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Incomincia la terza giornata nella quale si ragiona, sotto il reggimento di Neifile, di chi alcuna cosa molto da lui

disiderata con industria acquistasse o la perduta ricoverasse.


Giornata terza - Introduzione

L'aurora già di vermiglia cominciava, appressandosi il sole, a divenir rancia, quando la domenica la reina levata e

fatta tutta la sua compagnia levare, e avendo già il siniscalco gran pezzo davanti mandato al luogo dove andar

doveano assai delle cose opportune e chi quivi preparasse quello che bisognava, veggendo già la reina in

cammino, prestamente fatta ogn'altra cosa caricare, quasi quindi il campo levato, colla salmeria n'andò e colla

famiglia rimasa appresso delle donne e de'signori. La reina adunque con lento passo, accompagnata e seguita dalle sue donne e dai tre giovani, alla guida del canto

di forse venti usignuoli e altri uccelli, per una vietta non troppo usata, ma piena di verdi erbette e di fiori, li quali

per lo sopravvegnente sole tutti s'incominciavano ad aprire, prese il cammino verso l'occidente, e cianciando e

motteggiando e ridendo colla sua brigata, senza essere andata oltre a dumilia passi, assai avanti che mezza terza

fosse ad un bellissimo e ricco palagio, il quale alquanto rilevato dal piano sopra un poggetto era posto, gli ebbe

condotti. Nel quale entrati e per tutto andati, e avendo le gran sale, le pulite e ornate camere compiutamente

ripiene di ciò che a camera s'appartiene, sommamente il commendarono e magnifico reputarono il signor di

quello. Poi, a basso discesi, e veduta l'ampissima e lieta corte di quello, le volte piene d'ottimi vini e la

freddissima acqua e in gran copia che quivi surgea, più ancora il lodarono. Quindi, quasi di riposo vaghi, sopra una

loggia che la corte tutta signoreggiava, essendo ogni cosa piena di quei fiori che concedeva il tempo e di frondi,

postisi a sedere, venne il discreto siniscalco, e loro con preziosissimi confetti e ottimi vini ricevette e riconfortò. Appresso la qual cosa, fattosi aprire un giardino che di costa era al palagio, in quello, che tutto era dattorno

murato, se n'entrarono; e parendo loro nella prima entrata di maravigliosa bellezza tutto insieme, più

attentamente le parti di quello cominciarono a riguardare. Esso avea dintorno da sé e per lo mezzo in assai parti

vie ampissime; tutte diritte come strale e coperte di pergolati di viti, le quali facevan gran vista di dovere quello

anno assai uve fare; e tutte allora fiorite sì grande odore per lo giardin rendevano, che, mescolato insieme con

quello di molte altre cose che per lo giardino olivano, pareva loro essere tra tutta la spezieria che mai nacque in

oriente; le latora delle quali vie tutte di rosai bianchi e vermigli e di gelsomini erano quasi chiuse; per le quali

cose, non che la mattina, ma qualora il sole era più alto, sotto odorifera e dilettevole ombra, senza esser tocco da

quello, vi si poteva per tutto andare. Quante e quali e come ordinate poste fossero le piante che erano in quel

luogo, lungo sarebbe a raccontare; ma niuna n'è laudevole, la quale il nostro aere patisca, di che quivi non sia

abondevolmente. Nel mezzo del quale (quello che è non men commendabile che altra cosa che vi fosse, ma molto

più), era un prato di minutissima erba e verde tanto che quasi nera parea, dipinto tutto forse di mille varietà di

fiori, chiuso dintorno di verdissimi e vivi aranci e di cedri, li quali, avendo i vecchi frutti e i nuovi e i fiori ancora,

non solamente piacevole ombra agli occhi, ma ancora all'odorato facevan piacere. Nel mezzo del qual prato era

una fonte di marmo bianchissimo e con maravigliosi intagli. Iv'entro, non so se da natural vena o da artificiosa,

per una figura la quale sopra una colonna che nel mezzo di quella diritta era, gittava tanta acqua e sì alta verso il

cielo, che poi non senza dilettevol suono nella fonte chiarissima ricadea, che di meno avria macinato un mulino. La

qual poi (quella dico che soprabbondava al pieno della fonte) per occulta via del pratello usciva e, per canaletti

assai belli e artificiosamente fatti, fuori di quello divenuta palese, tutto lo 'ntorniava; e quindi per canaletti simili

quasi per ogni parte del giardin discorrea, raccogliendosi ultimamente in una parte dalla quale del bel giardino

avea l'uscita, e quindi verso il pian discendendo chiarissima, avanti che a quel divenisse, con grandissima forza e

con non piccola utilità del signore, due mulina volgea. Il veder questo giardino, il suo bello ordine, le piante la e la fontana co'ruscelletti procedenti da quella, tanto

piacque a ciascuna donna e a'tre giovani che tutti cominciarono ad affermare che, se Paradiso si potesse in terra

fare, non sapevano conoscere che altra forma che quella di quel giardino gli si potesse dare, né pensare, oltre a

questo, qual bellezza gli si potesse aggiugnere. Andando adunque contentissimi dintorno per quello, faccendosi di

vari rami d'albori ghirlande bellissime, tuttavia udendo forse venti maniere di canti d'uccelli quasi a pruova l'un

dell'altro cantare, s'accorsero d'una dilettevol bellezza, della quale, dall'altre soprappresi, non s'erano ancora

accorti; ché essi videro il giardin pieno forse di cento varietà di belli animali, e l'uno all'altro mostrandolo, d'una

parte uscir conigli, d'altra parte correr lepri, e dove giacer cavriuoli, e in alcuna cerbiatti giovani andar pascendo,

e, oltre a questi, altre più maniere di non nocivi animali, ciascuno a suo diletto, quasi dimestichi, andarsi a

sollazzo; le quali cose, oltre agli altri piaceri, un vie maggior piacere aggiunsero. Ma poi che assai, or questa cosa or quella veggendo, andati furono, fatto dintorno alla bella fonte metter le tavole,

e quivi prima sei canzonette cantate e alquanti balli fatti, come alla reina piacque, andarono a mangiare, e con

grandissimo e bello e riposato ordine serviti, e di buone e dilicate vivande, divenuti più lieti su si levarono, e

a'suoni e a'canti e a'balli da capo si dierono, infino che alla reina, per lo caldo sopravvegnente, parve ora che, a cui

piacesse, s'andasse a dormire. De'quali chi vi andò e chi, vinto dalla bellezza del luogo, andar non vi volle, ma,

quivi dimoratisi, chi a legger romanzi, chi a giucare a scacchi e chi a tavole, mentre gli altri dormiron, si diede. Ma, poi che, passata la nona, ciascuno levato si fu, e il viso colla fresca acqua rinfrescato s'ebbero, nel prato, sì

come alla reina piacque, vicini alla fontana venutine, e in quello secondo il modo usato postisi a sedere, ad

aspettar cominciarono di dover novellare sopra la materia dalla reina proposta. De'quali il primo a cui la reina tal

carico impose fu Filostrato, il quale cominciò in questa guisa.


Giornata terza - Novella prima

Masetto da Lamporecchio si fa mutolo e diviene ortolano di uno monistero di donne, le quali tutte concorrono a

giacersi con lui.


