e dirgli: - Ferondo, confortati, ché a Dio piace che tu torni al mondo; dove tornato, tu avrai un figliuolo della tua donna, il

quale farai che tu nomini Benedetto, per ciò che per gli prieghi del tuo santo abate e della tua donna e per amor di

san Benedetto ti fa questa grazia. Ferondo, udendo questo, fu forte lieto e disse: - Ben mi piace. Dio gli dea il buono anno a messer Domeneddio e allo abate e a san Benedetto e alla moglie mia

caciata, melata, dolciata. L'abate, fattogli dare nel vino che egli gli mandava di quella polvere tanta che forse quattro ora il facesse dormire,

rimessigli i panni suoi, insieme col monaco suo tacitamente il tornarono nello avello nel quale era stato sepellito. La mattina in sul far del giorno Ferondo si risentì e vide per alcuno pertugio dello avello lume, il quale egli veduto

non avea ben dieci mesi: per che, parendogli esser vivo, cominciò a gridare: - Apritemi, apritemi - ed egli stesso a

pontar col capo nel coperchio dello avello sì forte, che ismossolo, per ciò che poca ismovitura avea, lo 'ncominciava

a mandar via; quando i monaci, che detto avean matutino, corson colà e conobbero la voce di Ferondo e viderlo

già del monimento uscir fuori; di che, spaventati tutti per la novità del fatto, cominciarono a fuggire e allo abate

n'andarono. Il quale, sembianti faccendo di levarsi d'orazione, disse: - Figliuoli, non abbiate paura, prendete la croce e l'acqua santa e appresso di me venite, e veggiamo ciò che la

potenzia di Dio ne vuol mostrare - ; e così fece. Era Ferondo tutto pallido, come colui che tanto tempo era stato senza vedere il cielo, fuor dello avello uscito. Il

quale, come vide l'abate, così gli corse a'piedi e disse: - Padre mio, le vostre orazioni, secondo che revelato mi fu, e quelle di san Benedetto e della mia donna, m'hanno

delle pene del purgatoro tratto e tornato in vita, di che io priego Iddio che vi dea il buono anno e le buone calendi,

oggi e tuttavia. L'abate disse: - Lodata sia la potenza di Dio. Va dunque, figliuolo, poscia che Iddio t'ha qui rimandato, e consola la tua donna, la

qual sempre, poi che tu di questa vita passasti, è stata in lagrime, e sii da quinci innanzi amico e servidore di Dio. Disse Ferondo: - Messere, egli m'è ben detto così; lasciate far pur me, ché come io la troverò, così la bacerò, tanto bene le voglio. L'abate rimaso co'monaci suoi, mostrò d'avere di questa cosa una grande ammirazione, e fecene divotamente

cantare il Miserere. Ferondo tornò nella sua villa, dove chiunque il vedeva fuggiva, come far si suole delle orribili cose, ma egli,

richiamandogli, affermava sé essere risuscitato. La moglie similmente aveva di lui paura. Ma poi che la gente alquanto si fu rassicurata con lui e videro che egli era vivo, domandandolo di molte cose,

quasi savio ritornato, a tutti rispondeva e diceva loro novelle dell'anime de'parenti loro, e faceva da sé medesimo

le più belle favole del mondo de'fatti purgatoro, e in pien popolo raccontò la revelazione statagli fatta per la bocca

del Ragnolo Braghiello avanti che risuscitasse. Per la qual cosa in casa colla moglie tornatosi e in possessione

rientrato de'suoi beni, la 'ngravidò al suo parere, e per ventura venne che a convenevole tempo, secondo

l'oppinione degli sciocchi che credono la femina nove mesi appunto portare i figliuoli, la donna partorì un figliuol

maschio, il qual fu chiamato Benedetto Ferondi. La tornata di Ferondo e le sue parole, credendo quasi ogn'uomo che risuscitato fosse, acrebbero senza fine la fama

della santità dello abate. E Ferondo, che per la sua gelosia molte battiture ricevute avea, sì come di quella guerito,

secondo la promessa dello abate fatta alla donna, più geloso non fu per innanzi; di che la donna contenta,

onestamente, come soleva, con lui si visse, sì veramente che, quando acconciamente poteva, volentieri col santo

abate si ritrovava, il quale bene e diligentemente ne'suoi maggior bisogni servita l'avea.

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