Bellissime donne, assai sono di quegli uomini e di quelle femine che sì sono stolti, che credono troppo bene che,

come ad una giovane è sopra il capo posta la benda bianca e in dosso messale la nera cocolla, che ella più non sia

femina né più senta de'feminili appetiti se non come se di pietra l'avesse fatta divenire il farla monaca; e se forse

alcuna cosa contra questa lor credenza n'odono, così si turbano come se contra natura un grandissimo e scelerato

male fosse stato commesso, non pensando né volendo aver rispetto a sé medesimi, li quali la piena licenzia di

poter far quel che vogliono non può saziare, né ancora alle gran forze dell'ozio e della solitudine. E similmente

sono ancora di quegli assai che credono troppo bene che la zappa e la vanga e le grosse vivande e i disagi tolgano

del tutto a'lavoratori della terra i concupiscibili appetiti e rendan loro d'intelletto e d'avvedimento grossissimi. Ma

quanto tutti coloro che così credono sieno ingannati, mi piace, poi che la reina comandato me l'ha, non uscendo

della proposta fatta da lei, di farvene più chiare con una piccola novelletta. In queste nostre contrade fu, ed è ancora, un monistero di donne assai famoso di santità (il quale io non nomerò

per non diminuire in parte alcuna la fama sua), nel quale, non ha gran tempo, non essendovi allora più che otto

donne con una badessa, e tutte giovani, era un buono omicciuolo d'un loro bellissimo giardino ortolano, il quale,

non contentandosi del salario, fatta la ragion sua col castaldo delle donne, a Lamporecchio, là ond'egli era, se ne

tornò. Quivi, tra gli altri che lietamente il raccolsono, fu un giovane lavoratore forte e robusto e, secondo uom di villa,

con bella persona e con viso assai piacevole, il cui nome era Masetto; e domandollo dove tanto tempo stato fosse.

Il buono uomo, che Nuto avea nome, gliele disse. Il quale Masetto domandò, di che egli il monistero servisse. A

cui Nuto rispose: - Io lavorava un loro giardino bello e grande e, oltre a questo, andava alcuna volta al bosco per le legne, attigneva

acqua e faceva cotali altri servigetti; ma le donne mi davano sì poco salaro, che io non ne potevo appena pure

pagare i calzari. E, oltre a questo, elle son tutte giovani e parmi ch'elle abbiano il diavolo in corpo, ché non si può

far cosa niuna al lor modo; anzi, quand'io lavorava alcuna volta l'orto, l'una diceva: - Pon qui questo -; e l'altra: -

Pon qui quello -; e l'altra mi toglieva la zappa di mano e diceva: - Questo non sta bene -; e davanmi tanta

seccaggine, che io lasciava stare il lavorio e uscivami dell'orto; sì che, tra per l'una cosa e per l'altra, io non vi volli

star più e sonmene venuto. Anzi mi pregò il castaldo loro, quando io me ne venni, che, se io n'avessi alcuno alle

mani che fosse da ciò, che io gliele mandassi, e io gliele promisi; ma tanto il faccia Dio san delle reni, quanto io o

ne procaccerò o ne gli manderò niuno. A Masetto, udendo egli le parole di Nuto, venne nell'animo un disidero sì grande d'esser con queste monache, che

tutto se ne struggea, comprendendo per le parole di Nuto che a lui dovrebbe poter venir fatto di quello che egli

disiderava. E avvisandosi che fatto non gli verrebbe se a Nuto ne dicesse niente, gli disse: - Deh come ben facesti a venirtene! Che è un uomo a star con femine? Egli sarebbe meglio a star con diavoli: elle

non sanno delle sette volte le sei quello che elle si vogliono elleno stesse. Ma poi, partito il lor ragionare, cominciò Masetto a pensare che via dovesse tenere a dovere potere esser con loro;

e conoscendo che egli sapeva ben fare quegli servigi che Nuto diceva, non dubitò di perder per quello, ma temette

di non dovervi esser ricevuto per ciò che troppo era giovane e appariscente. Per che, molte cose divisate seco,

imaginò: - Il luogo è assai lontano di qui e niuno mi vi conosce; se io so far vista d'esser mutolo, per certo io vi

sarò ricevuto -. E in questa imaginazione fermatosi, con una sua scure in collo, senza dire ad alcuno dove

s'andasse, in guisa d'un povero uomo se n'andò al monistero; dove pervenuto, entrò dentro e trovò per ventura il

castaldo nella corte; al quale faccendo suoi atti come i mutoli fanno, mostrò di domandargli mangiare per l'amor

di Dio e che egli, se bisognasse, gli spezzerebbe delle legne. Il castaldo gli diè da mangiar volentieri, e appresso questo gli mise innanzi certi ceppi che Nuto non avea potuto

spezzare, li quali costui, che fortissimo era, in poca d'ora ebbe tutti spezzati. Il castaldo, che bisogno avea

d'andare al bosco, il menò seco, e quivi gli fece tagliate delle legne; poscia, messogli l'asino innanzi, con suoi

cenni gli fece intendere che a casa ne le recasse. Costui il fece molto bene, per che il castaldo a far fare certe bisogne che gli eran luogo più giorni vel tenne. De

quali avvenne che uno dì la badessa il vide, e domandò il castaldo chi egli fosse. Il quale le disse: - Madonna, questi è un povero uomo mutolo e sordo, il quale un di questi dì ci venne per limosina, sì che io gli ho

fatto bene, e hogli fatte fare assai cose che bisogno c'erano. Se egli sapesse lavorar l'orto e volesseci rimanere, io

mi credo che noi n'avremmo buon servigio, per ciò che egli ci bisogna, ed egli è forte e potrebbene l'uom fare ciò

che volesse; e, oltre a questo, non vi bisognerebbe d'aver pensiero che egli motteggiasse queste vostre giovani. A cui la badessa disse: - In fè di Dio tu di'il vero. Sappi se egli sa lavorare e ingegnati di ritenercelo; dagli qualche paio di scarpette

qualche cappuccio vecchio, e lusingalo, fagli vezzi, dagli ben da mangiare. Il castaldo disse di farlo. Masetto non era guari lontano, ma faccendo vista di spazzar la corte tutte queste parole udiva, e seco lieto diceva:

- Se voi mi mettete costà entro, io vi lavorrò sì l'orto che mai non vi fu così lavorato -. Ora, avendo il castaldo veduto che egli ottimamente sapea lavorare e con cenni domandatolo se egli voleva star

quivi, e costui con cenni rispostogli che far voleva ciò che egli volesse, avendolo ricevuto, gl'impose che egli l'orto

lavorasse e mostrogli quello che a fare avesse; poi andò per altre bisogne del monistero, e lui lasciò. Il quale

lavorando l'un dì appresso l'altro, le monache incominciarono a dargli noia e a metterlo in novelle, come spesse

volte avviene che altri fa de'mutoli, e dicevangli le più scelerate parole del mondo, non credendo da lui essere

intese; e la badessa, che forse estimava che egli così senza coda come senza favella fosse, di ciò poco o niente si

curava. Or pure avvenne che costui un dì avendo lavorato molto e riposandosi, due giovinette monache, che per lo

giardino andavano, s'appressarono là dove egli era, e lui che sembiante facea di dormire cominciarono a

riguardare. Per che l'una, che alquanto era più baldanzosa, disse all'altra: - Se io credessi che tu mi tenessi credenza, io ti direi un pensiero che io ho avuto più volte, il quale forse anche a

te potrebbe giovare. L'altra rispose: - Di'sicuramente, ché per certo io nol dirò mai a persona. Allora la baldanzosa incominciò: - Io non so se tu t'hai posto mente come noi siamo tenute strette, né che mai qua entro uomo alcuno osa entrare,

se non il castaldo ch'è vecchio e questo mutolo; e io ho più volte a più donne, che a noi son venute, udito dire che

tutte l'altre dolcezze del mondo sono una beffa a rispetto di quella quando la femina usa con l'uomo. Per che io

m'ho più volte messo in animo, poiché con altrui non posso, di volere con questo mutolo provare se così è. Ed egli

è il miglior del mondo da ciò costui; ché, perché egli pur volesse, egli nol potrebbe né saprebbe ridire. Tu vedi

ch'egli è un cotal giovanaccio sciocco, cresciuto innanzi al senno; volentieri udirei quello che a te ne pare. - Ohimè,—disse l'altra—che è quello che tu di'? Non sai tu che noi abbiam promesso la virginità nostra a Dio? - O,—disse colei—quante cose gli si promettono tutto '1 dì, che non se ne gli attiene niuna! se noi gliele abbiam

promessa, truovisi un'altra o dell'altre che gliele attengano. A cui la compagna disse: - O se noi ingravidassimo, come andrebbe il fatto? Quella allora disse: - Tu cominci ad aver pensiero del mal prima che egli ti venga; quando cotesto avvenisse, allora si vorrà pensare;

egli ci avrà mille modi da fare sì che mai non si saprà, pur che noi medesime nol diciamo. Costei, udendo ciò, avendo già maggior voglia che l'altra di provare che bestia fosse l'uomo, disse: - Or bene, come faremo? A cui colei rispose: - Tu vedi ch'egli è in su la nona; io mi credo che le suore sien tutte a dormire, se non noi; guatiam per l'orto se

persona ci è, e s'egli non ci è persona, che abbiam noi a fare se non a pigliarlo per mano e menarlo in questo

capannetto, là dove egli fugge l'acqua; e quivi l'una si stea dentro con lui e l'altra faccia la guardia? Egli è sì

sciocco, che egli s'acconcerà comunque noi vorremo. Masetto udiva tutto questo ragionamento, e disposto ad ubidire, niuna cosa aspettava se non l'esser preso

dall'una di loro. Queste, guardato ben per tutto e veggendo che da niuna parte potevano esser vedute, appressandosi quella che

mosse avea le parole a Masetto, lui destò, ed egli incontanente si levò in piè. Per che costei con atti lusinghevoli

presolo per la mano, ed egli faccendo cotali risa sciocche, il menò nel capannetto, dove Masetto senza farsi troppo

invitare quel fe ce che ella volle. La quale, sì come leale compagna, avuto quel che volea, diede all'altra luogo, e

Masetto, pur mostrandosi semplice, faceva il lor volere. Per che avanti che quindi si dipartissono, da una volta in

su ciascuna provar volle come il mutolo sapea cavalcare; e poi, seco spesse volte ragionando, dicevano che bene

era così dolce cosa, e più, come udito aveano; e prendendo a convenevoli ore tempo, col mutolo s'andavano a

trastullare. Avvenne un giorno che una lor compagna, da una finestretta della sua cella di questo fatto avvedutasi, a due altre

il mostrò. E prima tennero ragionamento insieme di doverle accusare alla badessa; poi, mutato consiglio e con loro

accordatesi, partefici divennero del podere di Masetto. Alle quali l'altre tre per diversi accidenti divenner

compagne in vari tempi. Ultimamente la badessa, che ancora di queste cose non s'accorgea, andando un dì tutta sola per lo giardino,

essendo il caldo grande, trovò Masetto (il qual di poca fatica il dì, per lo troppo cavalcar della notte, aveva assai)

tutto disteso al l'ombra d'un mandorlo dormirsi, e avendogli il vento i panni dinanzi levati indietro, tutto stava

scoperto. La qual cosa riguardando la donna, e sola vedendosi, in quel medesimo appetito cadde che cadute erano le sue

monacelle; e, destato Masetto, seco nella sua camera nel menò, dove parecchi giorni, con gran querimonia dalle

monache fatta che l'ortolano non venia a lavorar l'orto, il tenne, provando e riprovando quella dolcezza la qual

essa prima all'altre solea biasimare. Ultimamente della sua camera alla stanza di lui rimandatolne, e molto spesso rivolendolo, e oltre a ciò più che

parte volendo da lui, non potendo Masetto sodisfare a tante, s'avvisò che il suo esser mutolo gli potrebbe, se più

stesse, in troppo gran danno resultare. E perciò una notte colla badessa essendo, rotto lo scilinguagnolo, cominciò

a dire: - Madonna, io ho inteso che un gallo basta assai bene a dieci galline, ma che dieci uomini possono male o con

fatica una femina sodisfare, dove a me ne conviene servir nove, al che per cosa del mondo io non potrei durare;

anzi son io, per quello che infino a qui ho fatto, a tal venuto che io non posso far né poco né molto; e perciò o voi

mi lasciate andar con Dio, o voi a questa cosa trovate modo. La donna udendo costui parlare, il quale ella teneva mutolo, tutta stordì, e disse: - Che è questo? Io credeva che tu fossi mutolo. - Madonna, - disse Masetto - io era ben così, ma non per natura, anzi per una infermità che la favella mi tolse, e

solamente da prima questa notte la mi sento essere restituita, di che io lodo Iddio quant'io posso. La donna sel credette, e domandollo che volesse dir ciò che egli a nove aveva a servire. Masetto le disse il fatto. Il

che la badessa udendo, s'accorse che monaca non avea che molto più savia non fosse di lei; per che, come

discreta, senza lasciar Masetto partire, dispose di voler colle sue monache trovar modo a questi fatti, acciò che da

Masetto non fosse il monistero vituperato. Ed essendo di que'dì morto il lor castaldo, di pari consenatimento, apertosi tra tutte ciò che per addietro da tutte

era stato fatto, con piacer di Masetto ordinarono che le genti circustanti credettero che, per le loro orazioni e per

gli meriti del santo in cui intitolato era il monistero, a Masetto, stato lungamente mutolo, la favella fosse restituita,

e lui castaldo fecero; e per sì fatta maniera le sue fatiche partirono, che egli le poté comportare. Nelle quali, come

che esso assai monachin generasse, pur sì discretamente procedette la cosa che niente se ne sentì se non dopo la

morte della badessa, essendo già Masetto presso che vecchio e disideroso di tornarsi ricco a casa; la qual cosa

saputa, di leggier gli fece venir fatto. Così adunque Masetto vecchio, padre e ricco, senza aver fatica di nutricar figliuoli o spesa di quegli, per lo suo

avvedimento avendo saputo la sua giovanezza bene adoperare, donde con una scure in collo partito s'era se ne

tornò, affermando che così trattava Cristo chi gli poneva le corna sopra '1 cappello.


Giornata terza - Novella seconda

Un pallafrenier giace con la moglie d'Agilulf re, di che Agilulf tacitamente s'accorge; truovalo e tondelo; il tonduto

tutti gli altri tonde, e così campa della mala ventura.

Essendo la fine venuta della novella di Filostrato, della quale erano alcuna volta un poco le donne arrossate e

alcun'altra se ne avevan riso, piacque alla reina che Pampinea novellando seguisse. La quale, con ridente viso

incominciando, disse. Sono alcuni sì poco discreti nel voler pur mostrare di conoscere e di sentire quello che per lor non fa di sapere, che

alcuna volta per questo riprendendo i disavveduti difetti in altrui, si credono la loro vergogna scemare, dove essi

l'accrescono in infinito; e che ciò sia vero, nel suo contrario mostrandovi l'astuzia d'un forse di minor valore tenuto

che Masetto, nel senno d'un valoroso re, vaghe donne, intendo che per me vi sia dimostrato. Agilulf re de'longobardi, sì come i suoi predecessori avevan fatto, in Pavia città di Lombardia fermò il solio del suo

regno, avendo presa per moglie Teudelinga, rimasa vedova d'Autari re stato similmente de'longobardi, la quale fu

bellissima donna, savia e onesta molto, ma male avventurata in amadore. Ed essendo alquanto per la virtù e per

lo senno di questo re Agilulf le cose de'longobardi prospere e in quiete, avvenne che un pallafreniere della detta

reina, uomo quanto a nazione di vilissima condizione, ma per altro da troppo più che da così vil mestiere, e della

persona bello e grande così come il re fosse, senza misura della reina s'innamorò . E per ciò che il suo basso stato non gli avea tolto che egli non conoscesse questo suo amore esser fuor d'ogni

convenienza, sì come savio, a niuna persona il palesava, né eziandio a lei con gli occhi ardiva di scoprirlo. E

quantunque senza alcuna speranza vivesse di dover mai a lei piacere, pur seco si gloriava che in alta parte avesse

allogati i suoi pensieri; e, come colui che tutto ardeva in amoroso fuoco, studiosamente faceva, oltre ad ogn'altro

de'suoi compagni, ogni cosa la qual credeva che alla reina dovesse piacere. Per che interveniva che la reina,

dovendo cavalcare, più volentieri il palla freno da costui guardato cavalcava che alcuno altro; il che quando

avveniva, costui in grandissima grazia sel reputava; e mai dalla staffa non le si partiva, beato tenendosi qualora

pure i panni toccar le poteva. Ma, come noi veggiamo assai sovente avvenire, quanto la speranza diventa minore tanto l'amor maggior farsi, così

in questo povero pallafreniere avvenia, in tanto che gravissimo gli era il poter comportare il gran disio così nascoso

come facea, non essendo da alcuna speranza atato; e più volte seco, da questo amor non potendo disciogliersi,

diliberò di morire. E pensando seco del modo, prese per partito di voler questa morte per cosa per la quale apparisse lui morire per lo amore che alla reina aveva portato e portava; e questa cosa

propose di voler che tal fosse, che egli in essa tentasse la sua fortuna in potere o tutto o parte aver del suo

disidero. Né si fece a voler dir parole alla reina o a voler per lettere far sentire il suo amore, ché sapeva che in

vano o direbbe o scriverrebbe; ma a voler provare se per ingegno colla reina giacer potesse. Né altro ingegno né via c'era se non trovar modo come egli in persona del re, il quale sapea che del continuo con

lei non giacea, potesse a lei pervenire e nella sua camera entrare. Per che, acciò che vedesse in che maniera e in che abito il re, quando a lei andava, andasse, più volte di notte in

una gran sala del palagio del re, la quale in mezzo era tra la camera del re e quella della reina, si nascose; e in tra

l'altre una notte vide il re uscire della sua camera inviluppato in un gran mantello e aver dall'una mano un

torchietto acceso e dall'altra una bacchetta, e andare alla camera della reina e senza dire alcuna cosa percuotere

una volta o due l'uscio della camera con quella bacchetta, e incontanente essergli aperto e toltogli di mano il

torchietto. La qual cosa venuta, e similmente vedutolo ritornare, pensò di così dover fare egli altressì; e trovato

modo d'avere un mantello simile a quello che al re veduto avea e un torchietto e una mazzuola, e prima in una

stufa lavatosi bene, acciò che non forse l'odore del letame la reina noiasse o la facesse accorgere dello inganno,

con queste cose, come usato era, nella gran sala si nascose. E sentendo che già per tutto si dormia, e tempo parendogli o di dovere al suo disiderio dare effetto o di far via con

alta cagione alla bramata morte, fatto colla pietra e collo acciaio che seco portato avea un poco di fuoco, il suo

torchietto accese, e chiuso e avviluppato nel mantello se n'andò all'uscio della camera e due volte il percosse colla

bacchetta. La camera da una cameriera tutta sonnochiosa fu aperta, e il lume preso e occultato; laonde egli, senza

alcuna cosa dire, dentro alla cortina trapassato e posato il mantello, se n'entrò nel letto nel quale la reina dormiva.

Egli disiderosamente in braccio recatalasi, mostrandosi turbato (per ciò che costume del re esser sapea che

quando turbato era niuna cosa voleva udire), senza dire alcuna cosa o senza essere a lui detta, più volte

carnalmente la reina cognobbe. E come che grave gli paresse il partire, pur temendo non la troppa stanza gli fosse

cagione di volgere l'avuto diletto in tristizia, si levò , e ripreso il suo mantello e il lume, senza alcuna cosa dire se

n'andò , e come più tosto potè si tornò al letto suo. Nel quale appena ancora esser poteva, quando il re, levatosi, alla camera andò della reina, di che ella si maravigliò

forte; ed essendo egli nel letto entrato e lietamente salutatala, ella, dalla sua letizia preso ardire, disse: - O signor mio, questa che novità è stanotte? Voi vi partite pur testé da me; e oltre l'usato modo di me avete

preso piacere, e così tosto da capo ritornate? Guardate ciò che voi fate. Il re, udendo queste parole, subitamente presunse la reina da similitudine di costumi e di persona essere stata

ingannata; ma, come savio, subitamente pensò , poi vide la reina accorta non se n'era né alcuno altro, di non

volernela fare accorgere. Il che molti sciocchi non avrebbon fatto, ma avrebbon detto: - Io non ci fu'io, chi fu colui

che ci fu? come andò ? chi ci venne? - Di che molte cose nate sarebbono, per le quali egli avrebbe a torto

contristata la donna e datole materia di disiderare altra volta quello che già sentito avea; e quello che tacendo

niuna vergogna gli poteva tornare, parlando s'arebbe vitupero recato. Risposele adunque il re, più nella mente che nel viso o che nelle parole turbato: - Donna, non vi sembro io uomo da poterci altra volta essere stato e ancora appresso questa tornarci? A cui la donna rispose: - Signor mio, sì; ma tuttavia io vi priego che voi guardiate alla vostra salute. Allora il re disse: - Ed egli mi piace di seguire il vostro consiglio; e questa volta senza darvi più impaccio me ne vo'tornare. E avendo l'animo già pieno d'ira e di mal talento, per quello che vedeva gli era stato fatto, ripreso il suo mantello,

s'uscì della camera e pensò di voler chetamente trovare chi questo avesse fatto, imaginando lui della casa dovere

essere, e qualunque si fosse, non esser potuto di quella uscire. Preso adunque un picciolissimo lume in una lanternetta, se n'andò in una lunghissima casa che nel suo palagio era

sopra le stalle de'cavalli, nella quale quasi tutta la sua famiglia in diversi letti dormiva; ed estimando che,

qualunque fosse colui che ciò fatto avesse che la donna diceva, non gli fosse ancora il polso e '1 battimento del

cuore per lo durato affanno potuto riposare, tacitamente, cominciato dall'uno de'capi della casa, a tutti cominciò

ad andare toccando il petto per sapere se gli battesse. Come che ciascuno altro dormisse forte, colui che colla reina stato era non dormiva ancora; per la qual cosa,

vedendo venire il re e avvisandosi ciò che esso cercando andava, forte cominciò a temere tanto che sopra il

battimento della fatica avuta la paura n'aggiunse un maggiore; e avvisossi fermamente che, se il re di ciò

s'avvedesse, senza indugio il facesse morire. E come che varie cose gli andasser per lo pensiero di doversi fare,

pur vedendo il re senza alcuna arme, diliberò di far vista di dormire e d'attender quello che il re far dovesse. Avendone adunque il re molti cerchi né alcuno trovandone il quale giudicasse essere stato desso, pervenne a

costui, e trovandogli batter forte il cuore, seco disse:- Questi è desso -. Ma, sì come colui che di ciò che fare

intendeva niuna cosa voleva che si sentisse, niuna altra cosa gli fece se non che con un paio di forficette, le quali

portate avea, gli tondè alquanto dal l'una delle parti i capelli, li quali essi a quel tempo portavano lunghissimi,

acciò che a quel segnale la mattina seguente il riconoscesse; e questo fatto, si dipartì, e tornossi alla camera sua. Costui, che tutto ciò sentito avea, sì come colui che malizioso era, chiaramente s'avvisò per che così segnato era

stato; là onde egli senza alcuno aspettar si levò , e trovato un paio di forficette, delle quali per avventura v'erano

alcun paio per la stalla per lo servigio de'cavalli, pianamente andando a quanti in quella casa ne giacevano, a tutti

in simil maniera sopra l'orecchie tagliò i capelli; e ciò fatto, senza essere stato sentito, se ne tornò a dormire. Il re levato la mattina, comandò che avanti che le porti del palagio s'aprissono tutta la sua famiglia gli venisse

davanti; e così fu fatto. Li quali tutti, senza alcuna cosa in capo davanti standogli, esso cominciò a guardare per

riconoscere il tonduto da lui; e veggendo la maggior parte di loro co' capelli ad un medesimo modo tagliati, si

maravigliò , e disse seco stesso: - Costui, il quale io vo cercando, quantunque di bassa condizion sia, assai ben

mostra d'essere d'alto senno -. Poi, veggendo che senza romore non poteva avere quel ch'egli cercava, disposto a

non volere per piccola vendetta acquistar gran vergogna, con una sola parola d'ammonirlo e dimostrargli che

avveduto se ne fosse gli piacque; e a tutti rivolto disse: - Chi '1 fece nol faccia mai più, e andatevi con Dio. Un altro gli averebbe voluti far collare, martoriare, esaminare, e domandare; e ciò facendo, avrebbe scoperto

quello che ciascun dee andar cercando di ricoprire; ed essendosi scoperto, ancora che intera vendetta n'avesse

presa, non scemata ma molto cresciuta n'avrebbe la sua vergogna, e contaminata l'onestà della donna sua. Coloro che quella parola udirono si maravigliarono e lungamente fra sé esaminarono che avesse il re voluto per

quella dire; ma niuno ve ne fu che la 'ntendesse se non colui solo a cui toccava. Il quale, sì come savio, mai,

vivente il re, non la scoperse, né più la sua vita in sì fatto atto commise alla fortuna.


Giornata terza - Novella terza


Sotto spezie di confessione e di purissima conscienza una donna innamorata d'un giovane induce un solenne frate,

senza avvedersene egli, a dar modo che 'l piacer di lei avesse intero effetto.

Taceva già Pampinea, e l'ardire e la cautela del pallafreniere era dà più di loro stata lodata, e similmente il senno

del re, quando la reina, a Filomena voltatasi, le 'mpose il seguitare; per la qual cosa Filomena vezzosamente così

incominciò a parlare. Io intendo di raccontarvi una beffe che fu da dovero fatta da una bella donna ad uno solenne religioso, tanto più

ad ogni secolar da piacere, quanto essi, il più stoltissimi e uomini di nuove maniere e costumi, si credono più che

gli altri in ogni cosa valere e sapere, dove essi di gran lunga sono da molto meno, sì come quegli che per viltà

d'animo non avendo argomento, come gli altri uomini, di civanzarsi, si rifuggono dove aver possano da mangiar

come il porco. La quale, o piacevoli donne, io racconterò non solamente per seguire l'ordine imposto, ma ancora

per farvi accorte che eziandio i religiosi, à quali noi, oltre modo credule, troppa fede prestiamo, possono essere e

sono alcuna volta, non che dagli uomini, ma da alcuna di noi cautamente beffati. Nella nostra città , più d'inganni piena che d'amore o di fede, non sono ancora molti anni passati, fu una gentil

donna di bellezze ornata e di costumi, d'altezza d'animo e di sottili avvedimenti quanto alcun'altra dalla natura

dotata, il cui nome, né ancora alcuno altro che alla presente novella appartenga, come che io gli sappia, non

intendo di palesare, per ciò che ancora vivono di quegli che per questo si caricherebber di sdegno, dove di ciò

sarebbe con risa da trapassare. Costei adunque, d'alto legnaggio veggendosi nata e maritata ad uno artefice lanaiuolo, per ciò che ricchissimo era,

non potendo lo sdegno dell'animo porre in terra, per lo quale estimava niuno uomo di bassa condizione,

quantunque ricchissimo fosse, esser di gentil donna degno; e veggendo lui ancora con tutte le sue ricchezze da

niuna altra cosa essere più avanti che da saper divisare un mescolato o fare ordire una tela o con una filatrice

disputare del filato, propose di non volere de'suoi abbracciamenti in alcuna maniera se non in quanto negare non

gli potesse; ma di volere a soddisfazione di sé medesima trovare alcuno, il quale più di ciò che il lanaiuolo le

paresse che fosse degno, e innamorossi d'uno assai valoroso uomo e di mezza età , tanto che qual dì nol vedeva,

non poteva la seguente notte senza noia passare. Ma il valente uomo, di ciò non accorgendosi, niente ne curava; ed ella, che molto cauta era, né per ambasciata di

femina né per lettera ardiva di fargliele sentire, temendo de'pericoli possibili ad avvenire. Ed essendosi accorta

che costui usava molto con un religioso, il quale, quantunque fosse tondo e grosso uomo, nondimeno, per ciò che

di santissima vita era, quasi da tutti avea di valentissimo frate fama, estimò costui dovere essere ottimo mezzano

tra lei e il suo amante; e avendo seco pensato che modo tener dovesse, se n'andò a convenevole ora alla chiesa

dove egli dimorava, e fattosel chiamare, disse, quando gli piacesse, da lui si volea confessare. Il frate, vedendola, ed estimandola gentil donna, l'ascoltò volentieri; ed essa dopo la confessione disse: - Padre mio, a me convien ricorrere a voi per aiuto e per consiglio di ciò che voi udirete. Io so, come colei che

detto ve l'ho, che voi conoscete i miei parenti e '1 mio marito, dal quale io sono più che la vita sua amata, né

alcuna cosa disidero che da lui, sì come da ricchissimo uomo e che 'l può ben fare, io non l'abbia incontanente, per

le quali cose io più che me stessa l'amo; e, lasciamo stare che io facessi, ma se io pur pensassi cosa niuna che

contro al suo onore e piacer fosse, niuna rea femina fu mai del fuoco degna come sarei io. Ora uno, del quale nel vero io non so il nome, ma per sona dabbene mi pare, e, se io non ne sono ingannata, usa

molto con voi, bello e grande della persona, vestito di panni bruni assai onesti, forse non avvisandosi che io così

fatta intenzione abbia come io ho, pare che m'abbia posto l'assedio, né posso farmi né ad uscio né a finestra, né

uscir di casa, che egli incontanente non mi si pari innanzi; e maravigliom'io come egli non è ora qui; di che io mi

dolgo forte, per ciò che questi così fatti modi fanno sovente senza colpa alle oneste donne acquistar biasimo. Hommi posto in cuore di fargliele alcuna volta dire à miei fratelli; ma poscia m'ho pensato che gli uomini fanno

alcuna volta l'ambasciate per modo che le risposte seguitan cattive, di che nascon parole e dalle parole si perviene

à fatti; per che, acciò che male e scandalo non ne nascesse, me ne son taciuta, e diliberami di dirlo più tosto a voi

che ad altrui, sì perché pare che suo amico siate, sì ancora perché a voi sta bene di così fatte cose, non che gli

amici, ma gli strani ripigliare. Per che io vi priego per solo Iddio che voi di ciò il dobbiate riprendere e pregare che

più questi modi non tenga. Egli ci sono dell'altre donne assai le quali per avventura son disposte a queste cose, e

piacerà loro d'esser guatate e vagheggiate da lui, là dove a me è gravissima noia, sì come a colei che in niuno atto

ho l'animo disposto a tal materia. E detto questo, quasi lagrimar volesse, bassò la testa. Il santo frate comprese incontanente che di colui dicesse di cui veramente diceva, e commendata molto la donna

di questa sua disposizion buona, fermamente credendo quello esser vero che ella diceva, le promise d'operar sì e

per tal modo che più da quel cotale non le sarebbe dato noia; e conoscendola ricca molto, le lodò l'opera della

carità e della limosina, il suo bisogno raccontandole. A cui la donna disse: - Io ve ne priego per Dio; e s'egli questo negasse, sicuramente gli dite che io sia stata quella che questo v'abbia

detto e siamevene doluta. E quinci, fatta la confessione e presa la penitenza, ricordandosi de'conforti datile dal frate dell'opera della

limosina, empiutagli nascosamente la man di denari, il pregò che messe dicesse per l'anima dei morti suoi; e dai

piè di lui levatasi, a casa se ne tornò. Al santo frate non dopo molto, sì come usato era, venne il valente uomo, col quale poi che d'una cosa e d'altra

ebbero insieme alquanto ragionato, tiratol da parte, per assai cortese modo il riprese dello intendere e del

guardare che egli credeva che esso facesse a quella donna, sì come ella gli aveva dato ad intendere. Il valente uomo si maravigliò, sì come colui che mai guatata non l'avea e radissime volte era usato di passare

davanti a casa sua, e cominciò a volersi scusare; ma il frate non lo lasciò dire, ma disse egli: - Or non far vista di maravigliarti, né perder parole in negarlo, per ciò che tu non puoi; io non ho queste cose

sapute dà vicini; ella medesima, forte di te dolendosi, me l'ha dette. E quantunque a te queste ciance omai non ti

stean bene, ti dico io di lei cotanto, che, se mai io ne trovai alcuna di queste sciocchezze schifa, ella è dessa; e per

ciò , per onor di te e per consolazione di lei, ti priego te ne rimanghi e lascila stare in pace. Il valente uomo, più accorto che '1 santo frate, senza troppo indugio la sagacità della donna comprese, e

mostrando alquanto di vergognarsi, disse di più non intramettersene per innanzi; e dal frate partitosi, dalla casa

n'andò della donna, la quale sempre attenta stava ad una picciola finestretta per doverlo vedere, se vi passasse. E

vedendol venire, tanto lieta e tanto graziosa gli si mostrò , che egli assai bene potè comprendere sé avere il vero

compreso dalle parole del frate; e da quel dì innanzi assai cautamente, con suo piacere e con grandissimo diletto e

consolazion della donna, faccendo sembianti che altra faccenda ne fosse cagione, continuò di passar per quella

contrada. Ma la donna, dopo alquanto già accortasi che ella a costui così piacea come egli a lei, disiderosa di

volerlo più accendere e certificare dello amore che ella gli portava, preso luogo e tempo, al santo frate se ne tornò

, e postaglisi nella chiesa a sedere à piedi, a piagnere incominciò . Il frate, questo vedendo, la domandò pietosamente che novella ella avesse. La donna rispose: - Padre mio, le novelle che io ho non sono altre che di quel maledetto da Dio vostro amico, di cui io mi vi ramaricai

l'altr'ieri, per ciò che io credo che egli sia nato per mio grandissimo stimolo e per farmi far cosa, che io non sarò

mai lieta né mai ardirò poi di più pormivi a'piedi. - Come! - disse il frate - non s'è egli rimaso di darti più noia? - Certo no, - disse la donna - anzi, poi che io mi vene dolfi, quasi come per un dispetto, avendo forse avuto per

male che io mi ve ne sia doluta, per ogni volta che passar vi solea, credo che poscia vi sia passato sette. E or

volesse Iddio che il passarvi e il guatarmi gli fosse bastato, ma egli è stato sì ardito e sì sfacciato, che pure ieri mi

mandò una femina in casa con sue novelle e con sue frasche, e quasi come se io non avessi delle borse e delle

cintole, mi mandò una borsa e una cintola; il che io ho avuto e ho sì forte per male, che io credo, se io non avessi

guardato al peccato, e poscia per vostro amore, io avrei fatto il diavolo, ma pure mi son rattemperata, né ho

voluto fare né dire cosa alcuna che io non vel faccia prima assapere. E oltre a questo, avendo io già renduta indietro la borsa e la cintola alla feminetta che recata l'avea, che gliele

riportasse, e brutto commiato datole, temendo che ella per sé non la tenesse e a lui; dicesse che io l'avessi

ricevuta, sì com'io intendo che elle fanno alcuna volta, la richiamai indietro e piena di stizza gliele tolsi di mano e

holla recata a voi, acciò che voi gliele rendiate e gli diciate che io non ho bisogno di sue cose per ciò che, la mercé

di Dio e del marito mio io ho tante borse e tante cintole che io ve l'affogherei entro. E appresso questo, sì come a

padre mi vi scuso che, se egli di questo non si rimane, io il dirò al marito mio e a'fratei miei, e avvegnane che

può; ché io ho molto più caro che egli riceva villania, se ricevere ne la dee, che io abbia biasimo per lui: frate,

bene sta. E detto questo, tuttavia piagnendo forte, si trasse di sotto alla guarnacca una bellissima e ricca borsa con una

leggiadra e cara cinturetta, e gittolle in grembo al frate; il quale, pienamente credendo ciò che la donna diceva,

turbato oltre misura le prese, e disse: - Figliuola, se tu di queste cose ti crucci, io non me ne maraviglio né te ne so ripigliare; ma lodo molto che tu in

questo seguiti il mio consiglio. Io il ripresi l'altr'ieri, ed egli m'ha male attenuto quello che egli mi promise: per

che, tra per quello e per questo che nuovamente fatto ha, io gli credo per sì fatta maniera riscaldare gli orecchi;

che egli più briga non ti darà; e tu colla benedizion d'Iddio non ti lasciassi vincer tanto all'ira, che tu ad alcuno dei

tuoi il dicessi, ché gli ne potrebbe troppo di mal seguire. Né dubitar che mai di questo biasimo ti segua, ché io

sarò sempre e dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini fermissimo testimonio della tua onestà. La donna fece sembiante di riconfortarsi alquanto, e lasciate queste parole, come colei che l'avarizia sua e degli

altri conoscea, disse: - Messere, a queste notti mi sono appariti più miei parenti, e parmi che egli sieno in grandissime pene, e non

domandino altro che limosine, e spezialmente la mamma mia, la quale mi pare sì afflitta e cattivella, che è una

pietà a vedere. Credo che ella porti grandissime pene di vedermi in questa tribulazione di questo nemico d'Iddio,

e per ciò vorrei che voi mi diceste per l'anime loro le quaranta messe di san Grigorio e delle vostre orazioni, acciò

che Iddio gli tragga di quel fuoco pennace -; e così detto, gli pose in mano un fiorino. Il santo frate lietamente il prese, e con buone parole e con molti essempli confermò la divozion di costei e, datale

la sua benedizione, la lasciò andare. E partita la donna, non accorgendosi ch'egli era uccellato, mandò per l'amico suo; il qual venuto, e vedendol

turbato, in contanente s'avvisò che egli avrebbe novelle dalla donna, e aspettò che dir volesse il frate. Il quale,

ripetendogli le parole altre volte dettegli e di nuovo ingiuriosamente e crucciato parlandogli, il riprese molto di ciò

che detto gli avea la donna che egli doveva aver fatto. Il valente uomo, che ancor non vedea a che il frate riuscir volesse, assai tiepidamente negava sé aver mandata la

borsa e la cintura, acciò che al frate non togliesse fede di ciò , se forse data gliele avesse la donna. Ma il frate, acceso forte, disse: - Come il puo'tu negare, malvagio uomo? Eccole, ché ella medesima piagnendo me l'ha recate; vedi se tu le

conosci! Il valente uomo, mostrando di vergognarsi forte, disse: - Mai sì che io le conosco, e confessovi che io feci male, e giurovi che, poi che io così la veggio disposta, che mai di

questo voi non sentirete più parola. Ora le parole fur molte; alla fine il frate montone diede la borsa e la cintura allo amico suo, e dopo molto averlo

ammaestrato e pregato che più a queste cose non attendesse, ed egli avendogliele promesso, il licenziò. Il valente uomo, lietissimo e della certezza che aver gli parea dello amor della donna e del bel dono, come dal

frate partito fu, in parte n'andò dove cautamente fece alla sua donna vedere che egli avea e l'una e l'altra cosa; di

che la donna fu molto contenta, e più ancora per ciò che le parea che '1 suo avviso andasse di bene in meglio. E

niuna altra cosa aspettando se non che il marito andasse in alcuna parte per dare all'opera compimento, avvenne

che per alcuna cagione non molto dopo a questo convenne al marito andare infino a Genova. E come egli fu la mattina montato a cavallo e andato via, così la donna n'andò al santo frate e dopo molte

querimonie piagnendo gli disse: - Padre mio, or vi dico io bene che io non posso più sofferire; ma per ciò che l'altr'ieri io vi promisi di niuna cosa

farne che io prima nol vi dicessi, son venuta ad iscusarmivi, e acciò che voi crediate che io abbia ragione e di

piagnere e di ramaricarmi, io vi voglio dire ciò che '1 vostro amico, anzi dia volo del ninferno, mi fece stamane

poco innanzi mattutino. Io non so qual mala ventura gli facesse assapere che il marito mio andasse iermattina a Genova, se non che

stamane, all'ora che io v'ho detta, egli entrò in un mio giardino e venne sene su per uno albero alla finestra della

camera mia, la quale è sopra il giardino, e già aveva la finestra aperta e voleva nella camera entrare, quando io

destatami subito mi levai, e aveva cominciato a gridare e per Dio e per voi, dicendomi chi egli era; laonde io,

udendolo, per amor di voi tacqui, e ignuda come io nacqui corsi e serragli la finestra nel viso, ed egli nella sua

mal'ora credo che se ne andasse, perciò che poi più nol sentii. Ora, se questa è bella cosa ed è da sofferire,

vedetel voi; io per me non intendo di più comportargliene, anzi ne gli ho io bene per amor di voi sofferte troppe. Il frate, udendo questo, fu il più turbato uomo del mondo, e non sapeva che dirsi, se non che più volte la

domandò se ella aveva ben conosciuto che egli non fosse stato altri. A cui la donna rispose: - Lodato sia Iddio, se io non conosco ancor lui da un altro! Io vi dico ch'e'fu egli, e perche'egli il negasse, non gliel

credete. - Figliuola, qui non ha altro da dire, se non che questo è stato troppo grande ardire e troppo mal fatta cosa, e tu

facesti quello che far dovevi di mandarnelo come facesti. Ma io ti voglio pregare, poscia che Iddio ti guardò di

vergogna, che, come due volte seguito hai il mio consiglio, così ancora questa volta facci, cioè che senza dolertene

ad alcuno tuo parente lasci fare a me, a vedere se io posso raffrenare questo diavolo scatenato, che io credeva che

fosse un santo; e se io posso tanto fare che io il tolga da questa bestialità , bene sta; e se io non potrò , infino ad

ora con la mia benedizione ti do la parola che tu ne facci quello che l'animo ti giudica che ben sia fatto. - Ora ecco, - disse la donna - per questa volta io non vi voglio turbare né disubidire; ma sì adoperate che egli si

guardi di più noiarmi, ché io vi prometto di non tornar più per questa cagione a voi -; e senza più dire, quasi

turbata, dal frate si partì . Né era appena ancor fuor della chiesa la donna, che il valente uomo sopravenne e fu chiamato dal frate, al quale,

da parte tiratol, esso disse la maggior villania che mai ad uomo fosse detta, disleale e spergiuro e traditor

chiamandolo. Costui, che già due altre volte conosciuto avea che montavano i mordimenti di questo frate, stando

attento, e con risposte perplesse ingegnandosi di farlo parlare, primieramente disse: - Perché questo cruccio, messere? Ho io crocifisso Cristo? A cui il frate rispose: - Vedi svergognato! Odi ciò ch'e'dice! Egli parla né più né meno come se uno anno o due fosser passati e per la

lunghezza del tempo avesse le sue tristizie e disonestà dimenticate. Etti egli da stamane a mattutino in qua uscito

di mente l'avere altrui ingiuriato? Ove fostù stamane poco avanti al giorno? Rispose il valente uomo: - Non so io ove io mi fui; molto tosto ve n'è giunto il messo. - Egli è il vero, - disse il frate - che il messo me n'è giunto; io m'avviso che tu ti credesti, per ciò che il marito non

c'era, che la gentil donna ti dovesse incontanente ricevere in braccio. Hi meccere: ecco onesto uomo! è divenuto

andator di notte, apritor di giardini e salitor d'alberi. Credi tu per improntitudine vincere la santità di questa

donna, che le vai alle finestre su per gli alberi la notte? Niuna cosa è al mondo che a lei dispiaccia, come fai tu; e

tu pur ti vai riprovando. In verità, lasciamo stare che ella te l'abbia in molte cose mostrato, ma tu ti se'molto bene

ammendato per li miei gastigamenti. Ma così ti vo' dire: ella ha infino a qui, non per amore che ella ti porti ma ad

instanzia de'prieghi miei, taciuto di ciò che fatto hai; ma essa non tacerà più ; conceduta l'ho la licenzia che, se tu

più in cosa alcuna le spiaci, ch'ella faccia il parer suo. Che farai tu, se ella il dice à fratelli? Il valente uomo, avendo assai compreso di quello che gli bisognava, come meglio seppe e potè con molte ampie

promesse racchetò il frate; e da lui partitosi, come il mattutino della seguente notte fu, così egli nel giardino

entrato e su per lo albero salito e trovata la finestra aperta, se n'entrò nella camera, e come più tosto potè nelle

braccia della sua bella donna si mise. La quale, con grandissimo disidero avendolo aspettato, lietamente il

ricevette, dicendo: - Gran mercé a messer lo frate, che così bene t'insegnò la via da venirci. E appresso, prendendo l'un dell'altro

piacere, ragionando e ridendo molto della simplicità del frate bestia, biasimando i lucignoli e'pettini e gli

scardassi, insieme con gran diletto si sollazzarono. E dato ordine à lor fatti, sì fecero, che senza aver più a tornare

a messer lo frate, molte altre notti con pari letizia insieme si ritrovarono; alle quali io priego Iddio per la sua santa

misericordia che tosto conduca me e tutte l'anime cristiane che voglia ne hanno.


Giornata terza - Novella quarta

Don Felice insegna a frate Puccio come egli diverrà beato faccendo una sua penitenzia; la quale frate Puccio fa, e

don Felice in questo mezzo con la moglie del frate si dà buon tempo.

Poi che Filomena, finita la sua novella, si tacque, avendo Dioneo con dolci parole molto lo 'ngegno della donna

commendato e ancora la preghiera da Filomena ultimamente fatta, la reina ridendo guardò verso Panfilo, e disse: - Ora appresso, Panfilo, continua con alcuna piacevol cosetta il nostro diletto. Panfilo prestamente rispose che volontieri, e cominciò . Madonna, assai persone sono che, mentre che essi si sforzano d'andarne in paradiso, senza avvedersene vi

mandano altrui; il che ad una nostra vicina, non ha ancor lungo tempo, sì come voi potrete udire, intervenne. Secondo che io udii già dire, vicino di san Brancazio stette un buon uomo e ricco, il quale fu chiamato Puccio di

Rinieri, che poi, essendo tutto dato allo spirito, si fece bizzoco di quegli di san Francesco, e fu chiamato frate

Puccio, e seguendo questa sua vita spirituale, per ciò che altra famiglia non avea che una sua donna e una fante,

né per questo ad alcuna arte attender gli bisognava, usava molto la chiesa. E per ciò che uomo idiota era e di

grossa pasta, diceva suoi paternostri, andava alle prediche, stava alle messe, né mai falliva che alle laude che

cantavano i secolari esso non fosse, e digiunava e disciplinavasi, e bucinavasi che egli era degli scopatori. La moglie, che monna Isabetta avea nome, giovane ancora di ventotto in trenta anni, fresca e bella e ritondetta

che pareva una mela casolana, per la santità del marito e forse per la vecchiezza, faceva molto spesso troppo più

lunghe diete che voluto non avrebbe; e, quand'ella si sarebbe voluta dormire o forse scherzar con lui, ed egli le

raccontava la vita di Cristo e le prediche di frate Nastagio o il lamento della Maddalena o così fatte cose. Tornò in questi tempi da Parigi un monaco chiamato don Felice, conventuale di san Brancazio, il quale assai

giovane e bello della persona era e d'aguto ingegno e di profonda scienza, col qual frate Puccio prese una stretta

dimestichezza. E per ciò che costui ogni suo dubbio molto bene gli solvea, e oltre a ciò , avendo la sua condizion

conosciuta, gli si mostrava santissimo, se lo incominciò frate Puccio a menare talvolta a casa e a dargli desinare e

cena, secondo che fatto gli venia; e la donna altressì per amor di fra Puccio era sua dimestica divenuta e volentier

gli faceva onore. Continuando adunque il monaco a casa di fra Puccio e veggendo la moglie così fresca e ritondetta, s'avvisò qual

dovesse essere quella cosa della quale ella patisse maggior difetto; e pensossi, se egli potesse, per tor fatica a fra

Puccio, di volerla supplire. E, postole l'occhio addosso e una volta e altra bene astutamente, tanto fece che egli

l'accese nella mente quello medesimo disidero che aveva egli; di che accortosi il monaco, come prima destro gli

venne, con lei ragionò il suo piacere. Ma, quantunque bene la trovasse disposta a dover dare all'opera

compimento, non si poteva trovar modo, per ciò che costei in niun luogo del mondo si voleva fidare ad esser col

monaco se non in casa sua; e in casa sua non si potea, perché fra Puccio non andava mai fuor della terra; di che il

monaco avea gran malinconia. E dopo molto gli venne pensato un modo da dover potere essere colla donna in casa sua senza sospetto, non

ostante che fra Puccio in casa fosse. Ed essendosi un dì andato a star con lui frate Puccio, gli disse così: - Io ho già assai volte compreso, fra Puccio, che tutto il tuo disidero è di divenir santo, alla qual cosa mi par che tu

vadi per una lunga via, là dove ce n'è una che è molto corta, la quale il papa e gli altri suoi maggior prelati, che la

sanno e usano, non vogliono che ella si mostri; per ciò che l'ordine chericato, che il più di limosine vive,

incontanente sarebbe disfatto, sì come quello al quale più i secolari né con limosine né con altro attenderebbono.

Ma, per ciò che tu se'mio amico e ha' mi onorato molto, dove io credessi che tu a niuna persona del mondo

l'appalesassi, e volessila seguire, io la t'insegnerei. Frate Puccio, divenuto disideroso di questa cosa, prima cominciò 'a pregare con grandissima instanzia che gliele

insegnasse, e poi a giurare che mai, se non quanto gli piacesse, ad alcuno nol direbbe, affermando che, se tal

fosse che esso seguir la potesse, di mettervisi. - Poi che tu così mi prometti, - disse il monaco - e io la ti mosterrò . Tu dei sapere che i santi dottori tengono che

a chi vuol divenir beato si convien fare la penitenzia che tu udirai; ma intendi sanamente: io non dico, che dopo la

penitenzia tu non sii peccatore come tu ti se'; ma avverrà questo, che i peccati che tu hai infino all'ora della

penitenzia fatti, tutti si purgheranno e sarannoti per quella perdonati; e quegli che tu farai poi non saranno scritti

a tua dannazione, anzi se n'andranno con l'acqua benedetta, come ora fanno i veniali. Conviensi adunque l'uomo principalmente con gran diligenzia confessare de'suoi peccati quando viene a cominciar

la penitenzia; e appresso questo li convien cominciare un digiuno e una astinenzia grandissima, la qual convien

che duri quaranta dì, ne'quali, non che da altra femina, ma da toccare la propria tua moglie ti conviene astenere.

E oltre a questo si conviene avere nella tua propria casa alcun luogo donde tu possi la notte vedere il cielo, e in su

l'ora della compieta andare in questo luogo, e quivi avere una tavola molto larga ordinata in guisa che, stando tu

in pie', vi possi le reni appoggiare, e tenendo gli piedi in terra distender le braccia a guisa di crucifisso; e se tu

quelle volessi appoggiare ad alcun cavigliuolo, puoil fare; e in questa maniera guardando il cielo, star senza

muoverti punto insino a matutino. E, se tu fossi litterato, ti converrebbe in questo mezzo dire certe orazioni che io

ti darei; ma, perché non se', ti converrà dire trecento paternostri con trecento avemarie a reverenzia della Trinità ,

e riguardando il cielo, sempre aver nella memoria Iddio essere stato creatore del cielo e della terra, e la passion di

Cristo, stando in quella maniera che stette egli in su la croce. Poi, come matutino suona, te ne puoi, se tu vuogli, andare e così vestito gittarti sopra 'l letto tuo e dormire: e la

mattina appresso si vuole andare alla chiesa, e quivi udire almeno tre messe e dir cinquanta paternostri con

altrettante avemarie; e appresso questo con simplicità fare alcuni tuoi fatti, se a far n'hai alcuno, e poi desinare,

ed essere appresso al vespro nella chiesa e quivi dire certe orazioni che io ti darò scritte, senza le quali non si può

fare; e poi in su la compieta ritornare al modo detto. E faccendo questo, sì come io feci già , spero che anzi che la

fine della penitenzia venga, tu sentirai maravigliosa cosa della beatitudine etterna, se con divozione fatta l'avrai. Frate Puccio disse allora: - Questa non è troppo grave cosa, né troppo lunga, e deesi assai ben poter fare; e per ciò io voglio al nome di Dio

cominciar domenica. E da lui partitosene e andatosene a casa, ordinatamente, con sua licenzia perciò , alla moglie disse ogni cosa. La donna intese troppo bene per lo star fermo infino a matutino senza muoversi ciò che il monaco voleva dire; per

che, parendole assai buon modo, disse che di questo e d'ogn'altro bene, che egli per l'anima sua faceva, ella era

contenta, e che, acciò che Iddio gli facesse la sua penitenzia profittevole, ella voleva con esso lui digiunare, ma

fare altro no. Rimasi adunque in concordia, venuta la domenica, frate Puccio cominciò la sua penitenzia, e messer lo monaco,

convenutosi colla donna, ad ora che veduto non poteva essere, le più delle sere con lei se ne veniva a cenare, seco

sempre recando e ben da mangiare e ben da bere, poi con lei si giaceva infino all'ora del matutino, al quale

levandosi se n'andava, e frate Puccio tornava al letto. Era il luogo, il quale frate Puccio aveva alla sua penitenzia eletto, allato alla camera nella quale giaceva la donna,

né da altro era da quella diviso che da un sottilissimo muro; per che, ruzzando messer lo monaco troppo colla

donna alla scapestrata ed ella con lui, parve a frate Puccio sentire alcuno dimenamento di palco della casa; di che,

avendo già detti cento de'suoi paternostri, fatto punto quivi, chiamò la donna senza muoversi, e domandolla ciò

che ella faceva. La donna, che motteggevole era molto, forse cavalcando allora senza sella la bestia di san Benedetto o vero di san

Giovanni Gualberto, rispose: - Gnaffe, marito mio, io mi dimeno quanto io posso. Disse allora frate Puccio: - Come ti dimeni? Che vuol dir questo dimenare? La donna ridendo, che e di buona aria e valente donna era, e forse avendo cagion di ridere, rispose: - Come non sapete voi quello che questo vuol dire? Ora io ve l'ho udito dire mille volte: chi la sera non cena, tutta

notte si dimena. Credettesi frate Puccio che il digiunare, il quale ella a lui mostrava di fare, le fosse cagione di non poter dormire, e

per ciò per lo letto si dimenasse, per che egli di buona fede disse - Donna, io t'ho ben detto, non digiunare; ma, poiché pur l'hai voluto fare, non pensare a ciò, pensa di riposarti;

tu dai tali volte per lo letto, che tu fai dimenar ciò che ci e'. Disse allora la donna: - Non ve ne caglia no; io so ben ciò ch'i'mi fo; fate pur ben voi, ché io farò bene io, se io potrò . Stettesi adunque cheto frate Puccio e rimise mano à suoi paternostri; e la donna e messer lo monaco da questa

notte innanzi, fatto in altra parte della casa ordinare un letto, in quello, quanto durava il tempo della penitenzia di

frate Puccio, con grandissima festa si stavano, e ad una ora il monaco se n'andava e la donna al suo letto tornava,

e poco stante dalla penitenzia a quello se ne venia frate Puccio. Continuando adunque in così fatta maniera il frate la penitenzia e la donna col monaco il suo diletto, più volte

motteggiando disse con lui: - Tu fai fare la penitenzia a frate Puccio, per la quale noi abbiam guadagnato il paradiso. E parendo molto bene stare alla donna, sì s'avvezzò à cibi del monaco che, essendo dal marito lungamente stata

tenuta in dieta, ancora che la penitenzia di frate Puccio si consumasse, modo trovò di cibarsi in altra parte con lui,

e con discrezione lungamente ne prese il suo piacere. Di che, acciò che l'ultime parole non sieno discordanti alle prime, avvenne che, dove frate Puccio, faccendo

penitenzia sé credette mettere in paradiso, egli vi mise il monaco, che da andarvi tosto gli avea mostrata la via, e

la moglie, che con lui in gran necessità vivea di ciò che messer lo monaco, come misericordioso, gran divizia le

fece.

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